Negli ultimi tempi stiamo assistendo a una riorganizzazione profonda del mercato delle Telco, sia nel settore della Fibra ottica che nel settore del Mobile.
Abbiamo già parlato ampiamente della cessione della rete TIM verso fondi KKR, abbiamo assistito alle mosse su Open Fiber e abbiamo seguito varie evoluzioni, eppure quello che sta accadendo in questi primi mesi del 2025 è una riorganizzazione ancora più profonda, poiché non tocca la struttura, ceduta all’esterno, ma va nel profondo, con la riorganizzazione totale degli operatori in gioco.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di comprendere cosa è successo, cosa sta succedendo e cosa potrebbe ancora succedere.
SwissCom acquisisce Vodafone Italia
La prima vera novità era stata già annunciata nel 2024 e si è solo concretizzata nel 2025. Si tratta di Swisscom, azienda svizzera proprietaria già di Fastweb, che ha acquisito le attività italiane di Vodafone.
L’acquisizione permette all’operatore di sfruttare il brand Vodafone, in Italia, fino al 2029, quindi le due compagnie hanno iniziato il processo di integrazione che presumibilmente culminerà nella fusione vera e propria solo tra qualche anno. Al momento le società si presentano ancora con due nomi distinti, anche se i primi segnali di merge sono chiarissimi.
Poste entra in TIM
Altra operazione particolarmente importante e da valutare è lo switch azionario che Poste Italiane ha fatto con Cassa Depositi e Prestiti. Poste ha dato la propria quota di Nexi in cambio di circa il 10% di TIM.
Qui sono chiare le integrazioni, con Poste Mobile e TIM che potrebbero interoperare e tutte le sedi Poste potrebbero diventare una base fisica per TIM. Le sinergie potrebbero essere molte.
Iliad vuole TIM?
Infine c’è Iliad, che è alla disperata ricerca di marito per poter ottimizzare gli investimenti. Si è parlato molto dell’integrazione tra Iliad e TIM, entrambe le società sono sembrate “interessate” aprendo a discussioni, ma nulla si è ancora concretizzato.
Iliad inoltre potrebbe guardare anche verso WindTre, per una possibile integrazione tra operatori con un’anima simile.
Con questi colpi Iliad diventerebbe un colosso in Italia e il mercato verrebbe completamente ridisegnato, con conseguenze veramente profonde, sia per gli operatori stessi che per i clienti.
Molte volte nella mia vita mi sono sentito porre la domanda: vorrei iniziare a investire, ma non so dove guardare, cosa mi consigli?
La mia risposta è sempre stata la stessa: crea un PAC con ETF. Inutile dire che la faccia del mio interlocutore è sempre stata un mix di imbarazzo, confusione e mistero.
Allora andiamo a vedere, in questo articolo, cosa è un ETF, cosa è un PAC e come fare un Piano di Accumulo con degli ETF (e magari vediamo un’idea di quali scegliere per avere un mix di portafoglio).
Cosa è un ETF
Partiamo dalla domanda principale, cioè cosa è un ETF. Si tratta di strumenti finanziari, emessi da primarie banche, che hanno lo scopo di replicare un sottostante. La sigla sta per Exchange-traded fund.
In pratica, facendo un esempio semplice, un ETF con sottostante il Nasdaq 100 non fa altro che acquistare tutte le 100 azioni che compongono l’indice. Chi acquista quell’ETF non fa altro che aumentare il patrimonio del fondo e quindi dire alla banca emittente di acquistare più azioni.
Facendo un parallelo con la vita quotidiana è come se fosse un gruppo di acquisto: io non posso acquistare tutti e 100 i titoli del Nasdaq e, a meno di capitali enormi, nessuno lo può fare. Ma l’unione fa la forza quindi 10.000 persone insieme creano un capitale tale da permettere a un emittente di acquistare il tutto e, ovviamente, attraverso quotazione, vendere delle quote di questo fondo.
Esistono ETF su tutto: indici, settori, selezioni di azioni, obbligazioni, ecc.
Un investitore può quindi partecipare a questi fondi semplicemente acquistando quote del fondo.
Cosa è un PAC
La sigla sta per Piano di Accumulo del Capitale e già così dovrebbe essere autoesplicativa, ma se non lo fosse proviamo a spiegarla meglio: in pratica è un sistema che permette a chiunque di acquistare continuamente degli strumenti finanziari e in particolare degli ETF.
Semplificando la questione: un investitore decide quanto investire mensilmente (o trimestralmente, annualmente, ecc) e su quali ETF (con quale %, quale più e quale meno, ecc) e la propria banca, automaticamente, acquista ETF in proporzione ai propri desideri, fino al raggiungimento della cifra prestabilita.
Perché investire con un PAC su ETF
Compreso cosa è un ETF e cosa è un PAC, appare chiaro il perché investire su ETF con un Piano di Accumulo: continuità di investimento, gestione automatica degli ordini, acquisti, ecc.
In pratica si tratta di un’investimento con il pilota automatico, destinando una cifra fissa ogni mese a questo piano.
Come funziona un PAC con ETF
A questo punto abbiamo iniziato a investire su questi ETF e dopo un po’ di mesi abbiamo raggiunto la suddivisione che avevamo impostato all’inizio (per esempio 3 ETF con il 33% di investimento in ognuno).
Gli ETF, essendo strumenti quotati, ogni giorno hanno una variazione di prezzo e questa variazione rappresenta il nostro guadagno (o la nostra perdita).
Ovviamente è importante scegliere degli ETF che nel tempo possano andare ad aumentare di valore, proprio per avere un guadagno continuo.
Quali ETF scegliere
La risposta a questa domanda è “dipende”. Un investitore di 30 anni con entrate sicure ogni mese potrebbe orientarsi verso ETF azionari, sui principali indici. Ciò perché un’eventuale perdita temporanea può essere assorbita negli anni a venire. Invece un investitore 60enne, considerando l’aspettativa di vita, probabilmente è più indicata una strategia su Obbligazioni, perché hanno meno variazione di prezzo e quindi, nel momento in cui si liquida il portafoglio, il rischio perdita è molto minore.
Ovviamente il 30enne con ETF azionari ha più possibilità di guadagno rispetto al 60enne, ma allo stesso tempo vedrà il proprio portafoglio andare di più sulle montagne russe.
ETF per un 30enne
Ora facciamo qualche ipotesi e proviamo a creare insieme un portafoglio. Ipotizziamo di essere 30enni, con ingressi costanti e voler dedicare a investimenti una piccola fetta del nostro stipendio. Di solito è consigliabile destinare a tale soluzione circa un 20% del proprio stipendio.
Ipotizziamo quindi di avere uno stipendio di 2.000 € e pensiamo di impostare un PAC su ETF con una base di 400 € al mese.
Iniziamo quindi a fare qualche nome:
iShares Core MSCI World (SWDA): ETF che investe su titoli azionari di tutto il mondo
Vanguard S&P 500 (VUAA): ETF sull’indice Standard&Poors 500, cioè le 500 aziende più capitalizzate d’America
iShares S&P Hedged (IUSE): Come il precedente, indice S&P500 ma a differenza del precedente viene ribilanciato su Euro/Dollaro, in modo da evitare il rischio cambi
Lyxor Core Stoxx Eu 600 (MEUD): Indice Stoxx 600, con le 600 aziende più grandi d’Europa
Lyxor EURO STOXX 50 (MSE): Indice Stoxx 50, con le 50 aziende più grandi d’Europa
Lyxor Nasdaq-100 (UST): Indice Nasdaq 100, quindi con le 100 aziende tecnologiche più importanti d’America
iShares Core MSCI Pacific (CSPXJ): ETF sul mercato AustralAsia, quindi Oceania e asiatici ad esclusione del Giappone
iShares Core MSCI (SJPA): ETF sul solo mercato giapponese
iShares Emergenti (EIMI): Emergenti, quindi i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) più l’aggiunta di qualche altra nazione
Come possiamo vedere dalla lista, questo panel ci permette di avere un’esposizione sull’intero mondo, attenuando il rischio insito in ogni singolo mercato.
Naturalmente dobbiamo anche soppesare i singoli ETF, perché avrebbe poco senso investire la stessa cifra sul Giappone e sull’America.
Prima di fare questo però dobbiamo osservare i costi degli ETF (le commissioni annuali) e il rendimento di ognuno. Questa tabella riassuntiva dovrebbe fare al caso vostro:
ETF
Rendim. medio annuale ultimi 3 anni
Commissioni
SWDA (Mondo)
10,49%
0,20%
VUAA (Vanguard S&P500)
12,39%
0,07%
IUSE (S&P Hedged)
5,97%
0,20%
MEUD (Stoxx 600)
9,06%
0,07%
MSE (Stoxx 50)
11,13%
0,20%
UST (Nasdaq 100)
12,63%
0,22%
CSPXJ (AustralAsia)
4,90%
0,20%
SJPA (Giappone)
4,16%
0,15%
EIMI (Emergenti)
0,48%
0,18%
Selezione di ETF per avere un’esposizione mondiale
Come possiamo vedere i rendimenti sono differenti tra ETF e alcuni guadagnano di più altri di meno. Sarebbe sbagliato orientarsi solo su quelli che rendono di più, perché il vento potrebbe cambiare, ma allo stesso tempo possiamo dare un peso differente a ognuno di essi.
Inoltre i rendimenti medi sono quelli del momento in cui stiamo scrivendo, se leggerete questo articolo tra 6/12 mesi i rendimenti potrebbero essere molto differenti. Proprio per evitare rischi inutili, andiamo quindi a differenziare.
Come differenziare gli ETF
A questo punto, partendo dalla lista precedente, proviamo a dare una percentuale di bilanciamento desiderato a ognuno degli ETF e lo facciamo in modo da avere un’esposizione maggiore negli Stati Uniti e in Europa, abbassando il peso di quegli ETF che rendono un po’ di meno.
La nostra simulazione (si tratta appunto di simulazione e non di consiglio di investimento) potrebbe essere la seguente:
SWDA (Mondo): 30%
VUAA (Vanguard S&P500): 10%
IUSE (S&P Hedged): 5%
MEUD (Stoxx 600): 20%
MSE (Stoxx 50): 15%
UST (Nasdaq 100): 12,50%
CSPXJ (AustralAsia): 2,50%
SJPA (Giappone): 2,50%
EIMI (Emergenti): 2,50%
Vista le partecipazioni degli ETF e la suddivisione appena elencata, avremmo un’esposizione come segue:
Stati Uniti: 47,63%
Europa (Euro area): 27,56%
Regno Unito: 6,19%
Giappone: 4,33%
Svizzera: 4,09%
Europa (non euro e non Svizzera): 2,84%
AustralAsia: 2,25%
Asia (sviluppati): 1,99%
Asia (Emergenti): 1,32%
Canada: 1,03%
America Latina e Centrale: 0,34%
Europa dell’est: 0,12%
Altri: 0,32%
Come possiamo vedere l’esposizione è veramente globale e ci mette al sicuro da crisi locali. Soppesiamo un po’ di più gli Stati Uniti perché storicamente sono quelli che rendono meglio, inseriamo l’Europa e nazioni “stabili” come Regno Unito, Canada, Giappone e Svizzera e, infine, scommettiamo su nazioni che dovrebbero in futuro crescere molto (India con AustralAsia, Emergenti, Est Europa, ecc).
Con questa suddivisione, avessimo investito 3 anni fa, avremmo avuto un rendimento annuo medio tra il 9 e il 10%. Non vi è certezza che questo continuerà in futuro, ma guardando la serie storica di indici come l’S&P500, notiamo che negli ultimi 20/30 anni il rendimento medio, considerando un periodo lungo, è costante e tendente al 10%.
Cosa devi fare in conclusione
Se sei quello che chiede in giro come iniziare a investire, dopo aver letto questo articolo, nel quale ho cercato di semplificare più possibile i concetti, devi fare quanto segue:
Verifica se la tua banca dà la possibilità di creare un PAC
Se così non fosse, valuta se aprire un secondo conto che serva da salvadanaio
Attiva il PAC e seleziona gli ETF (noi abbiamo fatto un gioco di simulazione, valuta quanto rischio vuoi correre e la tua età)
Decidi che cifra destinare a questi investimenti mensilmente
Le candele giapponesi, lo abbiamo imparato con vari articoli sul tema, sono uno strumento di analisi tecnica utilizzato in molti mercati finanziari, come il forex e il mercato azionario. Esse rappresentano i prezzi di apertura, di chiusura, il massimo e il minimo di un determinato periodo di tempo, in genere un giorno, in modo grafico. Una candela giapponese può assumere diverse forme a seconda delle variazioni dei prezzi e può essere utilizzata per identificare pattern di prezzo e trend.
Le candele giapponesi Engulfing
Le candele giapponesi Engulfing sono un tipo di pattern in cui una candela successiva “divora” completamente la candela precedente. Ciò significa che il corpo della candela successiva copre completamente il corpo della candela precedente, indicando un cambiamento di tendenza. Ci sono due tipi di candele giapponesi Engulfing:
Engulfing Bearish
Engulfing Bullish
Le quali sono contrapposte e rappresentano una la negazione dell’altra.
Le candele giapponesi Engulfing Bearish si verificano quando il corpo di una candela successiva è completamente al di sotto del corpo della candela precedente e indica una probabile inversione al ribasso. Ad esempio, se il prezzo di apertura di una candela è più alto del prezzo di chiusura della candela precedente e il prezzo di chiusura della candela successiva è più basso del prezzo di apertura della candela precedente, allora si ha una candela giapponese Engulfing Bearish.
Le candele giapponesi Engulfing Bullish, d’altra parte, si verificano quando il corpo di una candela successiva è completamente al di sopra del corpo della candela precedente e indica una probabile inversione al rialzo. Ad esempio, se il prezzo di apertura di una candela è più basso del prezzo di chiusura della candela precedente e il prezzo di chiusura della candela successiva è più alto del prezzo di apertura della candela precedente, allora si ha una candela giapponese Engulfing Bullish.
Le candele giapponesi Bearish Evening Star, conosciute anche come Bearish Evening Doji Star, sono un modello di candela che può essere utilizzato nell’analisi tecnica dei mercati finanziari per identificare segnali di inversione al ribasso. Si tratta di una figura di continuazione che indica che il sentiment di mercato è diventato negativo e che i prezzi potrebbero continuare a scendere nel breve termine.
Come è formata la Bearish Evening Star
La Bearish Evening Star si forma alla fine di un trend al rialzo e si compone di tre candele. La prima candela è una candela rialzista, che indica che il sentiment di mercato è positivo e che i prezzi stanno aumentando. La seconda candela è una candela Doji, che indica che il sentiment di mercato è incerto e che i prezzi sono in equilibrio. Infine, la terza candela è una candela ribassista, che indica che il sentiment di mercato è diventato negativo e che i prezzi stanno scendendo.
La figura di Bearish Evening Star è caratterizzata da una shadow superiore lunga della prima candela, che indica che ci sono stati tentativi di spingere i prezzi al massimo da parte degli acquirenti, ma che questi sono stati respinti dai venditori. La seconda candela Doji ha un corpo piccolo o assente e una shadow superiore e inferiore lunghe, che indicano che i prezzi sono rimasti in equilibrio durante la sessione. La terza candela ribassista ha un corpo lungo che copre completamente il corpo della prima candela, indicando che i venditori hanno preso il controllo del mercato.
Un Bearish Evening Star può essere utilizzato come segnale di inversione al ribasso in un trend al rialzo, ma è importante notare che questo modello di candela deve essere confermato da altri segnali di inversione o da una diminuzione della volatilità per essere considerato attendibile. Inoltre, è importante tenere presente che la figura di Bearish Evening Star può essere facilmente confusa con altre figure di continuazione, come la Morning Star o la Bullish Abandoned Baby, e che è quindi importante prestare attenzione ai dettagli del modello per interpretarlo correttamente.
Investire in fondi a gestione attiva o passiva può essere una scelta importante per costruire il proprio portafoglio di investimenti.
Ma quali sono le differenze tra i due tipi di fondi e quali possono essere le opzioni migliori per gli investitori?
Fondi a gestione attiva
I fondi a gestione attiva sono gestiti da un team di professionisti che cercano di ottenere rendimenti migliori rispetto al mercato.
Questi gestori utilizzano diversi metodi per selezionare i titoli in cui investire, come l’analisi fondamentale dei bilanci delle società o l’utilizzo di modelli di previsione del mercato.
La gestione attiva può comportare maggiori costi per gli investitori, in quanto i gestori devono essere pagati per il loro lavoro. Tuttavia, in alcuni casi, i fondi a gestione attiva possono generare rendimenti più elevati rispetto ai fondi a gestione passiva.
Fondi a gestione passiva
I fondi a gestione passiva, d’altra parte, mirano a replicare il rendimento di un indice di mercato, come il S&P 500 o il Nasdaq 100. Invece di selezionare singoli titoli, questi fondi acquistano tutti i titoli presenti in un indice specifico in proporzioni simili a quelle dell’indice stesso.
Poiché questi fondi non richiedono l’analisi individuale dei titoli, i costi di gestione sono solitamente più bassi rispetto ai fondi a gestione attiva.
Alcuni esempi di Fondi
Esempi di fondi a gestione attiva sull’S&P 500 includono:
Fidelity 500 Index Fund
T. Rowe Price Equity Index 500 Fund
Esempi di fondi a gestione passiva sull’S&P 500 includono:
Vanguard 500 Index Fund
SPDR S&P 500 ETF
Per quanto riguarda il Nasdaq 100, i fondi a gestione attiva includono
Fidelity NASDAQ Composite Index Fund
T. Rowe Price NASDAQ 100 Index Fund
I fondi a gestione passiva sull’indice Nasdaq 100 includono
Invesco QQQ Trust
Vanguard NASDAQ 100 Index Fund
Per quanto riguarda l’Euro 600, i fondi a gestione attiva includono
Amundi Index Euroland Equity
BlackRock Euroland Equity Tracker Fund
I fondi a gestione passiva sull’Euro 600 includono
iShares STOXX Europe 600 ETF
Vanguard FTSE Europe ETF
Quale scegliere?
Si tratta in tutti i casi di investimenti a lungo periodo, magari da fare attraverso l’uso di PAC, ma è celebre la scommessa (vinta) da Warren Buffett il quale volle sfidare un gruppo di investitori attivi, scommettendo su una soluzione passiva.
Ciò perché i pur buoni rendimenti della gestione attiva vengono spesso erosi dalle commissioni delle stesse. Inoltre è complesso battere il mercato nella sua completezza facendo stock picker, a meno che non abbiate lo stesso talento dello stesso Buffett.
Conclusione
Scegliere tra un fondo a gestione attiva o passiva dipenderà dalle proprie preferenze e obiettivi di investimento.
I fondi a gestione attiva possono offrire la possibilità di ottenere rendimenti più elevati, ma con costi di gestione più alti.
I fondi a gestione passiva, d’altra parte, sono solitamente più economici ma replicano il rendimento di un indice di mercato, il che significa che i rendimenti possono essere più bassi.
È importante considerare anche il rischio dell’investimento, poiché i fondi a gestione attiva possono avere un rischio più elevato a causa della selezione attiva dei titoli.
Le candele giapponesi Piercing Line Bullish sono un modello di candela che può essere utilizzato nell’analisi tecnica dei mercati finanziari per identificare segnali di inversione al rialzo. Si tratta di una figura di continuazione che indica che il sentiment di mercato è diventato positivo e che i prezzi potrebbero continuare a salire nel breve termine.
In sostanza è il contrario di quanto abbiamo già visto con le On Neck Bearish, le quali rappresentano la stessa cosa ma con prezzi al rialzo che improvvisamente segnalano un’inversione verso il basso.
La candela Piercing Line Bullish quindi si forma quando il prezzo di apertura di una sessione di trading è inferiore al prezzo di chiusura della sessione precedente, ma il prezzo sale durante la sessione e chiude al di sopra del livello di apertura. La parte superiore della candela rappresenta il massimo raggiunto durante la sessione, mentre la parte inferiore rappresenta il minimo.
La forma delle candele Piercing Line Bullish
La figura di Piercing Line Bullish è caratterizzata da una shadow inferiore lunga, che indica che ci sono stati tentativi di spingere i prezzi al ribasso da parte dei venditori, ma che questi sono stati respinti dai compratori. La shadow superiore, invece, indica che i prezzi sono stati spinti al rialzo dai compratori e che il sentiment di mercato è diventato fortemente positivo.
Un Piercing Line Bullish può essere utilizzato come segnale di inversione al rialzo in diverse situazioni, ad esempio in un trend al ribasso, in una fase di congestione o in una figura di continuazione come il minimo testa e spalle. Tuttavia, è importante notare che questo modello di candela deve essere confermato da altri segnali di inversione o da una diminuzione della volatilità per essere considerato attendibile.
Inoltre, è importante ricordare che le candele giapponesi sono solo uno degli strumenti di analisi tecnica disponibili e che devono essere utilizzate in combinazione con altre tecniche di analisi, come i livelli di supporto e resistenza, gli indicatori di momentum e le medie mobili, per avere una visione completa del mercato.
I fondi immobiliari di tipo REIT (Real Estate Investment Trust) sono società che investono in immobili commerciali, come uffici, negozi e appartamenti. Offrono agli investitori la possibilità di partecipare alla proprietà di questi immobili senza dover acquistarli direttamente.
Uno dei vantaggi principali dei REIT è che, a differenza di un investimento diretto in immobili, essi offrono una liquidità maggiore e sono facilmente trattabili sui mercati finanziari. Inoltre, i REIT sono obbligati a distribuire la maggior parte dei loro utili agli azionisti sotto forma di dividendi, rendendoli una scelta attraente per gli investitori che cercano un reddito regolare.
Ci sono diversi tipi di REIT, tra cui:
REIT industriali
REIT alberghieri
REIT di appartamenti
REIT di uffici
Gli investitori possono scegliere di specializzarsi in un tipo specifico di REIT o di diversificare il loro portafoglio attraverso l’acquisto di REIT di diverse categorie.
Come investire sui REIT
Per investire in REIT, gli investitori possono acquistare azioni di un REIT specifico o investire in un ETF (Exchange Traded Fund) che replica l’indice di un gruppo di REIT.
Ecco alcune azioni di REIT europee, americane e italiane:
Europa: Unibail-Rodamco-Westfield (Francia), British Land Company (Regno Unito), Vonovia SE (Germania), Aroundtown SA (Lussemburgo)
Stati Uniti: Simon Property Group, Prologis, Equity Residential
Italia: Beni Stabili (fusa con la francese Foncière des Régions, dando vita a Covivio), IGD SIIQ
Ecco alcuni ETF sui REIT:
Vanguard Real Estate ETF
iShares Global REIT ETF
Invesco KBW Property & Casualty Insurance ETF
Gli investitori dovrebbero fare ricerca accurata prima di investire in REIT e considerare fattori come la qualità degli immobili posseduti dal REIT, la posizione geografica, la qualità della gestione e il rendimento storico. Inoltre, gli investitori dovrebbero essere consapevoli del fatto che i REIT sono sensibili agli sviluppi del mercato immobiliare e possono essere soggetti a fluttuazioni del prezzo delle azioni.
Gli eurobond sono una forma di obbligazione emessa da un’entità sovranazionale, come l’Unione Europea o il Fondo Monetario Internazionale, o da un’entità che rappresenta un gruppo di Paesi (ovviamente facenti parte della Comunità Europea). In pratica, si tratta di un modo per raccogliere fondi a livello internazionale attraverso l’emissione di titoli di debito.
L’idea degli eurobond è stata promossa per la prima volta negli anni ’60 da economisti come Robert Mundell e Marcus Fleming, che sostenevano che questo strumento avrebbe potuto essere utilizzato per finanziare progetti di investimento a livello europeo e per stabilizzare i tassi di cambio tra le diverse monete dell’Unione Europea. Tuttavia, l’idea non è mai stata effettivamente implementata a causa delle resistenze politiche e delle difficoltà tecniche legate all’emissione di un’obbligazione sovranazionale.
Negli anni successivi, l’idea degli eurobond è stata riproposta in diverse occasioni, soprattutto durante le crisi finanziarie dell’eurozona. Nel 2011, ad esempio, alcuni economisti hanno suggerito l’emissione di eurobond come modo per affrontare la crisi dei debiti sovrani dell’eurozona. L’idea è stata nuovamente sollevata durante la pandemia di COVID-19 del 2020, quando alcuni paesi dell’Unione Europea hanno proposto l’emissione di eurobond come modo per finanziare gli sforzi di ripresa economica.
E finalmente un primo timido passo in tale direzione è stato fatto proprio per finanziare i progetti del PNRR, cioè il programma di ripartenza e resilienza, il quale in parte viene finanziato con l’emissione comune di titoli di debito. Non si tratta di veri e propri eurobond come sono stati più volte immaginati, ma piuttosto una prima bozza in tale direzione.
Se effettivamente emessi, gli eurobond potrebbero avere una serie di benefici. In primo luogo, potrebbero essere utilizzati come strumento di finanziamento per progetti di investimento a livello europeo, come ad esempio infrastrutture o ricerca. Inoltre, gli eurobond potrebbero aiutare a stabilizzare i tassi di cambio tra le diverse monete dell’Unione Europea (ricordiamo che nell’Europa a 27 non esiste solo l’euro) e a promuovere la coesione economica tra i diversi paesi dell’area. Infine, gli eurobond potrebbero rappresentare un modo per gestire le crisi finanziarie, fornendo una fonte di finanziamento alternativa ai prestiti bancari o ai prestiti del FMI.
Tuttavia, l’emissione di eurobond non è priva di sfide e controversie: l’emissione di eurobond potrebbe essere vista come un modo per “mutuare solidarietà” tra i diversi paesi dell’Unione Europea, il che potrebbe sollevare preoccupazioni politiche e sociali in alcuni paesi. Infine, c’è il rischio che l’emissione di eurobond possa aumentare il debito pubblico dei paesi che ne fanno uso, il che potrebbe a sua volta aumentare la pressione sui loro bilanci pubblici.
Nonostante queste sfide, l’idea degli eurobond rimane al centro del dibattito politico e economico in Europa. Sebbene non sia stata ancora effettivamente implementata, gli eurobond rappresentano un’opzione interessante per affrontare le sfide economiche e finanziarie dell’Unione Europea, sia a livello di investimenti che di gestione delle crisi. In futuro, potrebbero diventare un importante strumento di finanziamento per l’Unione Europea e per i suoi paesi membri.
Le candele giapponesi On Neck Bearish sono un modello di candela che può essere utilizzato nell’analisi tecnica dei mercati finanziari per identificare segnali di inversione al ribasso. Si tratta di una figura di continuazione che indica che il sentiment di mercato è diventato negativo e che i prezzi potrebbero continuare a scendere nel breve termine.
La candela On Neck Bearish si forma quando il prezzo di apertura di una sessione di trading è superiore al prezzo di chiusura della sessione precedente, ma il prezzo scende durante la sessione e chiude al di sotto del livello di apertura. La parte superiore della candela rappresenta il massimo raggiunto durante la sessione, mentre la parte inferiore rappresenta il minimo.
Come è formata una candela On Neck Bearish
La figura di On Neck Bearish è caratterizzata da una piccola shadow superiore, che indica che ci sono stati tentativi di riprendere il controllo del mercato da parte degli acquirenti, ma che questi sono stati respinti dai venditori. La shadow inferiore, invece, indica che i prezzi sono stati spinti al ribasso dai venditori e che il sentiment di mercato è diventato fortemente negativo.
Un On Neck Bearish può essere utilizzato come segnale di inversione al ribasso in diverse situazioni, ad esempio in un trend al rialzo, in una fase di congestione o in una figura di continuazione come il massimo testa e spalle. Tuttavia, è importante notare che questo modello di candela deve essere confermato da altri segnali di inversione o da una diminuzione della volatilità per essere considerato attendibile.
Inoltre, è importante ricordare che le candele giapponesi sono solo uno degli strumenti di analisi tecnica disponibili e che devono essere utilizzate in combinazione con altre tecniche di analisi, come i livelli di supporto e resistenza, gli indicatori di momentum e le medie mobili, per avere una visione completa del mercato.
In conclusione, le candele giapponesi On Neck Bearish sono un modello di candela che può essere utilizzato per identificare segnali di inversione al ribasso nel mercato finanziario. Tuttavia, è importante confermare questi segnali con altre tecniche di analisi e considerare anche altri fattori che possono influire sui prezzi, come le notizie economiche e le politiche monetarie.
I Collateralized Loan Obligations (CLO) sono strumenti finanziari derivati che consentono agli investitori di investire in un paniere di prestiti bancari. Sono stati creati per permettere alle banche di trasferire il rischio associato ai prestiti che hanno in portafoglio, in modo da liberare capitale e continuare a concedere prestiti.
I CLO sono strutturati come obbligazioni, ovvero come un prestito che gli investitori fanno alle banche, e sono classificati in tranche, ovvero in diverse fasce di rischio. Le tranche più sicure, chiamate “senior”, ricevono gli interessi e il rimborso del capitale prima delle tranche più rischiose, chiamate “junior”. Gli investitori che acquistano le tranche junior assumono un maggiore rischio, ma hanno la possibilità di ottenere rendimenti più elevati.
Vi ricordano per caso qualcosa? Beh, probabilmente se pensate alla crisi dei subprime qualcosa vi verrà in mente.
I Collateralised Loan Obligations sono stati ampiamente utilizzati già prima della crisi dei subprime del 2007-2008, quando le banche hanno cominciato a concedere prestiti a persone con scarsa storia creditizia, spesso senza richiedere garanzie sufficienti. Molti di questi prestiti sono stati poi venduti ai CLO, che li hanno raggruppati insieme con altri prestiti e li hanno venduti agli investitori come strumenti finanziari sicuri. Tuttavia, quando la crisi dei subprime è esplosa e molti di questi prestiti hanno iniziato a non essere rimborsati, i CLO hanno cominciato a perdere valore, causando perdite significative per gli investitori.
In seguito alla crisi dei subprime, i Collateralized Loan Obligations sono stati rivisti e regolamentati in modo più stretto, al fine di evitare che si ripetessero situazioni simili. Oggi, i CLO sono ancora ampiamente utilizzati, ma sono soggetti a regolamentazioni più stringenti per garantire che siano strumenti finanziari più sicuri.
I CLO possono essere considerati strumenti finanziari rischiosi se non sono adeguatamente regolamentati e se gli investitori non sono a conoscenza del reale rischio associato a questi prodotti. Tuttavia, se utilizzati in modo appropriato e con la giusta conoscenza dei rischi, i Collateralized Loan Obligations possono essere un modo per gli investitori di diversificare il proprio portafoglio e ottenere rendimenti più elevati.
L’inflazione importata è un tipo di inflazione che deriva dall’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi importati in un paese. Ciò può accadere a causa di diversi fattori, come ad esempio l’aumento del costo delle materie prime o dei trasporti, o il deprezzamento della valuta del paese importatore rispetto alla valuta del paese esportatore.
Ne stiamo avendo un assaggio proprio in questo momento storico, laddove l’aumento del costo dell’energia, dovuto prima alla Pandemia e poi alla guerra in Ucraina, sta facendo aumentare i prezzi di qualsiasi bene di consumo.
D’altro canto, l’inflazione dovuta all’aumento dei salari, invece, è un tipo di inflazione che deriva dall’aumento dei salari dei lavoratori. Se i salari aumentano, le aziende potrebbero decidere di aumentare i prezzi dei loro prodotti per coprire i costi extra. Questo può causare un aumento dei prezzi in generale, ovvero l’inflazione.
Potenzialmente questo secondo di inflazione potrebbe anche essere conseguenza del primo. Immaginiamo per esempio un aumento dei prezzi dovuti al maggior costo delle materie importate, ovviamente a un certo punto un sempre maggior numero di persone avranno l’esigenza di aumentare il salario per riuscire a mantenere il tenore di vita, quindi spingerà per avere maggior stipendi/introiti, con conseguenza aumento dei costi per le aziende, che a loro volta andranno a scaricare sui consumatori finali il tutto.
L’effetto dell’inflazione sull’economia
È importante notare che entrambi i tipi di inflazione possono avere effetti sull’economia di un paese. L’inflazione importata può aumentare i costi delle aziende che dipendono dalle importazioni, mentre l’inflazione dovuta all’aumento dei salari può aumentare i costi delle aziende che hanno dipendenti con salari più alti. Entrambe le situazioni possono portare a un aumento dei prezzi al consumo, che può a sua volta influire sulla capacità dei consumatori di acquistare beni e servizi.
In generale, è importante che le autorità monetarie di un paese tengano sotto controllo entrambe le tipologie di inflazione per garantire una stabilità dei prezzi e un’economia sana. Ciò può includere la politica monetaria, ovvero il modo in cui le autorità monetarie gestiscono la quantità di denaro in circolazione e i tassi di interesse (stiamo notando infatti la variazione dei tassi di interesse), oltre a misure fiscali come le tasse o gli sgravi fiscali.
Le candele giapponesi Morning Star Bullish (nota anche come Morning Doji Star Bullish) sono una formazione di tre candele utilizzata nel chartismo tecnico per individuare segnali di inversione di tendenza al rialzo. Si tratta di una configurazione rialzista, che indica che il trend ribassista è debole e potrebbe essere vicino alla fine.
Come è formata la Morning Star Bullish
La formazione Morning Star Bullish è composta da tre candele:
Una candela ribassista di medie o grandi dimensioni, che rappresenta il trend ribassista in corso.
Una candela di indecisione, come ad esempio un Doji, che indica che gli acquirenti e i venditori sono in equilibrio e che il trend ribassista potrebbe essere in difficoltà.
Una candela rialzista di medie o grandi dimensioni, che rappresenta il ritorno degli acquirenti e la fine del trend ribassista.
La formazione Morning Star Bullish è considerata più affidabile se la candela di indecisione è di dimensioni relativamente piccole e se il corpo della candela rialzista è lungo e largo. Inoltre, è importante che la candela rialzista chiuda al di sopra della metà del corpo della prima candela ribassista.
È importante notare che la formazione Morning Star Bullish è solo un segnale di inversione di tendenza e non garantisce che il trend al rialzo si manifesterà effettivamente. Pertanto, è consigliabile utilizzare altri indicatori tecnici e fondamentali per confermare il segnale e prendere decisioni di investimento informate.
I PAC (Piani di accumulo di capitali) e gli ETF (Exchange-traded funds) sono due tipi di prodotti finanziari che consentono agli investitori di diversificare il proprio portafoglio di investimenti in modo semplice ed efficiente.
I PAC sono dei piani di investimento che permettono di accumulare una somma di denaro gradualmente, mediante l’acquisto di quote di fondi comuni di investimento a intervalli regolari (ad esempio, mensilmente). I PAC sono spesso proposti da banche e compagnie di assicurazione, e possono essere personalizzati in base alle esigenze e alle preferenze dell’investitore, come ad esempio la durata del piano, il budget mensile e il profilo di rischio.
Gli ETF, d’altra parte, sono dei fondi di investimento quotati in borsa, che replicano l’andamento di un indice o di un paniere di titoli (ad esempio, l’indice S&P 500 o il paniere dei titoli del settore tecnologico). Gli ETF possono essere acquistati e venduti come qualsiasi altra azione, e consentono di diversificare il proprio portafoglio di investimenti in modo facile e conveniente. Inoltre, gli ETF hanno solitamente commissioni di gestione più basse rispetto ai fondi comuni di investimento tradizionali.
Come iniziare a investire con PAC ed ETF
Se desideri iniziare a investire con PAC o ETF, ecco alcuni passi da seguire:
Definisci i tuoi obiettivi di investimento
Prima di tutto, è importante comprendere quali sono le tue aspettative di rendimento e il tuo profilo di rischio. Ad esempio, se stai cercando di accumulare una somma di denaro per la pensione, potresti scegliere un PAC a lungo termine con un profilo di rischio moderato. Se invece stai cercando di ottenere un rendimento a breve termine, potresti scegliere un ETF con un profilo di rischio più elevato.
Scegli il prodotto finanziario più adatto alle tue esigenze
Una volta che hai definito i tuoi obiettivi di investimento, dovrai scegliere il prodotto finanziario più adatto alle tue esigenze. Se preferisci un investimento graduale e programmato, potresti optare per un PAC. Se invece sei interessato a una maggiore flessibilità e a una più ampia scelta di sottostanti, potresti optare per un ETF.
Scegli un intermediario finanziario
Per investire in PAC o ETF, dovrai scegliere un intermediario finanziario, come ad esempio una banca o una società di gestione patrimoniale, che ti fornirà l’accesso ai prodotti finanziari desiderati. È importante scegliere un intermediario affidabile e regolamentato, che offra una buona scelta di prodotti e commissioni competitive. Inoltre, assicurati di verificare le condizioni contrattuali e i costi associati al tuo investimento, come ad esempio le commissioni di acquisto, di vendita e di gestione.
Apri un conto di investimento
Per iniziare a investire, dovrai aprire un conto di investimento presso l’intermediario finanziario scelto. In genere, sarà necessario compilare un modulo di richiesta e fornire alcuni documenti, come ad esempio una copia del documento di identità e del codice fiscale. Inoltre, dovrai versare una somma di denaro come primo investimento.
Scegli il tuo portafoglio di investimenti
Una volta che hai aperto il tuo account di investimento, dovrai scegliere i prodotti finanziari in cui desideri investire. Se hai scelto un PAC, dovrai scegliere il fondo (o i fondi) comune di investimento e il budget mensile da destinare al piano. Se invece hai scelto un ETF, dovrai scegliere gli ETF in cui desideri investire e il numero di quote da acquistare.
Da ricordare sempre
In entrambi i casi, è importante ricordare che il mercato finanziario è caratterizzato da un alto grado di volatilità e che gli investimenti comportano sempre un certo grado di rischio. È quindi consigliabile diversificare il proprio portafoglio di investimenti e adottare un approccio prudente e disciplinato. Inoltre, è sempre consigliabile consultare un consulente finanziario prima di prendere qualsiasi decisione di investimento.
Plenitude è nata da una costola di ENI, si tratta dell’azienda che dovrebbe traghettare la capogruppo verso un futuro più green, attraverso la rivendita di prodotti verso i clienti finali.
Tutti i clienti ENI, con le forniture gas e luce, già da vari mesi ricevono le fatture con l’intestazione di Plenitude, che nella visione dell’azienda fondata da Enrico Mattei sarebbe dovuta essere quotata.
Già in fase di creazione dell’azienda si parlava di IPO e il primo annuncio arriva il 9 giugno, con un comunicato stampa attraverso cui l’azienda sottolinea che, come già comunicato al mercato il 7 ottobre 2021, si procederà all’IPO della nuova società.
In quella data non si comunicava un tempo massimo per l’IPO ma si sottolineava come:
In relazione all’Operazione, la Società ha predisposto un Documento di Registrazione, una Nota Informativa e una Nota di Sintesi, che, collettivamente, costituiscono il Prospetto relativo all’offerta pubblica e all’ammissione a quotazione delle Azioni in Italia, che è stato depositato presso la Consob per l’approvazione
Dal comunicato stampa Plenitude del 9 giugno 2022
Insomma, la quotazione pareva a un passo…
Nei giorni successivi, però, le borse mondiali hanno vissuto una brusca frenata, costringendo ENI a rivedere i piani e comunicare, con nota stampa del 23 giugno, che riporta il titolo eloquente “L’offerta pubblica iniziale delle azioni Plenitude è stata posticipata in ragione delle attuali condizioni di mercato”, come l’IPO sarebbe slittata a data da destinarsi.
Il succo del nuovo comunicato era:
Dall’annuncio da parte di Plenitude ed Eni dell’Intention to Float, lo scorso 9 giugno, le condizioni di mercato si sono deteriorate. Malgrado Plenitude abbia riscontrato da parte degli investitori un forte e diffuso interesse, nonché un significativo consenso sulla sua strategia, è stato valutato che la volatilità e l’incertezza che attualmente coinvolgono i mercati richiedano un’ulteriore fase di monitoraggio.
Dal comunicato stampa Plenitude del 23 giugno 2022
Insomma, senza tanti giri di parole, IPO rimandata. Il mercato scommetteva in una quotazione in autunno, ma siamo oramai quasi al termine di questa stagione e dell’IPO nemmeno l’ombra.
Quando sarà l’IPO di Plenitude
Ora gli azionisti di ENI (e non solo) si chiedono: quando ci sarà l’IPO di Plenitude? La risposta non è semplice e molto probabilmente dipenderà dalle condizioni del mercato.
Ovvio che ENI ha bisogno di far cassa attraverso questa IPO e pensare di quotarla in un momento di crollo del mercato non è una buona idea.
Quello che possiamo dire è che, visti i tempi, sicuramente non sarà quotata insieme alle aziende del 2022, ma oramai si andrà all’anno nuovo.
Il mercato, soprattutto il FTSE MIB ha recuperato del terreno, ma certamente il momento ancora potrebbe non essere ottimale. A ciò si unisce la tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche, per cui c’è prima bisogno di far chiarezza.
Per tale motivo, secondo noi, ENI guarderà attentamente al mercato e in contemporanea aspetterà che la legge di bilancio del 2023 venga approvata, infatti in questa dovrebbe essere contenuta la tagliola sugli extra profitti.
Solo a inizio 2023 quindi verranno fatte nuove valutazioni, procedendo eventualmente con l’IPO non prima della primavera 2023.
Il 2022 sta volgendo al termine e per le borse sicuramente non è stato un anno da incorniciare, infatti si apprestano praticamente tutte a chiudere in negativo, con particolare attenzione sul Nasdaq e sulla borsa di Mosca, quest’ultima per evidenti motivi.
La guerra in Ucraina ha infatti esacerbato l’andamento delle azioni in tutto il mondo e aggravato l’inflazione che, per dire il vero, già prima dello scoppio della guerra era in peggioramento.
Le IPO più importanti del 2022
Nonostante tutto, comunque, le IPO non si sono bloccate in questo anno, ma rispetto al 2021 e al 2020 di grandi nomi se ne sono viste poche, anzi, se andiamo a guardare attentamente la lista notiamo solo quella di Porsche.
Eccole quindi le liste delle IPO, suddivise per area geografica.
IPO in Italia nel 2022
Partiamo dal nostro Paese, dove i nomi e i valori sono veramente piccoli.
Azienda (ticker)
Data IPO
Valore IPO
Prezzo IPO
Technoprobe Spa (BIT:TPRO)
15.02.2022
644,0M
5,70
Industrie de Nora Spa (BIT:DNR)
30.06.2022
473,5M
13,50
Civitanavi Systems Ltd (BIT:CNS)
17.02.2022
31,0M
4,00
Farmacosmo Spa (BIT:COSMO)
30.03.2022
23,0M
2,25
Imprendiroma Spa (BIT:IMP)
21.07.2022
12,5M
5,00
Altea Green Power Spa (BIT:AGP)
01.02.2022
5,0M
1,20
Rocket Sharing Co (BIT:RCKT)
28.02.2022
3,6M
0,80
Bellini Nautica Spa (BIT:BELL)
15.06.2022
3,5M
2,60
Redelfi Spa (BIT:RDF)
08.06.2022
3,0M
1,25
Pozzi Milano Spa (BIT:POZ)
19.07.2022
2,0M
0,50
Iveco Group Nv (BIT:IVG)
03.01.2022
–
11,26
Bifire Spa (BIT:FIRE)
31.05.2022
–
3,67
Yolo Group Spa (BIT:YOLO)
05.08.2022
–
3,77
Saipem Spa (BIT:SPM)
23.05.2022
–
–
High Quality Food Spa (BIT:HQF)
09.06.2022
–
–
Laboratorio Farmaceutico Erfo Spa (BIT:ERFO)
29.06.2022
–
–
General Finance Spa (BIT:GF)
29.06.2022
–
–
Solid World Spa (BIT:S3D)
06.07.2022
–
–
Gm Spa (BIT:GML)
06.07.2022
–
–
Energy Spa (BIT:ENY)
01.08.2022
–
–
Siav Spa (BIT:SIAV)
04.08.2022
–
–
Franchetti Spa (BIT:FCH)
29.09.2022
–
–
Fae Tech Spa (BIT:FAE)
11.11.2022
–
–
IPO in Italia nel 2022
Come si nota dalla lista, si tratta di IPO modeste, inoltre nella lista sono anche presenti aziende che in realtà non stanno facendo un IPO ma che per qualche motivo hanno aumentato il capitale, o trasferimenti, e si presentano rinnovate al pubblico, come per esempio Saipem.
IPO in Europa nel 2022
Allarghiamo un po’ l’orizzonte e andiamo a guardare le principali IPO in Europa, dove è evidente come svetti Porsche, realizzata da Volkswagen, la più grande IPO del 2022.
Azienda (Ticker)
Borsa
Data IPO
Valore IPO
Prezzo IPO
Porsche AG (ETR:P911)
Francoforte
29.09.2022
9,4B
82,50
Tatatu Spa (EPA:ALTTU)
Parigi
19.10.2022
1,6B
2,00
Haffner Energy Sa (EPA:ALHAF)
Parigi
15.02.2022
290,8M
8,00
Opdenergy Holding Sa (BME:OPDE)
Madrid
22.07.2022
180,0M
4,75
Lhyfe Sa (EPA:LHYFE)
Parigi
23.05.2022
169,2M
8,75
Eniblock Sa (EPA:ALENI)
Parigi
20.09.2022
105,2M
4,99
Broadpeak Sa (EPA:ALBPK)
Parigi
13.06.2022
60,1M
6,41
Vaziva Sa (EPA:MLVAZ)
Parigi
09.08.2022
47,2M
19,00
Bebo Health Sa (EPA:MLBBO)
Parigi
12.01.2022
26,8M
18,50
Aelis Farma Sa (EPA:AELIS)
Parigi
18.02.2022
25,6M
14,02
Groupe Okwind Sas (EPA:ALOKW)
Parigi
08.07.2022
20,2M
10,81
Fill Up Media Sa (EPA:ALFUM)
Parigi
29.06.2022
20,0M
10,00
Hunyvers Sa (EPA:ALHUN)
Parigi
01.03.2022
13,8M
12,00
Bonyf Nv (EPA:MLBON)
Parigi
17.03.2022
7,1M
12,00
Le principali IPO in Europa nel 2022
La Germania, tra le grandi IPO, è presente solo con un nome, così come la Spagna. Molto più attiva invece la Francia, che monopolizza la lista.
IPO negli Stati Uniti nel 2022
Azienda (Ticker)
Data IPO
Valore IPO
Prezzo IPO
Tpg Inc (NASDAQ:TPG)
12.01.2022
1,0B
29,50
Screaming Eagle Acquisition Corp (NASDAQ:SCRMU)
06.01.2022
750,0M
10,00
Gores Holding IX Inc (NASDAQ:GHIXU)
12.01.2022
525,0M
10,00
Post Holdings Partnering Corp (NYSE:PSPC)
01.01.2022
400,0M
10,00
Excelerate Energy Inc (NYSE:EE)
14.04.2022
384,0M
24,00
Bausch Lomb Corp (NYSE:BLCO)
06.05.2022
630,0M
18,00
Profrac Holding Corp (NASDAQ:ACDC)
13.05.2022
288,0M
18,00
Mobileye Global Inc (NASDAQ:MBLY)
27.10.2022
861,0M
21,00
Principali IPO negli Stati Uniti nel 2022
Come si può vedere dagli Stati Uniti arriva la seconda IPO più grande del 2022, si tratta di TPG Inc, società che si occupa di acquisizioni di aziende.
Anche per il mercato americano, comunque, il 2022 è stato un anno tutto sommato povero, in attesa di un 2023 che si prospetta molto più ricco.
In questo articolo continuiamo con la serie di interventi sulle candele giapponesi, andando ad analizzare la formazione e il significato delle candele Breakaway.
Abbiamo ovviamente due differenti formazioni, in base al trend in cui si formano e alla forma che presentano, le due sono lo specchio una dell’altra.
Breakaway Bearish
Partiamo dalla candela negativa, cioè la Breakaway Bearish che in realtà si forma in presenza di una serie di candele disposte nei vari periodi.
La forma che presenta è pressapoco la seguente:
Breakaway Bearish
Si parte con una lunga candela rialzista. Il secondo giorno abbiamo una candela bianca con gap sopra il primo giorno. Il terzo giorno e il quarto continuano nella direzione precedente con chiusure consecutivamente superiori. Il quinto giorno si presenta una lunga candela ribassista che chiude nel gap tra il primo e il secondo giorno.
La formazione di queste candele significano che in un trend rialzista si vede finalmente affievolirsi l’impulso dei “tori“. Il risultato e’ una lunga candela nera che non chiude completamente il gap dei primi due giorni. Questo suggerisce un’inversione di breve termine.
Breakaway Bullish
Lo specchio della Breakaway Bearish è la Breakaway Bullish, stesso identico significato e forma ma è capovolta rispetto alla sorella.
Si presenta così:
Breakaway Bullish
Una lunga candela nera seguita, nel periodo successivo, da una candela negativa con gap ribassista, sotto il primo periodo. Il terzo e quarto periodo continuano nella direzione del secondo, con chiusure consecutive ribassiste. Il quinto è una lunga candela bianca che chiude il gap tra la prima e seconda candela.
Una tendenza al ribasso vede i prezzi trovare un supporto e stabilizzarsi su di esso. Il risultato è una lunga candela positiva che non elimina il gap nel corpo del primo giorno. Ciò suggerisce un’inversione di breve termine.
Con il nome Marubozu si considerano una serie di candele giapponesi, che hanno vari significati in base al trend e alla formazione degli stessi.
In questo articolo andiamo ad analizzare tutte le varianti, spiegando come sono formate e come significano.
Black Marubozu
Partiamo dalla figura più classica, cioè la semplice Black Marubozu. Si tratta di una figura che si forma quando il massimo del giorno coincide con l’apertura e il minimo con la chiusura. Questa candela non ha né ombre superiori né inferiori (o sono talmente piccole che quasi non si vedono nella figura stessa).
Si presenta così:
Black Marubozu
Non è chiaro come andrà la giornata (o la candela) successiva, infatti può rappresentare una continuazione del trend o un’imminente inversione.
Comunque i ribassisti hanno il sopravvento sui rialzisti. Questa candela dà buoni segnali soprattutto se nella sessione i volumi sono alti. Per quanto ovvio, la lunghezza della candela deve essere superiore di almeno un terzo del range medio fatto registrare negli ultimi 10 giorni, altrimenti si corre il rischio di falsi segnali, infatti una candela con il solo real body ma con un range minore della media degli ultimi x giorni non è riconducibile ad una marubozu.
Viste tutte queste necessità, è complesso trovarsi davanti una black Marubozu classica.
White Marubozu
Esiste evidentemente anche l’altro lato della medaglia, cioè la White Marubozu che può essere vista in tale forma:
White Marubozu
Il significato è il medesimo della black, ma ovviamente capovolto, quindi implica la continuazione di un trend rialzista o un’inversione rialzista imminente. I rialzisti hanno il sopravvento sui ribassisti.
Anche questa candela dà buoni segnali soprattutto se in nella sessione i volumi sono alti. La lunghezza della candela deve essere superiore di almeno un terzo del range medio fatto registrare negli ultimi 10 giorni, altrimenti si corre il rischio di falsi segnali.
Con il solo real body ma con un range minore della media degli ultimi x giorni non è riconducibile ad una marubozu.
Anche in questo caso, vedere White Marubozu è una rarità.
Black Closing Marubozu
Un po’ più comune è invece la Black Closing Marubozu, che rispetto alla classica presenta delle ombre visibili.
La si può trovare in un grafico così formata:
Black Closing Marubozu
Così come la classica, implica la continuazione di un trend ribassista o un’inversione ribassista imminente. Comunque i ribassisti hanno il sopravvento sui rialzisti. Ha una valenza meno significativa rispetto al “Black Marubozu”.
White Closing Marubozu
Dopo aver visto la Black Closing Marubozu andiamo ad analizzare la White Closing Marubozu, che altro non è che la medesima forma capovolta.
La si può trovare in questa forma:
White Closing Marubozu
Come la black ha una valenza minore rispetto alla classica, anche la White segue le stesse regole e ha una valenza minore rispetto alla White Marubozu.
Black Opening Marubozu o Belt Hold Bearish
Finiamo la serie con le Opening Marubozu, che si chiamano anche Belt Hold Bearish, nel caso della Black Opening Marubozu.
In un trend rialzista si assiste a una candela ribassista, senza ombre superiori. Si tratta di una candela così formata:
Black Opening Marubozu
In un trend rialzista si verifica un corpo ribassista con un’apertura che è contemporaneamente anche il massimo del giorno. Molte posizioni potrebbero essere cambiate, confermando un’inversione ribassista.
White Opening Marubozu o Belt Hold Bullish
Chiudiamo quindi l’articolo con la White Opening Marubozu, chiamata anche Belt Hold Bullish, la quale rappresenta l’esatto opposto della Black Opening Marubozu.
La forma è la seguente:
White Opening Marubozu
Cioè un trend ribassista nel quale si assiste a una candela rialzista, senza ombre inferiori, quindi con l’apertura che coincide al minimo del periodo.
Questo potrebbe significare l’inizio di un rally, sostenuto dai rialzisti, confermato finché una nuova candela non rompe il punto minimo (cioè quello di apertura).
Non si tratta necessariamente di azioni da acquistare, ma di indicazioni hold e buy per 7 utility.
Eccole quindi, elencate una per una.
Snam
Rating hold (mantenere) per l’utility italiana Snam, responsabile della distribuzione del gas nel Bel Paese. Target price a 5,3 euro, sotto l’attuale prezzo (circa 5,47 €). Particolarmente interessante la cedola, con un rendimento, sul 2022 di circa il 5%.
Terna
Il secondo titolo è ancora italiano, si tratta di Terna, e anche in questo caso l’indicazione è Hold. Il target price è di 8,1 €, questa volta in linea con il prezzo a cui scambia attualmente. Il rendimento per la cedola, sulla previsione degli utili 2022 è del 3,9%.
Italgas
Prima di andare all’estero guardiamo l’ultima italiana tra le 7 società segnalate, cioè ItalGas. Primo Buy (comprare) di questo articolo, con target price di 7 euro, contro un prezzo attuale di 6,06 €. Il ritorno è quindi del 15,51%, a cui va sommato il rendimento della cedola che è previsto con un dividend yield del 4,8%.
Pennon
Andiamo quindi all’estero, precisamente in Gran Bretagna con Pennon. Il Rating è hold, il target price è di 1.180 pence, contro il prezzo attuale di 1.085. Il ritorno è quindi dell’8,76% a cui va aggiunto uno yield del 3,4%
Severn Trent
Rimaniamo in Gran Bretagna con un altro titolo hold. Severn Trend, secondo gli analisti di Société Générale, ha un target price di 3.113 pence, contro un prezzo attuale di 3.114. Target price quindi in linea con il prezzo e occhio sullo yield, che è del 3,3%.
United Utilities
Ultima utility britannica è United Utilities, sulla quale, però, gli analisti assegnano un giudizio Buy. Il target price è di 1.350 pence, contro il prezzo attuale di 1.119 pence, cioè con un potenziale up del 20,64%, il più alto registrato in questa lista di 7 azioni.
Particolarmente interessante anche il rendimento della cedola 2022, che è del 3,8%.
Red Electrica
Chiudiamo la lista con un’azienda spagnola, Red Electrica, la quale prende rating hold e target price a 16,6 euro, contro il prezzo attuale di 19,44. Visti i prezzi in campo più che un hold sarebbe un sell, ma ci fidiamo degli analisti di Société Générale e osserviamo come il rendimento della cedola è del 5,1%, la più alta in questa breve lista.
Continuiamo con la serie sulle candele giapponesi, andando ad analizzare una figura che è molto presente nei grafici dell’analisi tecnica.
Oggi analizziamo la Black Spinning Top, cioè un pattern che presenta un piccolo corpo e ombre più estese.
Potreste trovarla così formata in un grafico:
Black Spinning Top
Nella fattispecie, in questo caso, la chiusura è più basso rispetto all’apertura.
In presenza di questa figura bisogna andare a guardare in che fase del mercato siamo. Infatti, quando appare in un mercato “laterale” assume il significato di sostanziale equilibrio tra la domanda e l’offerta.
Se ci troviamo invece in una fase di uptrend, l’apparizione di una spinning top segnala che il mercato ha difficoltà a continuare la fase in atto. Per avere una conferma della validità della figura bisogna utilizzare l’analisi dei volumi. Se ci troviamo in presenza di volumi superiori alla media possiamo ben dire che siamo in presenza di una fase di distribuzione.
Al contrario, la presenza di questa figura in una fase di ribasso, accompagnata da volumi alti, conferma una fase di accumulazione.
La cifra monstre con cui il magnate russo Roman Abramovič ha ceduto il suo Chelsea ha fatto saltare sulla sedia più di un analista. Non tanto per il fatto in sé, visto che a causa della guerra in Ucraina lo stesso Abramovič era praticamente impossibilitato a gestire la società, quanto per la cifra dell’accordo.
Un’operazione da circa 5 miliardi di euro, ma eliminati gli impegni per gli investimenti futuri, la transazione è stata portata a termine per circa 2,5 miliardi di sterline (2,9 miliardi di euro). Un’ipervalutazione per una squadra che, benché vincente negli ultimi anni, ha i bilanci molto in rosso.
Partendo quindi dalle valutazioni delle ultime operazioni del genere, quindi la cessione dell’Atalanta, la cessione del Chelsea e la possibile cessione del Milan, proviamo a tracciare dei multipli così da comprendere se la Juventus è correttamente valutata in borsa o se la capitalizzazione al momento è bassa.
Cessione del Chelsea
Partiamo proprio dalla squadra londinese, di cui abbiamo già un po’ parlato. Lasciando da parte gli impegni futuri, quello che sappiamo è che la società è stata ceduta per 2,9 miliardi di euro circa.
Andando un po’ a ritroso, sappiamo che il Chelsea ha chiuso l’ultimo bilancio intero (20/21) con ricavi per 493,1 milioni di euro, ma con perdite per 172 milioni di euro rispetto all’anno precedente che aveva un utile per 47 milioni.
Prendendo quindi l’ultimo bilancio, abbiamo ricavi per 493,1 milioni e perdite per 172 milioni. Ci rimane da controllare il debito, che secondo le ultime notizie è di 1,77 miliardi di euro (mica poco), però verso una società controllata dallo stesso Abramovič.
Cessione dell’Atalanta
Sulla trattativa per la cessione dell’Atalanta c’è un NDA firmato da tutte le parti, quindi le indiscrezioni dei giornali sono, appunto, indiscrezioni. Più complesso quindi comprendere le cifre in gioco e, per evitare di sbagliare, laddove sia presente un range prenderemo la parte bassa della forchetta.
La famiglia Percassi ha ceduto il 55% della società Dea Srl, la quale a sua volta controlla l’86% della squadra bergamasca, per una cifra che si ipotizza valorizzare il 100% della società in una forchetta tra i 450 e i 500 milioni di euro.
L’ultimo bilancio utile (20/21) è stato chiuso con un fatturato per 242,6 milioni di euro e un utile di 35,1 milioni di euro.
I debiti, al 31 dicembre 2021, erano di 149,5 milioni di euro.
Possibile cessione del Milan
Il Milan al momento è nelle mani del fondo Elliot che l’ha rilevato dal cinese Li e rilanciato, fino al punto che si sta giocando il campionato attuale (impensabile fino a qualche anno fa).
Sul tavolo di Elliot al momento paiono esserci due offerte, da parte di InvestCorp e da RedBird. Inizialmente InvestCorp sembrava in vantaggio, con un’offerta da 1,2 miliardi, mentre RedBird pareva intenzionata a offrire oltre 1 miliardo. Le cifre reali ancora sono sconosciute ma parrebbe che sul piatto per la semplice società ci sarebbero circa 800 milioni.
Come al solito, per una valutazione più corretta possibile, andiamo quindi a prendere la parte bassa della forchetta, considerando l’offerta da 800 milioni per la cessione della società come veritiera.
Stando all’ultimo report di Deloitte, che abbiamo linkato nella sezione del Chelsea, i ricavi dell’ultimo bilancio del Milan sarebbero di 216,3 milioni di euro. La società aveva una perdita di 96,4 milioni e un debito di 101 milioni.
Bilancio della Juventus
Infine chiudiamo con la Juventus, che non è ufficialmente in vendita, avendo come socio forte Exor, ma essendo quotata in borsa può essere acquistata da chiunque, almeno sulla parte legata al flottante.
Essendo quotata conosciamo perfettamente i bilanci della società e dando un occhio scopriamo che il bilancio per il 20/21 si è chiuso con ricavi per 437,5 milioni, utili in rosso per 209,9 milioni e debito netto che, grazie all’aumento di capitale, si limita a 67,3 milioni di euro.
Ricavi altre società quotate in borsa
Tralasciando le società italiane che sono (almeno in borsa) troppo piccole per essere equiparate, andiamo a prendere altre 3 compagnie quotate e di cui conosciamo i dettagli.
Il Manchester United pubblica i propri conti in dollari, quindi convertiamo con il valore attuale di EUR/USD di 1,05 e possiamo dire che ha chiuso l’ultimo anno con ricavi per 470,6 milioni di euro, utile in rosso per 87,8 milioni di euro e debito netto per 584 milioni.
Altra squadra quotata è il Borussia Dortmund che ha chiuso l’ultimo bilancio con ricavi per 334,2 milioni di euro, utile in rosso per 72,8 milioni e debito netto in positivo per 5 milioni.
Infine guardiamo all’Ajax, che gioca nella modesta Olanda e che ha chiuso il bilancio con ricavi per 125,2 milioni, utile in rosso per 8,1 milioni e debiti per 62,4 milioni.
I bilanci e il valore delle società di calcio
In base a tutti i dati che abbiamo in possesso, quindi possiamo stilare questa tabella riassuntiva:
Squadra
Valore società
Ricavi
Utile
Debito
Juventus
751,2
437,5
-209,9
67,3
Chelsea
2.900
493,1
-172
1.770
Atalanta
450
242,6
35,1
149,5
Milan
800
216,3
-96,4
101
Manchester United
2.077
470,6
-87,8
584
Borussia Dortmund
413,3
334,2
-72,8
-5
Ajax
226,4
125,2
-8,1
62,4
Bilanci e valore delle società di calcio
Da questa tabella appare già evidente come le società inglesi abbiano un valore molto più alto rispetto ai bilanci che presentano, probabilmente perché hanno un premio giocando in quello che può considerarsi il campionato più bello.
Allo stesso modo si nota come le società italiane, rispetto al resto d’Europa, siano un po’ più svantaggiate.
Per omogeneizzare i valori delle società, andiamo quindi a calcolare il valore al netto del debito della società stessa. Questo passaggio ci serve per comprendere, qualora dovesse essere pagato il debito, quale è il vero valore della società sul mercato, così come il mercato la sta esprimendo. Solo così abbiamo un valore della società senza il peso dei debiti.
Società
Valore espresso dal mercato
Debito
Valore al netto del debito
Juventus
751,2
67,3
818,5
Chelsea
2.900
1.770
4.670
Atalanta
450
149,5
599,5
Milan
800
101
901
Manchester United
2.077
584
2.661
Borussia Dortmund
413,3
-5
408,3
Ajax
226,4
62,4
288,8
Valore società al netto del debito
In pratica se i nuovi proprietari del Chelsea volessero una società libera da debiti, oltre ai 2,9 miliardi per l’acquisto dovrebbero mettere sul piatto altri 1,7 miliardi per ripianare i debiti, con un totale di 4,67 miliardi di spesa (non a caso si parla di 5 miliardi per l’acquisto).
Ora però facciamo un passo in più e calcoliamo il valore delle società implicito delle società. Avendo praticamente tutte l’utile in negativo è praticamente impossibile calcolare un P/E, né tantomeno dare una stima del valore basato sull’utile stesso.
Prendiamo quindi in esame il fatturato e il ROS, così da valutare i bilanci delle società anche al lordo delle spese. Tipicamente il ROS si calcola al netto di spese per interessi e tasse, in questo caso non abbiamo modo di recuperare i dati, quindi ci perdonerete se lo facciamo un po’ alla carlona calcolandolo sul risultato finale.
Per quanto riguarda il valore della società, per omogeneizzarlo, prendiamo i valori al netto del debito.
Società
ROS
Valore / Fatturato
Juventus
-47,97%
1,87
Chelsea
-34,88%
9,47
Atalanta
14,46%
2,47
Milan
-44,56%
4,16
Manchester United
-18,65%
5,65
Borussia Dortmund
-21,78%
1,22
Ajax
-6,46%
2,30
Calcolo fondamentali società di calcio
Da questa tabella si evince già come i club inglesi siano ipervalorizzati. Ma andiamo con ordine e calcoliamo il ROS medio e la valore/fatturato medio della categoria, in base ai dati che abbiamo.
Per quanto riguarda il ROS medio abbiamo un risultato di -22,83% mentre il valore/fatturato medio è di 3,88.
Applicando questi valori ai fatturati di tutte le società, scopriamo che il valore di mercato dovrebbe essere:
Squadra
Valore in base al ROS
Valore in base molt. val/fatt
Valore medio
Juventus
1.270
1.697
1.483
Chelsea
1.682
1.913
1.797
Atalanta
1.291
941
1.116
Milan
1.021
839
930
Manchester United
1.749
1.825
1.787
Borussia Dortmund
1.282
1.296
1.289
Ajax
202
242
222
Valori intrinsechi delle società di calcio
Dopo aver calcolato il valore in base al ROS e il valore in base ai multipli di valore su fatturato, omogeneizzando con i valori medi ricavati dalle società calcistiche, appare questo risultato della tabella precedente.
Essendo i due valori molto differenti tra di loro, per arrivare a un valore un po’ più veritiero abbiamo fatto la media dei valori. Non si fa così, ma essendo un esercizio di stile, perdonateci il modello.
Inoltre, ovviamente, questi valori non prendono in considerazione il peso del brand, il numero di tifosi e tutta un’altra serie di parametri che andrebbero considerati per fare questi calcoli. Se guardiamo al peso del brand, per esempio, è ovvio che il Milan deve valere più dell’Atalanta.
Infine facciamo un passo successivo, per raffrontare i valori ricavati con i valori che il mercato riconosce a queste squadre.
Squadra
Valore mercato
Valore calcolato
Differenza
Juventus
751,2
1.483
-731,8
Chelsea
2.900
1.797
1.103
Atalanta
450
1.116
-666
Milan
800
930
-130
Manchester United
2.077
1.787
290
Borussia Dortmund
413,3
1.289
-875,7
Ajax
226,4
222
4,4
Raffronto tra valori calcolati e assegnati dal mercato
Fermo restando quanto abbiamo già detto, da questa tabella appare evidente come il mercato stia premiando alcuni club e penalizzando altri, anche pesantemente.
Se il valore dell’Ajax appare in linea, lo stesso non si può dire delle italiane, che sono fortemente acquistate a sconto, così come la tedesca Borussia Dortmund.
Le inglesi invece vengono acquistate a forte premio.
Come già detto, questo è un semplice esercizio di stile, basato su calcoli non precisissimi. Ma allo stesso tempo pare evidente come la Juventus, tranquillamente paragonabile al Chelsea in termini di bilanci e di brand (non di campionato in cui gioca) viene acquistata a un valore di circa 5 volte minore rispetto al club inglese.
In definitiva, il prezzo delle azioni della Juventus, che attualmente si aggirano intorno a 0,30 euro, sembrano veramente a sconto. Complice probabilmente l’utile che negli ultimi anni non ha sorriso ai bianconeri, non a caso in casa Juve è partita una politica di abbattimento costi.
L’Advance Block Bearish è un pattern molto simile al Three White Soldiers, sia come disegno che come significato. In una tendenza al ribasso, si presentano tre candele consecutivamente con chiusure superiori. Rispetto al “Three White Soldiers”, tuttavia, in questo caso, ogni giorno successivo è più debole di quello che lo precede. Ciò suggerisce che il rally precedente sta perdendo forza si sta preparando per un’inversione. Si tratta quindi di un segnale molto meno forte del precedente.
Il pattern si presenta come segue:
Advance Block Bearish
Come si può notare, la chiusura del terzo giorno è ancora più bassa rispetto ai giorni precedenti dell’inizio del pattern, questa è la grande differenza con il Three White Soldiers in riferimento alla forma.
È formato da tre lunghe candele bianche, ciascuna con una chiusura più alta del giorno precedente. Ogni giorno apre all’interno del corpo del giorno precedente e chiude vicino al massimo del giorno stesso. Ogni giorni il corpo è significativamente più piccolo del corpo dei giorni precedenti. Il secondo e terzo giorno dovrebbe mostrare ombre superiori lunghe.
Questo pattern può essere seguito da una lunga candela nera che annullerà il segnale, oppure da una candela bianca, in grado di rompere l’ultima ombra e ciò rappresenterà la forza relativa del segnale stesso.
Limitata negli ultimi anni dai blocchi alla distribuzione di dividendi, nonostante sia stata particolarmente redditizia, Intesa Sanpaolo sta per varare un buyback fino a 3,4 miliardi.
Venisse fatto oggi, con una capitalizzazione che si aggira intorno ai 37 miliardi, significherebbe togliere dal mercato circa il 10% delle azioni in circolazione.
In pratica già ora il prezzo di Intesa Sanpaolo potrebbe valere, teoricamente, il 10% in più di quanto non stia realmente apprezzando.
Buyback che comunque è da subordinare all’approvazione della BCE e approvato dal cda della stessa banca.
Tale operazione, unita alla conferma del 70% di payout per i prossimi anni, rende la principale banca italiana come un ghiotto acquisto, soprattutto in virtù del fatto che al momento sta prezzando un valore molto basso se guardiamo la media dell’ultimo anno.
La comunicazione del buyback è stata data insieme ai dati trimestrali, che vedono Intesa battere le stime degli analisti ma ripiegare rispetto a 12 mesi prima. Il primo trimestre del 2022 si chiude con utile netto a 1,67 miliardi, escludendo le rettifiche per la guerra in Ucraina (1,024 miliardi dopo la rettifica). Il peso della Russia e dell’Ucraina è stato quantificato in circa 800 milioni di euro, parzialmente già inclusi nella svalutazione dell’utile comunicato.
Confermato l’obiettivo a 6,5 miliardi per l’utile netto al 2025, come previsto dal piano industriale rilasciato solo pochi mesi fa.
Per quanto riguarda invece il 2022, anche con il contesto di guerra e prevedendo che non ci saranno peggioramenti, l’utile netto dovrebbe aggirarsi intorno ai 4 miliardi di euro.
Chi ha dato i nomi alle candele giapponesi è evidentemente molto cinico, con nomi che tipicamente sono sinistri ma che rappresentano alla perfezione il pattern in sé. Uno di questi pattern è l’Abandoned Baby Bearish.
Si identifica poiché il primo giorno è solitamente una lunga candela positiva. Il secondo giorno è un doji con gap nella direzione del trend precedente. Il terzo giorno è una candela ribassista, con gap nel senso opposto, senza sovrapposizione di ombre. Si presenta più o meno così:
Abandoned Baby Bearish
Si tratta di un primo segnale di cambio trend e si presenta in presenza di una resistenza, in un uptrend (trend rialzista), il mercato costruisce una resistenza con una lunga candela bianca e un gap il secondo giorno. Tuttavia, il secondo giorno scambia all’interno di un piccolo range e chiude nei pressi o sulla relativa apertura con una Doji. Questo scenario mostra definitivamente un’erosione della convinzione della tendenza in atto. La conferma dell’inversione di tendenza e’ il terzo giorno nero con gap.
Certo, parlare di soldati bianchi in periodo di guerra non è certo il massimo, ma l’analisi tecnica ha un pattern dal nome che sembra quasi sinistro: Three White Soldiers Bullish.
Si tratta di un segnale di inversione di tendenza e si identifica quando si verificano tre giorni bianchi lunghi, ciascuno con una chiusura più alta della precedente, ed ogni giorno si apre all’interno del corpo del giorno precedente, con chiusure vicino al massimo del giorno.
Più o meno il pattern è il seguente:
Three White Soldiers
Come già detto, si tratta di una figura che segna una forza di inversione, si verifica in un mercato orso, quindi con un trend ribassista e può avere inizio in presenza di un supporto. In una tendenza al ribasso si presentano tre lunghe candele rialzista con chiusure consecutive superiori. Questo suggerisce, in generale, la futura forza del mercato, poiché un’inversione è in atto, e questa viene costruita a piccoli passi.
Torniamo a parlare di analisi tecnica, andando a prendere in esame una tipologia di candela molto comune, cioè la Doji. Si tratta di un pattern del calcolo dell’analisi tecnica attraverso Japanese candlestick chart.
Esistono 3 tipologie di Doji differenti:
Doji classica
Doji Star Bearish
Doji Star Bullish
Molto spesso indica l’interruzione di un trend specifico e l’inizio di un trend contrario a quello visto recentemente. Andiamo quindi ad analizzare le tre casistiche separatamente.
Doji
Iniziamo dalla classica candela Doji, la quale si identifica per il semplice fatto che apertura e chiusura coincidono, con ombre che si allungano sia in alto che in basso. Questa è la forma (le ombre possono avere lunghezza differente):
Candela Doji
La candela in esame mostra il completo equilibrio tra tori e orsi, con conseguente incertezza. Questa figura indica che il mercato è giunto ad un bivio e dovrà assumere una direzione che in genere coincide con la violazione di uno dei suoi estremi.
Doji Star Bearish
La seconda candela che prendiamo in considerazione è la Doji ma in un contesto un po’ più largo. Si chiama Doji Star Bearish e si identifica poiché il primo giorno è una lunga candela bianca. Il secondo giorno è un doji con gap nella direzione del trend in atto. Le ombre del doji tipicamente non devono essere lunghe, la forma è pressappoco questa:
Doji Star Bearish
In un trend al rialzo, il mercato trova una resistenza nella configurazione della lunga candela positiva crea un gap nella giornata successiva, senza tuttavia rompere la resistenza. Il secondo giorno scambia all’interno di un piccolo range e chiude nei pressi o sulla relativa apertura (qui la forma della Doji).
Questo modello mostra l’erosione della convinzione della tendenza corrente. La conferma di un’inversione di tendenza sarebbe data da un’apertura più bassa il giorno successivo.
Doji Star Bullish
Ed eccoci alla terza candela che prendiamo in esame, si tratta della medesima forma della Doji Star Bearish ma capovolta. Prende il nome di Doji Star Bullish e si identifica poiché il primo giorno abbiamo una lunga candela nera. Il secondo giorno è un doji con gap nella direzione del trend in atto. Le ombre del doji non sono generalmente lunghe; la forma è più o meno la seguente:
Doji Star Bullish
In una tendenza al ribasso, gli orsi (i ribassisti) mostrano la loro presenza sul mercato con un lunga candela ribassista e con un gap discendente. Tuttavia, il secondo giorno scambia all’interno di un piccolo range e chiude nei pressi o sulla relativa apertura. Questo scenario mostra generalmente il potenziale per un rally, quindi per un’inversione di tendenza, infatti molte posizioni sono state cambiate. Spesso questa candela si forma in presenza di supporti. La conferma dell’inversione di tendenza sarebbe data da una apertura più alta il giorno successivo.
Si sente spesso parlare di titoli growth, tipicamente associato al mercato tecnologico o a qualche tipo di industria in rapida espansione. Ma cosa sono precisamente le azioni growth e quali possono essere considerate azioni a rapida crescita?
In questo articolo proviamo a rispondere a questa domanda, specificando in quali mercati tipicamente si possono trovare e alla fine faremo una lista di quelle che oggi si presentano come azioni growth.
Cosa sono le azioni growth
Le azioni growth sono quei titoli che si prevede cresceranno a un tasso significativamente più alto della media del mercato. Di solito si tratta di azioni che non distribuiscono dividendi, preferendo reinvestire completamente gli utili per crescere più rapidamente.
Perché scegliere le azioni growth
Chi investe su azioni a rapida crescita lo fa perché crede fortemente nell’azienda che sta comprando e si posiziona con un orizzonte temporale di breve/media durata. I titoli growth, infatti, per loro natura non sono buoni per un portafoglio da cassettista. Ciò perché sono fortemente influenzate dai cicli economici o, considerando la rapidità di crescita, dal momento storico in cui vengono acquistate.
Chi sceglie le azioni growth lo fa perché ha un orizzonte temporale medio/corto e non ama i dividendi, preferendo un ritorno dato dalla semplice plusvalenza. In molti casi, soprattutto a metà degli anni 2000, i titoli growth hanno fatto la fortuna di molte persone, che hanno investito in azioni tecnologiche che da li a poco avrebbero preso il volo.
Oggi non è semplice trovare azioni su cui si prevede una crescita tale da superare il benchmark (di solito l’S&P500), ma ci sono delle caratteristiche comuni a questi titoli.
Caratteristiche dei titoli growth
Cercando di fare una fotografia alle azioni growth, possiamo dire che si possono trovare in qualsiasi mercato/settore, benché i settori appena nati sono costituiti praticamente solo da growth; hanno un alto livello di rischio, perché tipicamente basano la loro fortuna su un core business molto snello, potrebbero per esempio essere titolari di un solo brevetto o di un’innovazione che le rende sin da subito leader di uno specifico mercato.
Non è detto che un’azione growth chiuda già in utile (o addirittura con revenue) i bilanci, può essere molto immatura a livello di conti ma c’è l’aspettativa che la “creazione/innovazione” che sta portando sul mercato possa essere rivoluzionaria per il futuro.
Avendo pochi utili, o dovendo crescere rapidamente, difficilmente queste azioni pagheranno un dividendo, preferendo reinvestire tutti i proventi in nuove innovazioni così da diventare più mature.
Tipicamente non siete i soli a conoscere queste azioni, anzi, quando un unicorno si presenta sul mercato viene preso d’assalto, quindi presenterà certamente un rapporto P/E molto alto.
Di solito si tratta di aziende con una capitalizzazione relativamente piccola, perché devono ancora costruire il loro futuro. Detto ciò si segnalano anche molti giganti che hanno mantenuto l’anima da small cap e riescono a innovare/crescere mantenendosi per anni all’interno della cerchia delle azioni growth.
Un esempio di azione Growth
Per meglio comprendere di cosa stiamo parlando, facciamo un esempio concreto. Guardiamo a Tesla, produttore americano di auto elettriche.
Agli inizi degli anni ’10 Tesla era sconosciuta ai più, eppure proprio nel 2010 sbarcava a Wall Street promettendo di rivoluzionare il mercato automobilistico mondiale. Per i primi 8/9 anni non riuscì a chiudere nemmeno un anno in positivo, ma il prezzo dell’azione continuava a salire senza sosta.
In questo caso l’azione beneficiava (a ragione o meno, non sta a noi dirlo in questa sede) della fiducia degli investitori, che vedevano in Tesla il leader indiscusso di un mercato che sarebbe stato il futuro.
Sappiamo come è andata e oggi Tesla ha ancora un P/E stratosferico, posizionandosi ancora tra i titoli growth, nonostante oramai abbia raggiunto un livello difficilmente giustificabile. Ciò non toglie che un investitore che avesse visto quella “gemma” appena nata a Wall Street, mantenendo le azioni fino a oggi, avrebbe fatto affari d’oro.
Come trovare un’azione Growth
Nel prossimo capitolo presenteremo una lista di azioni growth, cerchiamo di farlo sulla base più scientifica possibile, lasciando a voi il compito di studiare ogni azienda e comprendere se realmente ha del valore oppure si tratta solo di buoni numeri.
Per trovare questa lista di aziende facciamo questa selezione:
Infine, per evitare aziende veramente troppo piccole, le cosiddette Penny Stock, inseriamo un limite al marketcap di almeno 500 milioni (sotto questa cifra sarebbero veramente troppo piccole).
Lista delle azioni Growth
Ecco quindi il risultato, con le nostre azioni Growth. Abbiamo mixato il mercato italiano, europeo (Svizzera e UK incluse) e americano. Questo il risultato.
Azione
Settore
Nazione
Abcam (LON:ABC)
BioTech
Regno Unito
Agilent Technologies (NYSE:A)
Tech
USA
Alcon (SWX:ALC)
Salute
Svizzera
Alten (EPA:ATE)
Tech
Francia
Bachem Holding (SWX:BANB)
BioChimica
Svizzera
Beiersdorf (ETR:BEI)
Personal Care
Germania
BF SpA (BIT:BFG)
Agricoltura
Italia
Bio-Techne (NASDAQ:TECH)
BioTech
USA
Campari (BIT:CPR)
Bevande
Italia
Carel Industries (BIT:CRL)
Tech
Italia
Cognex Corporation (NASDAQ:CGNX)
Strumenti scientifici
USA
Danaher Corporation (NYSE:DHR)
Salute
USA
Dassault Systemes (EPA:DSY)
Tech
Francia
Entegris (NASDAQ:ENTG)
Seminconduttori
USA
Estee Lauder Companies (NYSE:EL)
Personal Care
USA
Ferrari (BIT:RACE)
Automobilistico
Italia
Future (LON:FUTR)
Digital Publisher
Regno Unito
GB Group (LON:GBG)
Tech
Regno Unito
Halma (LON:HLMA)
Salva vita
Regno Unito
Interroll Holding (SWX:INRN)
Componenti elettrici
Svizzera
Intuit (NASDAQ:INTU)
FinTech
USA
Intuitive Surgical (NASDAQ:ISRG)
Strumenti scientifici
USA
Keywords Studios (LON:KWS)
Games
Irlanda
Laboratorios Farmaceuticos (BME:ROVI)
Farmaceutica
Spagna
Lectra (EPA:LSS)
Tech
Francia
Lonza Group (SWX:LONN)
Salute
Svizzera
Martin Marietta Materials (NYSE:MLM)
Materiali per costruzioni
USA
Monolithic Power Systems (NASDAQ:MPWR)
Semiconduttori
USA
Morningstar (NASDAQ:MORN)
Finanziario
USA
Nemetschek (FRA:NEM)
Tech
Germania
Nibe Industrier (STO:NIBE-B)
Componenti elettrici
Svezia
Paradox Interactive (STO:PDX)
Games
Svezia
Reply (BIT:REY)
Tech
Italia
ResMed (NYSE:RMD)
Salute
USA
Robertet (EPA:RBT)
Prodotti per la casa
Francia
Roper Technologies (NYSE:ROP)
Tech
USA
Safran (EPA:SAF)
Difesa
Francia
Steris (NYSE:STE)
Salute
Irlanda
Straumann (SWX:STMN)
Salute
Svizzera
Tecan Group (SWX:TECN)
Strumenti scientifici
Svizzera
Verbio Vereinigte Bioenergie (FRA:VBK)
BioEnergie
Germania
Vestas Wind Systems (CPH:VWS)
Eolico
Danimarca
Vetoquinol (EPA:VETO)
Veterinario
Francia
West Pharmaceutical Services (NYSE:WST)
Salute
USA
WIIT (BIT: WIIT)
Tech
Italia
Ypsomed (SWX:YPSN)
Salute
Svizzera
Zoetis (NYSE:ZTS)
Salute
USA
Lista azioni Growth
Come possiamo vedere dalla lista le aree di interesse sono molto ampie e, a differenza di ciò che si pensa, non solo in America nascono delle nuove azioni growth.
Come noterete dalla lista, c’è molta presenza della tematica salute; ciò avviene perché il mondo healthcare sta vivendo un momento di profondo cambiamento, con il settore farmaceutico, soprattutto, che sta sperimentando sempre più BioPharma, oltre al fatto che la tecnologia sta facendo passi da gigante in questa area.
Se invece guardavate questa lista con l’idea di trovare Netflix, Amazon, Apple, Alphabet, ecc, mi spiace deludervi ma oramai, visti gli utili di questi colossi e il rapporto P/E rientrato in determinati standard, queste aziende non possono essere più considerate growth ma azioni value. Non è detto che non sovraperformino il mercato, anzi è molto probabile che lo facciano, ma i parametri per la ricerca di aziende ad alta crescita non fanno matching con queste società.
Qualche tempo fa, in previsione dell’uscita dalla pandemia da Covid 19, avevamo parlato delle azioni cicliche, cioè azioni che tendono a essere soggette all’andamento del mercato, quindi a crescere nei momenti di espansione economica e deprimersi nei momenti di contrazione economica.
Ma esiste anche l’altro lato della medaglia, cioè le azioni difensive (o anche conosciute come azioni non cicliche), cioè titoli che sono poco influenzate dal ciclo economico e hanno una buona performance, distribuendo dividendi, anche nei momenti di crisi economica, come per esempio una Stagflazione.
Un’azione difensiva è quindi un titolo azionario è un’azione che ben performa indipendentemente dallo stato di salute dei mercati azionari. Attenzione a non confondere le azioni difensive con le azioni della difesa, che invece sono titoli di aziende impegnate in ambito militare.
Caratteristiche delle azioni difensive
Iniziamo quindi a comprendere quali caratteristiche deve avere un’azione per essere considerata difensiva. Innanzitutto deve avere un core business che è necessario 365 giorni l’anno, sia con la neve, con la guerra o con il sole. Per esempio, anche durante una guerra, le persone devono mangiare e curarsi, tali azioni rientrano quindi a pieno titolo nei difensivi.
Inoltre è bene che un’azione difensiva non subisca eccessivamente la volatilità e che distribuisca dividendi costanti, ancora meglio se tra gli aristocratici dei dividendi, cioè azioni che ogni anno aumentano la loro cedola.
Giusto per citare qualche nome: la francese Carrefour, le americane Procter & Gamble e Coca Cola oppure legate a vizi che non verranno meno con una crisi, come il fumo e quindi Philip Morris International o Altria. Questi sono solo alcuni esempi.
C’è anche un parametro che indica quelle che sono azioni tipicamente più difensive, o quantomeno che vengono influenzate meno dalla volatilità ed è l’indicatore beta. Le azioni difensive hanno solitamente beta minore di 1, spesso addirittura minore di 0,5. Per meglio comprendere, se il mercato scende del 4% e un’azione ha un beta di 0,25 vuol dire che è scesa solo dell’1%. Lo stesso dicasi però al contrario, quindi se il mercato sale del 4% con beta 0,25 l’azione sarà salita solo dell’1%.
Mix del portafoglio con azioni difensive
Per le caratteristiche intrinseche delle azioni difensive, appare molto evidente come una percentuale di tali titoli dovrebbe sempre essere presente all’interno di ogni portafoglio. E qualora si andasse verso un periodo di forte stress sui mercati, i titoli difensivi dovrebbero essere qualcosa in più di qualche azione.
Naturalmente nel momento in cui si esce da una crisi, quindi il mercato è fortemente espansivo, ci si affiderà molto di più ai titoli ciclici e meno ai difensivi.
I mercati che possono rientrare tra i titoli difensivi
Passiamo quindi ad analizzare i mercati che potrebbero rientrare tra i titoli difensivi. Per farlo immaginate a cosa avrete bisogno a prescindere dalla vostra situazione economica. A noi vengono in mente:
Le abbiamo inserite in quello che per noi è l’ordine di importanza, poiché di vitto e alloggio avremo sempre e comunque necessità, della salute anche, ma in taluni casi alcune spese, in caso di crisi economica, potrebbero essere rimandate (benché sia meglio di no). Se abbiamo animali in casa è certo che dovremo alimentarli, ma possiamo dare i nostri scarti piuttosto che acquistare i cibi appositi. Prodotti per l’igiene sono fondamentali, ma in caso di necessità basta acqua e un sapone e non sono necessari prodotti supplementari su cui l’intero mercato fa business. Dell’energia c’è necessità, ma in caso di crisi ci si può limitare con l’uso (pensiamo per esempio alle richieste da parte dei governi, negli anni ’70 durante la crisi energetica, per ridurre la temperatura in casa e fare a meno di ciò che non è strettamente necessario). Infine il tabacco, che è un vizio ma in caso di grave crisi economica siamo certi che qualcuno smetterà di fumare.
Anche se parzialmente derogabili, comunque queste spese accompagnano la vita di ognuno di noi e, tipicamente, a meno che la crisi economica non sia veramente devastante, tipicamente ci curiamo poco delle spese su queste categorie.
Le azioni difensive, una breve lista
Dopo aver sviscerato i mercati che sono zeppi di azioni difensive, andiamo a fare qualche nome, in questa lista di azioni difensive.
Per fare questa lista abbiamo cercato di mixare azioni provenienti da vari mercati, principalmente americano ed europeo (compresa Svizzera e UK), inoltre abbiamo guardato solo alle aziende con un beta minore di 1 (poco volatili) ed essendo i risultati moltissimi, abbiamo limitato la lista a quelle con la capitalizzazione più alta. Ovviamente tutte queste azioni provengono dalle industrie di cui abbiamo già parlato.
Ieri il premier italiano Mario Draghi ha firmato un decreto che permette all’emittente di Stato, la Rai per l’appunto, di scendere sotto la quota del 51% di Rai Way.
Si tratta di una mossa necessaria per procedere al consolidamento del mercato delle torri, con un sempre più crescente interesse nel M&A tra Rai Way ed Ei Tower.
Ricordiamo che EI Towers era quotata in borsa fino a ottobre del 2018, quando un’OPA, da parte del fondo F2i, portò al delisting della società. Rai Way invece al momento è controllata per il 65% dal Governo Italiano, per il tramite della Rai, e tra gli azionisti più importanti troviamo Artemis Investment con il 4%, Norges Bank con il 2% e BlackRock con l’1,75%.
Un consolidamento che nell’ottica di F2i avrebbe molto senso, così da creare una società da circa 2 miliardi di attivi e che gestisce le torri più importanti in Italia. Un’operazione ancora tutta da costruire ma che ora diventa possibile, grazie al decreto appena firmato dal governo italiano. Se consideriamo anche l’operazione su Inwit, attualmente controllata da TIM, di cui abbiamo dato notizia qualche giorno fa, si comprende bene come intorno alle torri sta girando molto interesse.
Ieri il titolo Unicredit ha toccato ieri il minimo a 7,752 €, prezzi che le azioni della banca di Gae Aulenti non vedevano dall’insediamento di Andrea Orcel alla guida. Si tratta della banca che ha perso di più in Europa subito dopo l’austriaca Raiffesen Bank, persino la francese Société Générale, che è più esposta rispetto a Unicredit in Russia, non ha perso così tanto.
Numeri che se confrontati con i massimi di periodo (15,932 € toccato il 10 febbraio) portano la perdita al 51,34%. Oggi il titolo è in ripresa, ma il peso delle perdite è enorme. Si tratta di circa 17 miliardi di capitalizzazione bruciata e appare, realmente, molto esagerata.
Guardando le altre banche italiane si nota come Intesa Sanpaolo abbiamo lasciato sul tappeto il 35%, circa la stessa cifra persa da BPER, mentre meglio è andata a Banco BPM, che ha perso solo il 28%.
Dicevamo una cifra esagerata, anche perché la credit exposure a Mosca è di 14 miliardi, corrispondenti ad appena 2,5% dei crediti complessivi. Per Intesa l’esposizione è dell’1,1% a 5,57 miliardi.
Anche guardando l’esposizione al debito pubblico di Mosca, dove Unicredit registra appena 1,087 miliardi di euro, i numeri non tornano (Intesa è esposta per appena 50 milioni).
Allora perché un crollo del genere? A pesare non è tanto l’esposizione diretta, quando quella indiretta; infatti Unicredit ha in gioco vari crediti verso aziende che con la Russia ci lavorano e che potrebbero potenzialmente diventare sofferenze (benché sembrano esposizioni di buona qualità e entità contenuta), inoltre non aiuta l’ipotesi di allontanamento dell’aumento dei tassi da parte della BCE, proprio per far fronte ai costi delle sanzioni contro la Russia, che potrebbe mantenere sotto pressione tutte le banche e allontanare la ripresa economica.
Infine c’è l’incertezza di quello che sarà il PIL europeo e italiano, incertezza che certamente non aiuta nessuna azienda a operare sul lungo periodo né il mercato a ben posizionare i titoli.
Ci eravamo lasciati con KKR che aveva offerto 0,505 € per ogni azione di TIM, proposta finita sul tavolo del management della società di Via Gaetano Negri ma che è stata più volte rimandata.
L’idea dell’amministrazione dell’ex monopolista era quella di creare un piano ambizioso e stand-alone, senza bisogno quindi di cedere nessun asset, né tantomeno di vendere la società. L’idea degli azionisti di maggioranza (Vivendì con il 23,70% delle quote e Cassa Depositi e Prestiti con il 9,81%) era quella di creare valore attraverso la separazione della rete dai servizi.
La nascita del piano industriale è stato quindi guidato da questa idea, con il nuovo AD Pietro Labriola che il 3 marzo ha alzato il velo sul piano industriale 2022/24.
La delusione per un piano poco innovativo e poco coraggioso si è subito vista in borsa, laddove il titolo ha perso, nelle due sedute successive, circa il 29%. Una sonora bocciatura perché l’idea di separazione poteva anche andar bene, a patto che creasse valore; invece dal piano industriale appare molto evidente come l’enorme sforzo per dividere la società presentava dei target finanziari molto modesti, con sostanzialmente uno status quo rispetto ai risultati attuali.
E considerando che i risultati attuali sono stati un rosso di circa 8,7 miliardi, appare evidente come lo status quo, con in aggiunta nuovo debito (3,7 miliardi) per acquisire Oi in Brasile e per dividere la rete, non possono essere qualcosa di accettabile.
Il mercato quindi si aspettava un piano più coraggioso e una vera alternativa all’offerta di KKR, tale per cui potesse essere messa in ombra proprio l’offerta del fondo americano.
Inutile dire che Pietro Labriola è stato tirato per la giacchetta dal mercato e ha dovuto gettare acqua sul fuoco, predicando calma e sottolineando come la reazione della borsa fosse prevedibile.
Noi ci chiediamo come possa essere prevedibile che il prezzo dell’azione scenda alla metà rispetto all’offerta di KKR, perché se veramente l’avevano previsto allora non stanno facendo gli interessi degli azionisti (e questo sarebbe grave); se invece non l’avevano previsto (e ci chiediamo come facciano considerando il debole piano industriale stesso) la situazione è ancora più grave, perché l’azienda è guidata da gente che non ha idea di cosa sta facendo. In entrambi i casi il nuovo management non ci fa una bella figura.
E a pensarlo, visti i risultati in borsa, non siamo solo noi…
Per fortuna, la notizia di oggi è che una parte del consiglio, espressione degli amministratori indipendenti, sarebbe intenzionata a non abbandonare il tavolo delle trattative con KKR. Teoricamente la proposta sarebbe ancora sul tavolo, ma è veramente poco credibile che il fondo americano confermi quelle valutazioni a fronte di una due diligence che, a questo punto, farebbe emergere il reale valore della società.
Indiscrezione del quotidiano Il Messaggero, di oggi, dicono che KKR in realtà sia ancora interessata all’acquisizione, ma con dei prezzi che sono certamente da rivedere alla luce di quanto emerso. Si vocifera di un adeguamento dell’offerta a 0,40 € per azione. Se le voci fossero confermate sarebbe molto grave il fatto che due azionisti di riferimento, Vivendì e CDP, abbiano sostanzialmente fatto perdere tempo e denaro al restante 66% degli azionisti che, in tutta questa storia, sono stati solo spettatori senza voce in capitolo.
Si parla di un cda per il 13 marzo con all’ordine del giorno la valutazione dell’offerta di KKR (speriamo la vecchia e non la nuova), rimaniamo in attesa per comprendere cosa ne uscirà. Intanto Equita sull’argomento scrive:
La situazione rimane molto incerta: ai prezzi correnti ci sembra che il titolo non stia prezzando più alcuna ipotesi speculativa, che rimane a nostro avviso improbabile, vista la posizione di Vivendi e CdP che paiono fermamente a supporto del piano stand-alone, ma non impossibile. Non si registrano commenti dal governo, che pensiamo sia innanzitutto interessato all’esecuzione dei progetti del Pnrr
Era agosto del 2014 e durante un’intervista alla CNBC, direttamente da Omaha, Warren Buffett, fondatore della Berkshire Hathaway, diceva:
The one thing you can be quite sure of is if we went into some very major war, the value of money would go down, that’s happened in virtually every war that I’m aware of. The last thing you’d want to do is hold money during a war
Warren Buffett sugli effetti inflazionistici delle guerre
Per chi non mastica l’inglese, Buffett sta dicendo:
Se c’è una cosa di cui si può stare certi è che durante un grande conflitto il valore dei soldi andrà verso il basso; questo è successo in qualsiasi guerra che ho osservato. L’ultima cosa da fare, durante una guerra, è avere (grosse quantità) di soldi
Ci siamo permessi di aggiungere (grosse quantità) perché il discorso è corretto ma non significa che bisogna rimanere in rosso sul conto.
Il motivo di queste affermazioni è più che comprensibile: qualsiasi guerra ha degli effetti inflazionistici e si può stare ben certi che al termine del conflitto il valore dei soldi è molto più basso rispetto che all’inizio.
Ciò è successo con le Guerre Mondiali e potrebbe potenzialmente risuccedere con qualsiasi guerra su larga scala. A maggior ragione con l’attualeguerra tra Russia e Ucraina, perché già accompagnata e anticipata dall’inflazione e perché va a colpire direttamente i prezzi degli energetici, che a loro volta hanno un effetto devastante sui prezzi di qualsiasi prodotto.
Allora come difendersi da questa inflazione? Acquistate beni che possono rivalutarsi e seguire l’inflazione: può essere un investimento immobiliare, l’acquisto di azioni difensive o cicliche, oppure qualsiasi attività che, finita la guerra, avrà un costo proporzionato alla vita di domani.
Per chi volesse sentire l’intervento completo di Warren Buffett qui il video dell’intervista:
Evidentemente il Next Generation UE ha fatto scuola e il piano di spesa per rilanciare l’economia europea colpita dal Covid potrebbe essere replicato, questa volta per far fronte all’aumento della spesa energetica.
Secondo rumor, infatti, la UE starebbe valutando l’emissione congiunta di bond per far fronte all’aumento della spesa energetica.
Secondo Bloomberg, il piano potrebbe essere proposto dopo la riunione di emergenza del Consiglio europeo, che andrà in scena a Versailles il prossimo 10 e 11 marzo.
Dobbiamo trovare nuovi strumenti per far fronte ai nuovi problemi che questa crisi ha posto
Paolo Gentiloni, commissario agli affari economici europeo
Non ci sono ancora molti dettagli sull’entità di questo piano, ma le voci parlano di un’emissione consistente di bond.
Insomma, dopo l’emissione per recuperare risorse per il Covid, l’Europa si muove ancora in modo congiunto per risolvere il problema dell’energia, dovuto alla guerra tra Ucraina e Russia, e lo fa attraverso l’emissione di debito pubblico comune. Sempre più si va verso gli eurobond.
Una guerra alle porte dell’Europa e una pandemia appena terminata potrebbero non essere il pericolo più grande per gli europei. Ci spiace dare brutte notizie, ma pare si stia affacciando un periodo di stagflazione che, per le persone comuni (e lontane dall’Ucraina) potrebbe essere molto peggio di quanto sta avvenendo oggi.
Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire cosa è la Stagflazione, come arriva, come funziona e, soprattutto, perché è importante conoscerla e temerla.
Prima di partire dobbiamo fare un breve excursus e dire che:
Stagnazione: un periodo nel quale c’è una lenta crescita economica, o addirittura una contrazione del PIL, di solito accompagnata da una disoccupazione bloccata (o addirittura in crescita)
Inflazione: questa abbiamo già iniziato a conoscerla, si tratta di un aumento dei prezzi al consumo, che può essere causata da un aumento del benessere generale oppure dall’aumento di materie prime. In ogni caso, si tratta dell’aumento del costo dei beni di prima necessità (inflazione base o inflazione core) o dei prezzi in generale.
Cos’è la Stagflazione
Fatto l’excursus su Stagnazione e Inflazione, possiamo quindi arrivare alla definizione di Stagflazione: si tratta di un periodo nel quale i prezzi crescono (quindi elevata inflazione) ma con un declino del PIL, quindi un declino dell’economia.
Va da sé che guadagnando meno e aumentando le spese, il ceto medio è il primo a essere colpito dalla Stagflazione, infatti negli anni ’70 del secolo scorso, quando con la Stagflazione si facevano i conti per l’ultima volta in occidente, fu coniato anche il misery index, che altro non è che la somma tra il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione.
Breve storia della Stagflazione
Le teorie dell’economia keynesiana escludevano, nella prima parte del 900, che potesse esserci un periodo di rallentamento economico unito all’inflazione. Tali teorie si basavano sulla Grande Depressione e non era mai successo e per la tipologia dell’economia, molto locale, era praticamente impossibile che ciò succedesse. Infatti, se in una specifica area l’economia rallenta, senza fattori esterni, l’inflazione non può che rimanere a zero, nella peggiore delle ipotesi.
Negli anni ’50 ci si rese conto che, con l’inizio dello scambio commerciale tra nazioni e con una prima idea di globalizzazione, ci potevano essere dei periodi di inflazione anche durante dei rallentamenti economici.
Il termine fu coniato da Iain Macleod, politico del Regno Unito che durante gli anni ’60 descriveva come stagnante e inflazionata l’economia britannica. La Stagflazione più dura che conosciamo arriva nella prima metà degli anni ’70 in America, subito dopo la crisi del petrolio, quando gli States conobbero cinque trimestri consecutivi di recessione, unita alla crescita del prezzo dell’energia che produceva inflazione.
Dagli anni ’70 a oggi, considerando che la deflazione (calo dei prezzi) è stata registrata molto raramente, ogni recessione porta con sé anche una piccola dose di stagflazione. Tipicamente trascurabile e utile solo per la statistica.
Perché la Stagflazione è cattiva?
Se siamo stati chiari nelle spiegazioni fino a questo punto, la risposta a questa domanda dovrebbe essere scontata. La Staglazione è cattiva poiché a un aumento dei prezzi corrisponde una stagnazione degli stipendi, con relativa diminuzione del potere di acquisto.
Se lo stipendio è di 2 mila euro e rimane invariato, ma la benzina, la pasta e tutti i generi di prima necessità aumentano, appare evidente come non rimarranno soldi per i beni non essenziali. Se la stessa teoria si applica a chi ha stipendi più bassi, o addirittura a chi perde il lavoro, appare evidente come la stagflazione possa diventare insostenibile.
Come si crea la Stagflazione
Negli anni abbiamo visto molti modi per creare la Stagflazione, quindi sono nate molte teorie. Vediamone qualcuna insieme.
Stagflazione dovuta al prezzo del petrolio
La prima teoria punta dritta sul prezzo dell’energia e, in particolar modo, sul prezzo del petrolio. Questa teoria nasce, come abbiamo già anticipato, nell’ottobre del 1973, quando i produttori di petrolio (l’OPEC) decise un embargo nei confronti dei Paesi occidentali. La diminuzione dell’offerta e la costanza della domanda causò un grande stress al prezzo del petrolio, con conseguente inflazione.
Inoltre il costo del trasporto e l’inflazione galoppante, portava le aziende in difficoltà, con conseguente licenziamenti all’ordine del giorno, che, a loro volta, mettevano sotto stress la crescita.
Si arrivò ad avere un’alta inflazione e una contrazione della crescita economica, con conseguente stagflazione.
Stagflazione dovuta alla politica economica fatta male
Poco prima del 1973, a inizio degli anni ’70, Richard Nixon impose delle tariffe alle importazioni, così da difendere la produzione e la domanda americana. Lo stesso Nixon, vedendo l’inflazione in aumento, decise di congelare salari e prezzi per un periodo di 90 giorni.
Lo shock sull’economia e sull’inflazione portò, secondo chi sostiene questa teoria, all’esplosione della Stagflazione negli anni successivi.
Stagflazione dovuta alla separazione tra moneta e oro
Sempre lo stesso Nixon decise di separare il valore del dollaro dal sottostante oro, ponendo fine alla maggior parte dei vincoli pratici all’espansione monetaria e iniziando un processo di svalutazione della valuta.
Secondo chi sostiene questa teoria, la mancanza di supporto per la moneta portò all’inflazione e la crisi energetica successiva creò uno shock di difficile gestione.
Le teorie degli anni ’70
Queste tre teorie appena viste, però, si basano su un unico caso di stagflazione, andando a ripercorrere quelle che sono state le cause endemiche della crisi degli anni ’70.
Durante i successivi 50 anni si è visto come la Stagflazione può avvenire per innumerevoli motivi, comunque sempre allineati a uno shock esterno che porta ad alta inflazione e bassa crescita.
Come si esce dalla stagflazione
La risposta più semplice è “con il tempo”. La verità è che chi attua politiche economiche dovrebbe accelerare questo “tempo” così che la Stagflazione duri il meno possibile.
In definitiva la stagflazione si cura con la proattività e con la crescita economica, così che l’inflazione rientri nei ranghi più velocemente o, quantomeno, sia seguita dalla crescita del PIL.
Dirlo è semplice, farlo è molto complesso quando si gestiscono milioni di persone. Per questo motivo bisognerebbe applicarsi per non arrivare in un periodo di Stagflazione.
La Stagflazione degli anni 2020
Arriviamo quindi ai giorni nostri e alla nuova ondata di Stagflazione che pare in arrivo… chi ha letto attentamente l’articolo ha trovato molte analogie tra quanto successo negli anni ’70 e quello che è successo (o che sta succedendo) oggi.
I fattori esterni, come sappiamo, non mancano. Tra una guerra in Ucraina e la pandemia gli shock economici sono enormi.
Negli ultimi mesi l’inflazione sta correndo molto velocemente, ciò a causa dello stress sui prezzi dell’energia, acuiti dalla transazione ecologica che vuole abbandonare le fonti a energia fossile per fonti innovative. I prezzi di petrolio e gas sono alle stelle e i prezzi dell’energia elettrica seguono come un’ombra.
L’inflazione è già palpabile, poiché l’aumento dei costi di trasporto si abbatte su ogni prodotto, dai generi alimentari al settore del turismo e ai prodotti in generale.
La poca crescita già registrata negli ultimi anni pareva superata dall’uscita dal Covid, ma la guerra in Ucraina e le sanzioni in Russia stanno portando molta incertezza, uniti alla carenza di prodotti di materie base (come chip, legno, acciaio, ecc). Questo potrebbe portare a un rallentamento dell’economia, ma se il PIL rimarrà positivo avremo comunque una perdita di potere di acquisto ma non una stagflazione.
Molti analisti sono però pessimisti e vedono l’economia europea in rallentamento nei prossimi trimestri. Se ciò si verificasse saremmo nel pieno di una stagflazione.
Inoltre ci sono numerose analogie tra la politica di Nixon e la politica di Trump negli ultimi anni, con la spinta verso consumi e produzione interna all’America. Se la teoria della cattiva gestione economica fosse vera, oltre alla teoria del petrolio, troverebbe riscontro anche la teoria della cattiva politica, in un mix esplosivo e molto simile agli anni ’70. Potremmo insomma essere in un momento storico che si va a ripetere, con la differenza che più soggetta a stagflazione, in questo momento, è l’Europa a causa della vicinanza geografica con la Russia, piuttosto che l’America.
Ciò a maggior ragione se consideriamo che il Vecchio Continente da circa 10 anni oramai sta applicando politiche espansive per smuovere l’inflazione che era appesa alla parità da anni. Tale effetto si è registrato tutto insieme negli ultimi mesi, in concomitanza con lo stress sui prezzi dell’energia. Ma a una politica economica che non ha funzionato, ma ha avuto il buon risultato di sostenere economie in difficoltà (pensiamo alla crisi del debito), il contro-effetto è quello di avere bolle gonfie di denaro, pronte a esplodere e portare con sé molte fette dell’economia reale.
Inoltre, rispetto agli anni ’70, c’è un’ulteriore variabile, chiamata Cina, che avrebbe dovuto assorbire il lavoro a basso costo e creare ricchezza da ridistribuire in occidente, ma ciò non è completamente avvenuto, con il risultato di aver assorbito economia e domanda direttamente dall’occidente, ma ciò avviene da circa 20 anni oramai e questo peserà relativamente sulla stagflazione.
Insomma, c’è un mix esplosivo micidiale che, qualora si allineassero le variabili negative, porterebbe a un crollo impressionante dell’economia. Al momento appare solo come ombra all’orizzonte, ma se non si trovano alternative vere e concrete per abbattere il costo dell’energia, il rischio è altissimo. Unica briciola di luce, in questa oscurità, è il PNRR con il Next Generation UE che dovrebbe aiutare il PIL a crescere, con conseguenze stagflazione evitata.
La scelta di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina gli si sta ritorcendo contro; probabilmente il presidente, che sogna l’ex Unione Sovietica, non si aspettava questa reazione da parte dell’occidente, che l’ha etichettato come tiranno dittatore e sta abbandonando l’area.
Sono tantissime le aziende che hanno già abbandonato la Russia, altre hanno bloccato (o limitato) i servizi e altre ancora non hanno ancora abbandonato la nazione ma hanno bloccato qualsiasi ulteriore investimento.
L’Europa ha paura che lo zar possa continuare con la sua opera di invasione e quindi prova a proteggere le Nazioni più virtuose, laddove le aziende fanno il grosso dei loro profitti. Lo fanno anche a costo di perderci business e capitali, a patto di mantenere al sicuro le nazioni in cui operano.
Aziende dell’intrattenimento
Partiamo da quelle aziende che probabilmente avranno un minor impatto sull’economia ma un segno forte sulla popolazione russa, cioè le aziende del business dell’entertainment. Sony, Disney e Warner Bros (AT&T) hanno già sospeso la distribuzione di film in Russia. Un po’ più lieve la posizione di Paramount e Spotify che, come anche Netflix, ha sospeso la distribuzione di nuove produzioni ma non hanno ancora abbandonato il mercato.
Electronic Arts, per andare sul mondo del gaming, ha eliminato la Russia dal proprio gioco di punta: Fifa.
Tecnologia
Le aziende sopracitate hanno una forte connessione con la tecnologia, ma non sono dei Tech puri. In questa sezione rientrano invece Apple, Google (Alphabet) e Meta, che vista l’essenzialità dei prodotti distribuiti, non hanno abbandonato il Paese ma hanno limitato i servizi. Meta ha servizi come Facebook, Instagram e WhatsApp, che potrebbero rientrare nell’entertainment ma anche nelle necessità (pensiamo alle comunicazioni su WhatsApp).
Apple ha chiuso negozi fisici e deciso di non vendere nuovi dispositivi nel Paese dell’ex Unione Sovietica. Google ha fortemente limitato i servizi su Maps, anche per una questione di sicurezza per gli Ucraini che si proteggono, e bloccato il servizio Pay, così da allinearsi con le sanzioni.
Airbnb ha sospeso i suoi servizi in Russia e, insieme ai propri host, ha deciso di fornire alloggi gratuiti e sicuri in Ucraina e nelle nazioni vicine al conflitto, così da dare supporto ai rifugiati che decidono di lasciare il Paese.
I servizi di media, come YouTube, Facebook, Microsoft, Tik Tok e Twitter hanno deciso di bloccare i canali di propaganda russa, chiudendo la diffusione di RT (Russia TV) e di Sputnik.
Pagamenti e Finanziari
Sappiamo già che le banche e le strutture russe sono state fortemente bloccate, quelle che rimanevano disponibili erano i pagamenti attraverso Mastercard e Visa. Negli ultimi giorni anche queste due aziende hanno bloccato tutto per i clienti russi, spingendosi anche oltre i confini russi e bloccando i pagamenti per russi in giro per l’Europa.
Decisione abbastanza simile anche per American Express, che al momento pare abbia bloccato solo all’interno dei confini russi.
Ovviamente in questa categoria rientrano anche tutti i servizi finanziari, come Société Générale e HSBC.
Posizione molto dura da parte di NorgesBank, il più grande fondo sovrano al mondo che è stato il primo ad abbandonare il Paese, abbandonando partecipazioni molto importanti, soprattuto in Gazprom, Lukoil e Sberbank.
Moda e Retail
Sono molti i brand di moda e di negozi retail che hanno deciso di chiudere i punti fisici in Russia. Tra i primi a prendere decisioni del genere sono stati Nike e Burberry, tra gli ultimi si registrano le aziende svedesi H&M e Ikea. L’azienda di arredamenti, inoltre, in Russia aveva delle importanti sedi di produzione, che vengono congelate e vengono bloccati gli export e gli import dal paese, con un impatto diretto su circa 15 mila russi e relativo indotto.
Settore automobilistico
Negli ultimi 20 anni le aziende automobilistiche hanno guardato alla Russia come a un mercato vergine da inondare, spostando produzioni e vendite nel Paese. Appena scoppiato il conflitto bellico sono arrivate decisioni importanti da quasi tutte le aziende principali, quindi Volkswagen, Ford e GM hanno annunciato lo stop a esportazioni verso la Russia. Ancora più drastica Toyota, che in Russia, precisamente a San Pietroburgo ha una fabbrica che è stata bloccata.
Si registrano anche i blocchi agli export per Volvo e Harley Davidson, oltre che per i marchi di lusso Jaguar, Aston Martin e Rolls-Royce.
Daimler (Mercedes Benz) ha deciso di interrompere la collaborazione con la russa Kamaz, vendendo anche la sua quota nell’azienda.
Trasporti
Con il blocco degli import ed export delle principali aziende industriali del globo, ovviamente viene impattato anche tutto l’indotto. Sia per questo motivo che per la sicurezza delle proprie navi, la società di trasporto marino Maersk ha completamente bloccato qualsiasi import verso la Russia.
Aziende petrolifere
Non fa certo eccezione il petrolio, ne avevamo già parlato qualche giorno fa, con le aziende petrolifere di tutto il mondo che hanno dismesso o bloccato importanti partecipazioni. La prima in ordine cronologico è stata la britannica BP, che possedeva e ha ceduto il 20% di Rosneft. Hanno copiato la mossa ExxonMobil, Shell ed Equinor.
Leggermente differente la posizione della francese TotalEnergies che ha deciso di non fare ulteriori investimenti ma non ha abbandonato quelli già in essere.
La finanza, si sa, guarda oltre gli eventi e cerca di posizionarsi in anticipo su quelle che saranno le tendenze del dopo. Non sfugge quindi la rotazione in atto sui portafogli a causa della guerra tra Ucraina e Russia.
Come abbiamo avuto modo di vedere, analizzando le azioni migliori e peggiori da quando è iniziato il conflitto, ci sono delle tendenze, già avviate prima dell’inizio della guerra, che stanno accelerando.
Il volo degli energetici green
Il primo effetto che si è visto è come i grandi fondi stanno ruotando il portafoglio, puntando su quelle aziende che fanno del green il loro cavallo di battaglia per il futuro. Ecco quindi che le azioni legate alla produzione dell’energia solare e a idrogeno stanno già salendo e continueranno ancora a farlo.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche tutte quelle aziende che producono, vendono o trasportano Gas Naturale Liquefatto (GNL).
Il motivo è molto semplice: con le sanzioni comminate alla Russia è probabile che nei mesi a venire il Gas e il Petrolio avranno delle fiammate di prezzo, non sopportabili dal mercato che quindi cercherà delle soluzioni alternative e meno costose.
La trasformazione era già in atto nei giorni scorsi, a causa dell’elevata inflazione che stava strozzando le industrie europee, la guerra ha solo accelerato la svolta e dato l’opportunità ai fondi di investimento di allinearsi.
Questa una lista di aziende che potrebbero trarne vantaggio:
Azienda/Azione
Settore
Nazione
Air Liquide EPA: AI
Servizi
Francia
Alerion Clean Power BIT:ARN
Rinnovabili
Italia
EDP Renewables ELI: EDPR
Eolico
Spagna
Encavis ETR: ECV
Solare
Germania
ERG BIT:ERG
Rinnovabili
Italia
ITM Power LON: ITM
Idrogeno
Regno Unito
Nordex ETR: NDX1
Eolico
Germania
Orsted CPH: ORSTED
Eolico
Danimarca
Siemens Gamesa Renewable Energy BME: SGRE
Ingegneria
Spagna
Solaria Energia y Medio Ambiente BME: SLR
Solare
Spagna
Snam BIT: SRG
Idrogeno
Italia
Vestas Wind Systems CPH: VWS
Eolico
Danimarca
Voltalia EPA:VLTSA
Rinnovabili
Francia
Aziende del settore energetico green
La stabilità dell’energia fossile
Sembra assurdo, visto quanto abbiamo appena detto nel capitolo precedente, ma anche le fonti di energia vecchio stampo, quindi gas e petrolio, non dovrebbero avere grandi problemi.
Il motivo è presto detto: vero che si sta guardando sempre più al green ma è altrettanto vero che il mercato ancora richiede l’uso di gas e petrolio e sarà così per lunghi periodi ancora.
La carenza possibile di forniture da parte della Russia è una buona notizia per il prezzo delle materie prime, che non a caso stanno vedendo i prezzi a livelli che mancavano da molti anni. Il Gas è sui massimi di sempre e il petrolio ha appena toccato i 110$ a barile.
Nei mesi a venire queste fiammate di prezzo continueranno, permettendo alle aziende che hanno nel loro core business l’energia da fossili di allinearsi al nuovo mercato e di sviluppare le tecnologie necessarie per abbracciare ampiamente il nuovo corso.
Le aziende che non avevano investimenti importanti in Russia, quindi, accolgono con favore i prezzi che lievitano, e faranno molti più margini da reinvestire in tecnologia e impianti di nuova generazione. Un esempio è ENI, il cui prezzo, negli ultimi giorni, sta arrivando a dei prezzi che non si vedevano da tempo.
Ecco una breve lista di aziende di un certo spessore, che ancora producono molto sull’energia da fossili ma che hanno la capacità di cambiare le loro attività. Una della lista è già partita, facendo cambiare il proprio nome, da Total a TotalEnergies, così da far segnare anche simbolicamente il cambio passo.
Azione / Azienda
Nazione
BP LON: BP
Gran Bretagna
ENI BIT: ENI
Italia
Shell LON: SHEL
Olanda
TotalEnergies EPA: TTE
Francia
Azioni del settore petrolifero che vivranno un cambiamento in futuro
Le armi saranno sempre più importanti
È stata necessaria una guerra, ma finalmente l’Unione Europea si è resa conto di non poter affrontare il futuro con mille eserciti differenti, muovendo le proprie armi alla rinfusa. Si è quindi aperto un tavolo per costruire un esercito comune, non solo militarmente, ma anche in termini di politica di difesa e di adeguamento degli armamenti. Inoltre, come abbiamo visto in Russia e Ucraina, in caso di conflitto vengono anche attaccate le reti informatiche e la cybersicurezza entra, a tutti gli effetti, nella politica difensiva di un Paese.
Non è un caso che la Germania, pochi giorni fa, abbia deciso di portare la propria spesa in difesa dall’1,5 al 2% del PIL. Questa è certamente una buona notizia per le aziende che fatto della difesa il loro core business, ci si aspetta che altre nazioni seguiranno l’esempio, finché non sarà la Comunità Europea a coordinare questi investimenti.
Tra le aziende da seguire in questa sezione troviamo:
Azienda / Azione
Nazione
BAE Systems LON: BA
Regno Unito
Hensoldt ETR: HAG
Germania
Leonardo BIT: LDO
Italia
Lockheed Martin NYSE: LMT
USA
Rheinmetall ETR: RHM
Germania
Thales Group EPA: HO
Francia
Azioni legate al mondo della difesa
I minerali, tra gioie e dolori
Altro mercato impattato dalla guerra è quello dei minerali, infatti la Russia è uno dei maggiori produttori ed esportatori di minerali di vario tipo. Con le sanzioni nei confronti del Paese dell’ex Unione Sovietica, diventa fondamentale andare a trovare i minerali necessari altrove.
Qui il mercato si spacca in due grandi parti: chi ha effettuato grandi investimenti in Russia negli anni scorsi ora è in forte difficoltà, invece chi ha impianti altrove sta gongolando osservando il futuro.
Puntare su aziende che hanno poco o nulla a che fare con la Russia, come per esempio:
Azienda / Azione
Nazione
Barrick Gold NYSE: GOLD
Canada
Coeur Mining NYSE: CDE
USA
First Majestic Silver TSE: FR
Canada
Harmony Gold Mining JSE: HAR
Sud Africa
Rio Tinto LON: RIO
UK/Australia
Le aziende minerarie con nessun interesse in Russia
Materiali per la ricostruzione
Per fortuna l’esercito russo sta colpendo solo in modo mirato, senza radere al suolo intere aree, quindi la ricostruzione sarà certamente più veloce e più semplice.
Ne potrebbero trarre vantaggio tutte quelle aziende che hanno nel loro core business la produzione di materiali per le costruzioni, a patto però che l’Ucraina rimanga libera e che (possibilmente) entri a far parte dell’Europa. Così non fosse, a causa delle sanzioni, sarà impossibile per le aziende europee partecipare alla fase di ricostruzione.
Alcune di queste aziende possono essere:
Azienda / Azione
Nazione
Buzzi Unicem BIT: BZU
Italia
Caterpillar NYSE: CAT
USA
Cement Roadstone Holdings LON: CRH
UK
HeidelbergCement ETR: HEI
Germania
LafargeHolcim SWX: LHN
Svizzera
Saint-Gobain EPA: SGO
Francia
Schneider Electric EPA: SU
Francia
Wienerberger VIE: WIE
Austria
Aziende del settore edile e ricostruzioni
Inoltre in Russia sono presenti 4 grandi produttori di acciai, i quali vivevano con l’esportazioni verso altri mercati. Con il blocco del loro lavoro, se ne avvantaggeranno certamente i concorrenti, anche in virtù dell’aumento dei prezzi su questi materiali che è in atto da mesi oramai. Quindi:
Aziende / Azioni
Nazione
ArcelorMittal AMS:MT
Lussemburgo
Labrador Iron Ore Royalty Corporation TSE: LIF
Canada
Reliance Steel & Aluminum NYSE: RS
USA
Steel Dynamics NASDAQ: STLD
USA
Tenaris BIT: TEN
Italia
United States Steel NYSE:X
USA
Aziende siderurgiche che approfitteranno delle difficoltà russe
Una guerra è un buon momento per girare i portafogli, cedendo aziende soggette a problematiche e acquistando azioni di aziende che sul medio periodo ne possono trarre vantaggio. Tra le prime società di analisi ad aver pubblicato una lista di aziende per essere resilienti alla guerra c’è Berenberg, che ha dato 36 nomi utili per difendersi e per ripartire al di là del conflitto.
Ha suddiviso la lista in aziende cicliche, azioni difensive e altre. Noi abbiamo unito le difensive e le altre, lasciando staccate solo quelle cicliche.
Aziende cicliche
Le aziende cicliche sono aziende nativamente resilienti, cioè che in caso di crisi economica tendono a non risentirne vista la loro natura e il loro business.
Ecco la lista delle aziende suggerite da Berenberg:
Azienda / Azione
Nazione
Aalberts AMS:AALB
Olanda
Arkema EPA:AKE
Francia
Astrazeneca LON:AZN
Gran Bretagna
Brenntag ETR:BNR
Germania
Daimler truck ETR:DTG
Germania
ENCE Energía y Celulosa BME:ENC
Spagna
Eurocell LON:ECEL
Gran Bretagna
Heidelberg Cement ETR:HEI
Germania
Linde ETR:LIN
Germania
Metso Outotec HEL:MOCORP
Finlandia
QinetiQ LON:QQ
Gran Bretagna
Shell AMS:SHELL
Olanda
Solvay EBR:SOLB
Belgio
Tate & Lyle LON:TATE
Gran Bretagna
UBS SWX:UBSG
Svizzera
Unicredit BIT:UCG
Italia
Wienerberger VIE:WIE
Austria
Aziende cicliche consigliate da Berenberg
Aziende difensive e altre
Le aziende difensive sono tutte quelle aziende che durante le crisi tendono a guadagnare del valore. Pensiamo per esempio all’oro, che in termini di materia prima è lo strumento difensivo per eccellenza. Se c’è tensione sui mercati si può stare certi che l’oro ne guadagnerà, ma allo stesso tempo bisogna prestare molta attenzione, perché le azioni difensive, a differenza di quelle cicliche, quando l’orizzonte si schiarisce perderanno valore, con gli investitori che lasceranno questi titoli per andare su azioni più rischiose.
Il piano industriale presentato non piace evidentemente al mercato, che ha già pesantemente bocciato in apertura il titolo TIM. Apertura di oggi con -11% circa, una bocciatura chiara e pesante, molto pesante.
Evidentemente dalla presentazione del nuovo AD Pietro Labriola si salva poco. Non piacciono i conti, con ricavi che si fermano a 15,3 miliardi, contro i 15,8 di un anno fa, non piace il risultato netto, che chiude con -8,7 miliardi, un buco enorme per un’azienda che ne ricava solo 15, non piace il piano industriale e, soprattutto, non piace che l’offerta di KKR sia per l’ennesima volta accantonata e rimandata. E a poco serve il calo di 1 miliardo sull’indebitamento netto.
I conti del 2021 per TIM
Qualche numero lo abbiamo già snocciolato:
Ricavi: 15,3 miliardi
Utile: -8,7 miliardi
Debito netto in calo di 1 miliardo
Risultato negativo a cui si arriva dopo la svalutazione del goodwill per 4,1 miliardi e lo stralcio delle attività per imposte anticipate per 3,8 miliardi.
Insomma Labriola, al primo bilancio, fa il reset sui conti e tira una riga sul passato.
Il piano industriale di TIM
Passando al piano industriale 2022-2024, presentato insieme ai conti, TIM si dividerà in due aziende distinte e separate: NetCo e ServCo. Progetto esecutivo da presentare entro la semestrale, quindi, come da calendario finanziario di TIM, entro il 27 di luglio.
La suddivisione è tra rete e servizi, con NetCo che accoglierà le attività internazionali di Sparkle, gli asset di rete fissa e le attività wholesale domestiche.
In ServCo finiranno invece il business consumer, Noovle (che rappresenta gran parte del B2B), Olivetti, Telsy e Tim Brasil.
L’evoluzione che abbiamo disegnato sarà discontinuità positiva. Stiamo giocando un ruolo da front-runner nel settore delle TLC, ci aspettiamo che altri seguano il nostro esempio
Pietro Labriola, CEO di TIM
Invece una nota dettaglia meglio gli obiettivi:
L’assetto migliorerà la visibilità sulle performance operative e finanziarie di ciascuna componente e amplierà il ventaglio delle opzioni strategiche che Tim potrà sfruttare nell’interesse di tutti gli stakeholder, con la possibilità di attrarre nuovi partner e nuovi investitori finanziari. Si stima un impatto molto contenuto dei costi necessari per realizzare la piena separazione, in quanto la maggior parte degli investimenti è già stata sostenuta, grazie all’implementazione della Equivalence of Input, della Equivalence of Output e dalla separazione di FiberCop
Nota che accompagna il piano industriale di TIM
Offerta KKR rimandata
Oramai sfioriamo il ridicolo per quanto riguarda l’offerta di KKR che sarebbe ancora sul tavolo. Offerta arrivata a novembre e che valutava l’intera TIM 10,8 miliardi, con 0,505 per ogni singola azione.
Anche durante la presentazione del piano è stata rimandata la decisione sull’offerta:
Con la finalizzazione del piano industriale di Tim, gli advisor finanziari e legali del Consiglio di Amministrazione hanno ricevuto tutti gli elementi rilevanti e necessari per valutare la manifestazione d’interesse indicativa e non vincolante di KKR
Questa analisi sarà conclusa rapidamente. Una volta completata, il Consiglio si riunirà per valutare le determinazioni di competenza e decidere i passi successivi in merito.
Dichiarazioni sull’offerta KKR
Insomma, l’impressione è che si stia prendendo tempo affinché KKR si stanchi e ritiri definitivamente l’offerta. Il piano industriale stesso lo dimostra e ciò che è peggio è che queste decisioni sono prese da due soli soci (Vivendì con il 23,7% di quote e CDP con il 9,81%), ignorando completamente il restante 66,5% del mercato.
Ma oramai, per come stanno andando le cose, non rimane che aspettare e vedere cosa succede.
Ardian presenta l’offerta per InWit
TIM ha ufficialmente informato il mercato di aver ricevuto un’offerta vincolante, da parte di Ardian, per l’acquisto della holding Daphne 3, la quale controlla il 30,2% di InWit.
L’offerta non fa scattare un obbligo di OPA e ha alcune condizioni sospensive. Il Consiglio di Amministrazione di Tim, in questo caso, valuta positivamente l’offerta e dà mandato all’amministrazione di negoziare l’accordo.
Evidentemente quando si vuole sulle offerte c’è un’accelerazione decisa…
Target finanziari di TIM
Siete azionisti di TIM e quello che avete letto fino a ora non vi piace? Ecco, non è tutto, perché con il piano industriale così audace ci si aspetterebbe un aumento dei target finanziari, così da giustificare un completo redesign dell’azienda e la bocciatura “de facto” dell’offerta KKR… e invece no, perché i target finanziari non sono per nulla audaci.
Ricavi di gruppo in leggera crescita
Ebitda di Gruppo atteso stabile
Ebitda After Lease di Gruppo atteso in leggero calo
Capex di gruppo previsti
4 miliardi per il 2022
3,9 miliardi per il 2023
3,8 miliardi per il 2024
Indebitamento netto in aumento di 3,7 miliardi a causa dell’acquisto degli asset di Oi in Brasile, oltre al pagamento per spettri di frequenza in Italia e in Brasile.
Azzeramento del dividendo
Infine, all’assemblea del 7 aprile sarà proposta l’approvazione di un piano di Stock Options di durata triennale, probabilmente per remunerare il management.
Una decisione incredibile che rischia di far registrare un default alla Russia. Secondo Bloomberg domani sarebbe in programma il pagamento di una cedola, per un bond (con scadenza 2024) emesso dalla Russia (chiamati OFZ); dal Cremlino però hanno deciso di congelare i pagamenti delle cedole per il debito emesso in rubli.
Quindi gli investitori che avessero in portafoglio dei titoli di stato russi, e che si aspettano per domani (o per i prossimi giorni) una cedola, potrebbero rimanere a bocca asciutta.
Secondo quanto calcolato da Bloomberg le cedole dovrebbero ammontare a circa 30 miliardi di dollari. L’agenzia di stampa Interfax ha battuto che il congelamento avrà una durata di 6 mesi, anche se dal Ministero delle Finanze russo non sono arrivate indicazioni chiare sulle tempistiche.
Sempre secondo l’agenzia americana, il 19,1% del debito pubblico russo è in mano a stranieri.
In caso mancato pagamento, scatterebbe il periodo di grazia di 30 giorni, scaduto il quale teoricamente il Paese sarebbe in default. Diciamo “teoricamente” perché questo non è evidentemente un semplice default e la situazione è molto più complessa.
Questo sarà probabilmente un default tecnico, vedremo per quanto tempo durerà
Nick Eisinger di Vanguard Asset Management
Nel mentre iniziano ad agitarsi anche le agenzie di rating, chiamate a ufficializzare l’eventuale default.
La possibilità che il governo russo non onorari il proprio debito in tempo e per intero aumenta la probabilità di un taglio del rating sul credito
Giovedì scorso, 24 febbraio 2022, Vladimir Putin ha deciso di invadere l’Ucraina, aprendo una guerra di conquista come non si vedevano da decenni in Europa. Una guerra assurda, condannata pesantemente da gran parte del globo (ma non da tutti).
Mercoledì scorso, quindi, abbiamo vissuto l’ultimo giorno da nazioni in pace, benché, come avevamo anche scritto, i venti di guerra si potevano già percepire.
In una settimana molto è successo: Putin probabilmente pensava in una guerra lampo e invece è impantanato in Ucraina; l’Europa ha scoperto che la fiducia posta nella Russia negli ultimi 20 anni probabilmente era mal riposta; sono partite le sanzioni nei confronti della Russia e della Bielorussia e ci siamo resi conto che certamente queste fanno male agli aggressori, ma anche a chi infligge queste pene; la borsa russa è chiusa da tre giorni, per evitare il degrado dell’economia russa, ma non è bastato poiché il rublo è crollato e l’inflazione prevista per la nazione dell’ex Unione Sovietica è alle stelle, a tal punto che la Banca Centrale russa ha portato il tasso di interesse al 20%.
Come si sono comportate le azioni durante la guerra
Ma tutto ciò è un riecheggiare di qualcosa che possiamo ancora percepire come lontano; benché ci sia una guerra alle porte dell’Europa, se il conflitto rimanesse circoscritto, in Europa dovremo solo comprendere come muoverci in futuro.
Invece quello che è molto più vicino sono i movimenti dei titoli azionari sui nostri mercati. Andiamo quindi a vedere, una per una, quali sono stati i migliori e i peggiori titoli azionari dall’inizio della guerra, e quindi a una settimana dall’ultimo giorno di pace.
Le peggiori azioni a Piazza Affari durante la Guerra in Ucraina
Partiamo da casa nostra, quindi dal FTSE MIB e dalle azioni a media capitalizzazione, e guardiamo quelle che sono state le peggiori azioni durante la guerra.
Azione
% 1 settimana
% inizio anno
Maire Tecnimont (BIT:MT)
-26,2%
-31,9%
Unicredit (BIT:UCG)
-24,7%
-21,8%
Banco BPM (BIT:BAMI)
-17,7%
+8,9%
BPER Banca (BIT:BPE)
-17,7%
-8,9%
Banca Popolare di Sondrio (BIT:BPSO)
-17,4%
-10%
Intesa Sanpaolo (BIT:ISP)
-14,2%
+0,86%
Iveco (BIT:IVG)
-14,1%
–
Buzzi Unicem (BIT:BZU)
-13,6%
-14,6%
Telecom Italia (BIT:TIT)
-13,3%
-20,8%
Mediobanca (BIT:MB)
-12,8%
-15%
Pirelli (BIT:PIRC)
-11,9%
-19,1%
Banca IFIS (BIT:IF)
-11,7%
+4,5%
DoValue (BIT:DOV)
-10,6%
-13,6%
BFF Bank (BIT:BFF)
-10,3%
-9%
Banca Mediolanum (BIT:BMED)
-10,3%
-15,2%
Le azioni di Piazza Affari peggiori a causa della Guerra in Ucraina
Come possiamo vedere dalla lista, Maire Tecnimont è stata l’azienda più colpita, anche perché puntava alla Russia come mercato per l’espansione.
A seguito del gruppo ingegneristico troviamo ben 5 banche, settore molto colpito a causa del blocco delle transazioni con Swift e poiché gli istituti di credito avevano molti interessi in Russia.
Le migliori azioni a Piazza Affari nonostante la guerra
Possiamo dire nonostante la guerra oppure, in qualche singolo caso, grazie alla guerra. Perché, ovviamente, all’interno di una crisi ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a guadagnarci (e lo diciamo senza pregiudizi, è giusto così).
Ecco quindi la lista delle azioni che hanno guadagnato valore durante la settimana di guerra.
Azione
% a 1 settimana
% da inizio anno
Leonardo (BIT:LDO)
+24,7%
+27%
ERG (BIT:ERG)
+18,7%
-0,6%
Alerion Clean Power (BIT:ARN)
+17,5%
+3,2%
Fincantieri (BIT:FCT)
+16,5%
+4,8%
Terna (BIT:TRN)
+9,6%
+3,2%
Le migliori azioni a Piazza Affari durante la prima settimana di guerra
Eccole quindi le aziende che, durante la prima settimana di guerra, hanno guadagnato di più a Piazza Affari.
Potremmo dividere le aziende in due blocchi distinti: da un lato le azioni che hanno nel loro core business la difesa, ciò perché le nazioni stanno rivedendo le spese militari e quindi danno un’accelerata ai business di queste aziende; dall’altro lato la transizione energetica, infatti con il rischio di blocco del gas russo è fondamentale affrancarsi il prima possibile e, per farlo, l’unico modo è quello di investire su fonti di energia che siano il futuro, quindi l’energia green e, a tal proposito, vengono premiate le aziende più attive su questo tema nei mesi scorsi.
Le peggiori azioni in Europa durante la guerra in Ucraina
Allarghiamo quindi l’orizzonte e andiamo a guardare cosa sta succedendo nell’intera Europa. Vediamo quindi quelle che sono state le peggiori azioni nel Vecchio Continente durante questa prima settimana di guerra.
Per evitare i Penny Stock abbiamo messo un limite alla capitalizzazione delle aziende, che devono valere almeno 1 miliardo.
Azione
% a 1 settimana
Nazione
Polymetal International (LON:POLY)
-67%
Cipro
EVRAZ (LON:EVR)
-63%
UK
Ferrexpo (LON:FXPO)
-41%
Svizzera
Nokian Tyres (HEL:TYRES)
-31%
Finlandia
Technip Energies (EPA:TE)
-29%
Francia
Commerzbank (ETR:CBK)
-25%
Germania
Uniper (FRA:UN01)
-24,8%
Germania
Wizz Air Holdings (LON:WIZZ)
-24,4%
Svizzera
Casino Guichard Perrachon (EPA:CO)
-24,3%
Francia
ING Groep (AMS:INGA)
-24,2%
Olanda
Mondi (LON:MNDI)
-22,7%
UK
Valeo (EPA:FR)
-22,2%
Francia
Rolls-Royce Holdings (LON:RR)
-22%
UK
Deutsche Bank (ETR:DBK)
-21,2%
Germania
Fortum (HEL:FORTUM)
-20,8%
Finlandia
BNP Paribas (EPA:BNP)
-19,3%
Francia
Société Générale (EPA:GLE)
-19,2%
Francia
Montana Aerospace (SWX:AERO)
-19,2%
Svizzera
Unicaja Banco (BME:UNI)
-18,2%
Spagna
Renault (EPA:RNO)
-18,2%
Francia
Le azioni peggiori in Europa durante la guerra
Eccole elencate, le 20 azioni che hanno perso di più in Europa durante la prima settimana di guerra. Ci sono alcune aziende che semplicemente esportano in Russia, altre che hanno delle fabbriche e alcune che sono talmente permeate con la nazione dell’ex Unione Sovietica che si può dire quasi siano russe.
Per esempio, per la prima della lista (Polymetal International), se andiamo a leggere il profilo dell’azienda, troviamo:
gruppo minerario di metalli preziosi con sede a Cipro. Il gruppo ha un portafoglio di nove miniere di oro e argento in produzione e 3 progetti di sviluppo in Russia e Kazakistan
Descrizione di Polymetal International
Forse ancora peggio va a Ferrexpo, per la quale leggiamo nel profilo aziendale:
Gestisce circa due miniere e un impianto di lavorazione vicino a Kremenchug in Ucraina, oltre ad avere interessi in un porto a Odessa.
Descrizione di Ferrexpo
Quindi, in questo caso, non colpiscono le sanzioni russe, ma direttamente la guerra, operando direttamente in Ucraina, nonostante sia un’azienda svizzera.
Le aziende europee che hanno guadagnato durante la guerra in Ucraina
Dall’altro lato della medaglia, sempre mantenendo il limite della capitalizzazione a 1 miliardo, ecco quali sono le aziende che hanno visto il loro valore di borsa allargarsi durante la prima settimana di scontri.
Azione
% a 1 settimana
Nazione
Hensoldt (FRA:HAG)
+113%
Germania
Rheinmetall (ETR:RHM)
+42%
Germania
Oxford Instruments (LON:OXIG)
+38%
UK
Secunet Security Networks (FRA:YSN)
+36%
Germania
ITM Power (LON:ITM)
+36%
UK
Vestas Wind Systems (CPH:VWS)
+32%
Danimarca
Nordex (ETR:NDX1)
+29%
Germania
Siemens Gamesa Renewable Energy (BME:SGRE)
+28%
Spagna
Solaria Energia y Medio Ambiente (BME:SLR)
+27%
Spagna
SMA Solar Technology (ETR:S92)
+26%
Germania
BAE Systems (LON:BA)
+26%
UK
Vallourec (EPA:VK)
+25%
Francia
Voltalia (EPA:VLTSA)
+24%
Francia
Thales (EPA:HO)
+23,9%
Francia
Orsted – Dong Energy (CPH:ORSTED)
+23,3%
Danimarca
Neoen (EPA:NEOEN)
+22%
Francia
Ceres Power Holdings (LON:CWR)
+21,6%
UK
Bobst Group (SWX:BOBNN)
+21,6%
Svizzera
EDP Renovaveis (BME:EDPR)
+21,3%
Spagna
Chemring Group (LON:CHG)
+21,1%
UK
Migliori azioni in Europa durante la prima settimana di guerra
Anche qui, come successo in Italia, possiamo vedere molta presenza di azioni legate alla difesa delle nazioni, come per esempio la britannica BAE Systems, oppure la francese Thales. Dall’altro lato della medaglia, vediamo anche qui la tendenza a investire nel mercato delle energie rinnovabili, con molte aziende spagnole nella lista, oltre a ITM Power, impegnato nell’industria dell’idrogeno, che sta diventando sempre più un colosso.
Caso emblematico per la prima della lista, che ha visto, in una settimana, più che raddoppiare il proprio valore, si tratta di Hensoldt e questo il suo profilo:
Produttore con sede in Germania di sistemi e strumenti di ricerca, rilevamento, navigazione, guida, aeronautici e nautici. La società inoltre, direttamente o indirettamente, acquisisce, detiene, vende e gestisce partecipazioni in società coinvolte nello sviluppo, nella produzione, nel funzionamento e nella vendita di sistemi di ingegneria elettrica, prodotti optronici e soluzioni software per scopi militari e non
Descrizione di Hensoldt
Le peggiori azioni sul mercato americano durante la guerra in Ucraina
Facciamo quindi il salto dell’oceano e andiamo a guardare quali sono state le azioni a stelle e strisce più colpite dalla guerra in Ucraina che, per quanto lontana dalle coste americane, comunque ha avuto delle ripercussioni anche nella nazione guidata da Biden, quantomeno per le tendenze sul lungo periodo.
Essendo le capitalizzazioni del mercato azionario americano tipicamente più grandi, per evitare piccole aziende abbiamo allargato il limite a 5 miliardi di dollari per poter essere considerate.
Azione
% a 1 settimana
EPAM Systems (NYSE:EPAM)
-53%
Viatris – Mylan (NASDAQ:VTRS)
-25%
Booking Holdings (NASDAQ:BKNG)
-17%
United Therapeutics Corp (NASDAQ:UTHR)
-15,4%
Biohaven Pharmaceutical (NYSE:BHVN)
-15%
Azioni peggiori in America durante la prima settimana di guerra in Ucraina
La lista è molto corta poiché le azioni successive hanno una perdita tale che è considerabile “mercato” e non effetti esterni. Come vediamo sono poche le aziende impattate e non tutte potrebbero avere subito a causa della guerra.
Le azioni migliori in America durante la guerra in Ucraina
Andiamo a questo punto a vedere quali sono le aziende che hanno visto aumentare il loro valore di mercato durante la guerra tra Russia e Ucraina.
Azione
% a 1 settimana
CarGurus (NASDAQ:CARG)
+41%
DraftKings (NASDAQ:DKNG)
+37%
Block – Square (NYSE:SQ)
+30%
First Horizon (NYSE:FHN)
+29,7%
New Fortress Energy (NASDAQ:NFE)
+24,1%
Roku (NASDAQ:ROKU)
+24%
GlobalFoundries (NASDAQ:GFS)
+22,2%
Azioni migliori a Wall Street durante la prima settimana di guerra in Ucraina
Anche qui osserviamo nella lista delle aziende che, probabilmente, con la guerra c’entrano solo in minima parte. Per esempio, la prima della lista, CarGurus, è un rivenditore online di autovetture e potrebbe aver beneficiato più dell’annuncio di Stellantis, che prevede di vendere un terzo delle vetture online entro il 2030, che degli effetti della guerra in Ucraina.
Conclusione
In conclusione abbiamo osservato come i mercati europei sono stati realmente impattati dalla guerra tra Ucraina e Russia. I settori che stanno pagando più dazio sono quelli finanziari, a causa dell’incertezza sugli effetti delle sanzioni comminate alla Russia, e quelli che lavorano con i minerali provenienti da Russia e Ucraina.
I settori che ne hanno beneficiato sono quelli legati alle spese militari e alle energie rinnovabili, poiché la transizione ecologica, con la guerra in atto, verrà certamente accelerata.
In America gli effetti dello scontro bellico sono arrivati solo in minima parte e le aziende che stanno andando meglio/peggio in questa settimana sono legati, per lo più, ad altri fattori non strettamente connessi con la battaglia sul suolo europeo.
Si chiama Dare Forward 2030 e, a dispetto di quanto ci si attendesse, dal palco di Stellantis e dal suo CEO, Carlos Tavares, non sono arrivati i fuochi d’artificio.
Un piano industriale ordinato, senza strappi ma con importanti promesse, alcune delle quali andremo qui a elencare.
Solidità aziendale
Si inizia dalla ricerca di solidità aziendale, in puro stile di programmazione a lungo periodo.
Per gli investitori i punti più importanti sono certamente la ricerca di redditività anche nel caso in cui si dovessero vendere intorno al 50% delle consegne consolidate. Quindi un’azienda che affronta le sfide future, cercando di rimanere solida al di là delle crisi del periodo. Probabilmente la crisi dei chip e la pandemia, oltre all’attuale guerra, hanno spinto verso questo obiettivo.
Importante anche la ricerca di sinergie di cassa annuali, che vengono previste in 5 miliardi entro il 2024. Evidentemente su questo aspetto c’è ancora del lavoro da fare, figlio del M&A tra Peugeot ed FCA.
Tecnologia ed elettrico per l’ambiente
Si continua a puntare sull’elettrico, sulla tecnologia e sul rispetto dell’ambiente. L’obiettivo è quello di abbattere le emissioni di anidride carbonica del 50% entro il 2030 e il target è di zero emissioni entro il 2038.
Per farlo si punterà in parallelo su due tecnologie: elettrico e idrogeno. In particolare, per l’idrogeno verrà estesa la tecnologia a celle di idrogeno ai mezzi di grandi dimensioni dal 2024. Nel 2025 si potranno acquistare i primi mezzi e si allargherà l’offerta anche sui veicoli commerciali pesanti.
Inoltre, sempre rimanendo in tema di tecnologia, si punta entro il 2030 ad avere un terzo delle vendite effettuate online. Evidentemente Stellantis vede gli eCommerce come un canale possibile per la vendita/noleggio di auto.
Target finanziari
Infine arriviamo a quello che gli azionisti probabilmente prediligono leggere: i target finanziari. Stellantis prevede di raddoppiare i ricavi netti entro il 2030, fino alla cifra di 300 miliardi di euro. Allo stesso tempo si punta a mantenere i margini a due cifre, per tutto il periodo del piano industriale.
Va da sé, quindi, che l’azienda prevede di generare almeno 20 miliardi di euro in free cash flow entro il 2030.
A questo si aggancia il dividendo, che l’azienda prevede di mantenere in un range di payout tra il 25 e il 30% degli utili fino al 2025.
Riacquisto di azioni proprie fino al 5% del capitale
Ma la ciliegina sulla torta arriva quasi sul finale, con la decisione di riacquistare fino al 5% di azioni ordinarie in circolazione.
Lo switch off di frequenze che stiamo vivendo in Italia, con il passaggio da DVB-T a DVB-T2 come standard, sta portando molte famiglie a riconsiderare l’acquisto di una nuova TV a distanza di circa 10/15 anni dal primo passaggio da analogico a digitale terrestre.
Si tratta di un momento storico, anche perché le TV acquistate una decade fa, nella migliore delle ipotesi erano FullHD, mentre oggi la tecnologia ha fatto la differenza e sul mercato troviamo TV a 4K e iniziano a vedersi sempre più spesso TV a 8K.
Ulteriore spinta in tale direzione si sta avendo grazie all’interattività delle televisioni stesse, attraverso Smart TV. Molto più comodo avere l’app di Netflix direttamente sulla TV che attraverso dispositivi da collegare al nostro televisore.
Naturalmente gran parte di queste tendenze si stanno vivendo anche fuori dai confini nazionali, con un ammodernamento che vede attivo l’intero globo.
Il mercato delle TV
Non stupisce quindi se il mercato delle televisioni, a livello world wide, ha un giro d’affari da 209 miliardi di dollari per il 2021, che si prevede diventeranno 278 miliardi nel 2024.
Per quanto riguarda le tendenze geografiche sarà il sud est asiatico ha guidare questa rivoluzione, con tassi di crescita nella spesa che proiettano Cina, India, Giappone e Oceania a guidare la classifica.
Market Share vendite TV
Dando un occhio alle vendite, troviamo che la metà dell’intero mercato è gestito da soli 4 brand. Questo il dettaglio del market share sulla vendita di Televisioni.
Brand
MS 2021
MS 2020
Samsung
21,9%
19,8%
LG
11,5%
12,2%
TCL
10,7%
9,2%
Hisense
8,9%
7,8%
Xiaomi
5,6%
5,8%
Skyworth
3,9%
4,6%
Sony
3,9%
4,5%
AOC
3,4%
3,8%
Vizio
3,3%
2,9%
Sharp
2,6%
2,7%
Altri
24,3%
26,7%
Market Share produttori di TV
Come si può notare dalla classifica, un quinto delle vendite viene fatto dalla sola Samsung, sempre più leader nel mercato delle TV.
Si può anche notare come ben un quarto del mercato è sviluppato da player che non occupano le prime 10 posizioni. Tra questi brand ci sono dei player locali, che vendono apparecchi solo in determinate aree, così come player mondiali che però hanno una fetta molto piccola.
Si notano subito alcune assenze, come per esempio:
Akai
Bang & Olufsen
Fujitsu
Funai
Hitachi
JVC
Panasonic
Philips
Sanyo
Inoltre ci sono altri brand, nati relativamente poco tempo fa, che stanno avendo una crescita esponenziale, come per esempio OnePlus, che da settembre 2019 ai telefoni ha affiancato anche le TV.
Come investire in azioni dei produttori di TV
Data la posizione geografica dei principali produttori di TV, quasi tutti nell’area del Sud Est Asiatico, appare evidente come sia complesso fare investimenti in questi player.
Inoltre non tutti i principali marchi sono public company. Ecco la lista delle aziende, con relativo ticker, del mercato delle TV.
Azienda
Ticker
Nazionalità
Bang & Olufsen
CPH: BO
Danimarca
Fujitsu
TYO: 6702
Giappone
Hisense Home Appliances
HKG: 0921
Cina
Hitachi
TYO: 6501
Giappone
JVC Kenwood
TYO: 6632
Giappone
LG Group
KRX: 003550
Sud Corea
Panasonic
TYO: 6752
Giappone
Philips NV
AMS: PHIA
Olanda
Samsung
KRX: 005930
Sud Corea
Sharp
TYO: 6753
Giappone
Skyworth Group
HKG: 0751
Cina
Sony
TYO: 6758
Giappone
TCL Corporation
SHE: 000100
Cina
TPV Technology (AOC)
SHE: 000727
Cina
Vizio
NYSE: VZIO
Stati Uniti
Xiaomi
HKG: 1810
Cina
Aziende pubbliche nel mercato delle TV
I brand non più esistenti
Infine, un mercato così frammentato non poteva non contare su nomi scomparsi, per chiusura aziendale o perché il settore display è stato ceduto.
Un esempio è Toshiba, che ha chiuso l’attività TV nel 2015, piuttosto che Mitsubishi, che non produce più TV dal 2012 oppure Thomson, che a causa di problemi economici ha unito le proprie forze con TCL.
Dopo aver completato l’acquisizione della catena olandese GrandVision, portata a termine tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, oggi annuncia un’altra acquisizione completata, cioè quella dell’americana Walmart Optical, catena di centri per la cura della vista presenti su tutto il territorio americano.
Walmart Optical, precedentemente di proprietà del colosso Walmart, entra così nella squadra di brand posseduti dalla (oramai) francese compagnia e sarà un buon entry point per la vendita di prodotti supplementari.
EssilorLuxottica che, con (anche) questa acquisizione diventa sempre più un gigante dell’occhialeria, controllando praticamente tutto il processo di scelta da parte del cliente: dalla visita oculistica fino alla produzione e vendita degli occhiali.
Si moltiplicano le operazioni di svendita da parte di player mondiali nei confronti di titoli russi. L’annuncio più importante è forse arrivato nel weekend, quando la Norvegese Norges Bank, il più grande fondo sovrano del mondo, ha annunciato che avrebbe venduto tutte le azioni russe possedute in portafoglio.
Se andiamo a guardare le partecipazioni di Norges Bank, notiamo subito come il fondo scandinavo possiede vari titoli russi, tra cui spicca 0,69% di Gazprom, ma non solo.
Ecco la lista di partecipazioni di Norges Bank in Russia:
Azienda
Quota
Azioni
Valore (x 1 mlrd. di Rubli)
Gazprom
0,69%
162.565.602
38,7 mlrd RUB
NK Lukoil
0,91%
6.297.978
30,91 mlrd RUB
Sberbank Rossii
0,89%
193.015.556
25,3 mlrd RUB
AK Alrosa
1,03%
75.670.543
6 mlrd RUB
PhosAgro
0,64%
830.201
4,2 mlrd RUB
Magnit
0,96%
979.944
3,1 mlrd RUB
Inter RAO YEES
0,79%
826.646.324
2,1 mlrd RUB
AFK Sistema
1,31%
126.492.638
1,6 mlrd RUB
Azioni russe possedute da Norges Bank
Si tratta di partecipazioni per circa 112 miliardi di Rubli, che una settimana fa, quindi prima dell’invasione russa nei confronti dell’Ucraina, avevano un valore di 1,45 miliardi di dollari e che oggi, a causa del crollo del Rublo, valgono 1,14 miliardi di $. Insomma, Norges bank, solo per effetto dei cambi, ha già perso circa 400 milioni di dollari e, quando effettuerà effettivamente le cessioni, presumibilmente questa cifra andrà a crescere.
BP ed Equinor come Norges Bank
Ma Norges Bank non è l’unica. Sempre rimanendo in Norvegia, anche se di più piccolo impatto, si registra la stessa decisione da parte di Equinor, che ha deciso di abbandonare tutte le Joint Venture in Russia.
Uscendo dalla Norvegia, c’è da registrare la posizione della britannica BP, presente nell’azionariato di Rosneft, con una quota del 19,70% e che deciso di liquidare tutta la propria quota.
La reazione russa alla vendita di azioni
Non si è fatta attendere la risposta della Russia di Putin che oggi, in virtù di questi movimenti annunciati nel weekend, ha deciso di non aprire la borsa. Moscow Exchange che è quindi rimasto chiuso ma che ha un appuntamento già fissato in agenda, all’apertura delle contrattazioni.
Inoltre è stato fatto divieto di apertura di posizioni nette corte sui titoli russi, così da evitare speculatori che possano affondare ancora di più le quotazioni delle azioni russe.
Nei giorni scorsi, in presenza dei dati preliminari sui conti di Stellantis, si era ipotizzato un dividendo, per l’azienda impegnata nel business automobilistico, di 1,05 € per azione.
Oggi è arrivata la conferma ufficiale, con una proposta di dividendo leggermente più bassa e che si ferma a 1,04 € per azione e sarà staccato il 19 aprile con pagamento al 21 dello stesso mese.
Le azioni Stellantis, anche a causa della guerra in corso tra Russia e Ucraina, stanno scambiando a 15,84 €, mentre, con l’annuncio dei conti preliminari, erano arrivate a toccare 17,45 € nella giornata del 23 febbraio.
Con il prezzo attuale di 15,84 € il dividend Yield è a 6,56% lordo, corrispondenti al 4,85% netto per un investitore italiano.
Fermo restando che questo non è un invito all’acquisto, si tratta evidentemente di un ottimo momento per incrementare le proprie posizioni oppure per entrare nel titolo, stando bene attenti agli sviluppi del conflitto che, comunque, potrebbero far variare, anche di molto, il valore delle azioni stesse.
Dividendo che è più basso di quello di 12 mesi fa, ma comunque tra i più alti di Piazza Affari. In attesa del piano industriale a lungo periodo che dovrebbe essere presentato domani (1 marzo) e che farà meglio comprendere come la società deciderà di muoversi sui mercati rinnovabili (auto elettriche o a idrogeno) e se ci saranno nuovi stacchi, come successo con Faurecia qualche mese fa.
Tra le aziende che Stellantis potrebbe decidere di staccare, trova posto infatti Comau, azienda del settore dell’impiantistica per fabbriche, oltre al fatto che qualche analista sta ipotizzando lo stacco del settore Premium, con Alfa Romeo e Maserati che potrebbero andare a fare azienda a sé stante.
Era certamente prevedibile a causa della guerra tra Ucraina e Russia: le azioni della difesa, con una guerra in corso all’interno dell’Europa geografica, stanno registrando un grande aumento. Il caso più emblematico, per il mercato italiano, è certamente Leonardo, che oggi sta crescendo del 17%, ma spostando lo sguardo all’Europa possiamo anche notare il caso della francese Thales (+13%) o della britannica BAE Systems (+14%). In attesa dell’apertura dei mercati americani dove l’attenzione sarà posta sui titoli Lockheed Martin, Leidos Holdings e Raytheon Technologies.
Aumenti dovuti alla necessità, da parte degli Stati, di aumentare la spesa in armamenti, come già deciso, per esempio, dalla Germania che porterà l’impegno per la difesa dal 1,5% del PIL al 2% dello stesso PIL. Un impegno calcolabile in circa 20 miliardi ulteriori di spesa annuale.
Ma tralasciando la Germania, tutte le Nazioni stanno dando assistenza bellica all’Ucraina e quindi tutte dovranno rimpolpare i propri armamenti. Inoltre nel Vecchio Continente torna di forte attualità la costituzione di una Difesa unica per difendere i confini.
Con le minacce nucleari poste sul tavolo da Putin, non rimane altro che prepararsi alla guerra e non c’è altro modo che sfoggiare le armi per mantenere la pace.
Anche in Russia, ovviamente, esiste un indice azionario che raccoglie le principali azioni del mercato della Russia, il suo nome è MOEX e in questi giorni di guerra tra Ucraina e Russia sta subendo dei crolli record per qualsiasi borsa del mondo.
Un mercato esotico per gli italiani, che per fortuna investono poco nel mercato russo, ma comunque tra i titoli del Moex sono presenti alcuni titoli considerati come dei big europei; un esempio è Gazprom, la principale azienda energetica del Paese.
Le azioni russe
Entrando un po’ più nel dettaglio, questa è la lista completa dei componenti del Moscow Exchange:
Azione
Settore
Acron (MCX:AKRN)
Minerali / Fertilizzanti
Aeroflot (MCX:AFLT)
Compagnia aerea
Akb Primor’ye Pao (MCX:PRMB)
Banca
Alrosa (MCX:ALRS)
Minerali / Diamanti
Ank Bashneft (MCX:BANE)
Petrolio
Aviakompaniya Utair Pao (MCX:UTAR)
Compagnia aerea
Bank Uralsib Pao (MCX:USBN)
Banca
Chelyabinskiy kuznechno-prssvy zavod PAO (MCX:CHKZ)
Auto parts
Dal’nevostochnaya (MCX:DVEC)
Banca
Enel Rossiya Pao (MCX:ENRU)
Energia
Federal Grid (MCX:FEES)
Energia
Federal Hydro (MCX:HYDR)
Energia
Gazprom (MCX:GAZP)
Energia
GK Samolet (MCX:SMLT)
Real Estate
Inter RAO (MCX:IRAO)
Energia
Kazan Sintez (MCX:KZOS)
Chimica
Korporatsiya Vsmpo Avisma (MCX:VSMO)
Minerali / Titanio
Kvadra-Generiruyushchaya Kompaniya PAO (MCX:TGKD)
Energia
LSR Group (MCX:LSRG)
Materiali da costruzione
Lukoil (MCX:LKOH)
Petrolio
M Video (MCX:MVID)
Retail / Elettronica
Magnit (MCX:MGNT)
Retail / Food
Magnitogorsk Iron & Steel Works (MCX:MAGN)
Acciaieria
Mechel (MCX:MTLR)
Acciaieria
MRSK Urala OAO (MCX:MRKU)
Energia
Mobile Telesystems (MCX:MTSS)
Telecomunicazioni
Moscow Exchange (MCX:MOEX)
Borsa
Moskovskaya Gorodskaya Telefonnaya Pao (MCX:MGTS)
Telecomunicazioni
Moskovskiy Kreditnyi Bank PAO (MCX:CBOM)
Banca
Mostotrest Pao (MCX:MSTT)
Costruttore
Norilsk Nickel (MCX:GMKN)
Minerali / Nichel
Novatek (MCX:NVTK)
Energia
Novolipetsk Steel (MCX:NLMK)
Acciaieria
Novorossiysk Commercial Sea Port (MCX:NMTP)
Logistica / Porti
Ob’yedinennye (MCX:UCSS)
Finanziario
Obyedinennaya (MCX:UNAC)
Aeronautica
PhosAgro (MCX:PHOR)
Minerali / Fertilizzanti
PIK Group (MCX:PIKK)
Real Estate
Polymetal International (MCX:POLY)
Minerali / Metalli preziosi
Polyus (MCX:PLZL)
Minerali / Oro
Raspadskaya (MCX:RASP)
Minerali / Carbone
Renaissance Insurance Group (MCX:RENI)
Assicurativo
Rosneft (MCX:ROSN)
Petrolio
Rosseti (MCX:RSTI)
Energia
Rosseti Kuban’ Pao (MCX:KUBE)
Energia
Rosseti Severnyi Kavkaz Pao (MCX:MRKK)
Energia
Rosseti Sibir’ Pao (MCX:MKRS)
Energia
Rostelecom (MCX:RTKM)
Telecomunicazioni
Rusolovo Pao (MCX:ROLO)
Minerali / Metalli
Sberbank (MCX:SBER)
Banca
Severstal (MCX:CHMF)
Acciaieria
Sfi Pao (MCX:SFIN)
Finanziario
Sistema (MCX:AFKS)
Conglomerato
Slavneft’ Y (MCX:JNOS)
Petrolio
Sovkomflot Pao (MCX:FLOT)
Logistica / Navale
Surgutneftegas (MCX:SNGS)
Energia
Tatneft (MCX:TATN)
Petrolio
Tattelekom Pao (MCX:TTLK)
Telecomunicazioni
TMK Group (MCX:TRMK)
Tubi
Transneft (MCX:TRNFP)
Energia
United Wagon (MCX:UWGN)
Logistica / Ferrovia
Var’yeganneftegaz Pao (MCX:VJGZ)
Petrolio / Gas
VTB Bank (MCX:VTBR)
Banca
Yandex (MCX:YNDX)
Tech
Componenti del Moex, indice azionario russo
Come si può notare dalla lista, la Russia basa la propria economia su due mercati principali:
Ricca di petrolio, gas e minerali di vario genere, l’indotto di questi mercati ha sviluppato ulteriori aree molto importanti, come per esempio quello della logistica e degli acciai.
Nella lista si trovano alcuni nomi molto noti, il primo che balza all’occhio per noi italiani è quello di Enel Rossiya Pao, laddove Enel non è una casualità ma è data dal fatto che la compagnia energetica italiana controlla il 56% della società.
Altri nomi molto noti sono la già citata Gazprom, azienda statale di gestione e vendita del gas, Lukoil, azienda petrolifera con interessi in tutto il globo e Yandex, uno dei principali concorrenti di Google.
L’attuale tensione tra Russia e Ucraina sta funzionando da catalizzatore per le quotazioni del greggio. Petrolio che era già sotto osservazione a causa dell’uscita dalla pandemia con conseguente ripresa dell’uso del fossile. Da inizio anno il prezzo dell’oro nero è già salito dell’22% e se allarghiamo l’orizzonte, prendendo in esame la data del 1 gennaio 2020, quindi prima dell’inizio della pandemia, il petrolio è in progressione del 43%.
Le scorte di petrolio, al momento, sono ai punti più bassi dal 2015, con la domanda che sta riprendendo vigore. L’invasione della Russia nei confronti dell’Ucraina aggiunge incertezza e volatilità, soprattutto perché circa il 13% del petrolio usato nel mondo arriva proprio dalla Russia.
Il blocco delle esportazioni di petrolio dalla Russia, misura già paventata ma ancora non attuata, metterebbe quindi sotto stress il prezzo del greggio.
I maggiori produttori di petrolio al mondo
Guardando alla lista dei maggiori produttori al mondo di petrolio, troviamo(aggiornata al 2020):
Stati Uniti: 19,5 milioni di barili al giorno
Arabia Saudita: 11,8 mil. barili / giorno
Russia: 11,5
Canada: 5,5
Cina: 4,9
Iraq: 4,7
Emirati Arabi Uniti: 4
Brasile: 3,7
Iran: 3,2
Kuwait: 2,9
Venezuela: 2,2
Messico: 2,2
Nigeria: 2
Angola: 1,8
Norvegia: 1,6
L’Iran era sulla via della libertà grazie agli accordi sul nucleare, con l’uscita dalle sanzioni accumulate negli anni scorsi. Peccato che nei giorni scorsi lo stesso Iran ha “simpatizzato” con la Russia e quindi tutto il processo rischia nuovamente di bloccarsi.
Previsioni del petrolio per il 2022
Guardando a ciò che dicono gli analisti, da registrare la posizione più netta che arriva da State Street, i quali prevedevano, per il 2022, un aumento del prezzo del petrolio fino a 150 dollari a barile.
Più cauta invece Credit Suisse, che prevedeva il prezzo aggirarsi sui 90 dollari nel breve, per poi scendere a 80/70 dollari durante il corso dell’anno, grazie alla crescita costante di offerta, in qualche modo controllata dal cartello dell’OPEC+.
Previsioni Petrolio sul lungo periodo
Da non dimenticare inoltre l’indirizzo sul lungo periodo, che vede la domanda spostarsi dai fossili verso energia rinnovabile. Ciò incide anche sul petrolio, visto negli anni a venire sempre più come fonte supplementare e sempre meno come fonte fondamentale per lo spostamento del globo.
Anche qui certamente l’OPEC non starà a guardare e potrebbe succedere che il continuo disimpegno del petrolio possa portare allo spegnimento di impianti minori, con la conseguenza che la domanda rimanga più sostenuta rispetto all’offerta, che prevede lunghi periodi di operazioni per essere incrementata/decrementata.
Le nazioni che producono petrolio non hanno intenzione di abbattere il costo del greggio, pena la vendita a prezzo più basso del costo di produzione, quindi inizieranno ad abbandonare dei siti che hanno una bassa capacità produttiva. Ciò inciderà sull’offerta globale, benché, viste anche le problematiche dell’energia verde e l’immaturità dell’idrogeno, la domanda potrebbe rimanere elevata ancora per un lungo periodo.
Come si muoverà il prezzo del petrolio
Viste tutte le carte sul tavolo e i poteri in gioco, è probabile che vivremo dei periodi di grande volatilità, con momenti di carenza del greggio seguiti da periodi con grande disponibilità.
Ciò sarà un fattore fondamentale per i prezzi che quindi, man mano che gli anni passeranno, saranno sull’ottovolante dell’incertezza e della volatilità.
Negli ultimi due anni il mercato dei PC ha vissuto sull’altalena, infatti al periodo di grazia, dovuto ai lockdown e alle esigenze, per le persone, di avere apparecchiatura funzionante per poter lavorare da remoto, è seguita la crisi dei chip e quindi l’arrivo dell’inflazione, che ha visto intaccare le vendite.
I prezzi dei portatili e, in generale, di tutte le apparecchiature informatiche si è già in parte adeguato al nuovo corso. Il caso simbolo, per esempio, è Apple, il quale ha alzato i prezzi dei suoi Macbook, in concomitanza con l’introduzione dei processori M1, portandoli dai 1.400 medi necessari per l’acquisto di un Macbook pro del 2020 ai 2.300 necessari per l’acquisto della nuova versione 2021.
Le altre aziende non sono state a guardare e, chi più chi meno, tutti hanno adeguato i prezzi, abbattendo il problema della carenza di componentistica e di aumento dei prezzi della logistica. Insomma, il mercato dei PC, e in generale dell’informatica, è già allineato al nuovo corso.
Quali sono le azioni del mercato dei PC
Andiamo quindi ad analizzare una lista di aziende che hanno come core business lo sviluppo di apparecchiatura informatica, con particolare attenzione proprio ai Personal Computer.
Azienda
Mercato
Advanced Micro Devices (NASDAQ:AMD)
Processori
Apple (NASDAQ:AAPL)
Device / PC
ASUS (TPE:2357)
Device / PC
Broadcom Inc (NASDAQ:AVGO)
Semiconduttori
Dell Technologies (NYSE:DELL)
Device / PC
Hewlett-Packard (NYSE:HPQ)
Device / PC
IBM (NYSE:IBM)
Hardware
Intel (NASDAQ:INTC)
Processori
Lenovo (HKG:0992)
Device / PC
Logitech (SWX:LOGN)
Sistemi puntamento
Microsoft (NASDAQ:MSFT)
Device / OS
NVIDIA (NASDAQ:NVDA)
Schede grafiche
Philips (AMS:PHIA)
Device / Monito
Samsung (KRX:005930)
Device / Monitor
STMicroelectronics NV (BIT:STM)
Semiconduttori
Texas Instruments (NASDAQ:TXN)
Semiconduttori
Aziende del mondo laptop/desktop
Queste sono le aziende principalmente impegnate nel segmento dei PC (sia desktop che laptop) a vario titolo.
In questa lista ci siamo concentrati sulle aziende che hanno una forte connotazione nel mercato, quindi andando ad analizzare le aziende che producono PC/Laptop, ma anche aziende leader sul mondo dei display, della componentistica e sui sistemi di puntamento.
Nella lista appaiono anche aziende che hanno nel loro core business altri mercati poco legati all’informatica, come per esempio Samsung, che produce display ed è alla base della maggior parte dei pannelli nelle nostre case, oltre a componenti interni ai PC (memorie, schede di rete, ecc), ma produce anche prodotti che con l’informatica non c’entrano nulla, come per esempio lavatrici e/o microonde.
Stesso dicasi per Philips, che ha mantenuto una buona fetta di mercato sui display ma che produce anche biberon e altri prodotti per la prima infanzia.
Dalla lista abbiamo volontariamente escluso Alphabet/Google, poiché è vero che produce i ChromeBook ed è attiva sui sistemi operativi, ma l’attività è molto marginale, concentrandosi molto di più sui dispositivi mobile, dove è presente con Android, e sul software, dove ha Chrome e una serie di altre App.
Market Share Laptop/Desktop
Tralasciando le aziende che fanno componentistica, ecco quindi la suddivisione del mercato tra le aziende che producono solo laptop/notebook e PC Desktop. Si tratta del market share a tutto il 2021.
Azienda
Market Share
Lenovo
24,1%
HP
21,7%
Dell
17,4%
Apple
8,5%
Acer
7,1%
Altre
21,2%
Market Share vendite computer
Come si può notare dall’ultima riga, il mercato è molto frammentato e anche aziende molto piccole riescono ad avere una discreta fetta di mercato.
Per comprendere quali siano le aziende quotate in borsa più esposte tra Russia e Ucraina basta guardare le perdite oggi. Così facilmente si notano:
Buzzi Unicem
Intesa Sanpaolo
Pirelli
Unicredit
In una giornata dove tutte le aziende quotate stanno perdendo capitalizzazione, sono queste 4 quelle che in mattinata stanno facendo peggio. Il perché è presto detto, in un modo o nell’altro sono esposte nell’Est Europa e quindi una destabilizzazione non giova ai loro conti.
Se allarghiamo lo sguardo all’Europa troviamo nella lista anche:
Francia
BNP Paribas
Compagnie de Saint Gobain
Renault
Societe Generale
Germania
Delivery Hero
Deutsche Bank
HeidelbergCement
Tutte queste azioni, nel momento in cui stiamo scrivendo, perdono oltre il 7% del loro valore. Sembra “salvarsi” la Gran Bretagna che non registra cali oltre il 5%.
Passando agli indici:
€STOXX 50: -4,36%
DAX: -4,28%
CAC40: -4,21%
FTSE MIB: -4,16%
IBEX: -3,66%
MOEX (Russia): -29,57%
Le aziende italiane con affari in Russia e Ucraina
Tornando per un attimo a casa nostra, Buzzi Unicem già durante la presentazione dei risultati trimestrali aveva anticipato che il giro d’affari, sviluppato nelle due nazioni, corrispondeva a 334,4 milioni di euro, con la società che ha dato ricavi preliminari, sul 2021, di 3,45 miliardi. In pratica circa il 10% del giro d’affari è in quei due paesi, non stupisce quindi che stia perdendo il 9%.
Non va certo meglio alle banche, con Unicredit e Intesa che sono tra gli istituti finanziari europei più esposti. Il quadro emerge da una ricerca di Credit Suisse, che mette in evidenza come gli istituti italiani, al pari di quelli francesi, hanno esposizioni nelle due nazioni per circa 30 miliardi. Francia e Italia precedono l’Austria che conta circa 22-23 miliardi di esposizioni.
Unicredit è la più esposta (terza in Europa), considerando che, dalla fusione con Hvb, eredita 2 milioni di clienti retail e 30 mila corporate, con 72 sportelli e un giro di prestiti di 8 miliardi di euro.
Va leggermente meglio a Intesa, che con la Russia ha intense attività di scambio e possiede 28 filiali, in questo caso gli asset si fermano a circa 1 miliardo.
Pirelli ha dichiarato che la Russia non peserà, ma il risultato odierno è più legato alla presentazione dei conti.
Le aziende europee più esposte alla crisi ucraina
La banca più esposta in assoluto è l’austriaca Raiffeisen Bank International, che ha una quota di ricavi del 20% nella sola Russia e, se si guardano i prestiti, l’istituto austriaco ha prestiti per oltre 10 miliardi sommando le due nazioni.
Al secondo posto troviamo Societè Generale, con una quota di affari intorno al 4% e prestiti per 8,7 miliardi.
Da registrare anche le posizioni della britannica BP che possiede una partecipazione del 19,75% in Rosneft, compagnia petrolifera controllata dal Governo russo. Sempre sulla tematica energica subisce anche Shell che detiene il 27,5% in Sakhalin 2, impianto russo di GNL.
Renault è la casa automobilista più esposta, con un giro d’affari dell’8% dell’EBIT sviluppato in Russia. Continuando con la Francia, da registrare il 6% di vendite di Danone in Russia.
La tedesca Metro AG ha 93 negozi in Russia, per un giro d’affari del 10% e del 17% sul profitto. Sempre rimanendo in Germania e nel settore food, da registrare la presenza, sin dal 2012, di Delivery Hero.
Infine c’è la danese Carlsberg che possiede il 40% di Baltika, il più grande produttore di birre in Russia. Non si salva nemmeno la neutrale Svizzera, con Nestlé che possiede 6 fabbriche in Russia e ha vendite per 1,7 miliardi.
Ci si attendeva un ammontare di 0,95 euro ad azione come dividendo per Stellantis e invece ne arriveranno 1,04 corrispondenti, al prezzo attuale dell’azione, a un dividend yield del 6,17%.
Un anno fa era stato molto più complesso calcolare il dividendo, poiché frutto di accordi tra FCA e PSA, rivisti più volte e inclusive della distribuzione di Faurecia. Quest’anno il calcolo è molto più semplice ma è mancata la distribuzione di Comau, che invece ci aspettavamo.
Infatti, nell’epoca in cui le società di auto si stanno spogliando di qualsiasi attività anche solo leggermente distante dal core business, come per esempio fa Volkswagen con Porsche, come ha fatto Mercedes con Daimler Truck e, soprattutto, considerando che questa è una strada aperta proprio dalla vecchia FCA, quando staccò Ferrari e continuò con Stellantis quando, un anno fa, staccò Faurecia, ci si aspettava che la casa automobilistica italo-francese avrebbe continuato su questa strada, portando la dote di Comau verso i soci. Nulla di più errato, la società specializzata nell’automazione industriale rimane nel perimetro del gruppo Stellantis.
I conti di Stellantis
Lasciando da parte la questione Comau, torniamo quindi ai conti di Stellantis, che hanno sorpreso tutti gli analisti. La società, nata il 17 gennaio di un anno fa dalla fusione di Peugeot e Fiat Chrysler, ha registrato utili record nel primo anno di attività.
Ricavi a 152 miliardi, in aumento di circa il 14% e utili quasi triplicati, a 13,4 miliardi.
Il dividendo Stellantis sui conti del 2021
Di questi utili solo 3,3 miliardi finiranno in conto dividendo, con un payout del 24,6%, quindi fortemente sostenibile e con la possibilità di mantenere utili in cassa.
Come già detto si tratta di un dividendo di 1,04 euro ad azione e nonostante si tratti di una bella cifretta, questa si scontra con il dividendo totale (tra Faurecia, dividendo speciale e ordinario) distribuito un anno fa che era stato:
Ovviamente l’anno scorso è stato un anno eccezionale e se ci si limita al dividendo ordinario, che era stato di 1 miliardo, corrispondente a 0,32 euro ad azione, l’aumento quest’anno è sensibile (più che triplicato).
A questi soci andranno, complessivamente, 1,05 miliardi del dividendo, distribuito proquota in base alle azioni possedute. Exor della famiglia agnelli è la holding che incasserà di più, portando a casa 472 milioni di euro. La famiglia Peugeot si ferma a circa la metà, con 236 milioni di euro. BPI France, che è la cassa dello Stato francese, incassa 203 milioni di euro; infine i cinesi di Donfeng Motor, che entro fine del 2022 dovrebbero vendere tutte le azioni in loro possesso, incassano 147 milioni.
Elettrificazione auto Stellantis
Durante la presentazione dei conti molto spazio è stato dato al tema dell’elettrificazione delle auto. Un passaggio necessario, benché il CEO Tavares più volte si sia espresso in modo contrario. Non più tardi di un mese fa affermava:
Con l’elettrificazione la classe media non potrà più comprare auto
Carlos Tavares, CEO di Stellantis
Ma l’azienda non può certo rimanere fuori dal mercato e se questa è l’evoluzione bisogna seguirla. Quindi sono stati annunciati ambiziosi piani di crescita e investimenti su questo tema. Entro il 2025 saranno 30 i miliardi investiti per arrivare ad avere il controllo sulla filiera di produzione, con focus soprattutto nello sviluppo di partnership per le tecnologie delle batterie e nello sviluppo software, sempre più importante su auto che sono sempre più connesse tra di loro e con il mondo che le circonda.