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  • FAANG che sono MAMANA, tra inflazione e trimestrali dei titoli tech

    FAANG che sono MAMANA, tra inflazione e trimestrali dei titoli tech

    C’erano un tempo i titoli FAANG, i quali corrispondevano a Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google. Poi, causa rebranding delle società capogruppo (Facebook è diventato Meta Platform e Google è diventato Alphabet), la sigla potrebbe diventare MAANA, ai quali aggiungiamo noi anche Microsoft, in una nuova sigla che potrebbe essere MAMANA.

    Ecco, in questi giorni i titoli MAMANA stanno avendo delle variazioni di prezzo molto importanti. Ha iniziato Netflix, il quale ha presentato dei risultati della trimestrale ottimi, ma ha modificato la guidance, indicando per il trimestre in arrivo un calo del numero dei nuovi abbonati: 2,5 milioni secondo l’azienda, rispetto ai 4 milioni che si aspettavano gli analisti. Risultato un crollo del 25% nel giro di un paio di giorni.

    Poi ha continuato Alphabet, la quale ha stupito in positivo gli investitore, facendo registrare dei picchi del 10% nel primo giorno di contrattazioni. Infine lo stesso destino è toccato ad Amazon, con gli analisti che si aspettavano un EPS relativamente basso e l’azienda ha annunciato utili per (quasi) 10 volte ciò che si aspettavano gli analisti; risultato un (circa) 10% nel primo giorno di contrattazioni. Dulcis in fundo, Meta Platform (già Facebook) che non si è discostata di molto rispetto a quanto si aspettassero gli analisti, ma per la prima volta nella sua storia ha comunicato un calo di utenti attivi giornalieri… apriti cielo, perso il 25%.

    Le uniche che hanno lasciato abbastanza “tranquilli” gli investitori sono state Apple e Microsoft, che in questo gruppetto sono anche, probabilmente, le aziende più mature.

    Ma un investitore di lungo corso, come vogliamo essere noi, non bada ai risultati di una singola trimestrale (cosa sono 3 mesi in confronto a 5/10 anni?), piuttosto si concentra sulle prospettive a lungo periodo. Ecco, allora questo andiamo a fare, analizziamo, una a una, le aziende del settore tech, cercando di comprendere quali sono le prospettive e dove andremo a parare tra qualche anno.

    Per farlo seguiamo l’ordine del nome FAANG, al quale aggiungeremo, alla fine, Microsoft.

    Meta Platform (ex Facebook)

    Partiamo quindi dalla F di Facebook o, dovremmo dire, dalla M di Meta Platform. Tutto sommato, a guardare i numeri, la trimestrale di Facebook/Meta è stata anche ottima, rispetto a 12 mesi prima i ricavi sono stati in aumento del 19,9% (33,7 miliardi contro i 28,1 del Q420), utili invece in linea (10,3 contro 11,2), con una perdita dell’8%.

    Se invece guardiamo all’intero anno, chiusosi in concomitanza con questa trimestrale, abbiamo ricavi per 117,9 miliardi, in aumento del 37% rispetto ai 12 mesi precedenti (86 miliardi) e utili a 39,4 miliardi rispetto ai 29,1 dell’anno precedente, quindi con un aumento del 35%.

    Insomma l’azienda, per quanto riguarda i bilanci, è in continua crescita, ma il mercato sconta il futuro e quindi l’annuncio della perdita di un milioni di utenti (a livello globale) ha spaventato gli investitori.

    Ma come già anticipato, su questo sito preferiamo guardare le aziende in prospettiva, andando a indagare più in là di un singolo trimestre e possibilmente anche di una singola annualità.

    Partiamo con un pro e un contro:

    • Pro: tra quelle in oggetto è l’unica che sta veramente investendo nel Metaverso, questo potrebbe essere un vantaggio nella misura in cui il metaverso realmente dovesse diventare qualcosa di concreto. Al momento stiamo parlando, più o meno, di “aria fritta”.
    • Contro: tra le aziende qui analizzate (Netflix a parte) è quella che possiede meno brevetti (5.683), quindi quella che basa la propria fortuna più sugli utenti che utilizzano i servizi rispetto alla tecnologia

    Partiamo analizzando il contro, cioè il numero di brevetti: 5.683 per un’azienda delle dimensioni di Facebook, che è attiva oramai da oltre un decennio, è veramente poca cosa. Stanno ponendo rimedio registrando patents sulle tecnologie del metaverso, ma questa è una forte scommessa. Se il metaverso dovesse rappresentare una meteora, come è già stato varie volte in passato, allora Facebook avrà impegnato risorse, brevetti e soldi su qualcosa destinato a morire.

    La vera ricchezza di Meta Platforms, al momento, sono gli utenti: chi non ha WhatsApp? Chi non conosce Facebook o Instagram? Ma basare l’intera ricchezza sugli umore degli utenti potrebbe non essere una gran mossa, soprattutto quando questi utenti sono privati su un mezzo per distrarsi.

    Apple

    La seconda e la terza lettera sono entrambe A, quindi avrebbero una valenza duplice, sia per Apple che per Amazon. E a ben vedere entrambe le società si somigliano, in quanto a prospettive e maturità.

    Ma partiamo con Apple che, tra le due, è certamente quella con qualche primavera in più. Nel 2011, con la morte di Steve Jobs, si disse che l’azienda sarebbe andata in brutte acque, senza più innovazione… dopo 10 anni possiamo affermare che quelle paure erano esagerate.

    Apple è viva e vegeta e benché gli ultimi dati di vendita di iPhone, il prodotto principale della mela morsicata, non sia più a livelli di qualche anno fa, l’azienda ha saputo più volte innovare e progettare device che hanno rivoluzionato il mercato (AirPods vi dice nulla, per esempio?).

    Se un grande investitore come Warren Buffett, attraverso la sua società Berkshire Hathaway, impegna circa il 40% del proprio capitale nelle azioni dell’azienda di Cupertino un motivo ci sarà…

    Tralasciando trimestrali e altri dati di bilancio, che per Apple sono un costante crescere, guardiamo quindi alle prospettive sul medio/lungo periodo, con un occhio agli ultimi anni.

    Apple, dopo aver sviluppato ed essersi concentrata principalmente sull’iPhone, negli ultimi anni ha ricominciato a innovare, trovando nuove soluzioni per aggiungere revenue stream alle proprie casse. Tra gli ultimissimi device creati troviamo certamente AirPods e AirTag, due device wearable che stanno vendendo molto bene.

    Ma la vera innovazione di Apple è sotto la scocca, infatti la società ha concentrato gli ultimissimi periodi nello sviluppo di tecnologia in grado di abbattere qualsiasi competitor. Ecco quindi, per esempio, la creazione dei propri processori, con la linea A per i device portable (iPad e iPhone) e la linea M per i MacBook.

    Proprio con i MacBook, nell’ultimo anno ha dato una sterzata netta; infatti il Macbook stava diventando sempre più un device medio/alto che poco si distingueva dalla concorrenza e anche i prezzi ne risentivano.

    I nuovi MacBook 2021, basati su processore M1, hanno rivisto i prezzi al rialzo, impostando un nuovo livello all’asticella per i competitor e, soprattutto, a detta dell’intero mercato, hanno alzato le prestazioni a qualcosa mai visto prima. Insomma, chi acquista oggi un portatile, se vuole un top di gamma, non può far a meno di guardare verso Cupertino.

    Infine, a differenza degli altri competitor in questa lista, Apple sta creando un proprio solco da seguire, differente rispetto agli altri. Infatti mentre Amazon, Google, Netflix e compagnia si stanno uccidendo sul Web, Apple mantiene il focus sull’hardware e sul software, con poche fuoriuscite da questo percorso.

    Amazon

    Quindi continuiamo con la terza lettera, quindi la seconda A e questa volta analizziamo Amazon. E dopo aver analizzato un’azienda che sta facendo la propria ricchezza attraverso l’hardware, torniamo a parlare di Web.

    Amazon è nata vendendo libri su Internet, sembra oramai un’era fa, eppure sono passati appena più di 10 anni da quando Amazon è diventata quello che conosciamo oggi (azienda fondata nel 1994 da Jeff Bezos, ma il vero cambio passo è stato fatto alla fine degli anni 2000).

    Se chiedete a 10 persone in strada cosa fa Amazon sicuramente vi risponderanno “commercio elettronico“, infatti per questo è conosciuta dalla massa. Ma in realtà il vero valore di Amazon non è oramai nella vendita di prodotti attraverso il proprio store, quando nel settore AWS, cioè servizi SaaS per altre aziende.

    Attraverso AWS le aziende di tutto il mondo possono approdare su cloud, con software già preconfezionati per rispondere alle più svariate esigenze. Quella che era la piattaforma su cui si appoggiava Amazon è stata pacchettizzata, sviluppata e venduta ad altre aziende.

    Ciò è un valore inestimabile per Amazon, poiché un grosso sito, che ha allargato i propri tentacoli su svariati servizi offerti da AWS, prima di abbandonare Amazon per andare altrove ci penserà molte volte. Un business quindi molto stabile e anche qualora (per assurdo) lo store di Amazon fosse chiuso possiamo stare certi che l’azienda sarà dura a morire.

    Tutto ciò senza dimenticare il mondo Echo e gli assistenti virtuali che ci stiamo posizionando in casa e che ci permettono di accedere ad altri innumerevoli servizi di Amazon (Prime Music, Prime Video, ecc).

    Insomma, sulla base del cloud, Amazon sta allargandosi a macchia d’olio e oramai è nella vita di chiunque di noi, anche di coloro i quali non sono clienti dell’azienda di Seattle.

    Netflix

    A ben guardare le capitalizzazioni di mercato, Netflix non dovrebbe nemmeno esserci in questa stretto gruppo di aziende. Infatti il servizio di streaming televisivo è, tra le 6, l’azienda più piccola e, a differenza delle altre, si concentra solo su un aspetto, senza variare su altri segmenti di mercato.

    Infatti Netflix non ha servizi cloud, non ha servizi Web che non siano quello che è il suo core business né è probabilmente interessata a espandersi verso altri lidi. Netflix è un servizio di streaming di film e serie TV, lo fa bene e rappresenta, a tutti gli effetti, la TV del futuro.

    La penetrazione di mercato è ancora abbastanza bassa, non a caso gli investitori guardano ai nuovi abbonati più che ai dati di bilancio. Per tale motivo, alla comunicazione di un rallentamento sulle nuove sottoscrizioni, il titolo è crollato in borsa.

    Allo stesso tempo, però, Netflix sta aggiungendo titoli alla sua già folta libreria, sia acquisendo diritti di trasmissione che producendo film e serie TV, sempre apprezzate dagli utenti.

    Tra le 6 aziende è certamente quella più “immatura” e che può scalare di più il mercato; infatti possiede ancora ampi bacini di aree del mondo da raggiungere e, anche dove ha già una presenza, ci sono target enormi non ancora toccati.

    Google (Alphabet)

    Chiudiamo la vecchia sigla FAANG con Google, che in realtà da qualche anno si chiama Alphabet. Non basterebbe un intero libro per descrivere tutte le attività e gli interessi dell’azienda di Mountain View, figuriamoci se riusciamo a essere esaustivi con un capitolo all’interno di un articolo… impossibile.

    Detto ciò proviamo a elencare i servizi principali e il core business dell’azienda:

    • Google
    • YouTube
    • AdSense/Google Marketing
    • Google Business
    • Cloud
    • Google Maps
    • Google services (Analytics, API, ecc)

    E questa è una breve lista, veramente poco esauriente. Nata come motore di ricerca, ha ben presto affiancato la prima piattaforma automatica di advertising (AdSense/AdWords) la quale è riuscita a dare una base solida ai ricavi della società.

    Attraverso acquisizioni a pioggia è riuscita ad allargarsi in molti altri campi, facendo fruttare molti dei servizi che sviluppa. A oggi il grosso del proprio successo si ha attraverso la pubblicità, che veicola su Google, su YouTube e sui siti che si affiancano ad AdSense, oltre che nel mondo business attraverso il cloud (qui competitor di Amazon), SaaS e Google Business (servizi di posta elettronica, documenti, spazi hosting, ecc).

    Se proprio dobbiamo trovare una pecca in Alphabet, questa è il fatto che non è mai riuscita a creare un ecosistema per le aziende, lasciando questo mercato a Office365 di Microsoft. Manca di un servizio come Teams ma in compenso riesce a dare molti altri servizi senza rinchiudere le aziende dentro l’ecosistema.

    Da qualche tempo, attraverso Google Stadia (competitor di Xbox di Microsoft) sta cercando di invadere il mercato dei videogames, inoltre è già forte la presenza su Mobile (Android) e su Web (oltre ai siti, anche con Chrome).

    Se Apple è riuscita a creare degli ecosistemi con l’hardware e Microsoft, per le aziende, con Office 365, Google comunque eccelle su vari ecosistemi, principalmente Web per utenti privati.

    Attraverso Other Bets Google prova a creare un lab per entrare in mercati futuri, come per esempio Waymo, il programma di guida autonoma di vetture, piuttosto che Nest, che include tutto ciò che riguarda l’ambiente domestico (come per esempio Google Home).

    Ci sarebbe molto di cui parlare per Google, ma giusto come riferimento basta dire che tra quelle in esame è l’azienda con più brevetti registrati e accettati, ben 34.188, circa 7 volte quelle di Meta Platforms. In pratica Alphabet, anche sparissero gli utenti dai suoi servizi (impossibile) potrebbe probabilmente sopravvivere grazie ai brevetti registrati e di cui non si può far a meno.

    Microsoft

    Ed ecco quella che, secondo noi, è una corretta aggiunta alla vecchia sigla. Microsoft, passata inosservata negli anno scorsi, si sta muovendo con le idee molto chiare e con un business che ha un grande respiro.

    Fatta pulizia su alcuni business oramai persi, come per esempio i sistemi operativi mobile, piuttosto che la produzione di hardware su larga scala, il CEO Satya Nadella, alla guida di Microsoft oramai da 7 anni, ha concentrato le proprie risorse su pochi punti, diventando per questi il riferimento assoluto.

    Un esempio di ciò è Office 365, una suite di software che creano un ecosistema intorno alle aziende. Grazie anche al Covid, non esiste azienda di una certa dimensione che non ha adottato questa soluzione, con comunicazione interna intorno a Teams, e con una serie di servizi a corredo (InTune, le licenze per Office, Outlook, ecc).

    In parallelo, un secondo pillar fortemente sviluppato negli anni è stata la piattaforma di gaming, con Xbox come capogruppo e gli abbonamenti a Xbox pass come cavallo di battaglia. La crisi dei chip ha leggermente avvantaggiato Microsoft rispetto a Sony e l’azienda di Redmond ne ha prontamente approfittato.

    Infine rimangono in piedi i vecchi stream di introiti come il sistema operativo Windows e il mondo Web con MSN e Bing. Ma che negli anni contano sempre meno rispetto al totale delle attività di MS.

    Conclusione

    Facendo un punto finale su quanto ci siamo detti, appare evidente come in questo gruppo di aziende ce ne sono alcune che sono passate da azioni growth a value, ciò perché hanno consolidato business e sono oramai delle certezze. Tra questi ci sono certamente Microsoft, Apple, Amazon e Alphabet.

    Dall’altro lato ci sono aziende ancora molto sensibili a variazioni del mercato, come per esempio Netflix e Meta Platforms, le quali possono subire grandi variazioni di prezzo in base ai comportamenti dei propri utenti.

    I prezzi delle azioni Tech, in generale, sembrano un po’ “tirati” soprattutto per alcune aziende che ancora hanno da dimostrare quanto possono crescere in futuro. Stiamo però andando verso un anno che si presenta come molto volatile e i titoli growth subiranno molto i sali/scendi del mercato.

    Di contro ci sono alcune aziende oramai stabili e che sono riuscite a inserirsi in mercati di difficile sostituzione (pensiamo a un’azienda che deve sostituire Office 365 con qualcosa altro oppure un’azienda con decine di servizi SaaS su AWS che deve passare ad altro player…), queste aziende hanno guadagnato una posizione stabile e difficile da attaccare, inoltre sono le stesse aziende che presentano un P/E tra i più bassi, quindi anche in caso di crisi o di volatilità sono le aziende che subiranno di meno.

  • Apple vs. Netflix, su cosa investire?

    Apple vs. Netflix, su cosa investire?

    Apple (NASDAQ:AAPL) e Netflix (NASDAQ:NFLX) hanno un impatto sulla routine quotidiana di milioni di persone in tutto il mondo. Apple ha più di 1,5 miliardi di utenti attivi nei suoi iDevices, mentre Netflix vanta una base di membri ( 182,86 milioni ) in rapida crescita.

    Mentre entrambe le aziende devono affrontare a breve termine qualche vento contrario a causa dell’economia del coronavirus, entrambe sono in una buona posizione per arrivare a fine 2020 e continuare a crescere a lungo termine. Vediamo quali azioni sono le migliori da acquistare oggi.

    Posizione finanziaria

    Il quadro economico a breve termine si presenta molto cupo. Più di 20 milioni di persone hanno perso il lavoro solo in aprile (nella sola America), il che porterà a una riduzione dei consumi. Ma Apple e Neflix staranno bene a causa delle forti operazioni commerciali sottostanti.

    Apple ha più di 83 miliardi di dollari di liquidità netta. Si tratta di un’abbondanza di liquidità da investire per la crescita e mantenere il suo dividendo per gli azionisti, che recentemente è aumentato del 6% fino a un payout trimestrale di 0,82 dollari per azione.

    Netflix non ha un bilancio ricco di liquidità come quello di Apple. A partire dal trimestre più recente, Netflix ha un debito di 14,7 miliardi di dollari con soli 5,15 miliardi di dollari in contanti nel suo bilancio. Ma Netflix può farla franca perché ricava denaro dagli abbonamenti mensili che forniscono un flusso di entrate ricorrenti per pagare le spese e investire in nuovi contenuti.

    Lo stato attuale di Apple

    Apple vede una forte domanda in alcune aree, ma la debolezza in altre. Il principale vento contrario nel prossimo futuro è la debole domanda di iPhone. L’iPhone rappresenta la metà delle entrate di Apple. Durante la conference call fiscale del secondo trimestre, il management ha avvertito che le vendite di iPhone e di beni indossabili (ad esempio, Apple Watch) sarebbero peggiorate fino a giugno, ma il management non ha fornito una guida specifica per le vendite o i guadagni.

    Tuttavia, Apple vede una forte domanda di servizi, in particolare Apple TV+, Apple Arcade, Apple News+ e Apple Card. Mentre questi servizi continuano ad aggiungere utenti, durante la consueta conference call con gli azionisti, Apple ha affermato che il programma di garanzia Apple Care e la attività pubblicitaria su App Store hanno subito un impatto negativo dato dal coronavirus.

    Nel complesso, il business dei servizi, che è il flusso di entrate di Apple in più rapida crescita e che ha rappresentato il 23% delle entrate totali nell’ultimo trimestre, dovrebbe continuare a funzionare bene.

    Apple prevede anche un miglioramento delle vendite di iPad e Mac fino a giugno. Il CEO Tim Cook ha attribuito questo risultato a un maggior numero di persone che lavorano a casa e che hanno bisogno di alcuni strumenti extra per rimanere produttivi.

    Per quel che vale, gli analisti di Wall Street attualmente si aspettano che Apple aumenti le vendite dell’1% nel 2020 (che terminerà a settembre). Gli analisti prevedono che l’utile per azione aumenterà del 3,6% su base annua. Ma nell’anno fiscale 2021, la crescita del fatturato dovrebbe accelerare al 12,5%, probabilmente a seguito di un forte ciclo di upgrade per il prossimo iPhone, che dovrebbe essere dotato di una connessione wireless 5G.

    Stato attuale di Netflix

    Netflix sta subendo una qualche perturbazione dal nuovo coronavirus. Le riprese si sono interrotte a livello globale e Netflix non è stato in grado di completare il doppiaggio per alcune uscite straniere. La buona notizia è che Netflix ha già completato le riprese di diversi progetti previsti per l’uscita di quest’anno e fino al 2021.

    Anche se questa non è la situazione ideale, Netflix sta prosperando in questo momento. La società ha aggiunto 15,77 milioni di nuovi abbonati nel primo trimestre, il che ha mandato in fumo le previsioni. Tuttavia, il management ha avvertito che questa crescita non è ripetibile e che i nuovi utenti raggiunti faranno sì che la curva di crescita rallenterà nei prossimi trimestri.

    Anche se nell’ultimo trimestre il fatturato è salito del 27,6%, rispetto all’anno precedente, il management si aspetta che la vista diminuisca e che la crescita degli iscritti rallenti una volta che le persone ritornino alla loro normale vita sociale.

    Il più grande successo del primo trimestre è l’enorme valore che i consumatori stanno trovando nella vasta biblioteca di contenuti, che indica una crescita del valore del marchio.

    Gli analisti prevedono che nel 2020 Netflix aumenterà il fatturato del 22,9% su base annua, mentre l’utile dovrebbero crescere del 56% per raggiungere i 6,46 dollari ad azione.

    Qual è la miglior azione da comprare?

    I titoli FAANG sono un’ottima scelta in questo momento, quindi si potrebbe investire in ognuno di essi. Ma se dovessi scegliere solo uno da acquistare oggi, investirei nell’azienda che sta crescendo più velocemente, e cioè Netflix.

    Le vendite dell’iPhone hanno raggiunto un punto di saturazione, ed è per questo che Apple ha aumentato il suo fatturato solo del 20% in totale negli ultimi tre anni. Ma Netflix continua a far crescere il suo fatturato di oltre il 20%, il che riflette il vantaggio che il provider di streaming ha di crescere su una base di ricavi inferiore rispetto ad Apple. Apple ha generato 268 miliardi di dollari di fatturato negli ultimi quattro trimestri, rispetto ai 21,4 miliardi di dollari di Netflix.

    Gli investitori di dividendi apprezzeranno Apple per i suoi 60 miliardi di dollari di free cash flow annuale e il regolare dividendo trimestrale. Ma Netflix offre una crescita maggiore. Il gigante dello streaming sta iniziando a lavorare per una redditività sostenuta, motivo per cui gli analisti si aspettano che quest’anno Netflix aumenti i suoi guadagni del 56%.

    Per quanto riguarda la valutazione, Apple opera con un rapporto prezzo/utili pari a 26,8 mentre Netflix riflette il potenziale di crescita e si presenta a 116.

    Netflix ha una pista lunga e dritta per poter crescere, in particolare sui mercati internazionali. La sua notorietà all’estero è ancora relativamente bassa per quello che gli americani considerano un must per l’home entertainment. La crescita oltreoceano sarà importante per Netflix nel prossimo futuro, dato che potrebbe esserci un limitato potere di prezzo per la crescita dei ricavi dei pad negli Stati Uniti con l’emergere di così tanti concorrenti.

    Gli investitori che amano i dividendi e hanno una minore tolleranza al rischio per le azioni ad alto P/E potrebbero favorire Apple. Ma se dovessi fare la scelta oggi, investirei nel titolo con la maggiore headroom per aumentare il valore. Netflix continua a registrare tassi di crescita sostanziali, mentre il suo potenziale di espansione all’estero lascia ancora enormi guadagni per lo stock nel lungo termine. Pertanto, preferirei acquistare Netflix ai livelli di prezzo odierni.

  • Azioni tecnologiche oltre ai FAANG

    Azioni tecnologiche oltre ai FAANG

    Dei FAANG ne abbiamo già parlato, ma i titoli di Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google non sono le uniche nel paniere delle aziende tecnologiche quotate sul Nasdaq.

    L’azienda più famosa, esclusa dai FAANG, è certamente Microsoft ma, oltre all’azienda fondata da Bill Gates, ci sono altre società profittevoli che si possono acquistare e che si prestano meglio in caso di esplosione di una eventuale bolla finanziaria.

    Andiamo a vedere quali sono. Non esiste una sigla ufficiale, li definiamo qui ITEM (non risulta esista questo termine per un gruppo di azioni, magari abbiamo fondato un nuovo gruppo con una nuova definizione).

    Azienda Prezzo azione Capitalizzazione P/E EPS ROE
    Intel 48,77 $ 214 mld $ 14,25 1,99 22,18
    Take Two 135 $ 15,6 mld $ 76 1,54 14,86
    Electrinic Arts 117 $ 35,8 mld $ 28,70 3,34 29,53
    Microsoft 115 $ 886 mld $ 29,72 2,13 35,52

    Come abbiamo già fatto anche per i FAANG, andiamo ad analizzare le peculiarità di ogni singola azienda, cercando di capire le potenzialità e i punti di caduta di ognuna.

    Intel

    Partiamo dalla società che produce processori e che negli anni ’90 si spartiva il mercato con AMD e che negli anni 2000 ha un po’ fatto monopolio.

    Proprio il monopolio del primo decennio del nuovo secolo, con il diffondersi di device mobile, sta finendo. Oggi la concorrenza è agguerrita e Intel ha un po’ perso il passo. Aziende come Qualcomm, oppure le stesse aziende produttrici di hardware, come Apple, hanno tolto fette di mercato a Intel.

    Per meglio intenderci: Intel è rimasta la regina dei processori e di componentistica su PC e portatili, ma sull’iPhone/iPad gira una CPU prodotto da Apple. I device Android hanno processori e schede interamente prodotte da Qualcomm (con il brand Snapdragon) e per Intel il mercato mobile è molto complesso da penetrare.

    Gli investitori lo hanno ben inteso ed è per questo motivo che il P/E dell’azienda si aggira intorno ai 14, valore molto basso per un’azienda tecnologica.

    Certo è che l’emorragia che ha portato gli utenti dai PC ai dispositivi mobile è quantomeno a un punto di stagnazione. Intel rimarrà comunque la regina sui dispositivi fissi e sui portatili e, benché il mobile sarà comunque il futuro, in ambienti aziendali e industriali non si potrà prescindere da Intel.

    Nel mentre segnaliamo che i conti dell’azienda sono apposto, i costi sono contenuti, il reddito netto, anno dopo anno, si aggira sempre intorno ai 10 miliardi di $, il debito netto è di circa 17 miliardi che è sopra l’utile annuale ma ben distante dal fatturato. Insomma, si tratta di un’azienda solida che può tranquillamente assorbire shock e migrazione degli utenti.

    Infine c’è da dire che già Intel si è saputa reinventare più volte e probabilmente stanno alacremente lavorando per recuperare il gap. Ce la faranno?

    In caso di eventuale esplosione di una bolla finanziaria sul mercato dei tecnologici questa azione certamente ne risentirà poiché ha una dimensione tale per cui verrà inglobata nei cali, ma allo stesso tempo, con questi dati e con questo rapporto di P/E, dubitiamo possa scendere tantissimo.

    Take Two

    Ai più non dirà nulla, ma Take Two Interactive è la capogruppo di Rockstar Games e di 2K Sports. Ancora non dice nulla?

    Proviamo a fare qualche altro nome: GTA, Red Dead Redemption ed NBA games. Take Two è l’azienda che produce questi giochi. Giusto per far capire la caratura dell’azienda, Grand Theft Auto V ha venduto 100 milioni di copie e non solo ha incassato una media di 35$ a gioco, ma ha creato un sistema di micro pagamenti per aggiungere funzionalità al gioco.

    In questo ottobre verrà lanciato il gemello di GTA V (che oramai data 2013), quel Red Dead Redemption 2 che dovrebbe, nella strategia della società, creare una seconda gamba a sostegno del business. L’obiettivo dichiarato è di arrivare a qualche decina di milioni di copie vendute ma, soprattutto, creare un nuovo mercato di micro pagamenti per l’estensione del gioco. Con una roadmap che prevede l’uscita di un gioco nuovo ogni 4/5 anni il business è decisamente sostenibile.

    Senza dimenticare NBA 2Kxx che in America è l’equivalente sul basket del gioco Fifa (dedicato al calcio).

    Tra quelle prese in esame, basta guardare la capitalizzazione per capire che è la società più piccola, ma allo stesso tempo è quella che probabilmente crescerà di più. Peccato che gli investitori già lo sappiano e ciò si nota dal P/E decisamente elevato per un’azienda di questa portata.

    Non è tutto oro però: con questi dati, se una bolla finanziaria dovesse esplodere domani, benché non si tratti di una azienda puramente tecnologica, il valore dell’azione potrebbe scendere tanto.

    Inoltre il mercato del gaming è in fermento e la posizione dominante di Microsoft con Xbox e di Sony con Playstation potrebbe essere minata da nuovi attori che si stanno affacciando sul mercato. Per esempio, avendo dei dispositivi già connessi alla TV, cosa impedisce a Google, attraverso Android TV, di far girare gaming ad alto livello? Ecco, con queste domande bisognerà capire la capacità evolutiva di Take Two nell’adattarsi al nuovo mercato. Dal punto di vista dello store e dei micro pagamenti è già in bolla, ma per quanto riguarda la tecnologia ci sarebbe tanto da riscrivere.

    Comunque, da qui a un paio d’anni queste sono solo congetture (quelle tecnologiche, non certo una bolla che potrebbe esplodere domani o mai). La società è stabile e le prospettive di crescita sono elevate. Attendiamo RDR2 per capire se saranno stati capaci di creare una seconda stampella oltre a GTA.

    Electronic Arts

    Rimaniamo sul campo del gaming: Take Two probabilmente è sconosciuto ai più, dovrebbe essere più comune invece il nome di Electronic Arts, se non altro poiché produce uno dei giochi più diffusi in Italia oramai da 20 anni. EA, attraverso la sezione EA Sports, è la casa di produzione di Fifa, gioco calcistico che da 20 anni domina il mercato. Inoltre la stessa casa è famosa anche per la serie Medal of Honor, Need for Speed e SimCity.

    A differenza di Take Two non è mai riuscita a sviluppare un sistema di micro pagamenti, ma la stagionalità di Fifa, che esce rinnovato ogni anno, permette dei flussi costanti di cassa.

    Rispetto a Take Two è decisamente più strutturata, con maggiore capitalizzazione e maggiori introiti. Si nota soprattutto dal ROI, decisamente più alto rispetto a quello della concorrente.

    Il vero rischio per Electronic Arts è l’aumento dei costi per le licenze delle varie squadre e dei campionati/tornei, costi che vanno ad aumentare grazie all’asta che ogni anno viene scatenata con la rivale PES di Kon. Proprio per questo motivo Electronic Arts ha nel tempo acquisito nuove società minori con titolo interessanti, così da creare nuovi revenue stream capaci di diminuire la dipendenza da Fifa.

    L’utile netto di circa 1 miliardo di $ / anno dimostra che l’azienda è comunque in salute e il P/E di 28,70 fa pensare che gli investitori considerino la software house come una garanzia, che non farà strappi in futuro, né in negativo né in positivo.

    Una eventuale bolla finanziaria la colpirebbe poco (non viene comunque considerata una società tech).

    Microsoft

    Si tratta della regina in questo gruppo: Microsoft è la società più famosa esclusa dal gruppo dei FAANG. Un tempo dominatrice assoluta dei sistemi operativi, con l’avvento dei Mac e del mobile, sono tantissimi i device che non hanno Windows. La società di Redmond si è saputa riciclare, riuscendo a elevare l’altro prodotto di punta: Office è diventato 365 e si è trasformato in un sistema B2B molto utilizzato.

    Inoltre la stessa Microsoft ha introiti anche dal mondo gaming, con la propria Xbox, Web grazie a MSN, con le chat grazie a Skype, hardware grazie soprattutto al Surface e mobile con Windows Phone e la recente acquisizione di Nokia.

    Si tratta di un’azienda, insomma, che entra in vari mercati, senza eccellere veramente in nessuno al momento, ma riuscendo a raccogliere del buono da tutti.

    Il ROI fa ben vedere che l’azienda comunque riesce a investire bene e avere degli introiti, valore riconosciuto dagli investitori che comunque danno fiducia alla società di Bill Gates e assegnano un P/E (quasi 30) tipico di una società in crescita.

    Viene universalmente riconosciuta come un’azienda tech, anzi, prima dell’avvento dei social, era, insieme a Google, l’azienda tech per eccellenza. Ciò significa che se dovesse esplodere una bolla finanziaria sui titoli del Nasdaq, Microsoft ne sarebbe certamente investita.

    Comunque, grazie a un P/E non elevatissimo (come potrebbe essere quello di Netflix o di Amazon), a dei flussi costanti e alla capacità camaleontica della struttura, la perdita in caso di bolla potrebbe non essere elevatissima.

    Oltre ai titoli ITEM

    Azienda Prezzo azione Capitalizzazione P/E EPS ROE
    Akamai 70 $ 12 mld $ 40,50 1,26 7,42
    Western Digital 58 $ 17 mld $ 7,68 2,20 19

    Esistono altre aziende, un po’ più piccole, che hanno buone prospettive o che, quantomeno, devono essere tenute in considerazione. Due di queste aziende sono Akamai e Western Digital.

    Akamai

    Si tratta di una società che rivende soluzioni tecnologiche a grandi aziende, il proprio mercato è al 100% B2B e Akamai ha creato un business di difficile dissoluzione.

    La proposta più allettante della società è la Content Delivery Network, in pratica distribuiscono un determinato sito Web in migliaia di nodi sparsi per tutto il globo, così che un utente abbia a poche centinaia di km da casa propria una copia del sito stesso, senza dover, ogni volta, arrivare dall’altra parte del mondo.

    Tra i clienti di Akamai si sono annoverate, e alcune si annoverano ancora, aziende come Facebook, Microsoft ed Apple, solo per citare le più grandi.

    Purtroppo i costi per mantenere un business di questo tipo sono alti e ciò si nota nei numeri, con livelli bassi di EPS e ROE.

    L’altro lato della medaglia, però, è il fatto che la società è sconosciuta ai più e certamente non viene propriamente inserita tra i tecnologici, anche se di questo si tratta, quindi non riceve gli scossoni che interessano l’intero mercato.

    Il P/E di 40 dimostra come gli investitori arrivati a scoprire l’azienda la tengono ben in considerazione, e non potrebbe essere altrimenti considerando che negli ultimi 5 anni è passato da un utile netto di 200 milioni a circa 320 (con il 2017 chiuso a 218 ma con 72 milioni di spese straordinarie).

    Il vero pericolo di questa società? La dimensione: si tratta di una società smart, molto attiva e dall’alto potenziale, ma allo stesso tempo è tanto piccola a cospetto di altri giganti del settore. Se Google, per esempio, volesse i clienti di Akamai ci metterebbe 30 secondi a staccare un assegno e portarsela a casa. Giusto per capirsi e per capire ciò che stiamo dicendo: l’intero fatturato del 2017 di Akamai è di 2,5 miliardi di $, Google nello stesso periodo ha fatto 12,5 miliardi di utile netto. Un anno di utile netto di Google vale quanto la capitalizzazione di Akamai. Insomma, sarebbe un boccone da mangiare in un minuto.

    Inoltre i big dell’industria già sono concorrenti di Akamai: Google ha la propria soluzione cloud, così come Amazon (AWS) e Microsoft (Azure).

    Ma chi dice che un’acquisizione da parte di una società enorme sia per forza un male?

    Western Digital

    Negli anni ’90 e nei primi 10 anni del 2000 è stata una società molto prospera, negli ultimi anni ha continuato a muoversi bene ma ha un problema di base: Western Digital produce principalmente hard disk e questi stanno lentamente scomparendo dalle nostre macchine.

    Il discorso per WD segue molto quello di Intel: con l’avvento del cloud e di dispositivi mobile gli utenti possono fare a meno di avere grossi hard disk sui propri PC, oppure di avere in casa una soluzione di hard disk di rete. Si tratta di soluzioni antiquate, superate dal cloud.

    Western Digital ovviamente non è arrivata impreparata a questo appuntamento, ha già negli anni evoluto il proprio business e snellito i costi: i conti della società sono in ordine e la società ha sempre chiuso con il conto in attivo, aumentando comunque negli ultimi 5 anni i costi di ricerca e Sviluppo, che sono praticamente raddoppiati rispetto a 5 anni fa.

    Eppure gli investitori non credono in questa azienda e ciò si nota dal P/E di solo 7,68.

    Guardando i dati nel complesso pare una bocciatura esagerata, anche perché l’evoluzione c’è già stata e l’emorragia di utenti verso soluzioni cloud dovrebbe essere oramai al limite. Inoltre in ambienti aziendali le soluzioni proposte da WD sono ancora molto apprezzate.

    In caso di esplosione di una bolla finanziaria Western Digital potrebbe addirittura non accorgersene, con un moltiplicatore così basso difficilmente può andare giù di tantissimo.

    In conclusione

    Abbiamo visto, anche in questa seconda tornata di analisi di aziende tech, come il mercato è molto variegato. A differenza dei FAANG, universalmente riconosciute come azioni tecnologiche, qui abbiamo delle aziende che operano nello stesso settore ma sfuggono spesso dai radar. Ciò potrebbe essere un bene in caso di reale bolla finanziaria pronta a esplodere: alcune di queste aziende, oggi analizzate, potrebbero non essere toccate da variazioni brusche.

    Giusto per fare un confronto, con un P/E superiore a 400 un’azienda come Amazon, se la bolla esplodesse domani, potrebbe almeno dimezzare il prezzo delle azioni; il confronto con un’azienda come Western Digital che ha un P/E di poco superiore a 7 ci si rende conto come WD al massimo potrebbe perdere un 20/30%.

    Ma qualora una eventuale bolla finanziaria non dovesse esplodere, comunque queste società sono in alcuni casi ipervendute (per esempio la stessa WD), in altri casi esempi di costanza (come Akamai), in altri casi ancora pronte per la rampa di lancio (Take Two con l’uscita di RDR2 su tutte).

    Acquistarle o meno? Se con l’articolo sui FAANG avevamo sconsigliato Facebook, per una serie di motivi, qui non abbiamo un’azienda che ci sentiamo di sconsigliare. Anzi, il consiglio è di aspettare dei cali del prezzo delle azioni per entrare prepotentemente in queste aziende.

  • FAANG, la bolla finanziaria dei tecnologici

    FAANG, la bolla finanziaria dei tecnologici

    I FAANG, per chi non lo sapesse, sono le azioni delle 5 maggiori aziende tecnologiche: Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google. In realtà, avendo cambiato il nome, il motore di ricerca di Mountain View dovrebbe avere una A di Alphabet (quindi dovrebbe essere FAANA) ma ciò farebbe perdere l’associazione con il termine Fang che significa dente (o zanna).

    Al di là del termine con cui vengono riconosciuti, queste aziende negli ultimi mesi sono cresciute ininterrottamente e oggi hanno dei valori di capitalizzazione senza precedenti. Apple è stata la prima a superare quota 1.000 miliardi di valore, seguita dopo qualche giorno da Amazon (che poi ha ripiegato).

    Questi valori sono però corretti? Per rispondere a questa domanda bisogna analizzare ogni singola azienda. Per farlo partiamo dai fondamentali:

    Azienda Prezzo azione Capitalizzazione P/E EPS ROE
    Facebook 163 $ 463 mld $ 26,02 3,30% 27,25
    Apple 218,37 $ 1.054 mld $ 23,70 4,21% 36,87
    Amazon 1.926 $ 947 mld $ 427 0,32% 9,55
    Netflix 368 $ 159 mld $ 256 0,34% 20,37
    Alphabet 1.186 $ 827 mld $ 36,14 1,42% 15,42

    Da questi pochi dati si possono già notare alcuni aspetti importanti:

    • Amazon è quella che rende meno sul capitale proprio (ha basso ROE e basso EPS)
    • Nonostante la poca resa di Amazon, comunque risulta essere quella più premiata dagli azionisti, si nota dal P/E
    • Google è l’azienda che riesce a far rendere meglio il proprio capitale
    • Netflix è la più piccola della compagnia

    Questi pochi punti già dovrebbero dare un segno chiaro di cosa sta bollendo in pentola, ma per essere più chiari proviamo ad analizzare azienda per azienda.

    Facebook

    La stella creata da Mark Zuckerberg ha brillato fino alla fine del 2017, poi una serie di eventi l’hanno fatta opacizzare. Il proprio business è completamente basato sull’advertising e poggia le radici sui propri utenti.

    Il caso di Cambridge Analytica ha messo a nudo il problema privacy nell’azienda di Menlo Park e il Social network ha iniziato a perdere investitori pubblicitari. Altro problema per l’azienda potrebbe essere la nuova legge sul Copyright appena approvata in Europa che costringerà la piattaforma a verificare il copyright di tutto ciò che viene caricato sul Social. Vorrà dire che Mark e soci dovranno fare dei grossi investimenti in soluzioni tecnologiche per arrivare a fare, almeno, quanto oggi già fa Youtube (che blocca video con copyright terzo).

    Infine Facebook sta vivendo un cortocircuito non da poco: chi investe infatti su FB Adv lo fa, nella maggior parte dei casi, per aumentare la fanbase sullo stesso social network. E su questo non vengono venduti prodotti. Ecco perché Facebook si sta tanto adoperando per fare un marketplace. Altrimenti gli investitori torneranno a investire sui motori di ricerca e portare gli utenti nel proprio sito, dove i prodotti si vendono.

    Se ci aggiungiamo che a livello tecnologico l’azienda ha pochi brevetti, che gli utenti più giovani stanno andando verso nuovi lidi, che WhatsApp e Instagram (che sono della stessa società) sono difficilmente monetizzabili, ecco che il quadro è completo.

    In caso di esplosione di una bolla, Facebook potrebbe essere molto colpita. Ma anche qualora la bolla non esplodesse, i costi non potranno che lievitare e quindi gli utili diminuire. L’ultima trimestrale potrebbe essere stata un antipasto e, a meno che nella prossima trimestrale Facebook non faccia i miracoli, le azioni sono destinate a galleggiare su questi livelli ancora per lungo tempo.

    Apple

    Si tratta della prima azienda ad aver superato la soglia dei 1.000 miliardi di valorizzazione, il P/E non è elevato e gli investitori sanno che ogni volta la corporation di Cupertino si deve reinventare.

    Ogni iPhone presentato deve essere migliore del precedente, ogni iPad deve cercare di dimostrare il suo valore e nuovi prodotti latitano. Da quando è morto Steve Jobs le novità sono state poche (Apple Watch, su cui Steve Jobs ha messo comunque la firma, e AirPods): un po’ poco.

    In Apple lo sanno bene e infatti stanno cercando di diversificare gli introiti, puntando tantissimo sui servizi, su iCloud e sulle commissioni delle vendite inApp.

    Per ora questo mercato regge e a differenza di Facebook, Apple può contare su innumerevoli brevetti che la rendono comunque inarrivabile. Inoltre finché l’iPhone sarà il telefono aziendale per eccellenza, Apple potrà dormire sonni tranquilli.

    Guardando anche il P/E si nota come gli investitori gli abbiano dato già il prezzo corretto e in caso di bolla finanziaria questo titolo dovrebbe essere tra quelli che crollerà di meno. Quantomeno perché l’esplosione della bolla non porterà gli utenti finali a guardare altrove.

    Il vero pericolo per Apple è la mancanza di innovazione e i concorrenti cinesi (Xiaomi su tutti) che spingono per erodere mercato. Altro pericolo potrebbe essere Donald Trump che vorrebbe obbligare l’azienda a costruire il telefono in America, con conseguenze mostruose sui costi.

    Amazon

    Guardando alla capitalizzazione è l’altra società che ha superato i 1.000 miliardi, anche se ha ripiegato immediatamente dopo. Il numero che salta all’occhio è il P/E elevato, troppo elevato: il mercato per ora dà fiducia all’azienda di Jeff Bezos, anche perché l’eCommerce continua a investire e tutto sommato sbaglia pochi colpi.

    AWS (la piattaforma cloud di Amazon) va bene e attira clienti B2B che continuano a pagare delle commissioni fisse per poter avere i server di Amazon.

    Il Prime è un’ottima soluzione che, oltre a dare le spedizioni gratuite, dà anche libri gratis, un’alternativa a Dropbox e fa concorrenza a Netflix grazie a Prime Video.

    Proprio Amazon Prime è una buona revenue stream per Amazon, con utenti che ogni anno sono disposti a pagare una quota per avere il servizio; si tratta di un flusso di cassa costante che può anche aumentare visto l’aumento di servizi e quindi la rimodulazione del prezzo in atto oramai da anni.

    Certo, un investimento oggi su Amazon è lungimirante, perché in divenire potrebbe essere la società, di questa allegra compagnia, che sta investendo di più e quindi che potenzialmente potrebbe portare più utili, ma attenzione, se la bolla sui tecnologici dovesse esplodere domani, con questo P/E alto, gli investitori saranno in fuga e tra tutte le società potrebbe essere proprio quella che vede il prezzo delle azioni perdere più valore.

    Quindi investire su Amazon significa avere molta fiducia e sperare che la bolla, se deve esplodere, non lo faccia prima di un paio d’anni.

    Netflix

    Dall’EPS si nota subito come si tratti dell’azienda che rende meno agli investitori; oltre a essere la più piccola è anche quella con i costi più alti. Ancora sta facendo dumping, quindi offrendo sottocosto il proprio prodotto per creare un’utenza affezionata. Dovrà per forza di cose aumentare i prezzi, soprattutto perché è quella che paga il conto più salato sulla bolletta della banda utilizzata e, qualora il costo della banda aumentasse, sarà costretta ad aumentare il proprio di costo. A differenza delle altre, insieme ad Apple, è quella che non ha una propria soluzione Cloud e quindi presta il fianco a questi aumenti.

    Inoltre Netflix sta facendo grossi investimenti in termini di produzioni, con Serie TV di primo ordine che hanno costi elevati di produzione. Vero che queste creano un valore difficilmente intaccabile, ma è anche vero che hanno un alto costo.

    Gli investitori riconoscono questi investimenti e infatti in quanto a P/E è molto apprezzata; si tratta del secondo valore più alto tra le aziende FAANG. Vale lo stesso discorso di Amazon: se la bolla dovesse esplodere domani, visto il valore alto di P/E e la dimensione ridotta dell’azienda, potrebbe essere tra le aziende a perdere maggiore valore.

    Condivide con Amazon e con Apple però anche un’altro aspetto: in caso di esplosione della bolla finanziaria gli utenti continueranno ad acquistare i prodotti di questa azienda, quindi potrebbe essere una delle prime a rialzarsi.

    Google

    L’ultima nel nome FAANG ma la prima ad apparire sul mercato. Google, ribattezzata Alphabet da qualche anno oramai, è stata la prima società di questo gruppetto a essere sbarcata in borsa, nel lontano 2004.

    Oggi, guardando i numeri, pare essere l’azienda più stabile, con un EPS degno e con un ROE decisamente buono, l’azienda di Mountain View si presenta come una certezza per gli investitori.

    La capitalizzazione, se rapportata ad Amazon e Apple appare leggermente bassa ma ciò è dato dal fatto che il P/E è stato minato da multe della commissione europea negli ultimi periodi.

    Questo è il vero rischio per questa azienda: l’Antitrust. Oramai Google fa tutto: motore di ricerca, mail, advertising, analytics, mappe, navigazione satellitare, comparatore di prezzi, comparatore di assicurazioni, social network, video network (con Youtube), sistema operativo (Android), browser (Chrome); insomma, tanti servizi, distanti tra di loro, che interagiscono mettendosi in risalto l’un l’altro. I competitor sempre di più, però, guardano a questa interazione con sospetto e rabbia con il risultato che gli antitrust hanno iniziato ad accendere dei fari sull’azienda di Sergey Brin e Larry Page.

    Inoltre bisognerà vedere come finirà la questione copyright appena approvata dalla comunità europea. Infatti, insieme a Facebook, Google potrebbe essere quello maggiormente colpito ma, a differenza del Social network, Alphabet si trova già in una posizione di vantaggio: conosce già tutte le altre risorse presenti su Web, già fa un controllo del Copyright attraverso Google Images e Youtube e, infine, il suo AMP è in posizione di vantaggio rispetto a IA di Facebook. Infatti, in caso di reale approvazione della linktax (le piattaforme dovranno pagare per poter lanciare il contenuto di un editore), Google potrebbe spingere gli stessi detentori del contenuto verso la soluzione AMP, quindi essendo il contenuto caricato direttamente su Google decadrebbe la necessità di dover pagare per portare gli utenti sui siti terzi.

    Una eventuale esplosione di bolla finanziaria sui tecnologici impatterebbe poco per il motore di ricerca più famoso: gli utili arrivano da advertising, da vendite inApp su Android, da Youtube Music (concorrente di Spotify), da vendita di smartphone e device (chromecast, ecc) e da una serie di voci più piccole che comunque, tutte sommate, danno una base importante.

    Una diversificazione che mette al riparo la società da scossoni in borsa. Ovviamente in caso di bolla anche le azioni Google ne risentiranno ma in misura certamente ridotta e comunque potrebbero tornare velocemente a volare.

    In conclusione

    Come abbiamo visto il mercato dei FAANG è molto eterogeneo, con differenze molto marcate tra singole aziende. Sono poche le similitudini e normalmente riguardano uno dei tanti aspetti della società stessa.

    Non possiamo predire se e quando esploderà una bolla finanziaria sui tecnologici. C’è da dire comunque che i prezzi ad oggi, soprattutto per alcune aziende, appaiono ingiustificati.

    Ci sono aziende che stanno facendo dumping (Netflix) e che stanno investendo in prospettiva per il futuro (Amazon), se la bolla dovesse esplodere tra 2/3 anni probabilmente queste aziende sarebbero fuori pericolo e si troverebbero in una situazione di vantaggio; d’altro canto, se la bolla dovesse esplodere domani, queste aziende nel breve periodo sarebbero proprio le più esposte.

    C’è un’azienda che ha poca base tecnologica e di proprietà, si tratta di Facebook, che ha ancora un business troppo debole e basato esclusivamente sulla privacy degli utenti (che mette a disposizione di investitori pubblicitari). In caso di bolla finanziaria verrebbe messa a nudo e comunque, per l’aria che tira sulla privacy, è quella che comunque rischia di più.

    Poi ci sono aziende con un trackrecord oramai consolidato con brevetti importanti sul software e con un hardware che deve migliorare di giorno in giorno. I numeri, sia di Apple che di Google, confermano che si tratta di un investimento certamente più sicuro nel breve/medio periodo ma, se la bolla non dovesse scoppiare, non sarebbe l’investimento più remunerativo.

    Su quale investire? Dipende da te che leggi, dalla tua propensione al rischio, da quello che valuti possibile in merito alla bolla finanziaria sui tecnologici. La vedi lontana? Investi su Netflix e Amazon. Pensi che i prezzi dei tecnologici sia alti? Stai lontano da queste azioni o investi in Apple/Google.

    Forse quella che ci sentiamo di sconsigliare è proprio Facebook: un’azienda debole che basa il proprio business su una property che potrebbe scomparire con la nascita di un nuovo social network. Per esempio: se Google rilanciasse G+ mettendo i risultati sulle SERP del motore di ricerca, dove andranno i brand? E gli utenti? Ecco, queste sono domande da porsi.