L'Italia garantisce 6 miliardi all'idrogeno, prelevando dal Gas
Il governo attiva un sostegno da 400 milioni l'anno per quindici anni. L'obiettivo è giusto, la copertura molto meno: l'onere passa dalla componente RE/REt applicata ai consumi di gas
L'Italia ha deciso di sostenere la produzione di idrogeno rinnovabile con un meccanismo che potrà valere fino a 6 miliardi di euro, una cifra importante per provare a far nascere un mercato ancora troppo costoso per reggersi da solo, ma la notizia non riguarda soltanto la politica industriale e la transizione energetica, perché il decreto stabilisce che gli incentivi saranno finanziati attraverso una componente obbligatoria applicata ai consumi di gas naturale.
Il punto politico è tutto qui: investire nell'idrogeno è necessario, soprattutto nei settori industriali e nei trasporti pesanti che non possono essere elettrificati facilmente, tuttavia il governo ha scelto di sostenere una tecnologia destinata al futuro caricandone il costo su famiglie e imprese che oggi utilizzano il gas, cioè su una bolletta che contiene già materia prima, trasporto, oneri, imposte e IVA.
Prima di parlare di una nuova accisa occorre però essere precisi, perché non nasce un'accisa in senso giuridico e non esiste ancora un aumento quantificabile per la singola famiglia. Il prelievo passerà dalla componente tariffaria RE/REt, già esistente, mentre spetterà ad ARERA definirne le modalità entro novanta giorni dall'entrata in vigore del provvedimento. La definizione corretta è quindi nuovo onere a carico del sistema gas, non nuova accisa; per chi riceve la bolletta, tuttavia, la distinzione rischia di essere molto meno rassicurante, poiché in entrambi i casi si tratta di un pagamento obbligatorio deciso dallo Stato.
Come funzioneranno gli incentivi all'idrogeno
Il decreto del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, datato 5 giugno 2026 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 agosto, rende operativo lo schema autorizzato dalla Commissione europea il 30 marzo. Il Ministero ha fissato un tetto di 400 milioni di euro l'anno e un contingente complessivo annuo da mettere a gara pari a 200.000 tonnellate di capacità produttiva, con procedure competitive gestite dal Gestore dei servizi energetici almeno una volta per semestre nel periodo 2026-2029. Non si tratta quindi di un assegno da 6 miliardi già depositato in un fondo, ma di un impegno potenziale di 400 milioni l'anno per quindici anni, dal quale deriva la stima complessiva di 6 miliardi.
Il sostegno assumerà la forma di un contratto bidirezionale per differenza, quindi i produttori selezionati offriranno un prezzo obiettivo per l'idrogeno rinnovabile; il GSE confronterà ogni mese quel valore con il prezzo del combustibile fossile di riferimento, rappresentato dal gas naturale o dall'idrogeno grigio per gli impieghi industriali e dal diesel per i trasporti e quando il prezzo fossile sarà inferiore, il GSE pagherà la differenza; quando sarà superiore, il beneficiario dovrà restituire la differenza relativa all'idrogeno non autoconsumato. Il contributo verrà inoltre calcolato sulla quantità minore tra l'idrogeno effettivamente prodotto e quello realmente utilizzato negli impieghi ammessi, una clausola importante per evitare di finanziare impianti che producono senza una domanda concreta.
La dimensione del programma non è casuale, infatti il Piano nazionale integrato energia e clima prevede per il 2030 un consumo italiano di circa 250.000 tonnellate l'anno di idrogeno rinnovabile, mentre la normativa europea impone che i combustibili rinnovabili di origine non biologica raggiungano almeno il 42% dell'idrogeno utilizzato nell'industria entro il 2030 e il 60% entro il 2035. Il contingente italiano da 200.000 tonnellate tenta quindi di costruire in pochi anni gran parte della capacità necessaria per rispettare quegli obiettivi, non di finanziare una sperimentazione marginale.
Il decreto contiene altre cautele sensate: gli impianti dovranno entrare in esercizio entro 36 mesi dalla graduatoria, i progetti dovranno presentare una garanzia definitiva pari al 5% del costo standard d'investimento e l'idrogeno dovrà assicurare una riduzione delle emissioni lungo il ciclo di vita di almeno il 70%. Sono esclusi gli utilizzi per il riscaldamento industriale a bassa temperatura e, salvo eccezioni marginali, per produrre nuovamente elettricità, mentre la priorità va all'uso diretto nell'industria e nei trasporti.
L'aiuto è necessario perché oggi l'idrogeno rinnovabile non riesce ancora a competere con quello prodotto da fonti fossili per comprendere ciò basta osservare i parametri notificati a Bruxelles, dove i prezzi obiettivo di riferimento variano da 8 a 13 euro al chilogrammo, in funzione della tecnologia, della dimensione dell'impianto e dell'impiego finale; la stessa documentazione stima un sostegno compreso tra 462 e 741 euro per tonnellata di CO2 evitata nei trasporti e tra 890 e 1.293 euro nell'industria, sono quindi cifre elevate, che non condannano la tecnologia ma mostrano quanto sia essenziale usare aste davvero competitive, concentrare gli incentivi nei comparti in cui non esistono alternative migliori e pubblicare con trasparenza prezzi, produzione ed emissioni evitate.
I sei miliardi viaggiano dentro la bolletta del gas
La parte più controversa si trova nell'articolo 10 del decreto, dove è scritto che gli importi riconosciuti dal GSE saranno dovuti «a valere sulla componente tariffaria RE/REt del gas naturale», secondo modalità che ARERA dovrà definire entro novanta giorni. La decisione europea è ancora più esplicita: lo schema è finanziato con i proventi di componenti tariffarie obbligatorie applicate al consumo di gas e controllate dallo Stato.
RE e REt non vengono create oggi: fanno già parte degli oneri generali del sistema gas e vengono aggiornate periodicamente dall'Autorità, che le applica rispettivamente agli utenti finali e ai flussi sulla rete di trasporto secondo la regolazione vigente. Il decreto aggiunge però a quel contenitore una responsabilità nuova e potenzialmente molto pesante, perché il sistema dovrà sostenere fino a 400 milioni l'anno per quindici anni.
Alla data di pubblicazione del decreto non è possibile dire di quanti euro aumenterà la bolletta di una famiglia, e chi presenta già un calcolo preciso sta trasformando un'ipotesi in una notizia. ARERA potrebbe utilizzare disponibilità già presenti nei conti, rimodulare altre destinazioni, differenziare il prelievo tra categorie oppure incrementare le aliquote; inoltre la spesa effettiva dipenderà dagli esiti delle aste, dalla produzione riconosciuta e dal differenziale futuro tra idrogeno e combustibili fossili. Per meglio capire, il rincaro unitario non è ancora noto, ma la scelta della base di finanziamento è già certa: se il conto RE/REt non avrà risorse sufficienti o non verranno ridotti altri oneri, la differenza sarà recuperata attraverso le tariffe del gas. Insomma, non sappiamo ancora quanto, ma la bolletta del gas aumenterà.
Chiamarla nuova accisa restituisce dunque l'effetto politico, ma non la natura giuridica del provvedimento. Un'accisa è un'imposta disciplinata dal sistema tributario; RE/REt è un onere tariffario obbligatorio. Questa distinzione va mantenuta per non offrire al governo una facile smentita formale, ma non cancella la questione sostanziale: una politica industriale nazionale viene finanziata con un prelievo legato al consumo di un bene essenziale, utilizzato per riscaldare le abitazioni, cucinare e alimentare migliaia di attività produttive.
Il meccanismo presenta inoltre una contraddizione evidente poiché lo Stato vuole accelerare l'uscita dai combustibili fossili, ma lega le risorse destinate all'idrogeno proprio ai consumi di gas: più la domanda di gas diminuirà, più si restringerà la base su cui distribuire l'onere, a meno di aumentare la tariffa unitaria o trovare coperture alternative. È la stessa fragilità che emerge ogni volta che si finanzia una trasformazione strutturale con una voce parafiscale applicata al settore che quella trasformazione dovrebbe ridimensionare.
Essere favorevoli all'idrogeno non significa accettare qualsiasi incentivo
L'idrogeno rinnovabile merita investimenti pubblici, può sostituire l'idrogeno grigio già impiegato nelle raffinerie e nella chimica, contribuire alla decarbonizzazione dell'acciaio, offrire una soluzione in alcune tratte del trasporto pesante e diventare materia prima per combustibili sintetici destinati all'aviazione e alla navigazione. L'Italia deve costruire competenze, impianti e una filiera industriale prima che il mercato sia maturo, altrimenti acquisterà dall'estero anche la tecnologia della prossima transizione, dopo avere importato per decenni gran parte dell'energia consumata. Non è una questione di essere favorevoli o meno alla transazione energetica, ma qui in ballo c'è competenza e il ruolo che vuole avere l'Italia nell'energia del futuro e ciò ha un impatto diretto sul lavoro, sulla dipendenza dall'estero e sull'autonomia economica e politica del nostro Paese tra 10 o 20 anni.
Chiaramente questo non significa trasformare l'idrogeno nella risposta universale a ogni problema energetico, dove è possibile utilizzare direttamente elettricità rinnovabile, convertirla prima in idrogeno introduce perdite e costi aggiuntivi; il sostegno va quindi riservato ai settori difficili da elettrificare e deve produrre capacità industriale verificabile, non soltanto annunci. La Global Hydrogen Review 2025 dell'Agenzia internazionale dell'energia conta oltre 200 investimenti ormai impegnati nel mondo, ma segnala anche una crescita inferiore alle attese e ostacoli ancora rilevanti nei costi, nelle infrastrutture e nella regolazione.
Da questo punto di vista, il decreto italiano è costruito meglio di molti vecchi incentivi: prevede gare, un pagamento legato all'uso effettivo, una restituzione quando il mercato supera il prezzo obiettivo e scadenze per la realizzazione degli impianti. Resta però necessario fissare almeno quattro condizioni politiche: pubblicazione integrale degli esiti delle aste, verifica annuale del costo per chilogrammo e per tonnellata di CO2 evitata, decadenza rapida dei progetti che non rispettano le tappe e riduzione progressiva del prezzo massimo nelle procedure successive. Senza questi controlli, quindici anni di sostegno possono trasformarsi da ponte verso un mercato competitivo a rendita protetta per gli amici, e sappiamo benissimo come in Italia la rendita per gli amici è pratica comune.
Quattrocento milioni l'anno devono stare nel bilancio dello Stato
Possiamo tranquillamente dire che lo Stato dovrebbe trovare 6 miliardi senza chiedere nulla ai cittadini, anche perché si tratta di 400 milioni l'anno che sono nulla per le casse dello Stato, ma questo richiede una precisazione: lo Stato non possiede denaro che non provenga, prima o poi, da imposte, tariffe o debito. La richiesta realistica e politicamente forte è un'altra: non chiedere ai cittadini un nuovo prelievo dedicato, ma finanziare i 400 milioni annui attraverso le entrate già riscosse e le spese già autorizzate, assumendosi la responsabilità di scegliere quali capitoli ridurre e sottoponendo ogni anno quella scelta al Parlamento (o ancora meglio, quali sprechi già in atto limitare o eliminare).
Non si tratta di una cifra irrilevante, ma neppure di una somma impossibile per un Paese che nel disegno di legge di bilancio 2026 prevedeva 915,6 miliardi di spese finali dello Stato. Quattrocento milioni equivalgono a circa lo 0,044% di quel totale, meno di 44 centesimi ogni 1.000 euro di spesa: una priorità industriale giudicata strategica dovrebbe poter trovare posto tra le pieghe di un bilancio di queste dimensioni, attraverso una vera revisione della spesa, invece di essere nascosta in una componente tecnica della bolletta.
I casi di spesa inefficiente emersi o aggiornati nella cronaca degli ultimi due anni non possono essere sommati meccanicamente per fingere di avere già trovato la copertura, ma mostrano quanto sia legittimo pretendere una selezione più severa delle priorità:
I centri per migranti in Albania. Un'analisi di ActionAid e dell'Università di Bari sui contratti pubblici ha calcolato 74,2 milioni di euro di contratti per la costruzione e un costo di 153.000 euro per posto operativo, contro 21.000 euro nel centro di Porto Empedocle; secondo i dati riportati da Reuters, nel 2024 il gestore ricevette circa 570.000 euro mentre la struttura funzionò per cinque giorni e ospitò venti persone. Sono cifre attribuite a uno studio pubblico, non una sentenza contabile, ma descrivono un rapporto tra costo e utilizzo difficilmente difendibile.
Le 246 opere incompiute registrate a fine 2024. L'analisi dei dati dell'Anagrafe, pubblicata nell'agosto 2025, ha contato 246 interventi ancora incompleti, per i quali servivano altri 1,1 miliardi di euro. Quel miliardo non rappresenta denaro già buttato, ma il numero delle opere ferme dimostra quante risorse pubbliche restino immobilizzate senza produrre il servizio promesso e ciò produce solo nuove spese, andare a eliminare i ritardi e le opere incompiute darebbe molto ossigeno all'Italia.
La Città dello Sport di Tor Vergata e altri cantieri statali quasi immobili. Nell'elenco 2025 pubblicato dal Ministero nel giugno 2026, la Città dello Sport risulta completata al 16,82%, con un quadro economico aggiornato di 750,2 milioni e 559,5 milioni stimati per ultimarla; nello stesso documento, la piscina della scuola della Guardia di Finanza di Firenze è ferma al 5,44%, con 5,61 milioni di costo complessivo indicato e 9,27 milioni ancora stimati per il completamento. Anche in questo caso non si può confondere il quadro economico con la somma già spesa, ma si può chiedere perché lo Stato apra nuovi rubinetti tariffari prima di avere chiuso quelli che alimentano opere ferme da anni.
Il problema non è sostenere l'idrogeno, ma il riflesso con cui ogni nuova priorità viene accompagnata da un nuovo prelievo, spesso piccolo se osservato singolarmente e sempre più pesante quando viene sommato agli altri. Se il governo considera davvero l'idrogeno una tecnologia strategica per l'indipendenza energetica e la competitività industriale, e ben fa a considerarla tale, deve finanziarla apertamente nel bilancio generale, magari indicando contestualmente i sussidi, i programmi o le spese a basso rendimento da ridurre, invece di presentare il conto attraverso una voce che pochi cittadini sapranno riconoscere.
La transizione energetica ha bisogno di consenso oltre che di capitali, invece caricare il costo dell'idrogeno sulla bolletta del gas rischia di ottenere l'effetto opposto, perché trasforma un investimento potenzialmente utile in un'altra tassa percepita sulle famiglie. Sei miliardi in quindici anni sono una scelta sostenibile per lo Stato; non è sostenibile il principio secondo cui ogni scelta per il futuro debba produrre oggi un nuovo onere obbligatorio per le famiglie; l'idrogeno va finanziato, le aste vanno avviate e i risultati vanno misurati, ma la copertura dovrebbe arrivare dalle priorità del bilancio pubblico, non dal contatore del gas.
Domande frequenti
I 6 miliardi per l'idrogeno sono già stati stanziati?
No. Il decreto prevede un costo massimo medio di 400 milioni di euro l'anno per contratti della durata di quindici anni, da cui deriva la stima complessiva di 6 miliardi. La spesa effettiva dipenderà dalle aste, dalla quantità di idrogeno prodotta e utilizzata e dalla differenza futura tra il prezzo obiettivo e quello dei combustibili fossili di riferimento
La misura introduce una nuova accisa sul gas?
Non tecnicamente. L'accisa è un'imposta, mentre il decreto utilizza la componente tariffaria obbligatoria RE/REt già presente nel sistema gas. È più corretto parlare di un nuovo onere affidato a quella componente; l'effetto economico potrà comunque ricadere sulle bollette se le risorse esistenti non saranno sufficienti
Di quanto aumenterà la bolletta delle famiglie?
Al momento non è possibile calcolarlo con affidabilità. ARERA deve ancora stabilire entro novanta giorni le modalità di finanziamento e potrebbe utilizzare saldi esistenti, rimodulare altri oneri o differenziare il prelievo tra categorie. Un importo preciso indicato prima di quella decisione sarebbe soltanto una simulazione, non un rincaro approvato