Petrolio crolla fino al 7% dopo la pausa tra USA e Iran, ma benzina e diesel?
Il Brent precipita verso 90 dollari dopo la sospensione degli attacchi tra Stati Uniti e Iran, ma il calo del greggio non arriverà subito e integralmente ai distributori italiani
Il prezzo del petrolio è crollato fino al 7% dopo che Stati Uniti e Iran hanno sospeso gli attacchi durante il fine settimana, una pausa che ha riacceso le speranze diplomatiche e ridotto il rischio di ulteriori interruzioni delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, tuttavia gli automobilisti italiani non devono aspettarsi un ribasso altrettanto rapido e proporzionale di benzina e diesel.
Il Brent è sceso fino a circa 90,70 dollari al barile, perdendo oltre il 6% in poche ore dopo aver superato quota 100 dollari la scorsa settimana, mentre il WTI americano è arretrato del 5,7% a 84,12 dollari. La reazione dei mercati è stata immediata: le Borse europee hanno guadagnato terreno, i titoli delle compagnie aeree e del turismo sono saliti, le società petrolifere sono arretrate e gli investitori hanno iniziato a ridimensionare il rischio che l'aumento dell'energia costringa le banche centrali a mantenere i tassi elevati.
Il movimento del greggio è quindi molto importante per inflazione, consumi e crescita economica, ma un calo del 7% del Brent non significa che il prezzo indicato sul distributore debba diminuire del 7%, poiché tra un barile acquistato sui mercati internazionali e un litro di carburante venduto in Italia esiste una lunga catena (ne avevamo già parlato qualche tempo fa) composta da raffinazione, trasporto, assicurazioni, stoccaggio, biocarburanti, distribuzione, margini commerciali, accise e IVA.
Non esiste ancora una vera tregua tra USA e Iran
Il ribasso del petrolio è stato provocato soprattutto dalla scomparsa di una parte del premio geopolitico incorporato nei prezzi, infatti Washington ha sospeso gli attacchi per concedere maggiore spazio alla diplomazia, mentre Teheran ha dichiarato che manterrà ferma la propria risposta militare finché gli Stati Uniti faranno lo stesso.
Non è stata però firmata una tregua definitiva e il traffico marittimo rimane molto lontano dalla normalità, considerando che durante il fine settimana meno di dieci navi commerciali al giorno hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, mentre molte compagnie continuano a evitare l'area per timore di nuovi attacchi.
Anche il Mar Rosso resta problematico dopo le azioni degli Houthi contro le infrastrutture petrolifere saudite, mentre la guerra in Ucraina continua a colpire raffinerie, terminali e navi russe, di conseguenza il mercato ha ridotto il rischio di un'immediata escalation, ma non può ancora considerare ripristinate le normali forniture mondiali.
Se la pausa dovesse interrompersi, il Brent potrebbe quindi risalire rapidamente; se invece diventasse un vero cessate il fuoco e le petroliere tornassero a transitare regolarmente, il calo avrebbe basi più solide e potrebbe finalmente iniziare a trasferirsi sui carburanti.
Perché il petrolio in calo non riduce immediatamente la benzina
Il prezzo alla pompa non viene calcolato osservando direttamente il Brent, perché le compagnie acquistano e vendono benzina e gasolio già raffinati, i cui valori in Italia dipendono soprattutto dalle quotazioni internazionali Platts CIF Med.
Il Brent rappresenta il costo della materia prima, mentre il Platts indica quanto costa il prodotto finito disponibile nell'area mediterranea; i due valori tendono a muoversi nella stessa direzione nel medio periodo, ma possono divergere anche notevolmente quando le raffinerie sono danneggiate, la capacità produttiva è insufficiente, le scorte sono basse oppure il trasporto marittimo diventa più costoso.
L'Autorità garante della concorrenza ha spiegato, già da qualche anno per la verità, che il prezzo italiano è composto da accise e IVA, valore internazionale del prodotto raffinato e margine lordo della filiera, destinato a coprire logistica, distribuzione e remunerazione degli operatori. Il Brent influenza quindi il prezzo, ma non è l'unico elemento e, soprattutto, non rappresenta l'intero importo pagato dall'automobilista.
Esiste poi un ulteriore elemento temporale, perché il carburante presente nei depositi e nelle stazioni di servizio è stato acquistato o valorizzato sulla base delle quotazioni precedenti, mentre i diversi operatori aggiornano i listini all'ingrosso e al dettaglio con tempistiche non perfettamente sincronizzate.
Secondo le analisi della BCE, circa il 90% della trasmissione delle variazioni del greggio e dei prodotti raffinati ai prezzi al consumo avviene normalmente entro tre-cinque settimane, anche se i primi adeguamenti possono comparire già dopo pochi giorni.
Quanto potrebbe valere davvero il calo del Brent
Un barile contiene circa 159 litri, di conseguenza il ribasso di questa mattina, equivalente a circa 6-7 dollari al barile, riduce il valore teorico della materia prima di poco meno di quattro centesimi di euro per litro, considerando anche l'attuale cambio tra dollaro ed euro.
Applicando l'IVA, il beneficio massimo teorico si avvicinerebbe a quattro o cinque centesimi al litro, ma questa cifra potrebbe arrivare soltanto se il calo del greggio venisse interamente trasferito ai prodotti raffinati e se non fosse compensato dall'aumento dei margini di raffinazione, dei costi logistici o assicurativi.
Se si considera invece l'intera discesa da oltre 100 a circa 91 dollari, il beneficio potenziale potrebbe raggiungere approssimativamente sei-sette centesimi al litro IVA compresa, una riduzione significativa ma comunque molto inferiore ai circa 14 centesimi che deriverebbero dall'applicazione meccanica di uno sconto del 7% al prezzo della benzina.
Le accise, infatti, sono espresse in valore fisso per litro e non diminuiscono quando il petrolio scende, mentre l'IVA si riduce soltanto sulla parte variabile del prezzo. Il consumatore non acquista greggio, ma un prodotto raffinato, trasportato, distribuito e tassato, per questo la percentuale osservata sui mercati non può essere replicata alla pompa.
Il vero problema è il diesel
La discesa del Brent potrebbe favorire maggiormente la benzina, mentre il gasolio rischia di rimanere costoso più a lungo, poiché l'Europa sta affrontando una grave carenza di prodotti distillati causata dalla combinazione tra basse scorte, riduzione delle esportazioni dal Medio Oriente, limiti imposti dalla Cina e blocco delle vendite russe.
Prima dell'ultima escalation, la Russia esportava quasi un milione di barili di diesel al giorno, equivalenti a circa il 12% delle esportazioni mondiali, ma i ripetuti attacchi ucraini contro le raffinerie hanno spinto Mosca a vietarne temporaneamente le vendite all'estero. Le scorte europee sono così scese sui livelli più bassi dal 2022, mentre i margini di raffinazione del diesel hanno raggiunto il record di circa 65 dollari al barile.
In altre parole, il greggio può diventare meno caro ma il diesel già raffinato può rimanere molto costoso, perché il problema non è soltanto trovare il petrolio, bensì trasformarlo nel prodotto di cui l'Europa ha maggiormente bisogno e trasportarlo verso i mercati di consumo.
La stessa tensione riguarda, in misura inferiore, la benzina: all'inizio di luglio il diesel europeo veniva scambiato con un premio superiore a 60 dollari al barile rispetto al greggio, mentre il margine sulla benzina aveva raggiunto circa 41 dollari, livelli che non si vedevano dalla crisi energetica del 2022.
In Italia benzina e gasolio restano vicini o sopra i due euro
Secondo i dati diffusi dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il 27 luglio la benzina self service costa mediamente 1,982 euro al litro, mentre il gasolio ha raggiunto 2,185 euro, contro rispettivamente 1,803 e 1,882 euro dello scorso 3 luglio.
In poco più di tre settimane la benzina è quindi aumentata di quasi 18 centesimi, mentre il diesel è rincarato di oltre 30 centesimi, una differenza provocata sia dall'andamento dei mercati internazionali sia dalla fine del taglio temporaneo delle accise introdotto dal governo nei mesi precedenti.
Il governo sta ora preparando un nuovo intervento concentrato soprattutto sul gasolio, con una prima discussione prevista in Consiglio dei ministri e ulteriori misure attese per il 4 agosto, tuttavia le coperture rappresentano un problema rilevante, poiché il precedente sconto fiscale è costato allo Stato quasi due miliardi di euro ed è stato criticato dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale perché applicato indistintamente a tutti i consumatori.
L'esecutivo dovrà quindi decidere se introdurre un nuovo taglio generalizzato, aiutare soltanto famiglie e imprese maggiormente esposte oppure attendere che la discesa del petrolio inizi a produrre autonomamente i propri effetti.
Quando benzina e diesel potranno realmente scendere
Se il Brent resterà stabilmente vicino a 90 dollari, le quotazioni Platts di benzina e gasolio inizieranno a diminuire e la pausa tra USA e Iran permetterà di ripristinare almeno parzialmente i traffici marittimi, i primi ribassi potrebbero apparire nei prossimi giorni, mentre una trasmissione più completa richiederà probabilmente alcune settimane.
La benzina dovrebbe reagire più rapidamente, mentre il diesel potrebbe mostrare una maggiore resistenza a causa delle scorte limitate e dei margini di raffinazione ancora eccezionali. La variabile decisiva non sarà quindi il Brent osservato durante una singola seduta, ma la capacità del petrolio di rimanere su livelli più bassi e, soprattutto, il comportamento dei prezzi dei prodotti finiti nel Mediterraneo.
Il crollo odierno rappresenta una buona notizia per automobilisti, imprese e inflazione, ma non è ancora sufficiente per riportare immediatamente i carburanti sui livelli precedenti alla crisi. Per vedere benzina e diesel diminuire davvero serviranno una tregua credibile, la riapertura delle rotte petrolifere e un calo dei margini di raffinazione: senza questi tre elementi, il Brent può scendere mentre il prezzo alla pompa rimane ostinatamente elevato.