Economia e Politica / Pubblicato il / Di Claudio Martini

USA e Giappone attaccano il carry trade, Washington salva lo yen

Stati Uniti e Giappone hanno comprato yen insieme per la prima volta dal 1998, colpendo gli speculatori: Washington difende dazi e Treasury, Tokyo prova a fermare inflazione e fuga dalla propria valuta

USA e Giappone unite per salvare lo Yen

Gli Stati Uniti hanno aiutato il Giappone a comprare yen e a indebolire il dollaro, partecipando a un intervento valutario coordinato che non si vedeva con questa finalità dal 1998. La valuta giapponese, dopo aver toccato il livello più basso degli ultimi quarant'anni vicino a 164 yen per dollaro, si è rafforzata fino a circa 155,20, recuperando oltre il 5% in poche sedute.

Donald Trump ha presentato l'operazione come un gesto di amicizia verso uno dei principali alleati americani, ma dietro la decisione esistono interessi economici molto più concreti. Uno yen eccessivamente debole riduce l'efficacia dei dazi statunitensi, aumenta la competitività delle esportazioni giapponesi e può obbligare Tokyo a vendere Treasury per finanziare la difesa della propria valuta, esercitando ulteriore pressione sui rendimenti e sul costo del debito americano.

Washington non sta quindi salvando lo yen soltanto per aiutare il Giappone, ma sta proteggendo contemporaneamente la propria politica commerciale e il mercato obbligazionario necessario per finanziare un debito pubblico sempre più costoso.

L'operazione colpisce inoltre uno dei meccanismi che per decenni ha trasformato il Giappone in una sorta di banca a basso costo dell'economia mondiale: lo yen carry trade, attraverso il quale investitori, banche e fondi prendono denaro in prestito in Giappone, lo convertono in dollari o altre valute e acquistano titoli capaci di offrire rendimenti superiori.

L'intervento non basta ancora per decretare la fine di questo sistema, ma cambia una delle sue condizioni fondamentali. Finché lo yen continuava a indebolirsi, il carry trade produceva un doppio guadagno; se invece la valuta può rafforzarsi improvvisamente del 5% perché due governi entrano contemporaneamente sul mercato, il differenziale dei tassi può essere cancellato in poche ore.

Cosa hanno fatto Stati Uniti e Giappone

Il primo movimento è avvenuto nella serata del 30 luglio, quando il cambio è precipitato da circa 162,80 a 157,80 yen per dollaro. Il giorno successivo, subito dopo la conferenza stampa della Bank of Japan, la valuta ha registrato un nuovo improvviso rialzo, questa volta accompagnato dall'intervento del Tesoro statunitense.

La conferma ufficiale è arrivata il 3 agosto dalla ministra delle Finanze Satsuki Katayama e dal segretario al Tesoro Scott Bessent, che hanno dichiarato di essere pronti a ripetere l'operazione qualora i movimenti dello yen tornassero eccessivamente rapidi e disordinati.

I dati definitivi non sono ancora disponibili, poiché il Ministero delle Finanze giapponese pubblica immediatamente soltanto il totale mensile e diffonde gli importi giornalieri con un ritardo trimestrale. L'ultima rilevazione ufficiale, chiusa il 29 luglio, mostra infatti interventi pari a zero e non comprende le operazioni effettuate nelle due giornate successive.

Le variazioni previste nei conti della Bank of Japan suggeriscono però che Tokyo possa aver venduto fino a 58,97 miliardi di dollari nella prima operazione e altri 36,58 miliardi nella seconda, portando il valore potenziale complessivo vicino a 95 miliardi. Si tratta di stime indirette, non ancora di importi ufficialmente confermati, e una parte dei movimenti nei conti potrebbe dipendere da altre operazioni.

Anche l'impegno americano non è stato quantificato. Una fotografia scattata durante una riunione del governo ha però mostrato nella lista delle cose da fare di Bessent la frase relativa all'acquisto di 5-10 miliardi di dollari equivalenti in yen, mentre diverse ricostruzioni indicano che la Federal Reserve Bank di New York avrebbe venduto euro per acquistare valuta giapponese per conto del Tesoro.

L'ultima operazione congiunta tra Stati Uniti e Giappone risaliva al 2011, quando i Paesi del G7 intervennero dopo il terremoto e l'incidente di Fukushima, ma in quel caso l'obiettivo era opposto: vendere yen per impedire un eccessivo rafforzamento della valuta. Per trovare un acquisto coordinato di yen da parte di Washington e Tokyo bisogna tornare al giugno 1998, quando la Fed di New York vendette 833 milioni di dollari per sostenere la moneta giapponese durante la crisi finanziaria asiatica.

Perché il carry trade parte dal Giappone

Del carry trade ne abbiamo già abbondantemente parlato, ma qui possiamo riassumere con un esempio semplice. Un investitore prende in prestito yen a un tasso basso, vende la valuta e utilizza i dollari ottenuti per acquistare Treasury, obbligazioni societarie, azioni, titoli dei mercati emergenti o qualsiasi altro strumento con un rendimento superiore.

La Bank of Japan mantiene il proprio tasso di riferimento all'1%, mentre la Federal Reserve ha appena lasciato quello americano tra il 3,50% e il 3,75%. Il differenziale teorico si avvicina quindi a 2,6 punti percentuali l'anno, prima di considerare costi, coperture e differenze tra i rendimenti effettivamente disponibili sui diversi strumenti. Se nel frattempo lo yen si indebolisce, il guadagno aumenta, perché al momento di riconvertire i dollari in yen si avrà un ulteriore guadagno e il rimborso del prestito sarà più semplice.