Trump impone nuovi dazi a 60 Paesi, UE compresa
Gli Stati Uniti introducono dazi su quasi tutte le importazioni, coinvolgendo anche l'UE. Per l'Europa, però, l'effetto immediato è meno pesante di quanto suggerisca la notizia
Gli Stati Uniti hanno introdotto nuovi dazi del 10% e del 12,5% sulle merci provenienti da 60 partner commerciali, tra i quali figurano Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Unione Europea. La misura interessa economie dalle quali proviene complessivamente il 99,4% delle importazioni americane, anche se il provvedimento contiene numerose esenzioni. È quindi una delle iniziative commerciali più ampie adottate dalla Casa Bianca, ma non rappresenta necessariamente un aggravio immediato per tutti i Paesi coinvolti.
Nel caso europeo, in particolare, il nuovo regime non si aggiunge automaticamente ai dazi già esistenti e dovrebbe rispettare i limiti concordati nell'accordo commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea del 2025. Per molte imprese, dunque, cambia soprattutto la base giuridica utilizzata da Washington, non necessariamente l'aliquota effettivamente pagata.
È proprio questa distinzione a spiegare perché le Borse europee non abbiano reagito con un nuovo crollo, nonostante un titolo apparentemente molto negativo.
Perché Trump ha introdotto questi dazi
La giustificazione ufficiale riguarda il contrasto al lavoro forzato nelle catene di approvvigionamento internazionali. Secondo l'Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti, i 60 partner coinvolti non avrebbero introdotto o applicato con sufficiente efficacia il divieto di importare prodotti realizzati attraverso il lavoro forzato. Washington sostiene che questa situazione penalizzi le aziende americane, costrette a competere con beni prodotti a costi artificialmente bassi.
I Paesi che hanno già adottato un divieto, assunto impegni commerciali in questa direzione oppure introdotto regimi parziali ricevono un trattamento al 10%. Per gli altri è prevista un'aliquota del 12,5% come si legge dai dettagli che sono contenuti nel provvedimento ufficiale.
La scelta della Casa Bianca ha però anche un'evidente funzione strategica, infatti a febbraio la Corte Suprema americana aveva invalidato i precedenti dazi "reciproci", introdotti utilizzando i poteri di emergenza del presidente, Trump aveva quindi risposto applicando una tariffa globale temporanea del 10%, valida per 150 giorni e scaduta il 24 luglio.
I nuovi dazi entrano in vigore esattamente quando termina quella misura temporanea e vengono applicati attraverso la Section 301 del Trade Act del 1974, una base giuridica già utilizzata in passato e considerata più resistente a eventuali contestazioni giudiziarie.
In sostanza, Trump non sta soltanto annunciando un'altra guerra commerciale: sta tentando di ricostruire con fondamenta legali differenti il sistema tariffario bocciato dalla Corte Suprema.
Cosa cambia realmente per l'Unione Europea
L'inclusione dell'UE tra le economie colpite può apparire come una nuova escalation, ma l'effetto immediato è più sfumato. Per Unione Europea, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Svizzera, il nuovo dazio viene calcolato tenendo conto delle normali tariffe doganali già esistenti. Non bisogna quindi sommare meccanicamente il 10% o il 12,5% a ogni altra aliquota.
Inoltre, Washington ha confermato che il nuovo regime non dovrebbe superare i limiti previsti dagli accordi commerciali già sottoscritti. Nel caso dell'UE resta quindi centrale l'intesa raggiunta nel 2025, che prevede un'aliquota massima del 15% sulla maggior parte delle merci europee.
La Commissione europea ha accolto il provvedimento con prudenza, ma ha riconosciuto che il risultato appare coerente con gli impegni assunti dagli Stati Uniti. Bruxelles ha anche ottenuto il ripristino di alcune esenzioni per sughero, diamanti, aeromobili e componenti aeronautici, farmaci generici e principi attivi.
L'Europa contesta comunque l'accusa americana sul lavoro forzato poiché il Vecchio Continente ha già approvato un regolamento che vieta l'immissione sul mercato comunitario di prodotti ottenuti attraverso il lavoro forzato, ma la sua piena applicazione è prevista dal dicembre 2027, tuttavia Washington considera questo intervallo e l'attuale livello di applicazione insufficienti.
Per le imprese europee, quindi, la notizia non comporta necessariamente un nuovo aumento immediato dei costi, anzi conferma una realtà ormai strutturale: esportare negli Stati Uniti è diventato più costoso e dipendente dalle decisioni politiche di Washington.
I settori europei che rischiano maggiormente
Il provvedimento prevede esenzioni per petrolio e gas, fertilizzanti, alcune materie prime e prodotti alimentari, minerali critici, aeromobili e numerosi beni considerati difficilmente sostituibili dall'economia americana.
Sono esclusi anche molti prodotti già sottoposti ai dazi di sicurezza nazionale della Section 232, tra cui automobili, acciaio, alluminio e rame. Questo non significa che tali settori siano protetti: significa che continuano a essere regolati dai rispettivi regimi tariffari e non subiscono anche il nuovo dazio legato al lavoro forzato.
Tra le imprese europee più esposte restano soprattutto quelle che:
- producono prevalentemente in Europa e vendono molto negli Stati Uniti;
- operano con margini ridotti e non possono assorbire facilmente il dazio;
- non dispongono di stabilimenti produttivi americani;
- vendono prodotti facilmente sostituibili con alternative locali;
- hanno contratti che impediscono di trasferire rapidamente il costo sui clienti.
Beni industriali, componentistica, macchinari, moda, lusso, prodotti di consumo e alcune specialità chimiche rimangono le aree da osservare, ma l'impatto varierà notevolmente da azienda ad azienda.
Un gruppo europeo con fabbriche negli Stati Uniti potrebbe subire conseguenze limitate. Un esportatore che produce esclusivamente nell'UE e vende in dollari, invece, dovrà scegliere se aumentare i prezzi, accettare margini inferiori oppure riorganizzare la propria produzione.
La reazione delle Borse
La reazione iniziale dei mercati è stata sorprendentemente contenuta. I rendimenti obbligazionari sono saliti leggermente per il maggiore rischio inflazionistico, ma le Borse europee non hanno registrato una fuga generalizzata dagli asset rischiosi. Lo STOXX Europe 600 è arrivato anzi a guadagnare circa lo 0,5%, sostenuto anche dai risultati societari e dal forte rialzo di SAP.
Il motivo principale è che il provvedimento era atteso. L'amministrazione americana aveva avviato le indagini a marzo e presentato le aliquote proposte già all'inizio di giugno. Inoltre, per molti partner i nuovi dazi sostituiscono la tariffa temporanea del 10% appena scaduta.
Anche le numerose esenzioni riducono l'impatto aggregato. Petrolio, gas, fertilizzanti, materie prime critiche e altri prodotti essenziali sono stati esclusi proprio per evitare che il provvedimento producesse gravi problemi alle catene di approvvigionamento americane.
La vera preoccupazione dei mercati riguarda ciò che potrebbe arrivare dopo. Gli Stati Uniti stanno conducendo una seconda indagine sulla sovraccapacità produttiva globale, che coinvolge 16 partner commerciali, UE compresa. Quella procedura potrebbe portare a nuovi dazi su settori nei quali Washington ritiene che sussidi pubblici e produzione eccessiva danneggino l'industria americana.