Wirecard e i miliardi mai esistiti, tutta la storia e le implicazioni
Il Caso Wirecard
Wirecard e i miliardi mai esistiti, tutta la storia e le implicazioni

All’inizio sembrava un semplice equivoco ma man mano che si procede nei giorni, i circa 2 miliardi scomparsi dai conti di Wirecard sembrano sempre più uno scandalo internazionale che include vari attori e che getta un’ombra inquietante sul sistema Germania.

Andiamo però con ordine come al solito e cerchiamo di capire cosa sia successo.

Chi è Wirecard?

La prima domanda da porsi è chi è Wirecard. Si tratta di un’azienda tedesca nel settore delle fintech, cioè una di quelle società finanziarie che grazie alla tecnologia stanno avendo un gran successo e scalando la capitalizzazione.

Il mercato funziona, a tal punto che qualcuno già ipotizza la sostituzione dei canali classici finanziari con quelli innovativi e tecnologici.

Tornando a Wirecard, la società tedesca di Aschheim, vicino Monaco, si occupa dell’emissione di carte di credito e debito con delle tariffe molto agevolate. Si tratta di un’azienda che ha oltre 7 mila clienti e compete con colossi come Paypal o Western Union.

Un successo per Wirecard, nata solo nel 1999, che la proietta direttamente nel DAX30, l’indice delle 30 maggiori società tedesche, al posto di Commerzbank nel 2018.

Cosa è successo?

I problemi nascono nella prima parte del 2020 quando l’azienda inizia a rimandare la data per la presentazione dei dati sul 2019.

Rinvio per ben 5 volte di seguito e ciò, tipicamente, non fa presagire nulla di buono.

Il caso scoppia quando Ernst & Young, società assunta per convalidare i conti della tedesca Wirecard, si rifiuta di pubblicare i dati poiché, secondo il suo dire, mancano circa 2 miliardi che non è ben chiaro che fine abbiano fatto.

Il titolo, sulla notizia del rifiuto di E&Y, nella giornata di giovedì 18 giugno crolla di circa il 60%.

La risposta di Wirecard

Immediata la risposta della società che si dice stupita e che dichiara, attraverso il CEO Markus Brown, il quale è primo azionista, con il 7% di quote, e afferma che i soldi si trovano in 2 conti bancari nelle filippine.

A stretto giro arriva la risposta delle banche filippine, BDO Unibank e Bank of the Philippine Islands, le quali dichiarano di non avere quei soldi e che i documenti prodotti sono falsi.

A questo punto si dimetta il CEO Markus Brown e arriva un altro tonfo in borsa venerdì 19 giugno, con un crollo che questa volta è del 35%.

Giovedì mattina l’azione si aggirava sui 100 euro; giovedì sera chiudeva a 38,90 e venerdì sera chiudeva la settimana a 25,66.

Week end di fuoco e nuovo tonfo lunedì

Nel week end si susseguono dichiarazioni e ufficializzazioni, arriva addirittura Benjamin Diokno, governatore della banca centrale delle filippine a dichiarare che i soldi non sono mai entrati nel sistema delle filippine.

Christian Sewing, a capo di Deutsche Bank, la più grande banca tedesca, dichiara che il guaio è serio e riguarderà tutto il sistema economico tedesco.

Il nuovo CEO della società, James Freis (ex compliance officer presso la borsa tedesca), viene nominato in modo molto rapido e quest’ultimo mette tutte le carte sul tavolo.

Che fine hanno fatto i 2 miliardi?

Dei 2 miliardi liquidi, che la società diceva di avere nelle filippine, in realtà non c’è traccia e grazie alla collaborazione della stessa società si capisce che i conti sono stati gonfiati in modo artificiale.

Dietro queste scoperte, lunedì il titolo di Wirecard affonda ancora e chiude la prima giornata della settimana a 14,44 euro, con un altro -44%. Guardando la quotazione di giovedì mattina è semplice notare come in 3 sedute la società abbia perso l’86% del valore originale.

Una catastrofe, che viene sottolineata anche da Felix Hufeld, head of financial regulator della BaFin (la Consob tedesca).

La BaFin che faceva?

Eppure è proprio la BaFin, l’ente tedesco di vigilanza, che dovrebbe accertarsi che questo non succeda.

Bafin su cui paiono cadere delle accuse che, se confermate, sarebbero gravi.

Infatti parrebbe che sin dal febbraio 2019 il Financial Times avesse messo in dubbio i conti della società, i quali apparivano molto strani e troppo esplosivi.

La BaFin, anziché accendere un faro sulla società, però, avrebbe preferito difendere il sistema tedesco, contrattaccando e minacciando querele verso i giornalisti che hanno firmato quell’indagine.

Se ciò venisse confermato sarebbe gravissimo e getterebbe fango sull’intero sistema teutonico.

Nel mentre, nella giornata di venerdì 26 giugno 2020, la Commissione Europea ha messo sotto la lente tutto l’operato della BaFin per capire se in tutta questa situazione ci sia del dolo oppure semplicemente siano stati mancati controlli e superficialità (non meno grave del dolo ma almeno non è un peccato di stupidità e non di “furbizia”).

L’arresto di Markus Braun (ex CEO)

Martedì e Mercoledì (23/24 giugno) sono giornate particolari per l’ex CEO di Wirecard Markus Braun, ciò perché viene arrestato in relazione allo scandalo provocato. Questo il motivo dell’arresto dato dagli inquirenti:

la condotta dell’accusato giustifica il sospetto di una presentazione imprecisa e di una manipolazione del mercato

Markus Braun si è consegnato spontaneamente dopo l’emissione dell’ordine di arresto.

Ma se martedì entra in carcere mercoledì ne esce, pagando una cauzione di 5 milioni di euro.

Tra le condizioni della liberazione c’è comunque l’obbligo di firma una volta a settimana.

Le quote dell’ex CEO Markus Braun

Prima dello scandalo Markus Braun aveva una quota del 7% della società; quota che avrebbe utilizzato nel 2017 per avere un prestito da Deutsche Bank.

Si tratta di un’operazione normale da parte dei CEO ma in generale degli azionisti: dare in garanzia delle azioni in cambio di liquidità. Braun avrebbe così richiesto un prestito del 50% sul valore azionario di quel momento, che parrebbe essere per un totale di 150 milioni.

Secondo le indiscrezioni di Bloomberg (non smentite), Deutsche Bank avrebbe poi ceduto il credito ad altre società che lo hanno cartolarizzato. La questione importante, però, è che questi prestiti, con i titoli in garanzia, tipicamente hanno una margin call posta intorno al 55/60% del valore delle azioni nel momento in cui il prestito è stato erogato.

Non sappiamo quale fosse il prezzo delle azioni nel momento dell’operazione, ma in quell’anno il minimo toccato era di 40 euro; quindi, nel caso peggiore, Braun avrebbe preso 20 euro ad azione di prestito, mettendo una garanzia intorno a 21 euro ad azione. Raggiunta questa cifra l’emittente del prestito fa scattare la margin call, da saldare con liquidità o con le quote azionarie messe in garanzia.

Tra lunedì e martedì scorso le azioni sono scese ben oltre i 20 euro, quindi, a meno che Braun abbia compensato la margin call rientrando dal prestito (avrebbe poco senso farlo, perché al costo attuale con 150 milioni Braun potrebbe avere circa l’11% della società), è molto probabile che il 7% delle azioni dell’ex CEO siano ora in mano ad altri soggetti.

Come il caso Parmalat?

In tanti, dopo la conferma dell’inesistenza dei 2 miliardi, hanno affiancato il caso Wirecard all’italiano caso Parmalat.

Anche a Parma i conti erano stati gonfiati ad arte per far apparire della liquidità che in realtà non esisteva. Fondi che, nel caso di Parmalat, sarebbero dovuti essere depositati nei paradisi fiscali dei Caraibi, ma che in realtà non sarebbero mai esistiti.

Wirecard rischia il fallimento?

La società tedesca in modo difensivo ha ritirato completamente qualsiasi traccia pubblicata sui conti 2019 e primo trimestre 2020; ciò però ha dei contraccolpi poiché già Moody’s ha deciso di ritirare il proprio giudizio perché, alla luce di quanto successo, non più veritiero.

Ci si aspetta che anche le altre agenzie di rating facciano qualcosa di simile.

Il fallimento in queste condizioni inizia ad aleggiare sulla società tedesca, poiché senza rating nessuno presterà dei soldi alla società, inoltre, anche passata la marea, chi si fiderà a prestare soldi a Wirecard?

Come se non bastasse, Wirecard è già scoperta per qualche miliardo di euro con le solite banche (Abn Amro, Ing, Commerzbank e istituti cinesi) che sostengono tutte le innovazioni finanziarie.

Ora, in questa situazione, le banche potrebbero richiedere velocemente i loro soldi e in caso di mancato rimborso ci penseranno le agenzie di rating a decretare il default. Ciò non significherebbe automaticamente fallimento, ma si rischia di andarci molto vicino.

Wirecard chiede l’insolvenza

Tanto tuonò che alla fine piovve e all’alba di venerdì 26 giugno Wirecard ha dovuto alzare bandiera bianca e chiedere l’insolvenza.

Il cda di Wirecard ha oggi deciso di presentare al Tribunale di Monaco competente una richiesta per l’apertura di un procedimento di insolvenza per il rischio di incapacità di pagamento e sovraindebitamento

Comunicato di Wirecard con il quale si annuncia l’insolvenza

Financial Times alza la mira

Nel mentre il giornale che per primo rilevò incongruenze nei conti della Fintech tedesca, non si ferma e si toglie dei macigni delle scarpe.

Infatti, dopo essere stata attaccata dalla BaFin, il quotidiano britannico continuò con le indagini e ora alza la mira contro Ernst&Young, proprio la società di revisione che ha fatto partire il caos intorno a Wirecard. Secondo il quotidiano E&Y sarebbe rea di non aver controllato adeguatamente i conti della stessa Wirecard e Ocbc Bank di Singapore, la quale tra il 2016 e il 2018 avrebbe dovuto garantire cash flow alla tedesca Wirecard, attraverso i propri saldi attivi, i quali poi si sono rilevati inesistenti.

Conseguenze del crollo di Wirecard

Quello che spaventa in modo particolare il mercato, però, non è tanto E&Y che non avrebbe notato incongruenze in passato, sempre che queste accuse trovino conferma poiché, per ora, c’è solo la parola del Financial Times.

Quello che spaventa veramente i mercati, dicevamo, è il possibile effetto a catena che si potrebbe scatenare sul settore.

La prima società ad aver avvisato i propri clienti è stata la britannica Curve, anch’essa appartenente al mercato del Fintech e che, a causa del blocco delle operatività operato dalla Gran Bretagna (dalla Financial Conduct Authority – FCA) sulle carte emesse da Wirecard, ha inviato dei messaggi ai clienti dicendo che l’operatività con le carte era sospesa.

Curve è un’innovativa applicazione che permette, con una sola carta, di poter associare varie carte di credito e quindi portare a spasso una carta per averne infinite nel portafoglio; attraverso l’applicazione, di volta in volta, si decide quale usare.

Ovviamente, se la carta con il logo Curve non funziona, va da sé che il servizio è bloccato. E immaginiamo il disagio di chi è in viaggio con la sola carta Curve…

Ma Curve è stata solo la prima, nel Belpaese per esempio abbiamo il caso di SisalPay, la quale, a causa della stessa decisione della FCA, ha visto le proprie carte bloccate. E se il problema con Curve, che non ha giacenze, è solo il fatto che la carta non può essere usata con SisalPay, essendo una carta ricaricabile, c’è anche un problema di denaro bloccato.

La società italiana è subito corsa ai ripari dicendo che presto verranno trasferiti tutti i saldi su una nuova carta emessa, questa volta, da Banca 5 (Gruppo Intesa Sanpaolo).

Le conseguenze per le banche

Ma Wirecard, prima del crollo, se è vero qualcosa dei conti del 2019, aveva 2 miliardi di euro di debiti contratti principalmente con Commerzbank, ABN Amro, Landesbank Baden-Württemberg e ING.

Stiamo parlando di colossi che non avranno problemi a svalutare 2 miliardi di crediti, ma perdere cifre del genere non è mai bello e benché nessuna di loro dovrebbe rischiare granché, comunque il segnale verso il mercato non è dei migliori.

La lenta ripartenza prima dei giudici

Quando a fine giugno tutto sembrava oramai perso, con decine di miliardi andati in fumo ed altre società in difficoltà (come le già citate Curve e SisalPay), uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.

Wirecard annuncia che nonostante la richiesta di insolvenza, il suo operato continua e quindi le carte di credito possono funzionare.

Ciò è sufficiente per la FCA per autorizzare nuovamente le transazioni e quindi sbloccare le carte di quelle società che nulla c’entrano con Wirecard ma che sono vittime del crollo dell’ex colosso tedesco.

Queste notizie fanno brillare il titolo in borsa che lunedì 29 giugno mette a segno una crescita superiore al 120% (in una sola giornata), dopo aver toccato crescita anche del 210%.