Amazon brucia cassa e vola, Apple vende iPhone record e crolla
Amazon porta gli investimenti a 220 miliardi e sale quasi del 9%, Apple registra vendite record ma perde oltre il 7%: l'AI divide chi vende capacità da chi dipende dai chip
Amazon ha portato gli investimenti annuali a 220 miliardi di dollari, ha chiuso gli ultimi dodici mesi con un free cash flow negativo e ha annunciato che la nuova capacità produttiva non sarà comunque sufficiente, eppure il titolo è salito di quasi il 9% nelle contrattazioni successive alla chiusura. Apple, al contrario, ha registrato il miglior trimestre di giugno della propria storia, ha aumentato le vendite di iPhone del 21,7% e continua a generare decine di miliardi di cassa, ma nel pre-market ha perso oltre il 7%, mettendo potenzialmente a rischio circa 362 miliardi di capitalizzazione.
La contraddizione è soltanto apparente, perché il mercato non sta giudicando quanto le due società abbiano guadagnato nel trimestre appena concluso, bensì quale posizione occupino nella nuova economia costruita intorno all'intelligenza artificiale. Amazon vende la capacità di calcolo che tutti stanno cercando e può trasformare la scarsità di chip e data center in contratti pluriennali, mentre Apple dipende dalla stessa filiera per produrre i propri dispositivi, di conseguenza l'aumento della domanda AI si traduce per la prima in ricavi futuri e per la seconda in componenti più costosi, minori volumi disponibili e possibili aumenti di prezzo.
La trimestrale pubblicata ieri su Microsoft e Meta aveva già mostrato che Wall Street non premia chi investe meno, ma chi riesce a collegare gli investimenti a ricavi, contratti e flussi di cassa sufficientemente visibili. Amazon e Apple aggiungono però un secondo livello al ragionamento: non conta soltanto quanto rapidamente l'AI venga monetizzata, ma anche chi controlla la capacità diventata scarsa e chi deve acquistarla da altri.
Amazon compra oggi capacità già prenotata
I risultati ufficiali di Amazon mostrano ricavi cresciuti del 20% a 200,6 miliardi di dollari e un utile operativo salito del 43% a 27,5 miliardi, tuttavia il dato decisivo arriva ancora una volta da Amazon Web Services, che ha aumentato le vendite del 36,7% a 42,2 miliardi, registrando la crescita più rapida degli ultimi 18 trimestri.
AWS ha prodotto 16,6 miliardi di utile operativo, con un margine vicino al 39%, il che significa che rappresenta circa il 21% dei ricavi di Amazon ma genera oltre il 60% del suo utile operativo. La società ha inoltre comunicato che sia l'attività AI sia quella legata ai chip proprietari hanno superato un ritmo annualizzato di 25 miliardi di dollari, confermando che l'intelligenza artificiale non è soltanto una promessa incorporata nelle valutazioni future, ma un business che sta già diventando misurabile.
Il quadro della cassa è molto meno rassicurante, poiché Amazon ha generato 161,4 miliardi di flusso operativo negli ultimi dodici mesi, ma ha sostenuto circa 169 miliardi di investimenti netti in proprietà e attrezzature, trasformando i 18,2 miliardi di free cash flow dello scorso anno in un deflusso di 7,6 miliardi.
Andy Jassy ha inoltre alzato da circa 200 a 220 miliardi la previsione di cash capex per l'intero 2026, principalmente per sostenere AWS e l'intelligenza artificiale e per assorbire il rincaro delle memorie. I 220 miliardi non devono essere considerati una spesa interamente AI, perché comprendono anche logistica, robotica, satelliti e altre infrastrutture, ma l'aumento rispetto alla precedente previsione deriva soprattutto dalla corsa alla capacità di calcolo.
La differenza rispetto a un investimento puramente speculativo è contenuta nel portafoglio contratti di AWS, arrivato a 496 miliardi di dollari dai 364 miliardi del trimestre precedente, mentre gran parte della capacità che entrerà in funzione nel 2027 risulta già riservata e alcuni clienti hanno iniziato a impegnarsi persino sul 2028.
Amazon comincia a spendere per un data center circa due anni prima che la struttura possa generare ricavi, di conseguenza attraversa una fase nella quale la cassa esce senza che la nuova capacità sia ancora disponibile. Una volta installati, però, i server AI vengono generalmente contrattualizzati per almeno cinque anni e, secondo le stime presentate dal management, possono recuperare il capitale impiegato in meno di tre anni, mentre gli edifici continueranno a ospitare diverse generazioni di apparecchiature.
Wall Street sta quindi trattando il free cash flow negativo come un disallineamento temporale tra investimenti e ricavi, non come denaro speso senza una destinazione verificabile, poiché una parte consistente della capacità futura possiede già clienti disposti a utilizzarla.
Anche l'utile netto record di 62,6 miliardi deve essere ridimensionato, considerando che comprende 53,4 miliardi di proventi non operativi ante imposte, derivanti principalmente dalla rivalutazione della partecipazione in Anthropic. Il dato non rappresenta quindi la redditività ricorrente di Amazon, ma rende ancora più significativa la reazione del mercato, che sembra aver privilegiato la crescita e il margine di AWS rispetto al gigantesco guadagno contabile.
Apple produce cassa, ma non produce i propri chip
I conti pubblicati da Apple appaiono difficili da conciliare con un calo del titolo superiore al 7%, poiché i ricavi sono aumentati del 16,4% a 109,4 miliardi di dollari, l'utile netto è salito del 27% a 29,8 miliardi e l'utile per azione ha raggiunto 2,02 dollari, superando gli 1,89 dollari attesi.
Gli iPhone hanno generato 54,25 miliardi, il miglior risultato mai registrato in un trimestre di giugno, mentre le vendite dei Mac sono cresciute del 28,7% a 10,35 miliardi, superando ampiamente le aspettative. Soltanto gli iPad hanno mostrato una contrazione significativa, con ricavi diminuiti del 5,9% a 6,19 miliardi.
Anche in questo caso il dato sull'utile richiede una correzione, perché 11 centesimi dei 2,02 dollari per azione derivano da rimborsi tariffari ricevuti negli Stati Uniti; senza questo beneficio l'EPS sarebbe stato vicino a 1,91 dollari e avrebbe comunque superato le attese, ma con un margine molto più contenuto rispetto a quanto suggerisce il risultato ufficiale.
Il problema è emerso soprattutto nella guidance, infatti Apple prevede per il trimestre di settembre una crescita dei ricavi compresa tra il 9% e l'11%, contro circa il 12% atteso dal mercato, mentre le vendite di iPhone dovrebbero aumentare a una percentuale media nell'ordine delle due cifre, rimanendo sotto il 17,6% previsto dagli analisti.
Tim Cook ha attribuito la frenata all'offerta e non alla domanda, spiegando che la società non riesce a ottenere abbastanza capacità produttiva avanzata per i processori Apple Silicon e sta affrontando un forte rincaro delle memorie. Le limitazioni riguardano iPhone, Mac e alcuni iPad, mentre la scarsa flessibilità della filiera rende difficile recuperare rapidamente i componenti mancanti attraverso fornitori alternativi.
Sarebbe però eccessivamente semplicistico sostenere che ogni processore destinato all'intelligenza artificiale stia sottraendo direttamente un chip agli iPhone, poiché Cook ha riconosciuto che una parte del problema deriva anche da una domanda di Mac e smartphone superiore alle previsioni interne. La corsa globale all'AI rappresenta comunque il fattore sistemico che sta assorbendo memorie e capacità produttiva avanzata, rendendo l'intera filiera più rigida e costosa proprio mentre Apple avrebbe bisogno di aumentare rapidamente i volumi.
La pressione diventa evidente osservando i margini, considerando che il 50,1% registrato nel trimestre comprende circa due punti percentuali di rimborsi tariffari e scende quindi al 48,1% su base sottostante. Per il prossimo trimestre Apple prevede un margine tra il 47% e il 48%, ma la guidance include ancora circa un punto di beneficio tariffario, di conseguenza il valore sottostante al centro dell'intervallo sarebbe vicino al 46,5%, con l'aumento delle memorie che spiega più dell'intera contrazione prima degli effetti compensativi.
Apple investe in modo diverso ma rimane esposta
Il confronto con Amazon diventa particolarmente interessante osservando la destinazione della cassa, infatti nei primi nove mesi fiscali Apple ha generato 117 miliardi di flusso operativo e ha speso appena 6,8 miliardi nell'acquisto di proprietà e attrezzature, producendo quindi circa 110,2 miliardi di free cash flow, secondo un calcolo elementare basato sui prospetti finanziari della società.
Questo non significa che Apple stia rinunciando all'intelligenza artificiale, tanto è vero che le spese di ricerca e sviluppo dei primi nove mesi sono aumentate da 25,7 a 34 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 32%. Il gruppo investe però attraverso software, progettazione dei chip, elaborazione sui dispositivi, accordi con i fornitori e servizi cloud esterni, invece di costruire centinaia di miliardi di infrastrutture da affittare successivamente a terzi.
Il modello mantiene il bilancio molto più leggero e permette ad Apple di generare una quantità di cassa che Amazon, Meta e gli altri hyperscaler stanno temporaneamente sacrificando, tuttavia trasferisce una parte del rischio alla catena di fornitura, poiché Apple progetta i propri processori ma non possiede gli impianti avanzati necessari per produrli né controlla direttamente l'offerta mondiale di memorie.
La differenza economica è quindi netta: Amazon sostiene maggiori costi per acquistare memorie e costruire server, ma trasforma quei componenti in capacità AWS che può vendere per anni; Apple affronta lo stesso rincaro come un aumento del costo dei prodotti, che deve essere assorbito attraverso margini inferiori oppure trasferito ai consumatori con prezzi più elevati.
Amazon possiede inoltre contratti pluriennali che rendono visibile una parte dei ricavi futuri, mentre un consumatore che oggi non trova il Mac desiderato o decide di rinviare l'acquisto di un iPhone non ha sottoscritto alcun impegno ad acquistarlo domani. Le vendite potrebbero essere semplicemente recuperate nei trimestri successivi, ma potrebbero anche venire posticipate più a lungo, ridursi dopo un aumento dei prezzi o essere state in parte anticipate proprio dal timore di futuri rincari.
Microsoft, Meta, Amazon e Apple occupano quattro posizioni diverse
Le quattro trimestrali non dividono le Big Tech tra società favorevoli e contrarie all'intelligenza artificiale, poiché tutte stanno investendo somme rilevanti, ma mostrano quattro differenti posizioni nella stessa catena economica.
Microsoft e Amazon costruiscono data center, acquistano processori e sviluppano soluzioni proprietarie, ma vendono all'esterno la capacità attraverso Azure, AWS, Copilot, Bedrock e numerosi altri servizi, riuscendo così a presentare contratti, utenti paganti e ricavi AI già misurabili.
Meta utilizza invece la nuova infrastruttura principalmente per migliorare la selezione dei contenuti, il targeting pubblicitario e l'efficienza delle proprie applicazioni, perciò il ritorno esiste ma rimane incorporato quasi interamente nel business tradizionale, mentre gli agenti personali, le API e la possibile vendita di capacità si trovano ancora in una fase iniziale.
Apple occupa l'estremità rivolta al consumatore, dove l'intelligenza artificiale può aumentare il valore degli iPhone, accelerare gli aggiornamenti e sostenere i servizi, ma non possiede ancora una linea di ricavi AI distinta e facilmente misurabile. Cook ha aperto alla possibilità di offrire funzioni avanzate attraverso livelli superiori di iCloud+, tuttavia è ancora troppo presto per capire quanto gli utenti saranno disposti a pagare e se la nuova Siri riuscirà realmente ad accelerare il ciclo di sostituzione dei dispositivi.
Il mercato sta quindi costruendo una gerarchia provvisoria basata non sulla qualità assoluta dei modelli, ma sulla capacità di trasformare il capitale in ricavi e di controllare le risorse divenute scarse: Microsoft e Amazon possono fatturare la scarsità, Meta contribuisce a finanziarla per migliorare la pubblicità, mentre Apple almeno per ora deve pagarla attraverso componenti più costosi e prodotti insufficienti.