Azione: KKR & Co Inc (NYSE:KKR)

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  • Profit Warning di TIM e attesa per l’offerta

    Profit Warning di TIM e attesa per l’offerta

    Era ampiamente previsto e alla fine è arrivato, ecco che TIM presenta il terzo Profit Warning dell’anno. Un atto dovuto, da parte del nuovo management, insediatosi poche settimane fa.

    La nuova carica di Pietro Labriola, direttore generale di TIM, porta con sé, come fatto anche da Luigi Gubitosi nel momento del proprio insediamento, un azzeramento delle attese sui profitti e d’altronde, a guardare i numeri dei primi 9 mesi dell’anno in corso, non si poteva immaginare qualcosa di differente.

    Si da la colpa all’accordo raggiunto in estate con DAZN, per la vendita di pacchetti sulla Serie A. La realtà è che quella di DAZN è stata solo l’ultima follia fatta nella gestione di TIM nell’ultimo decennio. A dirlo non siamo certo noi ma i bilanci dell’azienda. A ben guardare, infatti, i 19,8 miliardi di ricavi di 4 anni fa (anno 2017), si scontrano con i nemmeno 12 che si dovrebbero raggiungere quest’anno. La storia non cambia se si guardano gli utili, poiché nel 2017 si registravano 1,1 miliardi, mentre quest’anno si chiuderà con qualche centinaio di milioni, a meno di brutte sorprese degli ultimi mesi. E non ci si lasci ingannare dai 7,2 miliardi del 2020, poiché sono figli di eventi straordinari.

    E questo se ci limitiamo al 2017 come anno di confronto; se andiamo più indietro la situazione certo non migliora. Nel 2011 TIM valeva circa quanto la spagnola Telefonica, la quale oggi vale 4 volte la concorrente italiana.

    Passando invece al debito, insieme al profit warning viene segnalato come il debito netto dell’azienda aumenta da 17 a 17,6 miliardi.

    L’offerta di KKR

    Sulla base di queste proiezioni e con questi dati, i calcoli che avevamo fatto per comprendere il valore di TIM, a seguito dell’offerta da parte di KKR, vanno un po’ a farsi friggere, poiché è vero che forse l’azienda vale un po’ di più rispetto a 0,505 euro ad azione offerta dal fondo americano, ma è anche vero che si tratta di un’azienda che si sta piegando su sé stessa.

    E proprio su queste basi ci si chiede come faccia il Consiglio di Amministrazione a concedere l’autorizzazione per la Due Diligence.

    Anche perché, stante così le cose, KKR potrebbe decidere di ritirarsi, con una evidente perdita per gli azionisti, soprattutto per quelli più piccoli, oppure alzare leggermente l’offerta stessa e farla diventare ostile.

    Da osservatori, non riusciamo a comprendere come il pmc di Vivendì (dovrebbe essere intorno a 0,80 euro) o di Cassa Depositi e Presiti, possa dirigere le scelte del managment, il quale dovrebbe fare gli interessi di tutti gli azionisti e non solo dei principali che esprimono consiglieri.

    Forse l’offerta sarà bassa, forse KKR cercherà di fare il colpaccio, forse l’azienda varrà di più, ma è il mercato che deve scegliere e non i consiglieri espressi da una piccola quota di azionisti.

  • Quanto vale Telecom? L’offerta di KKR è congrua?

    Quanto vale Telecom? L’offerta di KKR è congrua?

    Nel weekend abbiamo assistito all’offerta del fondo americano KKR che consiste in 0,505 euro per ogni azione di Telecom, sia le azioni normali che per le azioni risparmio. L’obiettivo è quello di portare a casa il 100% della proprietà e procedere al delisting.

    Per KKR sarebbe un’ottimo affare, considerando anche la quota del 37,5% di FiberCop già in suo possesso. FiberCop che è la rete secondaria (l’ultimo miglio) e che vede azionista, oltre a KKR e TIM, anche Fastweb. In pratica, se l’operazione andasse a buon fine, KKR avrebbe la più grande rete secondaria del Paese nelle proprie mani.

    Ma al di là delle scelte strategiche di KKR, cerchiamo di capire quanto realmente possa valere Telecom allo stato attuale e se l’offerta sia congrua.

    L’offerta di KKR

    Prima di parlare di Telecom, vediamo nel dettaglio l’offerta di KKR. Il fondo americano mette sul piatto, con un’offerta non vincolante (quindi deciderà in futuro, dopo la due diligence, se proseguire o ritirarsi), 0,505 euro per ogni azione Telecom.

    Facendo un rapido calcolo, l’offerente valuta l’intera Telecom una cifra intorno ai 10,8 miliardi di euro.

    Il valore di Telecom Italia

    Posta quindi l’offerta, proviamo a capire quale sia il vero valore di Telecom Italia. Il calcolo non è per nulla semplice, poiché il Gruppo TIM ha nel proprio portafoglio varie società con attività differenti.

    Ci ha provato ieri Bestinver, la quale cerca di dare un valore agli asset principali:

    • Quota in FiberCop: 7,7 miliardi
    • Resto rete fissa: 8 miliardi
    • Sparkle: 1,4 miliardi
    • ICT-Olivetti: 550/600 milioni
    • Telsy: 250 milioni
    • Noovle: 4/5 miliardi
    • Tim Brasil: 3,1 miliardi

    Per un totale di 27/30 miliardi, ai quali va tolto l’enorme debito sulle spalle dell’ISP (17,6 miliardi), quindi per un valore netto compreso tra 9,4 e 12,4 miliardi.

    Con questi valori in mano parrebbe che l’offerta di KKR sia congrua.

    Il valore dei multipli come per Iliad

    Un’alternativa per valutare Telecom è quella di paragonarla all’ultimo delisting simile, cioè quello della francese Iliad.

    L’offerta per il delisting valutava Iliad intorno agli 11 miliardi; la società francese aveva un ebitda semestrale di 1,39 miliardi, quindi con un rapporto di prezzo/ebitda di 7,91. L’indebitamento netto, al momento del lancio dell’offerta, era di 7,38 miliardi. Quindi, la valutazione dell’azienda, al lordo del debito, era stato di 18,38 miliardi e, calcolando il valore sull’ebitda abbiamo 13,22.

    Sappiamo che l’ebitda di Telecom, nei primi 6 mesi dell’anno, è di 3,2 miliardi (arrivato a 4,9 miliardi in 9 mesi, ma per parità di calcolo prendiamo in considerazione solo il primo semestre). Applicando quindi il moltiplicatore di Iliad, prima di scorporare il debito, avremmo un valore di 42,3 miliardi. A questi vanno epurati i debiti, che come abbiamo già visto sono di 17,6 miliardi, con un risultato di 24,7 miliardi di euro.

    Questo calcolo appare molto al di sopra della valorizzazione data da KKR e più in linea con la valorizzazione che da Vivendi o che possiamo calcolare paragonando Telecom a Orange.

    Il valore paragonandola ad Orange

    Anziché valutarla su un delisting passato, possiamo anche valutare la società paragonando il P/E degli ultimi 12 mesi con una società concorrente.

    Prendiamo quindi come riferimento Orange, che ha un P/E di 5,7805. Questo va confrontato con il P/E di Telecom che risulta essere 1,3169. Semplicemente riportando il P/E di Telecom in linea con quello di Orange avremmo un valore di 42,3 miliardi.

    Inoltre l’enorme debito di Telecom, in questo caso, è anche ininfluente, poiché Orange supera di gran lunga il debito di Telecom (debito netto 25,2 miliardi contro i 17,6 miliardi di Telecom).

    Detto ciò è pur vero che i 17,6 miliardi di debito di Telecom si scontrano con i 15,8 miliardi di Fatturato totale; mentre per Orange i 25,2 miliardi di debito si scontrano con i 42,27 miliardi di fatturato. Ciò porta il debito di Telecom ad avere un’incidenza quasi doppia rispetto allo stesso debito di Orange.

    Per questo motivo il valore di Telecom non può essere certo di 42,3 miliardi di euro, ma nemmeno i 10 offerti da KKR, secondo questo calcolo. E, giusto come esercizio, se il debito impattasse in modo doppio rispetto alla concorrente, il valore ipotizzabile per Telecom sarebbe di 24,7 miliardi (è un puro giochino di ipotesi).

    La valorizzazione di Vivendi

    Se dal lato del Governo italiano si lascia una porta aperta, comunque, allo stesso modo non la pensa l’azionista di riferimento, cioè la francese Vivendì, guidata da Vincent Bolloré, che è entrata nel capitale di TIM acquistando il 23,75% del capitale a un prezzo medio di carico che si aggira intorno a 1 euro.

    Appare quindi evidente come i francesi non possano accettare di vedere dimezzato il loro investimento.

    L’offerta di Advent e CVC

    Nel mentre, acceso il faro su Telecom, non solo KKR è interessata all’azienda. Secondo alcuni rumor, confermati dalle società, i fondi Advent e Cvc, seguiti dalla banca Nomura, sarebbero interessati a entrare nella partita. Ancora nessuna offerta, ma questa la dichiarazione:

    (Siamo) aperti al dialogo con tutti gli stakeholders per identificare in modo trasparente una soluzione di sistema per il rafforzamento industriale di Tim

    Conclusioni

    Abbiamo visto nell’articolo come l’offerta di KKR (10,8 miliardi di euro) sia poco più bassa rispetto al valore assegnato all’ISP da parte di Bestinver (9,4-12,4 miliardi), decisamente più bassa rispetto alla simmetria con il delisting di Iliad (valore di circa 24 miliardi) e al paragone con Orange (24,7 miliardi).

    Il peso del debito di Telecom, rapportato al fatturato, non è indifferente e questo spinge la capitalizzazione verso il basso. Allo stesso tempo Vivendì e (probabilmente) i fondi dentro il capitale di Telecom potrebbero dare un valore differente alla società, costringendo KKR a rivedere l’offerta.

  • La scalata di KKR alla Rete Internet italiana

    La scalata di KKR alla Rete Internet italiana

    Esiste un filo rosso che collega KKR e la rete Internet italiana, infatti l’offerta non vincolante, presentata per l’acquisizione di TIM, è solo l’ultimo passo per l’azienda fondata 45 anni fa da Kohlberg Kravis Roberts.

    Già nel 2020, infatti, KKR si è presentata alle porte di Telecom, mettendo sul piatto 1,8 miliardi per l’acquisizione del 37,5% di FiberCop, operazione che si è chiusa solo ad aprile del 2021.

    Evidentemente, però, per KKR si trattava solo dell’antipasto; infatti l’offerta non vincolante di 0,505 euro per azione TIM porterebbe il fondo americano a essere il principale player delle infrastrutture in Italia.

    Se questa OPA dovesse andare in porto, in capo a KKR ci sarebbe l’80% della rete secondaria italiana, cioè la rete dell’ultimo miglio, quella che porta Internet dagli armadietti in strada fino a dentro casa.

    Ma l’operatività di KKR non si limiterebbe a questo, poiché con l’acquisizione di TIM il fondo avrebbe dalla sua anche una partecipazione nella rete principale di TIM, cioè quella che collega gli armadietti tra di loro.

    Limitatamente a FiberCop, già oggi 3 consiglieri nel cda sono designati da KKR, il quale arriverebbe a 8 sommando quelli di TIM, lasciando solo 1 per Fastweb che controlla il 20% della società.

    La rete unica italiana

    Questa operazione, infine, si incastra all’interno di un disegno molto più grande, che dovrebbe portare alla fusione con Open Fiber per avere AccessCo, cioè un’unica società che controlla tutta la rete italiana.

    Nei mesi scorsi si era fatto un gran parlare di questo tema, senza avere una vera conclusione. Il secondo player italiano, infatti, è Open Fiber, di proprietà, fino a pochi mesi fa, al 50% ciascuno di CDP e di Enel. Quest’ultima ha però ceduto la propria partecipazione al fondo australiano Macquarie, il quale, a sua volta, per portare a termine l’operazione, ha dovuto cedere il 10% a CDP.

    Quindi in Open Fiber oggi l’azionariato si suddivide con il 60% in mani pubbliche a guida di CDP Rete, la filiale di Cassa Depositi e Prestiti e per il 40% in mano proprio di Macquarie.

    Qualora si arrivasse a una fusione tra FiberCop e Open Fiber, quindi con la nascita di AccessCo, considerando che al momento la rete di FiberCop è decisamente più vasta, presumibilmente si avrebbe un peso non indifferente di KKR, anche perché il fondo americano, acquisendo la totalità di TIM (con relativo delisting), andrebbe a portarsi a casa anche il 9,81% di Telecom attualmente in mano a CDP.

    Possibilità di riuscita dell’OPA

    C’è da dire che l’offerta non vincolante, presentata da KKR per Telecom, in realtà potrebbe essere fortemente rivista, poiché la stessa società ha vincolato il prezzo alla possibilità di fare una Due Diligence sull’operatore italiano. Da questa analisi potrebbe uscirne fuori un ritiro (qualora Telecom non piacesse a KKR) oppure una rivisitazione dell’offerta, che potrebbe essere in alto, difficilmente in basso.

    Diventa però complesso immaginare come possa andare a concludersi l’OPA, poiché Telecom è al momento nelle mani forti dei francesi Vivendi, che controllano il 23,70% della società. A KKR potrebbe bastare il 50% + 1 azione per controllare il cda, ma serve una quota ben più alta per controllare l’assemblea degli azionisti e per promuovere un delisting. Se Vivendi non volesse cedere la propria quota diventerebbe quindi ardua per KKR la riuscita completa dell’operazione.

    Oltre a Vivendi (e al suo presidente Vincent Bolloré), ci sarà da convincere anche BlackRock, che possiede il 6,08% attraverso vari fondi, il fondo pensioni canadese (3,19%), Björgólfur Thor Björgólfsson, imprenditore islandese che possiede il 2,96%, Vanguard (2,63%) e un’altra serie di fondi che hanno vari punti percentuali di società.

    Golden Power

    Infine, ultimo scoglio per la riuscita dell’operazione, è quello di non far scattare il Golden Power, strumento nelle mani del governo italiano per proteggere le aziende di casa nostra da possibili scalate.

    C’è da dire che KKR ha già compreso di dover trattare con lo Stato e infatti si è già resa disponibile alla cessione dell’intera quota di rete secondaria tra qualche anno, qualora lo Stato italiano lo richiedesse.

    Questo semplifica la strada di KKR e di un’aggregazione sulla rete unica che, come abbiamo visto, ha già le mani forti dello Stato italiano attraverso CDP.

  • Mario Draghi farà bene a queste azioni e questi titoli

    Mario Draghi farà bene a queste azioni e questi titoli

    L’annuncio del mandato consegnato nelle mani di Mario Draghi, da parte di Sergio Mattarella, farà certamente bene all’economia. I primi segnali si sono già visti, con lo spread tra BTP e Bund sceso immediatamente del 7%.

    Ma quali azioni avranno un vantaggio dall’elezione di Mario Draghi?

    Certamente il primo effetto si vedrà sul rendimento dei Titoli di Stato italiani, i quali saranno acquistati grazie alla fiducia che gli investitori ripongono nell’ex presidente della Banca Centrale Europea.

    Inoltre con Draghi impegnato politicamente si può anche immaginare un’accelerazione verso la creazione di quei bond europei che Mario ha lasciato a metà a causa della fine del suo mandato di 8 anni nel palazzo principale dell’economia europea.

    Quali azioni avranno un vantaggio dall’elezione di Draghi

    Per rispondere a questa domanda bisogna guardare a tutti i capitoli aperti sul tavolo del governo. Giuseppe Conte, dimissionario, ha aperto una serie di capitoli che non sono arrivati a conclusione.

    Lo spread e il debito

    Il già citato calo dello spread, e in generale il calo degli interessi che l’Italia dovrà pagare agli investitori, porterà l’Italia un po’ più vicina ai costi sostenuti dalle altre nazioni per finanziarsi.

    Difficile immaginare che i BTP decennali italiani vadano sottozero, ma allo stesso tempo è impensabile che lo Stato italiano continui a pagare o 0,5/0,7% di interessi sul decennale nel momento in cui Francia e Germania si trovano in negativo, la Spagna e il Portogallo vicino allo zero e anche la Grecia messa meglio di noi.

    L’Italia andrà ad avvicinarsi a quelli che sono i rendimenti di Spagna e Portogallo, quindi vicini allo zero, con un notevole risparmio di denaro pubblico.

    Ovviamente in questo caso a beneficiarne saranno gli investitori che possiedono buoni dello Stato italiano.

    Il vantaggio per le banche

    Evidentemente l’ex numero uno della Banca Centrale Europea avrà tutto l’interesse del mondo a far viaggiare meglio le banche italiane, le quali sono il tessuto dell’economia del Bel Paese. Già il calo dello spread, con l’innalzamento del valore dei BTP, porta un gran vantaggio alle banche tricolore, le quali vedranno rafforzarsi i valori patrimoniali.

    Questo è particolarmente vero per quegli istituti che possiedono molto debito pubblico italiano, come Intesa Sanpaolo, oltre che quelle banche con un solido bilancio e con fondamentali in ordine, come per esempio Banco BPM.

    Atlantia e la revoca delle concessioni autostradali

    Partiamo dal tema che viene portato avanti sin dal crollo del Ponte di Genova del 2018. Atlantia sta litigando con Cassa Depositi e Prestiti e fino a ora è mancato l’assist del governo, troppo incauto nelle dichiarazioni e troppo fumoso nel concreto.

    Difficile immaginare che Draghi possa fare inversione a U e abbandonare questo capitolo; ma è altrettanto vero che la lettera mandata dalla Commissione Europea, alla quale Draghi dovrà rispondere appena sarà eletto, dà un assist enorme per rivedere tutta l’impalcatura.

    Draghi dovrebbe essere una figura istituzionale, attento ai diritti dei privati e agli accordi presi, quindi si può immaginare una rimodulazione delle tariffe, con un ingresso di Stato all’interno dell’azionariato di Autostrade per l’Italia ma la questione revoca potrebbe andare definitivamente in soffitta.

    È immaginabile che il nuovo governo darà una spinta a CDP in modo da trovare un corretto prezzo per la rete autostradale, liquidando in toto o parzialmente la famiglia Benetton, ma allo stesso tempo dando una generosa liquidazione così che la stessa Atlantia, incassato il ristoro, possa investire in altri beni, principalmente all’estero.

    Si può tranquillamente immaginare che Aspi andrà alla quotazione e solo dopo CDP entrerà nel capitale rilevando le quote in mano ai Benetton. In questo modo si salverebbero i piccoli investitori, i fondi esteri, si darebbe finalmente una parvenza di serietà a questa trattativa e si riporterà gran parte dell’asset in mano allo Stato, tranquillizzando l’Europa e facendo sì che arrivino dalle varie authority tutti i visti necessari.

    Atlantia sarà quindi una delle aziende che ne trarrà beneficio.

    Unicredit e Monte dei Paschi di Siena

    Torniamo sulle banche e quindi sul secondo grande capitolo aperto sul tavolo del governo, cioè la cessione delle quote di MPS.

    Lo Stato Italiano è il maggior azionista della banca senese, con una quota di oltre il 64%. La Comunità Europea ha già chiesto di decidere se nazionalizzare la banca o cedere le quote, per evitare di incorrere nella casistica di aiuti di Stato a enti privati.

    Lo Stato Italiano non ha alcun interesse ad avere una banca nazionalizzata e quindi si sta procedendo con la cessione delle quote di MPS, che il governo Conte bis si è impegnato a portare a termine entro l’estate del 2021.

    Siamo in fase di scadenza di quella promessa e il capitolo ancora è aperto e quasi tutto da costruire. Possiamo immaginare che il pragmatismo di Draghi, unito all’esperienza dell’ex ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, attuale presidente di Unicredit, porterà a una soluzione in tempi relativamente brevi.

    Anche questo capitolo dovrebbe quindi chiudersi velocemente, ai lettori lasciamo il compito di comprendere se sarà un bene o un male per gli attori in gioco.

    La rete unica e Telecom

    Noi voliamo velocemente alla rete unica italiana, terzo grande capitolo aperto sul tavolo del governo.

    Qui le parti in gioco sono tantissime e la risoluzione sarà tutt’altro che semplice. Giusto per fare un veloce riepilogo: TIM ha unito la propria rete con quella di Fastweb dando vita a FiberCop, dall’altro lato c’è Open Fiber, nata da un progetto di Enel con Cassa Depositi e Prestiti (50% ciascuno di quote).

    L’idea originale era quella di unire le due reti per far nascere la rete unica italiana, come chiesto anche dall’Europa, così da avere certezza di connessione e provare ad abbattere il digital divide che oggi colpisce la nazione (due reti nelle principali città e nessuna connessione in territori complessi).

    Cassa Depositi e Prestiti è la regista dell’operazione, avendo in mano il 50% di Open Fiber e il 9,89% di Telecom Italia.

    La direzione in cui si stava procedendo era quella di unire le reti e dare a TIM la responsabilità della gestione, operazione non propriamente ammirata dall’Europa, la quale chiede che la gestione della rete sia in capo a un soggetto terzo rispetto ai rivenditori di connettività.

    Enel è già in trattativa per la cessione della propria quota di Open Fiber al fondo Macquarie, inoltre, giusto per fare qualche nome, in FiberCop è presente anche il fondo KKR.

    Interessati all’operazione sono anche tutti i rivenditori di connettività, con Vodafone, Iliad, Sky e Tiscali alla finestra per capire come e se inserirsi.

    Compito di Draghi sarà quello di dare ascolto all’Europa creando o rafforzando qualcosa di esterno agli operatori, unendo la rete unica e portandola a funzionare in modo adeguato.

    Borsa Italiana in mano a Euronext

    Altro capitolo aperto da Conte e mai chiuso. LSE ha ceduto Borsa Italiana a Cassa Depositi e Prestiti, la quale l’ha fatto entrare nel perimetro della francese Euronext, acquisendo una quota importante della società transalpina.

    Si tratta di un dossier un po’ fermo al palo, nonostante ci siano da fare delle nomine e bisogna cercare di contare qualcosa all’interno del board di Euronext.

    Il compito di Draghi sarà quello di essere europeista e provare a forzare il ruolo dei francesi così da creare un mercato di scambio azioni paneuropeo. Draghi ha anche l’occasione d’oro di provare a far quadrare Deutsche Boerse intorno a Euronext, così da creare un vero grande mercato europeo che possa competere a livello mondiale con Nasdaq e NYSE.

    Recovery Fund

    Ovviamente il Next Generation EU è il capitolo più importante sul tavolo del governo e circa 300 miliardi in 6 anni sono un’occasione da non perdere per l’Italia, possono rappresentare un’occasione per tante aziende italiane.

    Probabilmente Draghi porterà i capitoli verso la direzione degli investimenti a medio/lungo periodo, con la costruzione di meccanismi e di praticità che potranno essere un volano per l’Italia.

    In particolare, avendo perso il treno dell’elettrico sui veicoli e avendo puntato invece su energie alternative, considerando che un grande capitolo di spesa dovrà essere appuntato per le politiche green, potrebbero trarne giovamento quelle aziende che hanno già orientato i loro investimenti verso energia pulita a base di Idrogeno o di fonti alternative.

    Ben posizionate, in questo caso, vediamo Enel, ERG, Snam e forse anche ENI.

    Allo stesso tempo il Recovery Fund ha capitoli sullo svecchiamento della mobilità, quindi grande attenzione a Stellantis e delle infrastrutture, quindi Buzzi Unicem.

    MES e Sanità

    Il MES nacque proprio in seno alla Commissione Europea e alla BCE nel momento in cui Mario Draghi guidava l’istituzione europea, difficile quindi immaginare che possa dire di no ai soldi del MES, anche perché non ha crediti o debiti politici da scontare o elettori da ingraziarsi.

    Per questo motivo probabilmente l’Italia accetterà i soldi del MES e li metterà sul piatto della sanità. Ne gioveranno tutte quelle aziende italiane che in questo settore hanno il loro core business.

    Tra le altre possiamo ricordare DiaSorin, Recordati, Health Italia, Amplifon e Garofalo Health Care.

    Giustizia

    Forse esageriamo un po’, anche perché Draghi avrà a disposizione appena due anni, ma sarebbe bello riuscisse a mettere mano anche alla giustizia, che è uno dei capitoli del Recovery Fund.

    In particolar modo, in Italia, viviamo nel perenne ritardo e mancanza di garanzia della pena.

    Le aziende internazionali tendono a stare lontane dall’Italia (anche) perché qualora avessero problemi legali (e tutte le aziende di un certo livello ne hanno) in Italia i tempi sono biblici, senza la garanzia che la giustizia sia dalla parte di chi ha ragione.

    Una riforma della giustizia sarebbe perfetta da parte di un presidente del consiglio che si sta affacciando con la nomea di essere pragmatico e di saper affrontare di petto i problemi.

    Non ci sono aziende specifiche che potrebbero trarne vantaggio, ma l’intero sistema Paese, con le aziende internazionali che tornerebbero a gradire la destinazione Italia per basare i loro interessi.

    Per fare ciò va riformata la giustizia e la tassazione per le imprese.

  • Fondo sovrano di Abu Dhabi sta per acquistare un pezzo di rete Internet italiana

    Fondo sovrano di Abu Dhabi sta per acquistare un pezzo di rete Internet italiana

    Secondo quanto riferisce Reuters, il fondo sovrano di Abu Dhabi sarebbe in trattativa con KKR per acquistare fino al 30% del veicolo attraverso cui KKR detiene quote in FiberCop, la società nata dalla fusione tra TIM e Fastweb.

    KKR è entrata in questa partita solo pochi mesi fa e già cede una parte di tale investimento.

    Secondo questa operazione Adia, il più grande fondo sovrano degli Emirati Arabi Uniti, avrebbe il possesso del 10-11% di FiberCop, quindi della rete unica gestita da TIM e Fastweb.

    Si tratta di una partecipazione minore, che non dà diritto di governance, come anche sottolineato dalle fonti, che definiscono il nuovo ingresso come un soggetto “indiretto e passivo“.

    Molto rumore si sta facendo intorno alla rete unica italiana, con un nuovo veicolo che dovrebbe nascere (AccessCo) il quale prenderebbe le quote oggi di FiberCop e di Open Fiber per creare una vera rete unica nazionale, la quale, a questo punto, potrebbe avere tra i proprietari:

    • TIM
    • Enel
    • Cassa Depositi e Prestiti
    • Fastweb
    • KKR
    • Aida

    Inoltre da sottolineare anche l’intento del fondo Macquarie, il quale potrebbe essere in trattativa per rilevare il 50% di Open Fiber oggi in mano a Enel e non è detto che quest’ultima non mantenga una piccola partecipazione.