Azione: Spotify (NYSE:SPOT)

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Spotify è una società svedese che offre un servizio di streaming musicale online con sede a Stoccolma. La società è stata fondata nel 2006 da Daniel Ek e Martin Lorentzon, due imprenditori svedesi appassionati di musica.

All’inizio, Spotify era disponibile solo in Svezia, ma nel corso degli anni si è espansa in molti altri paesi, diventando uno dei principali servizi di streaming musicale a livello mondiale. Oggi, Spotify è presente in oltre 170 paesi e ha oltre 345 milioni di utenti attivi al mese.

Spotify offre una vasta gamma di brani e playlist, sia gratuiti che a pagamento, e ha anche una sezione dedicata alle podcast. Gli utenti possono scegliere di ascoltare la musica in modalità casuale o di creare delle playlist personalizzate. Inoltre, Spotify offre anche una funzionalità di scoperta musicale, che suggerisce nuovi brani e artisti in base alle preferenze dell’utente.

Nel corso degli anni, Spotify ha collaborato con molti artisti e case discografiche per offrire una vasta gamma di contenuti musicali ai suoi utenti. Oggi, la società lavora per diventare una piattaforma leader per la musica e i podcast a livello mondiale, offrendo soluzioni innovative per la scoperta e l’ascolto della musica.

  • Le aziende che hanno già lasciato la Russia

    Le aziende che hanno già lasciato la Russia

    La scelta di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina gli si sta ritorcendo contro; probabilmente il presidente, che sogna l’ex Unione Sovietica, non si aspettava questa reazione da parte dell’occidente, che l’ha etichettato come tiranno dittatore e sta abbandonando l’area.

    Sono tantissime le aziende che hanno già abbandonato la Russia, altre hanno bloccato (o limitato) i servizi e altre ancora non hanno ancora abbandonato la nazione ma hanno bloccato qualsiasi ulteriore investimento.

    L’Europa ha paura che lo zar possa continuare con la sua opera di invasione e quindi prova a proteggere le Nazioni più virtuose, laddove le aziende fanno il grosso dei loro profitti. Lo fanno anche a costo di perderci business e capitali, a patto di mantenere al sicuro le nazioni in cui operano.

    Aziende dell’intrattenimento

    Partiamo da quelle aziende che probabilmente avranno un minor impatto sull’economia ma un segno forte sulla popolazione russa, cioè le aziende del business dell’entertainment. Sony, Disney e Warner Bros (AT&T) hanno già sospeso la distribuzione di film in Russia. Un po’ più lieve la posizione di Paramount e Spotify che, come anche Netflix, ha sospeso la distribuzione di nuove produzioni ma non hanno ancora abbandonato il mercato.

    Electronic Arts, per andare sul mondo del gaming, ha eliminato la Russia dal proprio gioco di punta: Fifa.

    Tecnologia

    Le aziende sopracitate hanno una forte connessione con la tecnologia, ma non sono dei Tech puri. In questa sezione rientrano invece Apple, Google (Alphabet) e Meta, che vista l’essenzialità dei prodotti distribuiti, non hanno abbandonato il Paese ma hanno limitato i servizi. Meta ha servizi come Facebook, Instagram e WhatsApp, che potrebbero rientrare nell’entertainment ma anche nelle necessità (pensiamo alle comunicazioni su WhatsApp).

    Apple ha chiuso negozi fisici e deciso di non vendere nuovi dispositivi nel Paese dell’ex Unione Sovietica. Google ha fortemente limitato i servizi su Maps, anche per una questione di sicurezza per gli Ucraini che si proteggono, e bloccato il servizio Pay, così da allinearsi con le sanzioni.

    Airbnb ha sospeso i suoi servizi in Russia e, insieme ai propri host, ha deciso di fornire alloggi gratuiti e sicuri in Ucraina e nelle nazioni vicine al conflitto, così da dare supporto ai rifugiati che decidono di lasciare il Paese.

    I servizi di media, come YouTube, Facebook, Microsoft, Tik Tok e Twitter hanno deciso di bloccare i canali di propaganda russa, chiudendo la diffusione di RT (Russia TV) e di Sputnik.

    Pagamenti e Finanziari

    Sappiamo già che le banche e le strutture russe sono state fortemente bloccate, quelle che rimanevano disponibili erano i pagamenti attraverso Mastercard e Visa. Negli ultimi giorni anche queste due aziende hanno bloccato tutto per i clienti russi, spingendosi anche oltre i confini russi e bloccando i pagamenti per russi in giro per l’Europa.

    Decisione abbastanza simile anche per American Express, che al momento pare abbia bloccato solo all’interno dei confini russi.

    Ovviamente in questa categoria rientrano anche tutti i servizi finanziari, come Société Générale e HSBC.

    Posizione molto dura da parte di NorgesBank, il più grande fondo sovrano al mondo che è stato il primo ad abbandonare il Paese, abbandonando partecipazioni molto importanti, soprattuto in Gazprom, Lukoil e Sberbank.

    Moda e Retail

    Sono molti i brand di moda e di negozi retail che hanno deciso di chiudere i punti fisici in Russia. Tra i primi a prendere decisioni del genere sono stati Nike e Burberry, tra gli ultimi si registrano le aziende svedesi H&M e Ikea. L’azienda di arredamenti, inoltre, in Russia aveva delle importanti sedi di produzione, che vengono congelate e vengono bloccati gli export e gli import dal paese, con un impatto diretto su circa 15 mila russi e relativo indotto.

    Settore automobilistico

    Negli ultimi 20 anni le aziende automobilistiche hanno guardato alla Russia come a un mercato vergine da inondare, spostando produzioni e vendite nel Paese. Appena scoppiato il conflitto bellico sono arrivate decisioni importanti da quasi tutte le aziende principali, quindi Volkswagen, Ford e GM hanno annunciato lo stop a esportazioni verso la Russia. Ancora più drastica Toyota, che in Russia, precisamente a San Pietroburgo ha una fabbrica che è stata bloccata.

    Si registrano anche i blocchi agli export per Volvo e Harley Davidson, oltre che per i marchi di lusso Jaguar, Aston Martin e Rolls-Royce.

    Daimler (Mercedes Benz) ha deciso di interrompere la collaborazione con la russa Kamaz, vendendo anche la sua quota nell’azienda.

    Trasporti

    Con il blocco degli import ed export delle principali aziende industriali del globo, ovviamente viene impattato anche tutto l’indotto. Sia per questo motivo che per la sicurezza delle proprie navi, la società di trasporto marino Maersk ha completamente bloccato qualsiasi import verso la Russia.

    Aziende petrolifere

    Non fa certo eccezione il petrolio, ne avevamo già parlato qualche giorno fa, con le aziende petrolifere di tutto il mondo che hanno dismesso o bloccato importanti partecipazioni. La prima in ordine cronologico è stata la britannica BP, che possedeva e ha ceduto il 20% di Rosneft. Hanno copiato la mossa ExxonMobil, Shell ed Equinor.

    Leggermente differente la posizione della francese TotalEnergies che ha deciso di non fare ulteriori investimenti ma non ha abbandonato quelli già in essere.

  • Azioni dei siti Web, come investire sui portali

    Azioni dei siti Web, come investire sui portali

    La quotazione di Coinbase è solo l’ultima operazione che ha portato un sito web all’interno del mondo della borsa. Di portali, in borsa, ne troviamo di tutti i tipi, dagli eCommerce, che hanno quindi un guadagno diretto dall’attività del consumer, fino ai siti di annunci (Real Estate, Atomotive, ecc) che hanno un guadagno indiretto; senza dimenticare quei siti che hanno un guadagno dalla pubblicazione di pubblicità o molto più semplicemente da attività di intermediazione, come appunto Coinbase.

    Indubbiamente il Web è oramai al centro delle nostre vite e i siti di un certo livello hanno centinaia di professionisti che ci lavorano. Il giro d’affari è immenso e, giusto per dare un esempio, la pubblicità online, nella sola Italia, quota intorno ai 3,3 miliardi di euro. Con queste cifre appare chiaro il perché colossi del calibro di Facebook e Google cercano di accaparrarsi questo mercato e, considerando che IAB quota la loro parte nel 78%, appare evidente come ci stiano perfettamente riuscendo.

    Ma la pubblicità è solo un piccolo pezzetto di questa torta. Immaginiamo per esempio alle commissioni di Airbnb, piuttosto che di Booking, per la prenotazione alberghiera, piuttosto che agli introiti di altri siti per la pubblicazione di annunci di lavoro o di compravendita (eBay); tutte attività che esulano dalla pubblicità e che si vanno a sommare alle cifre precedentemente accennate.

    Si tratta di una montagna di denaro che gira in mano a poche centinaia di portali e qualcuno di questi è quotato.

    Azioni dei portali web quotati in borsa

    Ce ne sono svariati su molti sottomercati, proviamo quindi a fare una lista più completa possibile di questi siti web.

    AzioneSettore
    Airbnb
    NASDAQ: ABNB
    Prenotazione Travel
    Alphabet
    NASDAQ: GOOG
    Google / Youtube
    Alibaba Group
    Alibaba Group
    E-Commerce
    Amazon.com
    NASDAQ: AMZN
    E-commerce
    AO World
    LON: AO
    E-Commerce elettronica
    ASOS
    LON: ASC
    E-Commerce abbigliamento
    Atlassian
    NASDAQ: TEAM
    B2B Services
    Auto Trader
    LON: AUTO
    Annunci automotive
    Baidu
    NASDAQ: BIDU
    Motore di ricerca
    Blue Apron
    NYSE: APRN
    Delivery Food
    Carparts.Com
    NASDAQ: PRTS
    E-Commerce Automotive
    Chewy Inc
    NYSE: CHWY
    E-Commerce Pet
    Coinbase Global
    NASDAQ: COIN
    Trading Crypto
    Deliveroo
    LON: ROO
    Delivery Food
    Delivery Hero SE
    ETR: DHER
    Delivery Food
    DoorDash
    NYSE: DASH
    Delivery Food
    DropBox
    NASDAQ: DBX
    Cloud
    eBay
    NASDAQ: EBAY
    E-Commerce
    ePrice
    BIT: EPR
    E-Commerce elettronica
    Etsy
    NASDAQ: ETSY
    E-Commerce
    Facebook
    NASDAQ: FB
    Social Network
    Farfetch
    NYSE: FTCH
    E-Commerce abbigliamento
    Farmae
    BIT: FAR
    E-Commerce Pharma
    Fiverr
    NYSE: FVRR
    Body Rental
    Giglio Group
    BIT: GG
    E-Commerce Moda
    Go Daddy
    NYSE: GDDY
    Hosting e domini
    GrubHub
    NYSE: GRUB
    Food Delivery
    home24
    ETR: H24
    E-Commerce arredamento
    IAC/InterActiveCorp
    NASDAQ: IAC
    Ask.com / Investopedia
    IQIYI
    NASDAQ: IQ
    Video Sharing
    JD.com
    NASDAQ: JD
    E-commerce Moda
    Jumia Technologies
    NYSE: JMIA
    E-Commerce elettronica
    Just Eat Takeaway.com
    AMS: TKWY
    Food Delivery
    MercadoLibre
    NASDAQ: MELI
    Aste online
    MoneySupermarket.com
    LON: MONY
    Comparatore prezzi
    Mutui Online
    BIT: MOL
    Comparatore Mutui
    N Brown Group
    LON: BWNG
    E-Commerce Moda
    Overstock.com
    NASDAQ: OSTK
    E-Commerce Arredo
    Pinterest
    NYSE: PINS
    Social Network
    Redfin
    NASDAQ: RDFN
    Annunci Real Estate
    REVOLVE
    NYSE: RVLV
    E-Commerce Moda
    Rightmove
    LON: RMV
    Annunci Real Estate
    Scout24
    ETR: G24
    Network di annunci
    Shopify
    NYSE: SHOP
    Piattaforma E-Commerce
    Spotify
    NYSE: SPOT
    Musica
    Tencent Music Entertainment
    NYSE: TME
    Streaming musicale
    The Priceline Group
    NASDAQ: BKNG
    Booking.com
    TripAdvisor
    NASDAQ: TRIP
    Travel Review
    Trivago
    NASDAQ: TRVG
    Comparatore Hotel
    Twilio
    NYSE: TWLO
    Comunicazione online
    Twitter
    NYSE: TWTR
    Social Network
    Wayfair
    NYSE: W
    E-Commerce Arredi
    Wish
    NASDAQ: WISH
    E-Commerce
    Zalando
    ETR: ZAL
    E-Commerce Moda
    Zillow Group
    NASDAQ: ZG
    Annunci Real Estate
    Azioni di siti web

    Essendo tutti servizi basati sulla tecnologia è complesso tirare una riga per capire cosa è servizio offline e cosa diventa puro online.

    Vero, il settore degli E-commerce la fa da padrone, è evidente dal numero di aziende presenti in lista, ma la vendita di Hosting è un servizio o un sito? Uber, piuttosto che Deliveroo e compagnia, sono solo delle app/siti o sono un servizio fisico?

    Certo, se ci fossimo fermati alla pura lista di portali che realizza tutto in modo non tangibile saremmo stati certi di essere nel giusto, ma la lista si sarebbe ridotta a poche voci; eppure siamo convinti che un E-Commerce, per quanto c’è alla base un bene fisico, è pur sempre un portale web.

  • Azioni Information Technology, come e quali scegliere

    Azioni Information Technology, come e quali scegliere

    Il settore della tecnologia è molto ampio e permea oramai tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana. Qualsiasi azione voi compiate c’è certamente qualche azienda del settore tecnologico che ha lavorato in modo che ciò sia possibile.

    Sviluppo software, Social, Provider di connettività (che sia fibra, WiFi o mobile), streaming televisivo, cloud computing… insomma, qualsiasi cosa oramai voi pensiate, questa è parallela alla tecnologia.

    Un mercato che, nonostante la relativa giovinezza, ha vissuto già grandi evoluzioni nella storia (pensate per esempio cosa sono stati gli smartphone nel mercato dei telefoni cellulari) e altre sono in fase di svolgimento.

    Una in particolare è la tendenza che in questi anni sta cambiando radicalmente questo mercato: l’adozione di Software-As-A-Service (SaaS), cioè l’acquisto di un abbonamento ricorrente che fornisce il servizio chiavi in mano, basato su cloud e su Intelligenza Artificiale. Scendendo nel dettaglio e facendo un esempio molto basilare, pensate per esempio a Netflix o a Spotify, cioè la fornitura di servizi multimediali con il semplice acquisto di un abbonamento anziché farvi andare in un negozio per acquistare il supporto fisico.

    Questo, con le implicazioni molto più complesse rispetto al semplice esempio che abbiamo fatto, è certamente una comodità per gli utenti stessi, ma soprattutto è un modo per garantirsi flussi continui e ricorrenti da parte di chi quel prodotto lo sviluppa.

    Guardando invece all’hardware abbiamo in essere un’evoluzione sui semiconduttori, che costituiscono la base di tutto l’hardware e che, per realizzare device sempre più tascabili, sta sperimentando dimensioni di CPU, GPU, ecc sempre più ridotte.

    E cosa dire delle società di telecomunicazioni, che non più tardi di un decennio fa vivevano di traffico voce e sms e che oggi, grazie a Internet, si concentrano prevalentemente sulla rete?

    Le aziende dell’Information Technology

    Ovviamente questo mercato è enorme e le aziende che potremmo elencare sarebbero qualche decina di migliaia. Quindi ci limiteremo solo alle aziende più grandi o più innovative.

    Settore
    Activision Blizzard (NASDAQ:ATVI)Games
    Adobe (NASDAQ:ADBE)Software
    Advanced Micro Devices (NASDAQ:AMD)Hardware
    Airbnb (NASDAQ:ABNB)Web
    Akamai Technologies (NASDAQ:AKAM)Networking
    Alphabet (NASDAQ:GOOG)Web / Cloud
    Amazon.com (NASDAQ:AMZN)E-Commerce / Cloud
    Apple (NASDAQ:AAPL)Device e servizi
    AT&T Inc. (NYSE:T)Provider
    Atlassian (NASDAQ:TEAM)Software
    Broadcom Inc (NASDAQ:AVGO)Hardware
    Cisco (NASDAQ:CSCO)Hardware
    CloudFlare (NYSE:NET)Networking
    Delivery Hero SE (ETR:DHER)Delivery
    Dell Technologies (NYSE:DELL)Hardware
    DocuSign (NASDAQ:DOCU)Software
    Dropbox Inc (NASDAQ:DBX)Cloud
    Electronic Arts (NASDAQ:EA)Games
    Facebook (NASDAQ:FB)Social
    Go Daddy (NYSE:GDDY)Brand e Domini
    Hewlett-Packard (NYSE:HPQ)Hardware
    IBM (NYSE:IBM)Hardware / Cloud
    Intel (NASDAQ:INTC)Hardware
    Microsoft (NASDAQ:MSFT)Software / Cloud
    Netflix (NASDAQ:NFLX)Streaming
    NVIDIA (NASDAQ:NVDA)Hardware
    Oracle Corporation (NYSE:ORCL)Database
    Paypal (NASDAQ:PYPL)FinTech
    Pinterest Inc (NYSE:PINS)Web
    Qualcomm (NASDAQ:QCOM)Hardware
    Salesforce.com (NYSE:CRM)Software
    SAP (ETR:SAP)Software
    ServiceNow (NYSE:NOW)Cloud
    Shopify (NYSE:SHOP)E-Commerce
    Slack Technologies Inc (NYSE:WORK)Comunicazione
    Sonos (NASDAQ:SONO)Hardware
    Spotify (NYSE:SPOT)Streaming
    STMicroelectronics NV (BIT:STM)Hardware
    Take Two Interactive (NASDAQ:TTWO)Games
    Texas Instruments (NASDAQ:TXN)Hardware
    Twilio (NYSE:TWLO)Comunicazione
    Twitter Inc. (NYSE:TWTR)Social
    Uber (NYSE:UBER)Delivery
    Verisign (NASDAQ:VRSN)Software
    VMware Inc. (NYSE:VMW)Software
    Zendesk (NYSE:ZEN)Software
    Zoom Video Communications (NASDAQ:ZM)Comunicazione
    Le azioni delle aziende più grandi nel settore della tecnologia

    In pratica le macrocategorie (o almeno una parte di esse, quella più importante) potrebbero essere le seguenti:

    • Cloud / Networking
    • Comunicazione
    • E-Commerce
    • FinTech
    • Games
    • Hardware
    • Provider
    • Servizi (Delivery, ecc)
    • Social
    • Software
    • Streaming
    • Web

    L’impatto della pandemia COVID-19

    La pandemia dovuta al corona virus è stata una manna per alcune di queste società e una disgrazia per altre.

    Pensiamo per esempio ad Airbnb, fresca di IPO, la quale ha dovuto parzialmente rivoluzionato il proprio core business per contenere i mancati viaggi e quindi le mancate entrate dal principale servizio offerto.

    Di contro, per esempio, pensiamo ad Amazon che grazie al Covid ha venduto molto di più rispetto a quanto non facesse precedentemente; idem per servizi di streaming in settori business, come per esempio Zoom o Teams di Microsoft, di Slack (fresco di offerta da parte di Salesforce) oppure di Netflix che ha visto un ottimo volano nei lockdown.

    Ma la rivoluzione non c’è stata solo per i giganti dell’IT, ma anche per aziende molto più piccole e dinamiche che hanno saputo approfittare del momento. La mente corre veloce a Shopify, una piattaforma per eCommerce che ha saputo cavalcare il momento e presentarsi come una delle migliori soluzioni agli occhi di aziende che proprio nella vendita online vedevano il loro unico sbocco per sopravvivere.

    Inoltre non è tutto oro ciò che luccica, pensiamo per esempio a Facebook e Alphabet (Google), premiate dagli utenti costretti a rimanere chiusi in casa ma con il core business principale legato al mondo dell’advertising, il quale è crollato poiché le aziende “normali” hanno ridotto gli investimenti in tempo di crisi. Il risultato è stato un maggior costo per sostenere gli utenti alla ricerca di informazioni a fronte di un minor introito dovuto a tagli pubblicitari.

    Come analizzare le azioni di tecnologia

    Le aziende mature, con un buon track record, che hanno esaurito la loro verve esplosiva nell’innovazione (pensiamo per esempio ad Apple, con prodotti maturi come iPhone, iPad e Macbook, che non sta innovando particolarmente ma che conta su buonissimi bilanci), possono basare la loro valutazione sul P/E, infatti il rapporto tra prezzo dell’azione e utili è un buonissimo indicatore per comprendere quali aziende, tra quelle mature, è più premiata di altre.

    Attenzione però, perché il P/E potrebbe facilmente infiammarsi per annunci, innovazioni o idee in questo settore.

    Le aziende giovani, con grandi idee innovative, spesso hanno utili negativi poiché si trovano ancora nella fase di investimento. Per queste aziende ovviamente il P/E non ha alcun significato, ciò che c’è da analizzare è quindi la curva di crescita di fatturato e utile, così da comprendere se tra qualche mese/anno queste potranno essere competitive e ancora sul mercato oppure in difficoltà.

    Le differenze tra le azioni della tecnologia

    Facciamo giusto qualche esempio per meglio comprendere quanto stiamo dicendo.

    Alphabet ha una capitalizzazione di 1.300 miliardi di dollari, il P/E si aggira stabilmente intorno ai 35 e nel 2019 (ultimo anno intero chiuso) è riuscita a registrare utili per 34 miliardi, in crescita rispetto ai 31 dell’anno prima e ai 13 del 2014. Insomma è un’azienda solida, in continua crescita ma che ha perso l’etichetta in rampa di lancio.

    Netflix ha una capitalizzazione di 225 miliardi di dollari (circa un quinto di Google), P/E di 133 e ha chiuso il 2019 con utile netto a 1,86 miliardi, in crescita rispetto a 1,2 miliardi dell’anno precedente e a 122 milioni del 2015.

    Square, che rappresenta un innovativo sistema di pagamento mobile, è ancora nel pieno della propria scalata, ha capitalizzazione di 108 miliardi di dollari, P/E di 763 e il 2019 è stato il primo anno chiuso con un’utile superiore allo zero (375 milioni) contro i 38 milioni persi nel 2018 e i 154 milioni persi nel 2014.

    Come possiamo vedere si tratta di 3 aziende molto differenti tra di loro.

    La prima, Alphabet, è un’azienda solida, che continua a innovare ma che ha trovato una propria dimensione, che continua a portare utili ai propri soci e ciò si denota dal P/E di 35, che nel settore è basso ma rispetto ad altri mercati è enorme. Si tratta dell’azione meno rischiosa da acquistare poiché ha servizi di cui difficilmente riusciremo a fare a meno in futuro, continua a innovare e continua regalare gioie, senza il rischio di essere sovraprezzata.

    Netflix ha fatto capire di che pasta è fatta ed è già entrata tra i colossi della tecnologia. Nonostante ciò ancora ha ampi spazi per crescere e tanti clienti ancora da raggiungere; senza il timore di essere smentiti possiamo dire che è la televisione del futuro ma che ancora centinaia di milioni di persone vivono senza questa TV. Ecco, questo aspetto ci fa capire il perché del 133 di P/E; l’ampio margine la porterà a continuare a crescere con gli utili e la farà diventare sempre più solida. Sicuramente è più rischiosa rispetto ad Alphabet, poiché ancora non ha conquistato quel vantaggio competitivo certo. Ma sicuramente in futuro avrà un posto e quindi il rischio è limitato.

    Di contro Square è la più rischiosa, potrebbero succedere qualche migliaio di fattori che potrebbero portarla a non avere la giusta spinta per mantenere le promesse. Inoltre il P/E di 763 è grande sia per il mercato della tecnologia che per altri mercati. La scommessa è enorme ma se manterrà ciò che promette sarà vincente. Ovviamente tutto dipende dalla vostra propensione al rischio.

    Conclusione

    Partiamo dal fondo e cioè dai 3 esempi che abbiamo fatto: appare evidente come ci siamo concentrati sui quasi estremi della torta, proprio per rappresentare la complessità e la grandezza di questo mercato, nel quale hanno posto aziende appena nate e colossi con decenni alle spalle.

    Si tratta di un mercato tipicamente valutato in modo più generoso rispetto ad altri mercati e in alcuni casi con qualche azione che somigli a una bolla pronta a esplodere (per esempio Tesla con capitalizzazione da 900 miliardi e nemmeno un anno chiuso in utile, se nel Q4 non ci saranno sorprese il 2020 potrebbe essere il primo).

    Aziende storiche o con basi solide possono rappresentare ottimi porti per i vostri soldi, le scommesse dipendono dal vostro giudizio e dalla vostra voglia di scommettere.

  • Azioni del mondo dei Media, come investire sull’Entertainment

    Azioni del mondo dei Media, come investire sull’Entertainment

    Il mondo dei media è ampio e variegato, all’interno troviamo aziende che producono e distribuiscono film, serie TV, musica, libri, programmi radiofonici, canali televisivi ed emittenti.

    Aziende di cui la popolazione mondiale fa sempre più uso. Anche grazie alla proliferazione dei dispositivi mobile che hanno reso tutto più raggiungibile.

    Le aziende si stanno spaccando in due grandi rami in questo mercato: quelle che hanno radici solide e un core business vivo e vegeto si stanno ingrandendo; altre aziende un po’ più tradizionali stanno vivendo una stagione di M&A.

    Sia in America che in Europa il mercato si sta condensando intorno a pochi player che stanno facendo da padrone: vi dicono nulla Netflix, Discovery, Walt Disney o Amazon Prime Video?

    Nel mentre attori delle telecomunicazioni stanno facendo campagna acquisti, portandosi a casa dei player di tutto rispetto: alcuni esempi sono AT&T, proprietaria di WarnerMedia, oppure Comcast che a NBCUniversal, nel 2018, ha aggiunto Sky.

    Un cambiamento che investe anche le radio, le quali si affidano sempre più al digitale e ai podcast per diffondere i loro media on-demand.

    Le migliori aziende di media

    Ecco una lista di aziende che fanno parte di questo settore e che nei prossimi anni potrebbero vivere momenti particolarmente felici.

    AziendaSegmento
    Alphabet (YouTube) NASDAQ:GOOGStreaming
    Amazon Prime Video (NASDAQ:AMZN)Streaming
    AMC Entertainment (NYSE:AMC)Televisione
    Apple TV+ (NASDAQ:AAPL)Streaming
    AT&TTelecomunic. / Produttore
    Cable One (NYSE:CABO)Servizi TV (cavo)
    Charter Communications (NASDAQ:CHTR)Televisione
    Cinemark Holdings (NYSE:CNK)Cinema
    Comcast (NASDAQ:CMCSA)Televisione
    Discovery (NASDAQ:DISCA)Televisione
    Dish Network (NASDAQ:DISH)Televisione
    Fox Corp (NASDAQ:FOX)Produttore / TV
    Gray Television (NYSE:GTN)Televisione
    Groupe TF1 (EPA:TFI)Televisione
    Imax Corp (NYSE:IMAX)Cinema
    Lucisano Media Group (BIT:LMG)Cinema
    Mediaset (BIT:MS)Televisione
    Mondo TV (BIT:MTV)Produttore / TV
    Netflix (NASDAQ:NFLX)Streaming
    Nexstar Media Group (NASDAQ:NXST)Televisione
    ProSiebenSat.1 Media (ETR:PSM)Televisione
    Rai Way (BIT:RWAY)Servizi TV (antenne)
    Roku (NASDAQ:ROKU)Device
    Spotify (NYSE:SPOT)Streaming Musica
    Televisa (NYSE:TV)Televisione
    ViacomCBS (NASDAQ:VIAC)Produttore / TV
    Walt Disney (NYSE:DIS)Produttore / Streaming
    Warner Music Group (NASDAQ:WMG)Musica

    Come è facile notare, soprattutto perché in ordine alfabetico sono in cima alla lista, anche in questo settore ci sono i big tecnologici che ci hanno messo il naso:

    • Amazon.com grazie a Prime Video (fresco acquirente dei diritti per la Champions League)
    • Alphabet (Google) grazie a YouTube
    • Apple grazie al canale streaming Apple TV+

    Inoltre, come se non bastasse, questi player anche anche piedi nel segmento dello streaming musicale, che sfruttano appieno grazie agli assistenti vocali (Echo, Nest, ecc).

    In mezzo a tutta questa trasformazione ci sono alcune aziende che meritano certamente un focus maggiore rispetto ad altre.

    Discovery (NASDAQ:DISCA)

    Partiamo da quello che è il secondo network privato in Italia alle spalle di Mediaset.

    Partita nel 1985 in America con The Discovery Channel, oggi possiede circa 140 canali televisivi in tutto il mondo.

    Si tratta di uno dei più grandi emittenti televisivi nel globo.

    Netflix (NASDAQ:NFLX)

    Il più grande servizio di streaming on demand al mondo. Si tratta della televisione del futuro, streaming via Internet, e Netflix ha una posizione dominante.

    Ha ampi spazi di crescita ancora, dovrà raggiungere ancora milioni di utenti e per caratteristiche è quella che potrebbe farcela maggiormente.

    Negli ultimi anni è anche produttore, con Serie TV e film che l’hanno resa celebre.

    La scala globale le conferisce una forza e una longevità che difficilmente potranno essere scalfiti.

    Anche se grandi brand si sono lanciati sul suo terreno, Netflix comunque appare in una posizione di dominio.

    Gli mancano solo gli eventi live, su cui si sta lanciando il principale concorrente (Amazon Prime Video), ma siamo sicuri che presto andranno a colmare anche questa lacuna.

    Amazon.com (NASDAQ:AMZN)

    Dopo aver parlato di Netflix e della TV del futuro non possiamo non mettere in risalto anche Amazon che con il servizio Prime Video si è guadagnata una posizione di tutto rispetto.

    Purtroppo non la possiamo annoverare tra le aziende maggiori sullo streaming video per il semplice motivo che l’on-demand non è la principale fonte di introiti. Infatti il core business di Amazon non è certo Prime Video.

    Di contro, tra i fattori che potrebbero portarla ad avere successo, c’è il fatto che ha appena acquisito i diritti per trasmettere i maggiori 16 big match di Champions League che, al di là dell’interesse nello sport, la rendono la prima piattaforma streaming on-demand con diritti per live stream. Un ulteriore segmento ancora mal coperto da altri player.

    Walt Disney (NYSE:DIS)

    Chi non conosce la Disney? Da quando ha acquisito la maggior parte della 21° Century Fox è una potenza mondiale.

    Ha un portafoglio molto forte di proprietà intellettuali, tra cui Star Wars, Marvel, Pixar, e i suoi classici marchi Disney. Ha anche forti marchi televisivi in Disney e ESPN, che possiede contratti a lungo termine per la trasmissione di eventi sportivi di alto livello, tra cui il Monday Night Football.

    Negli ultimi anni ha spinto fortemente sullo streaming, attraverso Disney+, differenziandosi comunque da Netflix e concentrandosi su contenuti adatti ai più piccoli.

    Ovviamente ha anche altre linee di prodotto, come i parchi tematici.

    Spotify (NYSE:SPOT)

    Per il servizio di streaming musicale potremmo fare un discorso parallelo a quello di Netflix; infatti come quest’ultimo sta allo streaming video, Spotify sta allo streaming musicale.

    La differenza è che mentre Netflix ha fatto il grande salto, diventando anche produttore e i suoi successi si possono trovare solo sulla sua piattaforma, Spotify questo salto non l’ha mai fatto e quindi altri servizi di streaming potrebbero mangiargli il mercato.

    Evoluzione che è già in essere, poiché i vari YouTube Music, Prime Music, ecc stanno acquisendo sempre più clienti e, inoltre, sono attivi nativamente sugli assistent domestici dei clienti. Acquistando un Echo di Amazon ascolterete, se non cambiate le impostazioni, la musica da Amazon Prime Music…

    Qual è un buon investimento?

    Ci sono vari aspetti da considerare quando si valuta un buon investimento in questo settore:

    • Contenuto: proprietà intellettuale unica, contratti a lungo termine con personalità note e licenze per eventi che attirano un grande pubblico, come sport o cerimonie di premiazione, tutti attirano i consumatori. Quasi altrettanto importante è possedere marchi forti che colpiscono gli spettatori.
    • Scala: più grande è l’azienda mediatica, maggiore è il potere negoziale che ha con i distributori e i marketer. Ciò può significare una distribuzione più ampia, tariffe più alte per le commissioni di affiliazione e la pubblicità migliore. Inoltre, una scala sufficiente fornisce opportunità promozionali incrociate tra le proprietà della media company.
    • Diversificazione: le migliori aziende di media sono diversificate per formati, metodi di distribuzione, demografia del pubblico e geografie.
    • Tecnologia: man mano che il consumo di media si sposta verso i servizi diretti al consumatore, possedere la tecnologia per supportare la distribuzione diretta può fornire un beneficio significativo ai margini di profitto su scala.
    • Fondamentali: le aziende del settore dei media hanno bisogno di una buona quantità di riserve di liquidità per poter fare offerte sui contenuti e produrre nuovi film, serie televisive e altri programmi. La liquidità consente inoltre di effettuare un maggior numero di acquisizioni e fusioni. Gli investitori vogliono però assicurarsi che il debito non sia fuori controllo. Un flusso di cassa più consistente, proveniente ad esempio dai proventi degli abbonamenti, dovrebbe consentire una maggiore leva finanziaria.
  • Cosa è una IPO (Offerta Pubblica Iniziale) e come ci si quota in Borsa

    Cosa è una IPO (Offerta Pubblica Iniziale) e come ci si quota in Borsa

    In inglese si scrive Initial Public Offering (IPO), in italiano traduciamo in Offerta Pubblica Iniziale, si tratta del momento in cui un’azienda va in borsa.

    Capiamo insieme come funziona, quali tipologie ci sono, chi prende i soldi, ecc.

    Cosa è un’IPO

    La forma più semplice di raccolta di capitali è un’offerta pubblica iniziale di una società sul mercato azionario.

    Le aziende che decidono di fare il passo sono spesso quelle che hanno una storia pluriennale e che, a causa delle loro ambizioni di sviluppo, si trovano ad affrontare problemi di finanziamento che le banche non sempre possono sostenere.

    L’idea è quindi quella di rivolgersi al mercato azionario per raccogliere i capitali necessari a finanziare la propria strategia raccogliendo diverse decine o addirittura centinaia di milioni di euro.

    Qual è lo scopo di un’IPO?

    Le aziende vengono sul mercato azionario per cercare un modo per svilupparsi, o anche per internazionalizzarsi. Senza “nuovo denaro”, è difficile per un’azienda il cui flusso di cassa è troppo basso prendere in considerazione l’espansione delle sue attività, anche se significa perdere certe opportunità.

    La quotazione del vostro gruppo in borsa può anche essere un modo per i manager di vendere azioni della loro azienda e/o per portare in azienda partner forti che li accompagneranno per diversi anni e li sosterranno nei loro progetti.

    Sollecitare il risparmio può essere corretto anche per altre giustificazioni: uno dei motivi spesso addotti dai manager quando diventano pubblici è la preoccupazione per la reputazione. Un annuncio è infatti un ottimo modo per farsi conoscere ed è una delle forme più efficaci di pubblicità per una giovane azienda alla ricerca di una maggiore esposizione commerciale.

    Infine, la quotazione in borsa è anche un buon modo per motivare i propri dipendenti: ad esempio, attraverso le “stock option” o le azioni gratuite, un’azienda può conservare il talento necessario per il suo sviluppo di successo e interessarli direttamente al successo dell’azienda.

    Tipologie di IPO

    Si fa presto a dire IPO, ma quali sono le tipologie esistenti?

    Sostanzialmente sono 3 le tipologie di IPO attualmente esistenti e utilizzate:

    • OPS (Offerta Pubblica di Sottoscrizione)
    • OPV (Offerta Pubblica di Vendita)
    • OPVS (la combinazione delle prime due)

    IPO attraverso OPS

    La quotazione attraverso OPS è quella che più si avvicina a un aumento di capitale per la società.

    Facciamo un esempio molto semplice: Pippo e Pluto hanno fondato insieme una pizzeria, che nel tempo è diventata una catena con 3/4 negozi. I due sono molto ambiziosi e vogliono avere la loro presenza in tutta Italia, ma si rendono ben conto che con le loro forze non ce la potranno mai fare.

    Lanciano un IPO in borsa come un’Offerta Pubblica di Sottoscrizione. In pratica il vecchio 50% che possedeva ognuno dei due amici diventa (per esempio) il 30% ciascuno e il restante 40% finisce come flottante in borsa.

    Così facendo i due, insieme, controlleranno ancora la società dall’alto del loro 60% totale, ma avranno dei soci per il 40% e sarà il mercato a presentarli.

    I soldi raccolti attraverso l’IPO andranno in questo caso nella società, come fosse un aumento di capitale, e quindi la stessa società potrà finanziare l’espansione in tutta Italia.

    IPO attraverso OPV

    Guardiamo la seconda casistica che è un IPO attraverso Offerta Pubblica di Vendita.

    Torniamo all’esempio di Pippo e Pluto che hanno una piccola catena di pizzerie. Entrambi credono fermamente di aver raggiunto quasi il massimo dalla loro espansione e, benché vogliono comunque rimanere nella società, hanno il desiderio di diversificare i loro investimenti.

    Lanciano una OPV attraverso la quale tengono (per esempio) il 30% ciascuno della società e vendono il flottante del 40%.

    Come prima la loro quota, sommata, gli permetterà di mantenere il controllo, ma in questo caso i soci che acquisteranno quel 40% entreranno al posto dei vecchi proprietari; quindi il denaro non andrà nella società ma nelle tasche dei vecchi soci.

    IPO attraverso OPVS

    Entrambe le soluzioni viste finora hanno dei difetti:

    • OPS: i vecchi soci cedono parte del comando e in cambio hanno “solo” soldi nella società; ma l’espansione potrebbe andare male e quindi potrebbero perderci del valore
    • OPV: cedere delle quote di una società che hai creato e che segui non è un bell’esempio. Perché i vecchi soci vogliono tirarsene fuori? Cosa c’è sotto? Non è che il valore è al massimo?

    Per questo motivo nasce l’Offerta Pubblica di Vendita e Sottoscrizione. In pratica, tornando all’esempio precedente, Pippo e Pluto cedono un flottante del 40% della società, di questi soldi si decide di:

    • 30% finisce nelle tasche dei vecchi soci, che stanno cedendo parte del controllo
    • 70% finisce nelle casse della società, così da avere liquidità per ampliare il proprio business

    I numeri sono un po’ a caso nell’esempio e potrebbero essere ben diversi, ma tipicamente questo tipo di Offerta accontenta un po’ tutti: i proprietari hanno un ritorno e quindi una gratificazione immediata; gli investitori sono contenti perché i loro soldi finiscono nelle casse e i soci precedenti dimostrano attaccamento alla vecchia società.

    Come ci si quota in Borsa?

    Dite la verità: siete i proprietari di quella piccola catena e volete capire come entrare in borsa…

    Scherzi a parte, la quotazione in borsa è spesso vista come un grande successo per l’azienda, poiché è un motivo di prestigio; poiché entrano nuovi capitali e per tutta un’altra serie di motivi.

    Quello che nessuno considera è che entrare in borsa ha un costo e una procedura, non particolarmente semplice e anche costosa.

    Innanzitutto per quotarsi in Borsa servono degli intermediari (una banca, come Intesa, Unicredit, Mediobanca, ecc) che affianchino la società nelle delicate fasi della quotazione; questo significa che nessuno lavora gratis e quindi gli intermediari andranno pagati.

    Scegli gli intermediari e fatte le valutazioni di convenienza arriva il momento di decidere con quale metodologia quotarsi, non parliamo della tipologia dell’offerta ma del metodo di calcolo del prezzo dell’azione.

    Metodologia di quotazione in borsa

    Quanto varrà l’azienda che si sta per quotare in borsa? Bella domanda, non solo per chi investirà in quella società ma anche per chi era proprietario e non ha idea se è seduto su una miniera d’oro oppure su un cumulo di cenere.

    In Italia si hanno sostanzialmente 3 metodologie di quotazione:

    • Offerta a prezzo fisso
    • Asta
    • Book building

    L’offerta a prezzo fisso, come dice il nome stesso, è una quotazione dove sono i vecchi soci a fissare l’asticella, con il contro che tipicamente ci si scontra con l’ottimismo o con il pessimismo, difficilmente si trova il prezzo corretto subito.

    La seconda possibilità è quella della quotazione ad Asta: cioè si iniziano a mettere sul mercato le quote e si capisce qual’è il prezzo che gli investitori sono pronti a pagare. Il contro è che non si ha il minimo controllo sul prezzo finale e se l’IPO arriva in un momento come la crisi da Covid (o anche in una giornata pessima in borsa) c’è il forte rischio di svendere l’azienda.

    La terza possibilità, che è la più usata, è il Book building. In pratica si offrono le quote a investitori istituzionali (banche, assicurazioni, fondi, ecc) e si analizzano le offerte arrivate, con ordine cronologico e quantità/prezzo. Da queste offerte si crea una forchetta di prezzo che quella che verrà offerta al mercato durante la quotazione. Con questa possibilità si avranno delle società istituzionali che per professione trovano i prezzi corretti sul mercato e con queste valutazioni ci si presenta sul mercato.

    Le fasi di una quotazione in borsa

    Fino a ora abbiamo toccano in modo plenario quasi tutte le fasi di una quotazione in borsa; cerchiamo quindi di mettere a terra una lista.

    A meno che non siate Spotify, che ha deciso di fare una quotazione senza IPO e senza intermediario, le fasi da affrontare sono le seguenti:

    • Valutare la convenienza della quotazione in borsa
    • Scegliere degli intermediari che seguiranno la quotazione
    • Valutare la tipologia di IPO da adottare
    • Emissione del prospetto informativo
    • Decisione del prezzo dell’offerta
    • Collocamento dei titoli
    • Quotazione in borsa
  • FAANG, la bolla finanziaria dei tecnologici

    FAANG, la bolla finanziaria dei tecnologici

    I FAANG, per chi non lo sapesse, sono le azioni delle 5 maggiori aziende tecnologiche: Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google. In realtà, avendo cambiato il nome, il motore di ricerca di Mountain View dovrebbe avere una A di Alphabet (quindi dovrebbe essere FAANA) ma ciò farebbe perdere l’associazione con il termine Fang che significa dente (o zanna).

    Al di là del termine con cui vengono riconosciuti, queste aziende negli ultimi mesi sono cresciute ininterrottamente e oggi hanno dei valori di capitalizzazione senza precedenti. Apple è stata la prima a superare quota 1.000 miliardi di valore, seguita dopo qualche giorno da Amazon (che poi ha ripiegato).

    Questi valori sono però corretti? Per rispondere a questa domanda bisogna analizzare ogni singola azienda. Per farlo partiamo dai fondamentali:

    Azienda Prezzo azione Capitalizzazione P/E EPS ROE
    Facebook 163 $ 463 mld $ 26,02 3,30% 27,25
    Apple 218,37 $ 1.054 mld $ 23,70 4,21% 36,87
    Amazon 1.926 $ 947 mld $ 427 0,32% 9,55
    Netflix 368 $ 159 mld $ 256 0,34% 20,37
    Alphabet 1.186 $ 827 mld $ 36,14 1,42% 15,42

    Da questi pochi dati si possono già notare alcuni aspetti importanti:

    • Amazon è quella che rende meno sul capitale proprio (ha basso ROE e basso EPS)
    • Nonostante la poca resa di Amazon, comunque risulta essere quella più premiata dagli azionisti, si nota dal P/E
    • Google è l’azienda che riesce a far rendere meglio il proprio capitale
    • Netflix è la più piccola della compagnia

    Questi pochi punti già dovrebbero dare un segno chiaro di cosa sta bollendo in pentola, ma per essere più chiari proviamo ad analizzare azienda per azienda.

    Facebook

    La stella creata da Mark Zuckerberg ha brillato fino alla fine del 2017, poi una serie di eventi l’hanno fatta opacizzare. Il proprio business è completamente basato sull’advertising e poggia le radici sui propri utenti.

    Il caso di Cambridge Analytica ha messo a nudo il problema privacy nell’azienda di Menlo Park e il Social network ha iniziato a perdere investitori pubblicitari. Altro problema per l’azienda potrebbe essere la nuova legge sul Copyright appena approvata in Europa che costringerà la piattaforma a verificare il copyright di tutto ciò che viene caricato sul Social. Vorrà dire che Mark e soci dovranno fare dei grossi investimenti in soluzioni tecnologiche per arrivare a fare, almeno, quanto oggi già fa Youtube (che blocca video con copyright terzo).

    Infine Facebook sta vivendo un cortocircuito non da poco: chi investe infatti su FB Adv lo fa, nella maggior parte dei casi, per aumentare la fanbase sullo stesso social network. E su questo non vengono venduti prodotti. Ecco perché Facebook si sta tanto adoperando per fare un marketplace. Altrimenti gli investitori torneranno a investire sui motori di ricerca e portare gli utenti nel proprio sito, dove i prodotti si vendono.

    Se ci aggiungiamo che a livello tecnologico l’azienda ha pochi brevetti, che gli utenti più giovani stanno andando verso nuovi lidi, che WhatsApp e Instagram (che sono della stessa società) sono difficilmente monetizzabili, ecco che il quadro è completo.

    In caso di esplosione di una bolla, Facebook potrebbe essere molto colpita. Ma anche qualora la bolla non esplodesse, i costi non potranno che lievitare e quindi gli utili diminuire. L’ultima trimestrale potrebbe essere stata un antipasto e, a meno che nella prossima trimestrale Facebook non faccia i miracoli, le azioni sono destinate a galleggiare su questi livelli ancora per lungo tempo.

    Apple

    Si tratta della prima azienda ad aver superato la soglia dei 1.000 miliardi di valorizzazione, il P/E non è elevato e gli investitori sanno che ogni volta la corporation di Cupertino si deve reinventare.

    Ogni iPhone presentato deve essere migliore del precedente, ogni iPad deve cercare di dimostrare il suo valore e nuovi prodotti latitano. Da quando è morto Steve Jobs le novità sono state poche (Apple Watch, su cui Steve Jobs ha messo comunque la firma, e AirPods): un po’ poco.

    In Apple lo sanno bene e infatti stanno cercando di diversificare gli introiti, puntando tantissimo sui servizi, su iCloud e sulle commissioni delle vendite inApp.

    Per ora questo mercato regge e a differenza di Facebook, Apple può contare su innumerevoli brevetti che la rendono comunque inarrivabile. Inoltre finché l’iPhone sarà il telefono aziendale per eccellenza, Apple potrà dormire sonni tranquilli.

    Guardando anche il P/E si nota come gli investitori gli abbiano dato già il prezzo corretto e in caso di bolla finanziaria questo titolo dovrebbe essere tra quelli che crollerà di meno. Quantomeno perché l’esplosione della bolla non porterà gli utenti finali a guardare altrove.

    Il vero pericolo per Apple è la mancanza di innovazione e i concorrenti cinesi (Xiaomi su tutti) che spingono per erodere mercato. Altro pericolo potrebbe essere Donald Trump che vorrebbe obbligare l’azienda a costruire il telefono in America, con conseguenze mostruose sui costi.

    Amazon

    Guardando alla capitalizzazione è l’altra società che ha superato i 1.000 miliardi, anche se ha ripiegato immediatamente dopo. Il numero che salta all’occhio è il P/E elevato, troppo elevato: il mercato per ora dà fiducia all’azienda di Jeff Bezos, anche perché l’eCommerce continua a investire e tutto sommato sbaglia pochi colpi.

    AWS (la piattaforma cloud di Amazon) va bene e attira clienti B2B che continuano a pagare delle commissioni fisse per poter avere i server di Amazon.

    Il Prime è un’ottima soluzione che, oltre a dare le spedizioni gratuite, dà anche libri gratis, un’alternativa a Dropbox e fa concorrenza a Netflix grazie a Prime Video.

    Proprio Amazon Prime è una buona revenue stream per Amazon, con utenti che ogni anno sono disposti a pagare una quota per avere il servizio; si tratta di un flusso di cassa costante che può anche aumentare visto l’aumento di servizi e quindi la rimodulazione del prezzo in atto oramai da anni.

    Certo, un investimento oggi su Amazon è lungimirante, perché in divenire potrebbe essere la società, di questa allegra compagnia, che sta investendo di più e quindi che potenzialmente potrebbe portare più utili, ma attenzione, se la bolla sui tecnologici dovesse esplodere domani, con questo P/E alto, gli investitori saranno in fuga e tra tutte le società potrebbe essere proprio quella che vede il prezzo delle azioni perdere più valore.

    Quindi investire su Amazon significa avere molta fiducia e sperare che la bolla, se deve esplodere, non lo faccia prima di un paio d’anni.

    Netflix

    Dall’EPS si nota subito come si tratti dell’azienda che rende meno agli investitori; oltre a essere la più piccola è anche quella con i costi più alti. Ancora sta facendo dumping, quindi offrendo sottocosto il proprio prodotto per creare un’utenza affezionata. Dovrà per forza di cose aumentare i prezzi, soprattutto perché è quella che paga il conto più salato sulla bolletta della banda utilizzata e, qualora il costo della banda aumentasse, sarà costretta ad aumentare il proprio di costo. A differenza delle altre, insieme ad Apple, è quella che non ha una propria soluzione Cloud e quindi presta il fianco a questi aumenti.

    Inoltre Netflix sta facendo grossi investimenti in termini di produzioni, con Serie TV di primo ordine che hanno costi elevati di produzione. Vero che queste creano un valore difficilmente intaccabile, ma è anche vero che hanno un alto costo.

    Gli investitori riconoscono questi investimenti e infatti in quanto a P/E è molto apprezzata; si tratta del secondo valore più alto tra le aziende FAANG. Vale lo stesso discorso di Amazon: se la bolla dovesse esplodere domani, visto il valore alto di P/E e la dimensione ridotta dell’azienda, potrebbe essere tra le aziende a perdere maggiore valore.

    Condivide con Amazon e con Apple però anche un’altro aspetto: in caso di esplosione della bolla finanziaria gli utenti continueranno ad acquistare i prodotti di questa azienda, quindi potrebbe essere una delle prime a rialzarsi.

    Google

    L’ultima nel nome FAANG ma la prima ad apparire sul mercato. Google, ribattezzata Alphabet da qualche anno oramai, è stata la prima società di questo gruppetto a essere sbarcata in borsa, nel lontano 2004.

    Oggi, guardando i numeri, pare essere l’azienda più stabile, con un EPS degno e con un ROE decisamente buono, l’azienda di Mountain View si presenta come una certezza per gli investitori.

    La capitalizzazione, se rapportata ad Amazon e Apple appare leggermente bassa ma ciò è dato dal fatto che il P/E è stato minato da multe della commissione europea negli ultimi periodi.

    Questo è il vero rischio per questa azienda: l’Antitrust. Oramai Google fa tutto: motore di ricerca, mail, advertising, analytics, mappe, navigazione satellitare, comparatore di prezzi, comparatore di assicurazioni, social network, video network (con Youtube), sistema operativo (Android), browser (Chrome); insomma, tanti servizi, distanti tra di loro, che interagiscono mettendosi in risalto l’un l’altro. I competitor sempre di più, però, guardano a questa interazione con sospetto e rabbia con il risultato che gli antitrust hanno iniziato ad accendere dei fari sull’azienda di Sergey Brin e Larry Page.

    Inoltre bisognerà vedere come finirà la questione copyright appena approvata dalla comunità europea. Infatti, insieme a Facebook, Google potrebbe essere quello maggiormente colpito ma, a differenza del Social network, Alphabet si trova già in una posizione di vantaggio: conosce già tutte le altre risorse presenti su Web, già fa un controllo del Copyright attraverso Google Images e Youtube e, infine, il suo AMP è in posizione di vantaggio rispetto a IA di Facebook. Infatti, in caso di reale approvazione della linktax (le piattaforme dovranno pagare per poter lanciare il contenuto di un editore), Google potrebbe spingere gli stessi detentori del contenuto verso la soluzione AMP, quindi essendo il contenuto caricato direttamente su Google decadrebbe la necessità di dover pagare per portare gli utenti sui siti terzi.

    Una eventuale esplosione di bolla finanziaria sui tecnologici impatterebbe poco per il motore di ricerca più famoso: gli utili arrivano da advertising, da vendite inApp su Android, da Youtube Music (concorrente di Spotify), da vendita di smartphone e device (chromecast, ecc) e da una serie di voci più piccole che comunque, tutte sommate, danno una base importante.

    Una diversificazione che mette al riparo la società da scossoni in borsa. Ovviamente in caso di bolla anche le azioni Google ne risentiranno ma in misura certamente ridotta e comunque potrebbero tornare velocemente a volare.

    In conclusione

    Come abbiamo visto il mercato dei FAANG è molto eterogeneo, con differenze molto marcate tra singole aziende. Sono poche le similitudini e normalmente riguardano uno dei tanti aspetti della società stessa.

    Non possiamo predire se e quando esploderà una bolla finanziaria sui tecnologici. C’è da dire comunque che i prezzi ad oggi, soprattutto per alcune aziende, appaiono ingiustificati.

    Ci sono aziende che stanno facendo dumping (Netflix) e che stanno investendo in prospettiva per il futuro (Amazon), se la bolla dovesse esplodere tra 2/3 anni probabilmente queste aziende sarebbero fuori pericolo e si troverebbero in una situazione di vantaggio; d’altro canto, se la bolla dovesse esplodere domani, queste aziende nel breve periodo sarebbero proprio le più esposte.

    C’è un’azienda che ha poca base tecnologica e di proprietà, si tratta di Facebook, che ha ancora un business troppo debole e basato esclusivamente sulla privacy degli utenti (che mette a disposizione di investitori pubblicitari). In caso di bolla finanziaria verrebbe messa a nudo e comunque, per l’aria che tira sulla privacy, è quella che comunque rischia di più.

    Poi ci sono aziende con un trackrecord oramai consolidato con brevetti importanti sul software e con un hardware che deve migliorare di giorno in giorno. I numeri, sia di Apple che di Google, confermano che si tratta di un investimento certamente più sicuro nel breve/medio periodo ma, se la bolla non dovesse scoppiare, non sarebbe l’investimento più remunerativo.

    Su quale investire? Dipende da te che leggi, dalla tua propensione al rischio, da quello che valuti possibile in merito alla bolla finanziaria sui tecnologici. La vedi lontana? Investi su Netflix e Amazon. Pensi che i prezzi dei tecnologici sia alti? Stai lontano da queste azioni o investi in Apple/Google.

    Forse quella che ci sentiamo di sconsigliare è proprio Facebook: un’azienda debole che basa il proprio business su una property che potrebbe scomparire con la nascita di un nuovo social network. Per esempio: se Google rilanciasse G+ mettendo i risultati sulle SERP del motore di ricerca, dove andranno i brand? E gli utenti? Ecco, queste sono domande da porsi.