Inflazione buona e inflazione cattiva
Le importazioni aiutano l'economia e che impatto hanno sull'inflazione?
Inflazione buona e inflazione cattiva
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Da più punti sentiamo parlare di inflazione buona, come se nell’immaginario collettivo un po’ di inflazione non fosse mai cattiva. Ciò potrebbe essere parzialmente vero, se il tasso di inflazione fosse controllato e non ci fossero fiammate inflazionistiche di breve termine in grado di spostare gli equilibri.

Cerchiamo però di capire la differenza tra l’inflazione buona e l’inflazione cattiva. Non ci dilungheremo sul significato di inflazione, per il quale vi rimandiamo all’articolo che abbiamo già scritto in passato.

Inflazione buona

Parliamo di buona inflazione quando questa è sostenuta dai consumi interni, cioè quando lo stato di salute dell’economia supporta la variazione dell’inflazione.

Cercando di essere più spiccioli possibili, vediamo un caso dove: gli stipendi aumentano a un tasso del 2% annuo, questo aumento degli stipendi porta a maggiore spese per beni di prima necessità, magari prodotti nella stessa area dove l’inflazione stessa si è avuta.

Quindi, per esempio, maggiore domanda di beni e servizi che porta le aziende italiane ad assumere nuovi dipendenti, il tasso di disoccupazione si abbassa al punto che trovare nuove figure diventa complesso, a questo punto le aziende, vista la domanda alta di lavoratori e l’offerta bassa, sono costrette ad aumentare il RAL (Reddito Annuo Lordo) offerto per accaparrarsi i migliori talenti; come un ciclo continuo, l’aumento degli stipendi porta a nuovi consumi che richiedono nuova manodopera e il ciclo continua. In tal caso siamo in presenza di un’inflazione che aumenta grazie a un miglioramento dell’economia di base, quindi questa è buonissima; anche perché tutto ciò che è indicizzato all’inflazione (pensioni, stipendi pubblici, spese per alloggi, ecc) seguirebbe l’aumento quasi automaticamente, portando la popolazione a vivere meglio, a un tasso di disoccupazione basso e a stipendi/prezzi che permettono un buon potere d’acquisto.

In tal caso, un’inflazione tra un range di 1% e 4% è sostenibile e un fattore ottimo, soprattutto se ripetuto in vari anni.

Inflazione cattiva

Parliamo di inflazione cattiva quando questa si disaccoppia dall’economia e aumenta per fattori esterni. È ciò che sta succedendo in questo momento: i materiali di base e i beni di prima necessità aumentano di prezzo poiché la filiera di produzione costa molto più che un anno fa. Ciò non è un bene, poiché l’aumento dei prezzi non è accoppiato con un’economia salutare, quindi importiamo inflazione ed esportiamo capitali.

Per meglio capirci, anche qui, facciamo un esempio base: il trasporto dei materiali, provenienti (per esempio) dalla Cina, aumenta del 140%, quindi il prodotto finale, che deve “pagare” il trasporto vedrà lievitare i costi, ma questi non sono supportati dall’aumento di posti di lavoro, né da salari in aumento. In tal caso l’effetto finale sarà quello di avere prodotti sempre più costosi a fronte di stipendi stabili, che porta a un minore potere di acquisto e a un taglio dell’acquisto di beni e servizi ritenuti non essenziali.

Esempio di inflazione buona

Mario è un operaio in una fabbrica di autovetture e quest’anno, visto il buon andamento delle vendite, l’azienda per cui lavora ha deciso di premiare i 15.000 lavoratori con un bonus da 2.000 euro, distribuito in luglio.

Mario approfitta di questo bonus per organizzare le vacanze, raggiunge in aereo una regione del Sud dove spende i suoi 2.000 euro in affitto di una casa, frutta, verdura e beni di prima necessità per poter vivere 2 settimane.

Il fruttivendolo del sud, a fronte di arrivi dal nord più consistenti (diciamo che molti dei 15 mila hanno deciso di raggiungere la medesima destinazione turistica), acquista più prodotti e ha la possibilità di assumere un ragazzo che inizia a lavorare per trasportare la frutta dai mercati generali e portarla nel negozio.

Il ragazzo, finalmente assunto, può acquistare una nuova auto, prodotta dall’azienda di Mario, e lo stesso fa il fruttivendolo che acquista un veicolo commerciale leggero per il trasporto della frutta. Entrambi gli acquisti di vetture portano un vantaggio all’azienda di Mario, la quale vede aumentare ancora i propri ricavi.

Anche chi affitta la casa per le vacanze, quest’anno, ha registrato molti arrivi, e dopo aver alzato il prezzo, grazie a un buon utile rimasto in tasca, decide di ristrutturare l’immobile, dando lavoro a un’impresa edile che acquista i materiali da un’altra azienda del nord.

Potremmo continuare, ma a questo punto dovrebbe essere chiaro che si è innestato un ciclo tale per cui il capitale continua a muoversi dal nord al sud Italia, impiegando più lavoratori e facendo alzare i prezzi dei prodotti.

L’aumento dei prezzi e una maggiore offerta di lavoro innesta una buona inflazione, diciamo del 3%, che ogni anno porta ad aumentare gli stipendi al nord e la resa delle vacanze al sud (così abbiamo completato gli stereotipi).

Questo è ottimo, perché l’inflazione è sostenuta dall’economia e porta a un minore tasso di disoccupazione generale.

Esempio di inflazione cattiva

Francesco decide di sfruttare il bonus del 110% sulla ristrutturazione della propria casa e, come lui, lo stesso decidono di fare un altro milione di italiani.

Le aziende edili iniziano a portare a termine i lavori ma ben presto si rendono conto che i maggiori ricavi prodotti sono erosi dall’aumento dell’acquisto delle materie prime (cemento, acciaio, trasporti, benzina, ecc). I proprietari dell’azienda notano che, nonostante il maggior lavoro, gli utili rimangono costanti o, addirittura, peggiorano. Quindi aumentano i prezzi delle opere che arrivano nei mesi successivi e, per tenere bassi i costi, si affidano ad aziende estere per i materiali.

L’utile in proporzione aumenta molto meno dei ricavi e quindi si possono permettere di assumere un nuovo manovale solo per qualche mese, lasciandolo a casa in inverno, quando i lavori stessi diminuiscono nuovamente.

In compenso, Francesco, che aveva deciso di sfruttare il credito di imposta del 110%, si rende conto di essere andato incontro a spese maggiori di quanto si aspettasse e che il proprio capitale lo recupererà solo in 5 anni. Quindi stringe la cinghia e si permette solo 1 settimana di vacanze; inoltre, constatato che l’aumento dei prezzi del carburante rende impraticabile un volo in aereo per il sud, decide di trascorrere al centro nord la settimana, raggiungendola in auto.

Ben presto l’aumento dei prezzi della frutta e della verdura, dovuti a un aumento dei costi di trasporto causa carobenzina, fanno erodere il piccolo capitale di Francesco, che quindi, anche in vacanza, sta attento a ciò che paga.

I pochi introiti del fruttivendolo, di chi affitta la casa e di Francesco, portano tutti a una minor spesa, facendosi bastare il vecchio furgoncino per il trasporto della frutta, il vecchio pavimento nella casa vacanze e Francesco con qualche debito stringerà la cinghia anche nei mesi successivi.

Si è innestata un’inflazione (carobenzina, aumento dei prezzi per i prodotti di prima necessità, aumento dei costi di trasporto, ecc) che non fa bene a nessuno, soprattutto perché spesso gli utili finiscono all’estero e non nell’economia locale. I prezzi sono aumentati, ma sempre e comunque per fattori esterni. Inoltre l’acquisto del petrolio a prezzi più alti, il maggior costo di trasporto e una pianificazione dell’azienda edile che, per risparmiare, acquista all’estero i prodotti necessari per la ristrutturazione di cui sopra, portano a un processo di importazione di inflazione e di esportazione di capitali.

Il risultato è un minor potere di acquisto per tutti, con i prezzi in aumento e gli stipendi che rimangono stabili (o che comunque crescono meno dell’inflazione stessa).

Inflazione e impatto sul debito

Da parte di chi sostiene il concetto che l’inflazione sia sempre buona, spesso sentiamo dire che, grazie all’inflazione, il debito pubblico e privato “costa” meno.

Il concetto è semplice e disarmante: se ho un mutuo da 100.000 euro con un tasso fisso, l’aumento dell’inflazione mi porterà a guadagnare di più e quindi il peso della rata la sentirò sempre meno.

Stesso dicasi, in proporzione, con il debito pubblico.

Il discorso è parzialmente vero con un piccolo debito privato, a patto che si sia scelto un tasso fisso in tempi non sospetti; ma allo stesso tempo c’è da considerare che i nuovi debiti si allineano immediatamente all’inflazione, attraverso un aumento dei tassi di interessi da pagare. Quindi, con un’inflazione media al 3%, chi vi darà un mutuo a meno del 4/5% (almeno)?

Va beh, ma voi il mutuo già ce l’avete e non avete intenzione di comprare una nuova casa… pensate che il debito pubblico non segua la stessa logica? Certo, il debito pregresso costerà in proporzione leggermente meno, ma la via media del debito pubblico italiano si aggira intorno ai 7 anni. Significa che tra 3 anni la metà del debito pubblico italiano, anziché costarci all’1% di tasso di interesse, ci costerà al 5/6% (almeno). Se l’Italia facesse investimenti sensati, aumentando il consumo e la domanda interna, sarebbe un’ottima possibilità per aumentare il PIL e preoccuparsi meno del peso degli interessi del debito. Ma se l’Italia, come fatto negli ultimi 20 anni, fa spese improduttive, un tasso più alto del 3/4% non lo riuscirebbe a sostenere, con il risultato di trovarsi in cattive acque ben presto. Ma voi avete il mutuo a tasso fisso per 15 anni… che vi interessa?

Conclusioni

Ovviamente negli esempi abbiamo preso due casi cercando di estremizzarli, la verità non è mai così nera o così bianca. Inoltre non vogliamo demonizzare il bonus del 110%, che potrebbe in realtà smuovere l’economia, né osannare le vacanze al sud. Abbiamo solo fatto due esempi basilari.

Rimane però il concetto di base, per cui un’inflazione che permette maggior produzione è sempre e comunque un’inflazione buona; un’inflazione che si basa su costi più alti e beni importati, limitando la produzione di reddito, è una cattiva inflazione.

In definitiva, una maggior domanda interna farà solo bene all’economia, ciò perché sostiene i consumi dell’area stessa e aumenta a sua volta la domanda.

Un’inflazione basata su consumi e su aumento del PIL è ottima anche per il debito pregresso, perché lo farà “pesare” di meno. Al contrario, un’inflazione che non faccia muovere il PIL è solo un fattore negativo, perché è vero che il debito pregresso ci costerà meno, ma è anche vero che al rinnovo di tale debito (e con PIL stabile il rinnovo sarà al 100% se non di più, quindi non taglieremo nulla), il costo diventerà insostenibile.