Italgas S.p.A. è una società italiana specializzata nella distribuzione di gas naturale. Quotata alla Borsa di Milano ed è inserita nell’indice FTSE MIB.
Storia di ItalGas
La società fu fondata a Torino nel 1837 con il nome di Compagnia di Illuminazione a Gas per la Città di Torino e successivamente cambiò più volte denominazione, diventando prima Società Italiana per il Gas e poi Italgas S.p.A.
I finanziatori cattolici, guidati da Bernardino Nogara, si interessarono a Italgas negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale. AmonENDTARGETg i presidenti della società erano l’avvocato e imprenditore Rinaldo Panzarasa. Nel 1967 il controllo della società passa a Snam, società del Gruppo Eni. Sotto la presidenza di Carlo Da Molo, Italgas intraprende una vasta campagna per la realizzazione di infrastrutture di distribuzione del metano, espandendosi notevolmente nel Centro e Sud Italia. Oltre a rafforzare la propria presenza nel settore del gas naturale, la società amplia la propria attività nel ciclo completo dell’acqua potabile ed entra nel settore della gestione dei rifiuti solidi urbani. Tali attività, tuttavia, sono state successivamente dismesse, consentendo a Italgas di concentrarsi sul proprio core business del gas naturale.
De-listing del 2003
Il 7 febbraio 2003 Eni ha lanciato un’offerta pubblica di acquisto che ha portato all’acquisizione di tutte le azioni in circolazione e quindi al declassamento della società. Nel 2009 Eni ha ceduto la società alla controllata Snam Rete Gas, che nel 2012 è diventata Snam.
Ritorno in borsa
In data 7 novembre 2016, dopo 13 anni di assenza, Italgas S.p.A. ha effettuato il suo rientro in Borsa a seguito della scissione parziale proporzionale di Snam, che ha comportato la cessione ai soci dell’86,5% della partecipazione detenuta in Italgas Reti S.p.A., in ragione di una azione Italgas assegnata a ciascuna delle cinque azioni Snam possedute. Il 4 aprile 2019 è stato nominato il nuovo consiglio di amministrazione, con il nuovo presidente Alberto Dell’Acqua, docente universitario.
Nel tempo Italgas S.p.A. ha esteso la propria attività da Torino al resto d’Italia fino a coprire oltre il 34% del mercato, con concessioni in circa 1.700 comuni, tra cui alcuni dei più grandi, come Roma, gestiti direttamente o attraverso le proprie controllate.
Non si tratta necessariamente di azioni da acquistare, ma di indicazioni hold e buy per 7 utility.
Eccole quindi, elencate una per una.
Snam
Rating hold (mantenere) per l’utility italiana Snam, responsabile della distribuzione del gas nel Bel Paese. Target price a 5,3 euro, sotto l’attuale prezzo (circa 5,47 €). Particolarmente interessante la cedola, con un rendimento, sul 2022 di circa il 5%.
Terna
Il secondo titolo è ancora italiano, si tratta di Terna, e anche in questo caso l’indicazione è Hold. Il target price è di 8,1 €, questa volta in linea con il prezzo a cui scambia attualmente. Il rendimento per la cedola, sulla previsione degli utili 2022 è del 3,9%.
Italgas
Prima di andare all’estero guardiamo l’ultima italiana tra le 7 società segnalate, cioè ItalGas. Primo Buy (comprare) di questo articolo, con target price di 7 euro, contro un prezzo attuale di 6,06 €. Il ritorno è quindi del 15,51%, a cui va sommato il rendimento della cedola che è previsto con un dividend yield del 4,8%.
Pennon
Andiamo quindi all’estero, precisamente in Gran Bretagna con Pennon. Il Rating è hold, il target price è di 1.180 pence, contro il prezzo attuale di 1.085. Il ritorno è quindi dell’8,76% a cui va aggiunto uno yield del 3,4%
Severn Trent
Rimaniamo in Gran Bretagna con un altro titolo hold. Severn Trend, secondo gli analisti di Société Générale, ha un target price di 3.113 pence, contro un prezzo attuale di 3.114. Target price quindi in linea con il prezzo e occhio sullo yield, che è del 3,3%.
United Utilities
Ultima utility britannica è United Utilities, sulla quale, però, gli analisti assegnano un giudizio Buy. Il target price è di 1.350 pence, contro il prezzo attuale di 1.119 pence, cioè con un potenziale up del 20,64%, il più alto registrato in questa lista di 7 azioni.
Particolarmente interessante anche il rendimento della cedola 2022, che è del 3,8%.
Red Electrica
Chiudiamo la lista con un’azienda spagnola, Red Electrica, la quale prende rating hold e target price a 16,6 euro, contro il prezzo attuale di 19,44. Visti i prezzi in campo più che un hold sarebbe un sell, ma ci fidiamo degli analisti di Société Générale e osserviamo come il rendimento della cedola è del 5,1%, la più alta in questa breve lista.
Come ogni anno, il quarto lunedì del mese di maggio è dedicato ai dividendi, anche il 2021 non fa eccezione, anche se, rispetto al pre-Covid, il bottino rimane ancora magro.
Il 2021, infatti, vedrà una pioggia di circa 17,3 miliardi di euro, cifra certamente più alta rispetto ai 13 miliardi del 2020, ma ancora distante dai 21 miliardi distribuiti nel 2019.
Anche guardando dal punto di vista percentuale, il dividend yield di Piazza Affari, quest’anno, sarà intorno a 2,73%, contro l’1,92% del 2020, ma che mal si concilia con la media degli ultimi 10 anni che è stata del 3,44%.
A pesare sui dividendi c’è ancora lo stop della BCE sulla distribuzione degli utili bancari, e su una borsa come quella milanese, dove il peso specifico dei finanziari è molto alto, questo è uno scoglio non di poco conto.
Certamente si fa meglio a guardare il futuro, quando gli analisti, al 2024, si aspettano un ritorno del 4,38% sulla borsa italiana.
I motivi, per i tre soggetti, sono differenti ma riconducono tutti al medesimo scopo: controllare pubblicamente gli asset strategici dello Stato.
Infatti con Autostrade si voleva portare nel recinto pubblico la più grande rete autostradale italiana; con Telecom Italia si voleva accelerare nell’opera di merge con Open Fiber (di cdp al 50%), per arrivare alla rete unica Internet nazionale; con Euronext si volevaricontrollare Borsa Italiana, in un contesto internazionale e pan-europeo, insieme ai francesi di Caisse des Dépôts et Consignations e ai belga di Euroclear.
Queste trattative sono state ereditate dal Governo Draghi, il quale non ha ancora spostato il timone e sta facendo andare le trattative con il pilota automatico.
Cosa è Cassa Depositi e Prestiti
Le tre trattative, comunque, non rappresentano i soli interessi di Cassa Depositi e Prestiti, la quale ha asset in ogni segmento strategico del Paese.
CDP è una SpA italiana di proprietà:
83% Ministero dell’economia e delle finanze
17% Fondazioni bancarie
In questa seconda categoria si notano soprattutto:
Fondazione Monte dei Paschi di Siena
Compagnia di San Paolo
Fondazione CRT
Fondazione Cariplo
Fondazione CR Verona Vicenza Belluno e Ancona
Con il 2,57% di quote ciascuna riempiono il 12,85% di quote, lasciando fuori poco più del 5% che va ad altre decine di fondazioni.
Benché se ne senta parlare insistentemente solo da pochi anni, l’istituzione fa risalire le proprie origini al 1850 quando si chiamava Cassa Piemontese ed era di proprietà dell’allora Regno di Sardegna.
La struttura di CDP
Tra gli obiettivi principali di Cassa Depositi e Prestiti c’è quella di mantenere partecipazioni nel capitale delle medie e grandi imprese nazionali, profittevoli e ritenute strategiche per lo sviluppo del Paese.
Per fare ciò CDP ha una struttura suddivisa in segmenti ben specifici:
Le Partecipazioni quotate di Cassa Depositi e Prestiti
Le partecipazioni totali sono decine, ma quelle che ci interessano particolarmente, per il nostro articolo, sono quelle quotate in borsa.
Eccole quindi le partecipazioni di Cassa Depositi e Prestiti con i relativi valori.
Azienda / Azione
Quota
Valore quota
BF BIT: BFG
18,83%
122 mln di €
Eni BIT: ENI
25,96%
9,5 mlrd di €
Fincantieri BIT: FCT
71,32%
800 mln di €
Italgas BIT: IG
26,04%
1,15 mlrd di €
Poste Italiane BIT: PST
35%
4,94 mlrd di €
Saipem BIT: SPM
12,55%
280 mln di €
Snam BIT: SRG
31,35%
4,95 mlrd di €
Telecom Italia BIT: TIT
9,891%
947 mln di €
Terna BIT: TRN
29,85%
3,71 mlrd di €
Trevi Finanziaria Industriale BIT: TFI
25,67%
48 mln di €
Webuild BIT: WBD
18,68%
312 mln di €
Partecipazioni di CDP
ENI (BIT:ENI)
Iniziamo l’analisi da ENI, la società fondata da Enrico Mattei come Ente Nazionale Idrocarburi. Si tratta della quotata più importante per Cassa Depositi e Prestiti. Non stiamo qui a spiegare cosa faccia ENI, pensiamo sia chiaro a tutti che si occupa di energia e di petrolio/gas.
Quello che andiamo ad analizzare è invece il profilo societario della società, con particolare attenzione agli azionisti principali:
CDP S.p.A. – 25,96%
Ministero dell’economia e delle finanze – 4,37%
Norges Bank – 1,425%
Come possiamo vedere dalla lista delle aziende più rilevanti, CDP è affiancata dal Ministero dell’economia e finanza con una quota totale pubblica del 30,33%.
Snam (BIT: SRG)
Seconda azienda in quanto a peso specifico nel valore della quota è Snam (Società Nazionale Metanodotti). Si tratta di un’azienda attiva nel trasporto, rigassificazione e stoccaggio del metano.
Nata come ramo di ENI, l’azienda ha raggiunto un’autonomia durante gli anni e oggi è di proprietà di CDP reti. Questa la lista degli shareholders:
Come possiamo vedere ENI ha liquidato tutte le posizioni nella società ma CDP Reti possiede circa un terzo del capitale, considerando anche la quota di Banca d’Italia la quota pubblica diventa quindi del 32,37%.
Poste Italiane (BIT: PST)
La società di delivery postale, Poste Italiane, è quotata da pochi anni; anche in Poste è molto forte la presenza dello Stato, non solo attraverso CDP ma anche grazie alle quote possedute dal Ministero dell’Economia e delle finanze:
Cassa Depositi e Prestiti: 35%
Ministero dell’economia e delle finanze: 29,26%
Tutti gli altri azionisti sono sotto la quota dell’1% e quindi ininfluente, lo Stato controlla quindi il 64,26% delle quote di Poste Italiane.
BF (BIT: BFG)
Dopo aver visto le prime 3 società, in ordine di valore per Cassa Depositi e Prestiti, passiamo alla lista in ordine alfabetico e la prima della lista è certamente B.F. SpA.
Il gruppo nasce intorno all’azienda Bonifiche Ferraresi S.p.A. e rappresenta la più grande azienda agricola italiana. Rispetto alle restanti aziende della lista si nota subito un’eccezione, cioè il fatto che CDP non è il socio principale, lasciando lo scettro a una fondazione bancaria, nello specifico a Fondazione Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde.
Ecco quindi la lista degli azionisti di BF SpA:
Fondazione Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde: 20,7%
CDP Equity SpA: 18,8%
Sergio Gianfranco Dompé: 14,1%
Federico Vecchioni: 12,9%
Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: 3,41%
Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri: 3,37%
Fondazione ENPAIA: 3,37%
Massimo Segre: 2,93%
Inalca SpA: 2,07%
Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici: 1,98%
In questo caso la quota in mano pubblica è rappresentata solo da quella posseduta da CDP, che rappresenta il 18,8% delle quote del capitale.
Fincantieri (BIT: FCT)
Continuando in ordine alfabetico e saltando ENI di cui abbiamo già parlato, troviamo un’altra società quotata da pochi anni, si tratta di Fincantieri, nella quale la mano pubblica conta parecchio.
Infatti, guardando la lista degli azionisti:
CDP Industria: 71,3%
Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri: 2,20%
Norges Bank Investment Management: 1,16%
The Vanguard Group: 0,72%
Dimensional Fund Advisors: 0,65%
Notiamo subito come CDP controlla non solo la maggioranza delle quote ma ha una partecipazione tale da poter controllare anche l’assemblea degli azionisti, fatto molto insolito per una public company.
Italgas (BIT: IG)
Torniamo sul settore energia e continuiamo a parlare dell’ex galassia ENI, lo facciamo con ItalGas, dove però, in questo caso, un’eredità dell’azienda di San Donato Milanese è ancora presente, non direttamente ma attraverso un’altra società dell’ex galassia:
In questo caso la mano pubblica conta, oltre alla presenza di CDP, anche la presenza di Snam, controllata, come abbiamo visto, dalla stessa Cassa Depositi e Prestiti.
Saipem (BIT: SPM)
Pensate che la mano di ENI sia terminata? Nulla di più sbagliato, infatti anche Saipem fa parte dell’ex galassia ENI, con l’eccezione data dal fatto che la società di San Donato Milanese ancora controlla Saipem.
Sommando quindi le quote in mano a ENI, controllata comunque dallo Stato, CDP e Banca d’Italia, la partecipazione pubblica arriva al 44,09%.
Telecom Italia (BIT: TIT)
Telecom per tanti anni è stata dimenticata dall’apparato governativo, ne avevamo anche parlato, ma con la scalata di Vivendi e, soprattutto, con l’idea di unire le reti di TIM e di Open Fiber, l’ISP è tornato di moda. Per questo motivo CDP è entrata nel capitale di Telecom e rischia, in caso di necessità per la rete unica, di incrementare le quote.
Anche in questo caso CDP è solo il secondo azionista, alle spalle dei francesi di Vivendi. Sommando le quote di CDP e di Banca d’Italia si arriva al 10,81% di quote capitale detenute dallo Stato.
Terna (BIT: TRN)
Se non fossimo passati a una lista alfabetica dopo il podio, con i 3,71 miliardi di euro di quota, avremmo Terna al quarto posto in quanto a valore totale della partecipazione Statale.
CDP Reti: 29,9%
Lazard Asset Management Pacific: 2,83%
The Vanguard Group: 1,73%
Norges Bank Investment: 1,71%
Pictet Asset Management: 1,69%
BlackRock Fund Advisors: 1,17%
Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri: 1,11%
Banca d’Italia: 1,02%
Anche in Terna è presente Banca d’Italia e il principale azionista è proprio CDP, sommando le due partecipazioni, la quota pubblica arriva al 30,92%.
Trevi Finanziaria Industriale (BIT: TFI)
Trevi Group si divide in due segmenti ben distinti:
Trevi
Soilmec
La prima si occupa di costruzioni di grandi opere, mentre la seconda si occupa della fornitura di sistemi di trivelle.
La partecipazione di CDP nel capitale di Trevi è modesta, si tratta infatti, in valore economico, della più piccola partecipazione tra le società quotate. Nonostante ciò, con una quota così bassa, CDP è comunque il principale azionista della società:
Come possiamo vedere, sommando le due partecipazioni di CDP, la quota sale fino al 32,7% e se aggiungiamo le quote in mano al ministero arriviamo al 37,65%.
Webuild (BIT: WBD)
Ultima della lista, in ordine alfabetico, Webuild, nata a maggio del 2020 dalle ceneri di Salini Impregilo S.p.A.
Anche qui troviamo una forte presenza dello Stato Italiano, nonostante CDP non sia il principale azionista della società:
Salini Costruttori: 44,99%
CDP Equity: 18,68%
Unicredit: 5,38%
Intesa San Paolo: 5,28%
Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri: 1,32%
Norges Bank Investment Management: 0,99%
Partecipazioni non quotate
Ovviamente CDP non ha quote solo in società quotate, ma anche in società private, che spesso controlla direttamente. Per chi volesse approfondire, questa è la fotografia a fine 2020.
Partecipazioni totali di Cassa Depositi e Prestiti
Era il 16 marzo del 2020 e il FTSE MIB, insieme a gran parte dei mercati mondiali toccava minimi che non si vedevano da anni.
In particolar modo il FTSE MIB toccava il minimo di 14.153, numero che non vedeva da agosto 2012.
Quel giorno si veniva da quattro settimane di continue discese e con l’Italia che andava in lockdown non si vedeva una via d’uscita. Solo con il senno di poi possiamo dire che quel giorno si toccò il momento più brutto, almeno sulle borse, del 2020 nel pieno dell’emergenza Covid.
Da quel 16 marzo 2020 sembra passata una vita ma in realtà siamo a soli 8 mesi di distanza. In questi 2 quadrimestri cosa è successo?
Inoltre, al di là del punto più basso, qual è la performance delle azioni da prima che il Covid diventasse una triste realtà?
Vediamo la lista delle azioni presenti nel FTSE MIB e capiamo quali azioni hanno già recuperato, quante hanno addirittura sovraperformato e quante invece ancora devono recuperare del terreno.
Da metà marzo a metà novembre (8 mesi)
Questa che segue è la performance dei titoli azionari facenti parte del FTSE MIB tra il 16 marzo 2020 e il 16 novembre 2020.
Azioni
Ticket
Performance
Amplifon
BIT:AMP
119,00%
STMicroelectronics
BIT:STM
81,03%
Fiat Chrysler Automobiles
BIT:FCA
75,59%
Prysmian
BIT:PRY
73,82%
Davide Campari
BIT:CPR
72,49%
Interpump Group
BIT:IP
64,87%
Banca Generali
BIT:BGN
63,18%
FinecoBank Banca Fineco
BIT:FBK
61,76%
DiaSorin
BIT:DIA
60,76%
Mediobanca
BIT:MB
60,04%
Banco BPM
BIT:BAMI
55,56%
Banca Mediolanum
BIT:BMED
54,29%
Moncler
BIT:MONC
49,98%
Nexi
BIT:NEXI
48,55%
Enel
BIT:ENEL
47,36%
CNH Industrial
BIT:CNHI
46,35%
Azimut Holding
BIT:AZM
45,15%
FTSE MIB (benchmark indice)
–
44,30%
Atlantia
BIT:ATL
43,47%
Ferrari
BIT:RACE
43,44%
Recordati
BIT:REC
42,91%
Buzzi Unicem
BIT:BZU
42,38%
Tenaris
VIE:TEN
36,97%
InWIT (Infrastr. Wireless Italiane)
BIT:INW
35,24%
Unipol Gruppo
BIT:UNI
33,94%
Pirelli & C.
BIT:PIRC
32,60%
Poste Italiane
BIT:PST
32,46%
Intesa Sanpaolo
BIT:ISP
31,43%
Exor
BIT:EXO
29,93%
Terna – Rete Elettrica Nazionale
BIT:TRN
29,81%
Snam
BIT:SRG
29,63%
Italgas
BIT:IG
24,24%
Assicurazioni Generali
BIT:G
23,63%
UniCredit
BIT:UCG
23,15%
Eni
BIT:ENI
22,80%
Telecom Italia
BIT:TIT
20,69%
A2A
BIT:A2A
19,42%
Leonardo
BIT:LDO
6,18%
HERA
BIT:HER
0,97%
Saipem
BIT:SPM
-1,52%
Bper Banca
BIT:BPE
-16,46%
Componenti del FTSE MIB ordinati per performance tra il 16 marzo 2020 e il 16 novembre 2020
Come si può facilmente notare la quasi totalità delle azioni ha registrato una performance invidiabile dal momento più basso del FTSE MIB.
Circa la metà delle azioni (17) hanno sovraperformato la resa dell’indice (44,30%) mentre l’altra metà (23) hanno sottoperformato.
Però ha poco senso guardare dal minimo annuale a oggi se non consideriamo come si trovavano quei titoli prima del minimo di marzo.
In particolar modo l’ultimo giorno prima del crollo dovuto al Covid si è registrato sul FTSE MIB in data 19 febbraio 2020, quando l’indice toccò il massimo di 25.271 punti.
Questa invece la performance dei titoli del FTSE MIB dal pre-Covid a oggi, dopo circa 9 mesi (3 interi trimestri).
Aziende
Ticket
Performance
DiaSorin
BIT:DIA
43,10%
Amplifon
BIT:AMP
19,67%
Interpump Group
BIT:IP
14,71%
Recordati
BIT:REC
12,17%
Davide Campari
BIT:CPR
11,64%
FinecoBank Banca Fineco
BIT:FBK
10,01%
Prysmian
BIT:PRY
6,92%
Moncler
BIT:MONC
5,23%
Ferrari
BIT:RACE
4,67%
Fiat Chrysler Automobiles
BIT:FCA
2,61%
STMicroelectronics
BIT:STM
2,27%
CNH Industrial
BIT:CNHI
0,00%
InWIT – Infrastrutture Wireless Italiane
BIT:INW
-4,51%
Enel
BIT:ENEL
-5,60%
Terna – Rete Elettrica Nazionale
BIT:TRN
-7,66%
Buzzi Unicem
BIT:BZU
-7,78%
Nexi
BIT:NEXI
-9,64%
Snam
BIT:SRG
-10,78%
Banca Generali
BIT:BGN
-12,97%
Pirelli & C.
BIT:PIRC
-13,14%
Banca Mediolanum
BIT:BMED
-13,50%
FTSE MIB Indice (benchmark)
–
-15,15%
Italgas
BIT:IG
-15,26%
Mediobanca
BIT:MB
-24,82%
Exor
BIT:EXO
-25,01%
Poste Italiane
BIT:PST
-25,20%
Assicurazioni Generali
BIT:G
-26,01%
Banco BPM
BIT:BAMI
-26,02%
Azimut Holding
BIT:AZM
-27,70%
Intesa Sanpaolo
BIT:ISP
-29,23%
HERA
BIT:HER
-30,04%
Telecom Italia
BIT:TIT
-32,69%
Unipol Gruppo
BIT:UNI
-33,27%
Tenaris
VIE:TEN
-34,85%
A2A
BIT:A2A
-35,26%
Atlantia
BIT:ATL
-36,14%
Eni
BIT:ENI
-38,41%
UniCredit
BIT:UCG
-41,26%
Saipem
BIT:SPM
-48,81%
Leonardo
BIT:LDO
-49,64%
Bper Banca
BIT:BPE
-52,69%
Performance delle azioni sul FTSE MIB da prima del Covid a metà novembre (dopo 9 mesi)
Mentre la performance del FTSE MIB dal 19 febbraio al 17 novembre è stato del -15,15%, ci sono titoli che hanno ampiamente recuperato e sono addirittura in attivo e altre azioni che invece ancora valgono la metà di quanto valevano prima della pandemia.
Appare evidente come tra i primi 4 per performance ben 3 sono legati al farmaceutico e alla salute. Interpump e Campari, che compongono la TOP 5 hanno avuto importanti cambiamenti nel periodo, con la società di beverage che è passata da un trasferimento all’estero e la società industriale che a marzo non era nel FTSE MIB, quindi beneficia della promozione.
Abbiamo già parlato del FSTE MIB e abbiamo dedicato ampio spazio ai principali indici azionari in tutto il mondo.
In Italia però ci siamo concentrati poco, questo per due ragioni:
Le grandi aziende italiane sono tutte sul FTSE MIB
L’Italia, nello scacchiere delle borse mondiali, non occupa precisamente una posizione dominante.
Questo secondo punto è dovuto in parte al primo e in parte al fatto che la finanza in Italia è stata sempre un po’ bistrattata. Inoltre, se guardiamo alla classifica delle aziende nel FTSE MIB per capitalizzazione ci rendiamo conto come la prima in classifica, ENEL, è una delle poche aziende che realmente può competere con i giganti presenti all’estero. Grandi nomi italiani, quando paragonati con i big dell’estero, spesso impallidiscono.
Ecco perché reputiamo che la finanza, quella seria, tocchi solo relativamente l’Italia e abbia il suo capoluogo altrove (in particolare in USA, UK e Germania).
Ma qui siamo a parlare degli indici italiani e quindi bando alle ciance.
Quali sono gli indici azionari più importanti di Borsa Italiana?
La lista degli indici principali è relativamente breve e include:
FTSE MIB
FTSE Italia Mid Cap
FTSE Italia STAR
FTSE Italia Small Cap
FTSE Italia All-Share
FTSE AIM Italia
FTSE MIB
Passiamo quindi alla rassegna degli indici azionari principali di Borsa Italiana.
Del FTSE MIB ne abbiamo già parlato: è l’indice che copre le 40 maggiori aziende quotate a Piazza Affari.
La lista delle aziende viene rivista trimestralmente e al momento queste sono le aziende incluse.
Pos.
Azienda
Capitaliz. (miliardi di €)
1
Enel
67
2
ENI
30,7
3
Ferrari
28,6
4
Intesa San Paolo
27
5
Generali
20
6
STMicroElectronics
19,7
7
Unicredit
16,6
8
Snam
13,7
9
Fiat Chrysler Auto
12,6
10
Atlantia
12,4
11
Terna
12
12
Exor
11,9
13
Poste Italiane
10,3
14
Diasorin
10,2
15
Nexi
8,8
16
Recordati
8,6
17
Moncler
8,5
18
Davide Campari
8,1
19
CNH Industrial
7,7
20
Telecom Italia
7,1
21
Tenaris
6,7
22
Fineco Bank
6,1
23
InWit
5,5
24
Amplifon
5,28
25
Prysmian
5,1
26
Mediobanca
5,1
27
HERA
5
28
Banca Mediolanum
4,4
29
A2A
3,9
30
ItalGas
3,88
31
Pirelli
3,82
32
Buzzi Unicem
3,33
33
Leonardo
3,3
34
Interpump Group
3,0
35
UBI Banca
2,9
36
Banca Generali
2,7
37
Unipol
2,3
38
Saipem
2,1
39
Azimut
2,1
40
Banco BPM
1,7
Elenco componenti FTSE MIB con data capitalizzazione 04/06/2020
Come si può notare le capitalizzazioni vanno giù molto velocemente e, giusto per fare un confronto, Deutsche Telekom, l’azienda numero 17 per capitalizzazione in Germania, ha lo stesso valore di Enel.
ENI, la nostra seconda azienda per capitalizzazione, ha lo stesso valore di Deutsche Boerse, la numero 42 in Germania.
Il confronto con la Francia ci va un po’ meglio, Christian Dior (numero 7 in Francia) ha lo stesso valore di Enel. Orange (numero 22) equivale a ENI.
Con gli USA non c’è rapporto, ma se proprio vogliamo sforzarci, Enel equivale a Morgan Stanley che occupa la posizione numero 120 in America. Onestamente non cerchiamo nemmeno quale posizione occupa la nostra numero 2 negli Stati Uniti, potremmo non venirne a capo.
Questo è il motivo per cui il nostro FTSE MIB vale meno, molto meno, del DAX, del CAC, dell’S&P, del DOW Jones e anche dell’IBEX Spagnolo. Questo è anche il motivo per cui sulle nostre pagine si legge molto di più su aziende straniere che nostrane.
FTSE Italia Mid Cap
Dopo aver riportato la lista completa delle aziende che compongono il FTSE MIB alla data odierna e, soprattutto, dopo aver capito quanto valiamo a livello finanziario, passiamo al secondo indice in termini di importanza in Italia, cioè il FTSE Italia Mid Cap.
Come dice il nome stesso ci sono le aziende che, in Italia, vengono considerate a media capitalizzazione, anche se le prime della lista superano tante ultime del FTSE MIB. Questo è dovuto al fatto che per essere nell’indice principale non basta solo la capitalizzazione ma bisogna avere determinati volumi giornalieri di scambio, sia di numero di azioni che di liquidità.
Ecco quindi una breve lista dei titoli con maggiore capitalizzazione.
Pos.
Azienda
Capitaliz. (miliardi di €)
1
UnipolSai
5,8
2
Acea
3,7
3
Iren
2,9
4
Reply
2,9
5
Brembo
2,9
6
ERG
2,8
7
De Longhi
2,8
8
ASTM
2,7
9
Salvatore Ferragamo
2,4
10
IMA
2,3
11
ENAV
2,2
12
Brunello Cucinelli
1,9
13
Mediaset
1,8
14
TechnoGym
1,5
15
BPER Banca
1,3
I primi 15 componenti per capitalizzazione dell’indice FTSE Italia Mid Cap
FTSE Italia Small Cap
Anche qui il nome è abbastanza parlante: si tratta dell’indice che include l’ultima fascia, cioè le matricole, le aziende con una capitalizzazione bassa.
Spesso ci si può imbattere in qualche stella che presto sarà nel FTSE MIB, molto più spesso le aziende in questo indice non hanno avuto la forza di fare il grande salto.
Non mancano comunque nomi importanti anche nelle Small Cap, con capitalizzazioni anche importanti ma che non sono abbastanza liquidi, non hanno abbastanza quote pubbliche o non fanno abbastanza volumi per stare negli indici maggiori.
Ecco qualche brand molto conosciuto:
Astaldi
Beghelli
Bialetti
Brioschi
ePrice
Gabetti
Geox
il Sole 24 Ore
Lazio calcio
Pininfarina
Piquadro
AS Roma
Tiscali
Unieuro
Zucchi
Una selezione di aziende dell’indice FTSE Italia Small Cap
FTSE Italia All-Share
Questo è l’index gran totale, infatti tutte le aziende che si trovano negli indici FTSE MIB, FTSE Italia Mid Cap e FTSE Italia Small Cap poi fanno la somma in questo indice.
Quindi, se voleste vedere la lista dei titoli ordinati per capitalizzazione, anziché guardare i singoli indici, bisognerebbe guardare l’All-Share.
FTSE Italia STAR
STAR sta per Segmento Titoli con Alti Requisiti. I requisiti di cui si parla sono trasparenza, liquidità del titolo e, in ultimo, corporate governance.
Alcuni titoli presenti in questo segmento sono anche negli altri già visti, come per esempio Amplifon, che svetta per maggior capitalizzazione e che è già incluso nel FTSE MIB.
FTSE AIM Italia
Si tratta di uno degli ultimi arrivati nella famiglia degli indici italiani e contiene tutte le aziende del mid e dello small cap con un forte potenziale di crescita.
Quindi, se amate cercare la futura Netflix è in questo indice che bisognerà guardare.
FTSE Italia Brands
Il FTSE Italia Brands è proprio il più giovane essendo stato creato nel 2017.
Contiene tutti i titoli che hanno un brand appetibile e globalmente riconosciuto. Degli esempi?
Ferrari
Juventus
Brembo
Brunello Cuccinelli
Campari
Moncler
Piaggio
Autogrill
Tod’s
ecc
Indici Settoriali di Borsa Italiana
Inoltre, per chi volesse concentrarsi solo in determinati settori, ci sono degli indici settoriali che coprono praticamente tutte le azioni presenti a Piazza Affari.
Questa la lista degli indici settoriali italiani:
Ftse Italia Oil & Gas Producers
Ftse Italia Oil Equipment, Services & Distribution
Ftse Italia Chemicals
Ftse Italia Industrial Metals & Mining
Ftse Italia Construction & Materials
Ftse Italia Aerospace & Defense
Ftse Italia General Industrials
Ftse Italia Electronic & Electrical Equipment
Ftse Italia Industrial Engineering
Ftse Italia Industrial Transportation
Ftse Italia Support Services
Ftse Italia Automobiles & Parts
Ftse Italia Beverages
Ftse Italia Food Producers
Ftse Italia Household Goods & Home Construction
Ftse Italia Leisure Goods
Ftse Italia Personal Goods
Ftse Italia Health Care Equipment & Services
Ftse Italia Pharmaceuticals & Biotechnology
Ftse Italia Food & Drug Retailers
Ftse Italia General Retailers
Ftse Italia Media
Ftse Italia Travel & Leisure
Ftse Italia Fixed Line Telecommunications
Ftse Italia Mobile Telecommunications
Ftse Italia Electricity
Ftse Italia Gas, Water & Multiutilities
Ftse Italia Banks
Ftse Italia Nonlife Insurance
Ftse Italia Life Insurance
Ftse Italia Real Estate Investment & Services
Ftse Italia Real Estate Investment Trusts
Ftse Italia Financial Services
Ftse Italia Software & Computer Services
Ftse Italia Technology Hardware & Equipment
Come potete vedere gli indici settoriali sono veramente tanti e coprono veramente di tutto.
Come investire sugli indici italiani
Prima di passare all’analisi degli indici principali (in questa fase non analizzeremo gli indici settoriali, sia per una questione di numerosità, sia perché già il nome è auto esplicativo), capiamo come fare trading sugli indici di Borsa Italiana.
Lo strumento migliore è certamente l’ETF e ce ne sono vari che replicano l’andamento di ognuno degli indici.
Per esempio:
FTSE Italia Mid Cap:
iShares FTSE Italia Mid-Small Cap
Lyxor FTSE Italia Mid Cap TRN-ucits
FTSE Italia Small Cap:
Lyxor MSCI EMU Small Cap DR UCITS
MSCI EMU Small Cap TRN-ucits -IS
In alternativa si può investire sugli indici anche attraverso i CFD, per esempio, sul FTSE MIB c’è ITALY FTSEMIB – XFTSEMIBCFD.
Non si può considerare il settore dell’energia come un’unica entità, perché il termine “energia” copre molti terreni, dalle trivelle petrolifere alle aziende elettriche. Ma se si scava e si osservano i componenti del settore energetico, si trovano opportunità di investimento per qualsiasi tipo di investitore azionario. Ecco un primo passo per capire meglio il settore dell’energia, compresa una breve lista di alcune azioni del settore energetico che potreste voler guardare oggi.
Il settore dell’energia in dettaglio
L’espressione “energia” è spesso usata per riferirsi al petrolio, che è stato a lungo una delle più importanti risorse energetiche globali. Tuttavia, non è l’unica fonte di energia al mondo e il petrolio non è l’unico investimento energetico che si dovrebbe considerare. Ma iniziamo da lì e poi passiamo ad altri modi per giocare al settore energetico in senso lato.
Trivellazioni di petrolio e gas naturale (upstream)
Per ottenere petrolio e gas naturale in genere è necessario praticare un foro e pompare i combustibili dal terreno. La notevole eccezione è rappresentata dalle sabbie bituminose, come quelle che si trovano in Canada, che vengono estratte e poi lavorate per separare il petrolio dalla terra che è stata scavata. Le sabbie bituminose sono definite upstream nell’industria petrolifera e del gas.
Ci sono molte aziende che si concentrano solo sulla ricerca del petrolio e sull’estrazione. E c’è una grande varietà anche all’interno di questo spazio, in quanto comprende aziende molto piccole disposte ad assumersi rischi materiali (spesso chiamati wildcatters) fino alle grandi multinazionali come la Royal Dutch Shell (piuttosto che la nostra ENI) che sono gestite in modo più conservativo.
La produzione, o la quantità di petrolio e gas che un’azienda sta tirando fuori dal terreno, è uno dei fattori più importanti da esaminare. Una produzione costante o in crescita dovrebbe essere la preferenza nella maggior parte dei casi. La produzione deve essere confrontata con le riserve, o quanto petrolio e gas è ancora nel terreno da estrarre. Una società che non trova nuovo petrolio e gas per sostituire quello che sta producendo, attraverso la spesa per l’esplorazione e lo sviluppo, si preparerà per un futuro buio.
In tutto questo è importante anche il prezzo del petrolio e del gas naturale a cui un perforatore può trarre profitto. Il petrolio e il gas sono materie prime che attraversano alti e bassi spesso volatili (ne abbiamo già parlato a causa del prezzo del petrolio sotto zero), causando picchi e cali nelle linee di punta dei produttori di petrolio e gas. I prezzi delle materie prime sono vitali, anche se c’è poco che una società possa fare per controllarli. È un problema se i costi di produzione di un’azienda sono più alti di quelli che può ottenere per il petrolio che produce.
Per esempio, quando i prezzi del petrolio hanno sfondato quota 50 dollari al barile a metà del 2014, molte trivelle petrolifere stavano iniziando a scrivere i bilanci in rosso e negli anni a venire tante piccole realtà, molto esposte sul fronte debito, hanno chiuso battenti. Le grandi multinazionali stesse hanno dovuto ottimizzare i processi per migliorare il prezzo di produzione.
A volte chiamato prezzo di pareggio, la chiave è che i prezzi delle materie prime del petrolio e del gas sono abbastanza alti da coprire sia i costi di perforazione che quelli di esplorazione. Per le aziende che pagano un dividendo, dovrebbero essere coperte anche le distribuzioni agli azionisti.
Condotte e lavorazione (midstream)
Una volta che il petrolio e il gas naturale vengono estratti dal terreno, devono essere spostati dal pozzo al luogo in cui vengono utilizzati e trasformati dal loro stato grezzo (petrolio greggio, per esempio) in uno utilizzabile (benzina e carburante per jet). È qui che entra in gioco il settore midstream. Questa è la parte iniziale del segmento downstream dell’industria petrolifera e del gas. Le aziende di questo settore sono spesso strutturate come società in accomandita semplice, con contratti a lungo termine a pagamento per l’utilizzo di oleodotti e impianti di lavorazione utilizzati per sostenere le distribuzioni ai detentori di quote. Un esempio di una grande partnership midstream è il gigante dell’industria Enterprise Products Partners LP. Tuttavia, ci sono molte aziende regolari che operano anche nel settore midstream, tra cui anche Kinder Morgan, Inc.
Alcuni fattori chiave da esaminare nel settore midstream sono le dimensioni e la portata di una società (le società più grandi possono avere vantaggi di scala), la percentuale del suo business che è basata su commissioni (in contrapposizione ai ricavi legati alla volatilità dei prezzi delle materie prime) e, per quelle società che pagano dividendi, la copertura della distribuzione. Poiché qui le aziende crescono generalmente espandendo la loro raccolta di beni, che può includere costruzioni e acquisizioni a terra, vorrete anche tenere d’occhio i piani di spesa in conto capitale.
La leva finanziaria e le emissioni di azioni sono ulteriori fattori da tenere d’occhio, dato che molte società midstream trasferiscono una parte significativa del loro flusso di cassa agli azionisti tramite distribuzioni e dividendi. Le vendite di quote possono diluire gli attuali detentori di quote e, se il rendimento è significativo al momento della vendita, aumentare il costo del capitale. Il debito, nel frattempo, può essere uno strumento utile, ma può anche aumentare il rischio se la leva finanziaria diventa eccessiva.
Prodotti chimici e raffinazione (downstream)
C’è un po’ di sovrapposizione a questo punto, mentre ci spostiamo più a valle. Molte aziende midstream possiedono tubi e impianti di lavorazione, guadagnando denaro per spostare petrolio e gas naturale e trasformando questi prodotti in materie prime più utilizzabili. Tuttavia, ci sono alcune aziende, come la nostra Saras, che si concentrano principalmente sul lato della lavorazione nello spazio a valle.
I fattori chiave da tenere d’occhio sono la produzione, o la quantità di petrolio e gas in lavorazione, e i margini.
A differenza delle società midstream che di solito applicano tariffe per l’utilizzo dei loro beni, che spesso includono gli impianti di lavorazione, i raffinatori in genere guadagnano sulla differenza, o sullo spread, tra il costo di acquisto e di lavorazione del petrolio e del gas naturale e i prezzi di mercato dei prodotti creati. I prodotti chimici speciali tendono ad avere margini più ampi rispetto ai materiali di base come la benzina. Anche la scomposizione dei prodotti che vengono realizzati dovrebbe essere un aspetto a cui prestare attenzione, dato che molti raffinatori producono sia prodotti di base che prodotti speciali. Detto questo, i prezzi su entrambi i lati del business possono essere volatili, portando a grandi oscillazioni nella redditività.
Inoltre, i raffinatori hanno spesso rapporti con i luoghi in cui vengono venduti i prodotti, in particolare con le stazioni di servizio. Questi possono consistere in accordi di fornitura silenziosi, nell’uso del nome di un raffinatore sulla stazione di servizio o nella proprietà totale delle stazioni di servizio.
Aziende energetiche integrate
Così abbiamo tolto petrolio e gas naturale dal terreno, lo abbiamo spostato nei siti di lavorazione, lo abbiamo lavorato e lo abbiamo venduto. Ci sono aziende che si concentrano su ogni fase del processo, ma ci sono anche aziende energetiche che fanno tutto sotto lo stesso tetto, come il gigante dell’energia integrata ExxonMobil Corporation. Il vantaggio del modello integrato è la scala e la diversificazione. Ad esempio, quando i prezzi del petrolio sono in calo, il settore della raffinazione beneficerà probabilmente dei bassi costi dei fattori produttivi. Questo aiuta a pareggiare le prestazioni delle aziende del settore dell’energia integrata.
Tutti i fattori che hanno un impatto sulle società di trivellazione, di oleodotti e di lavorazione/raffinazione saranno importanti da tenere d’occhio presso le compagnie petrolifere integrate. Detto questo, in questa sede si vorrà tenere d’occhio i guasti effettivi all’interno di ogni azienda. Alcune hanno più esposizione alle operazioni upstream e altre hanno più esposizione alle operazioni downstream. Ma assicuratevi di monitorare la produzione, le riserve e i piani di spesa in conto capitale. Anche i punti di pareggio sono importanti, anche se spesso queste gigantesche società internazionali hanno abbastanza forza finanziaria da utilizzare il debito per aiutarle a superare i periodi di bassi prezzi del petrolio e del gas naturale.
È interessante notare che sono le aziende energetiche integrate dove stiamo iniziando a vedere una convergenza tra il lato del petrolio e del gas naturale dell’industria energetica e il lato elettrico, un’altra importante componente del quadro generale dell’energia. Ad esempio, la francese Total SA ha recentemente accettato di acquistare un’azienda elettrica e di gas naturale, mentre sta perseguendo l’obiettivo di diversificare il proprio business al di là del petrolio.
Curioso anche il caso di ERG, azienda ligure che ha convertito praticamente tutta la linea da produzione “sporca” (petrolio) a green energy (eolico).
Utility per l’elettricità e il gas naturale
Il petrolio e il gas naturale non coprono l’intero spettro dell’energia che usiamo e consumiamo ogni giorno per un lungo periodo. Sono importanti, ma svegliarsi con l’acqua calda, una casa riscaldata e l’illuminazione (per non parlare di tutti i gadget elettronici completamente alimentati che usiamo) è legato alla vostra azienda elettrica locale.
Di solito queste aziende ricevono un monopolio per la produzione e la fornitura di energia elettrica in una regione specifica in cambio dell’approvazione delle tariffe che i clienti pagano da parte delle autorità di regolamentazione. Detto questo, ci sono anche produttori di energia non regolamentati, a volte chiamati produttori di energia indipendenti, che vendono elettricità alle utility in base alla domanda e all’offerta o con contratti a lungo termine. E ci sono aziende che possiedono solo i beni di trasmissione che vengono utilizzati per spostare l’elettricità in tutto il paese (di solito a un prezzo fisso), senza alcuna esposizione alle centrali elettriche.
Ci sono anche utility che non si concentrano sull’elettricità, ma sulla fornitura di gas naturale. Le utility del gas naturale operano secondo lo stesso modello di base delle utility elettriche, dove viene concesso un monopolio in cambio di una regolamentazione. Come per le società integrate di petrolio e gas naturale, tuttavia, ci sono grandi e diversificate utility che fanno tutto questo, come l’americana Duke Energy, che possiede utility elettriche, utility a gas naturale e asset energetici indipendenti (in gran parte rinnovabili).
Un fattore chiave da considerare per i produttori di energia elettrica è la loro fonte di combustibile. L’elettricità è stata storicamente generata dalla combustione di carbone, gas naturale e persino petrolio. Questi sono combustibili a base di carbonio che tendono ad essere relativamente sporchi (il gas è il più pulito del gruppo). Tuttavia, l’elettricità viene generata anche attraverso le centrali nucleari (solo all’estero), sfruttando i raggi del sole (solare), utilizzando il vento (turbine eoliche) e l’acqua che scorre attraverso i fiumi (idroelettrica). Questi ultimi tre sono una componente sempre più importante della rete elettrica, poiché il mondo cerca di concentrarsi su opzioni energetiche più pulite. In questo caso si vorrà prestare attenzione al mix, dato che la produzione si sposta sempre più verso opzioni più pulite. Le aziende con un’esposizione significativa ai combustibili tradizionali potrebbero trovarsi in una posizione di svantaggio sul mercato azionario e, forse, con i loro regolatori.
I servizi pubblici regolamentati stanno passando a opzioni energetiche più pulite da molti anni. Il più grande cambiamento degli ultimi tempi è stato il passaggio dal carbone al gas naturale, che molti considerano un combustibile di transizione tra oggi e un momento in cui l’energia rinnovabile contribuisce maggiormente alla rete elettrica. Questo cambiamento incide su un aspetto importante dello spazio di utilità regolato: Le tariffe vengono generalmente approvate in base alla spesa di una utility. Quindi la costruzione di nuovi impianti di generazione e di linee elettriche e l’aggiornamento di quelli esistenti aumentano le probabilità che un’azienda di servizi pubblici ottenga l’approvazione delle tariffe. In altre parole, in questo caso è necessario prestare attenzione ai piani di spesa in conto capitale. Anche i rapporti con le autorità di regolamentazione sono importanti, con rapporti di regolamentazione in alcune regioni più costruttivi che in altre.
L’esecuzione di grandi progetti è un’altra area su cui concentrarsi, poiché la costruzione di centrali elettriche può costare somme enormi e richiedere molti anni. I problemi possono essere materiali. Ad esempio, SCANA Corporation è stata in passato costretta a interrompere la costruzione di una centrale nucleare nel bel mezzo del progetto quando il suo appaltatore è fallito. L’azienda si trova ad affrontare un notevole contraccolpo normativo e di clienti, oltre a un notevole impatto finanziario materiale derivante da questa decisione, fino alla cessione dell’azienda a Dominion Energy nel 2019, perché gravata dai debiti.
Con i generatori di energia elettrica non regolamentati, nel frattempo, si vorrà prestare attenzione al modo in cui vendono l’energia. I contratti a lungo termine garantiranno la massima stabilità, ma operare sul mercato dell’energia elettrica in loco può portare a profitti sovradimensionati nei periodi di picco della domanda. Purtroppo, i prezzi dell’elettricità sul mercato spot sono stati relativamente bassi per molti anni, al di fuori di brevi picchi, rendendo più difficile per queste aziende ottenere profitti. Detto questo, c’è un cambiamento in atto anche qui, con la generazione di energia rinnovabile che sposta le opzioni del carbonio. I generatori di energia elettrica non regolamentati con una produzione di materiali a base di carbonio potrebbero finire con beni che hanno poco valore, dato che i clienti richiedono opzioni di energia più pulite.
Scorte minerarie
Il carbone e l’uranio utilizzato nelle centrali nucleari vengono estratti dal terreno. E alcune delle società che estraggono questi materiali hanno sempre più spostato i loro modelli di business insieme ai loro clienti delle utilities. Per esempio, la “vecchia” CONSOL Energy ha iniziato a dismettere i propri asset di carbone (che è stato il cuore del business per oltre 100 anni), mentre iniziava a trivellare per il gas naturale. Alla fine si è divisa, con il business del carbone che ha preso il nome di CONSOL e il business del gas che si è rinominato CNX Resources Corporation (NYSE:CNX).
Il punto qui è che solo perché una società non è tecnicamente nel settore energetico non significa che il settore energetico non sia un’area importante da monitorare. Come altro esempio, uno squilibrio della domanda di offerta nel mercato dell’uranio sta portando il caos alla Cameco Corp (NYSE:CCJ), la maggior produttrice al mondo di questo materiale, poiché i bassi prezzi delle materie prime rendono sempre più difficile trasformare un profitto. Ciò è in parte dovuto alla sovrapproduzione del settore minerario, ma anche alla domanda da parte dei clienti dei servizi pubblici. La domanda di energia nucleare è diminuita dopo il disastro della centrale nucleare di Fukushima in Giappone, anche se le tendenze a lungo termine delle costruzioni in luoghi come la Cina e l’India suggeriscono che si riprenderà in futuro.
Se torniamo al petrolio e al gas naturale per un secondo, si vorrà anche monitorare l’impatto che i prezzi dell’energia hanno nello spazio dei servizi di perforazione. Aziende come Helmerich & Payne (NYSE:HP) costruiscono, affittano e gestiscono impianti di trivellazione. Quando i prezzi del petrolio diminuiscono, anche la domanda di prodotti e servizi di questa società tende a diminuire.
Alla fine, l’energia è un termine incredibilmente ampio per un settore che tocca un’enorme porzione della nostra vita quotidiana e ampie fasce del mondo degli affari.
Le grandi tendenze energetiche oggi
Detto questo, è necessario tenersi al passo con l’industria dell’energia che cambia nel tempo. Anche se ogni industria cambia con il passare del tempo, c’è un grande cambiamento in corso in questo momento nello spazio energetico. Ecco alcune delle questioni chiave da monitorare.
Muoversi verso l’energia pulita
A questo punto, non dovreste più avere dubbi sulla più grande tendenza dell’industria energetica: uno spostamento verso carburanti più puliti. Per le aziende impegnate nel settore del petrolio e del gas naturale, questo è potenzialmente un problema molto grande. Ciò che vendono è, di fatto, reso obsoleto. È un po’ un’iperbole, però, perché il mondo è lontano decenni dal giorno in cui non ha più bisogno di petrolio e gas naturale.
Dove l’impatto è stato più significativo è stato nell’industria mineraria del carbone, poiché le centrali a carbone hanno perso quote materiali della rete elettrica statunitense. È probabile che l’energia a carbone sarà relativamente debole anche a livello globale, dato che i paesi di tutto il mondo si orientano sempre più verso fonti di combustibile più pulite.
Detto questo, il gas naturale ha in realtà visto un netto beneficio dall’allontanamento dal carbone, anche se è un combustibile a base di carbonio. Questo perché il gas naturale brucia in modo più pulito rispetto al carbone e le opzioni di energia rinnovabile non sono ancora abbastanza consistenti da compensare il declino del carbone. Questo ha lasciato che il gas naturale raccogliesse gran parte della quota di carbone nella rete elettrica durante la transizione verso le fonti di energia rinnovabile. Questo aiuta a spiegare perché alcune delle più grandi aziende energetiche integrate si concentrano sempre più sul gas naturale e, nello specifico, sul gas naturale liquefatto (GNL) (l’unico modo per trasportare il combustibile attraverso gli oceani o verso luoghi che i gasdotti non raggiungono).
Produzione di energia elettrica
La questione a più lungo termine in tutto questo è la rapida crescita dell’energia rinnovabile. Si parte da una base incredibilmente piccola, quindi la crescita non sarà sempre così robusta come lo è oggi. Ma questi sono ancora i primi giorni della transizione, permettendo alle aziende che arrivano in anticipo un’enorme pista libera per crescere. Si può investire in questo spazio in diversi modi, dalle utility diversificate come NextEra Energy, che ottiene quasi la metà dei suoi ricavi da energia rinnovabile, o con aziende come Brookfield Renewable Partners LP (NYSE:BEP) , che è strettamente focalizzata sull’energia rinnovabile. Si noti che il core business di Brookfield è costituito da centrali idroelettriche ben consolidate, ma è probabile che l’espansione della partnership si estenda sempre più nello spazio solare ed eolico.
Inoltre c’è anche la già citata ERG, azienda tutta italiana, con una relativa piccola capitalizzazione e che ha tanto da correre.
Conservazione e stoccaggio
Lo spostamento verso le energie rinnovabili è più profondo di un semplice spostamento dai combustibili al carbonio (tocca anche il lato del consumo dell’equazione). Per esempio, lo spostamento verso le automobili elettriche e i camion spinti da aziende come Tesla (NASDAQ:TSLA). Anche i miglioramenti dell’efficienza sono un aspetto notevole del cambiamento, come dimostrano le lampadine a incandescenza che lasciano il posto a lampadine fluorescenti più efficienti, che lasciano il posto a lampadine a LED ancora più efficienti. Infatti, uno degli obiettivi primari del gigante industriale Eaton Corp. (NYSE:ETN) è quello di aiutare i clienti a fare un uso migliore dell’energia. E anche se non produce lampadine, ora fa un uso pesante di lampadine a LED nei suoi progetti di illuminazione su larga scala (pensiamo all’illuminazione degli stadi sportivi), e recentemente ha creato una divisione per servire i produttori di auto elettriche.
Quindi, mentre si pensa all’industria dell’energia, si dovrebbe pensare a cosa succede dopo che l’energia viene generata. Ciò significa consumo, come già detto, ma anche il fatto che il petrolio, il gas naturale e la benzina sono facili da immagazzinare. È molto più difficile immagazzinare l’elettricità. Ma oggi aziende come Tesla o la global utility AES Corporation (NYSE:AES) stanno cercando di creare batterie in grado di immagazzinare energia rispettivamente a livello domestico e di utility.
Energia solare sul tetto
Un’altra questione chiave da monitorare è la tendenza sempre più evidente di chi produce il proprio potere energetico. Ciò significa in gran parte mettere pannelli solari sopra le case. Il costo dei pannelli solari è diminuito, mentre la loro efficienza è aumentata a causa dell’intensa concorrenza e dei rapidi progressi tecnologici. Questo ha reso difficile per i produttori di pannelli ottenere una redditività duratura.
Gli installatori di pannelli solari sono stati in grado di capitalizzare su queste tendenze, tuttavia, poiché il costo per mettere i pannelli solari su un tetto sta diminuendo insieme ai prezzi dei pannelli solari. Ogni nuova installazione di pannelli solari, nel frattempo, significa potenzialmente una minore domanda per l’utenza locale. A peggiorare le cose, in alcuni casi, le utility sono costrette ad acquistare energia extra dai clienti a tassi più alti del costo di generazione dell’utility. Questo è noto come generazione distribuita. Anche se oggi è un problema relativamente piccolo su scala globale, è qualcosa che gli investitori vorranno tenere d’occhio a lungo termine.
I migliori titoli energetici da considerare
Vale la pena di investire nello spazio dell’energia? La risposta è sì, ma è necessario considerare attentamente quali sono i titoli più adatti al proprio portafoglio. L’industria dell’energia comprende un’enorme collezione di aziende e quasi ogni investitore dovrebbe essere in grado di trovare qualcosa di proprio gradimento nello spazio.
Nome
Capitalizzazione
Sotto insieme di energia
ENI
29,25 mlrd
Energia integrata
Total
85,26 mlrd
Energia intregrata
ExxonMobil
188 mlrd
Energia integrata
Royal Dutch Shell
112 mlrd
Energia integrata
BP
62 mlrd
Petrolio
ERG
2,5 mlrd
Eolico ed energia green
Snam
13,25 mlrd
Gas Naturale
ItalGas
3,85 mlrd
Gas Naturale
Saipem
2,14 mlrd
Utility
Terna
11,15 mlrd
Energia Elettrica
Enel
61,5 mlrd
Energia Elettrica
Saras
655 milioni
Raffinazione
Cameco Corp.
4 mlrd
Uranio
Helmerich & Payne, Inc
2 mlrd
Upstream
Brookfield Renewable
12 mlrd
Energia green
Eaton Corp.
32 mlrd
Energia Elettrica
AES Corp.
8,20 mlrd
Energia Elettrica
Tesla
151 mlrd
Produttore di batterie e di auto
ConocoPhillips
46 mlrd
Upstream
Una lista di aziende europee e americane impegnate nel mondo dell’energia
La stessa diversità di opzioni di investimento vive nello spazio di trivellazione del petrolio e del gas naturale upstream. Ad esempio, la ConocoPhillips ha un’ampia portata, con operazioni in 17 paesi in tutto il mondo. Dopo aver scisso i suoi asset di raffinazione (le sue operazioni downstream), è una perforatrice pura. Inoltre, ha un costo medio di fornitura inferiore ai 35 dollari al barile. Anche se al momento il piano è per una spesa disciplinata e una riduzione del debito, l’aumento del prezzo del petrolio porterà probabilmente ad un aumento del prezzo delle azioni di questo perforatore. Gli investitori beneficeranno anche dell’obiettivo della società di restituire il 30% al 40% del flusso di cassa delle operazioni agli azionisti tramite dividendi (il rendimento è un modesto 1,6%) e riacquisti di azioni. Se si pensa che il petrolio e il gas naturale si stiano dirigendo verso l’alto, questa è una buona opzione da prendere in considerazione.
All’altra estremità dello spettro sarebbe una società come la ExxonMobil. Il rendimento si aggira attualmente intorno al 4%, con una storia di oltre 30 anni di aumento dei dividendi annuali alle spalle. Il gigante petrolifero integrato ha tra i bilanci meno sfruttati dei suoi pari e una lunga storia di gestione prudente. L’aumento dei prezzi del petrolio non ha aiutato l’azienda tanto quanto i suoi pari, tuttavia, in quanto è rimasta indietro nella crescita della produzione e i suoi rendimenti sul capitale impiegato sono scesi dai livelli leader del settore alla semplice metà del pacchetto. Sta lavorando per affrontare questi problemi, ma nel suo modo tipicamente lento e deliberato. Mentre il management lavora per trasformare la nave, gli investitori conservatori possono ottenere un rendimento decente da un’azienda che sbaglia dalla parte della sicurezza ogni volta che ne ha l’occasione.
Total, nel frattempo, sta cominciando a spingere in nuovi spazi mentre cerca di allontanarsi dalla sua storia di petrolio e gas. Anche se Total è un’azienda grande e diversificata che adotta un approccio ampiamente misurato nel settore delle utility, ciò non significa che la sua spesa sarà pari al previsto.
ETF negoziati in borsa
Non tutti, però, vogliono fare il raccoglitore di azioni. È comprensibile, e ci sono anche opzioni per gli investitori orientati all’indice. Ad esempio, se siete appassionati di azioni midstream (forse per i loro rendimenti relativamente alti), dovreste guardare l’Alerian MLP ETF (NYSEMKT:AMLP). Questo fondo quotato in borsa (ETF) segue un ampio paniere di partnership midstream e offre un rendimento impressionante dell’8%. Se siete alla ricerca di investimenti midstream sicuri, vi trovereste meglio con Enterprise Products Partners. Ma se volete possedere una collezione di azioni midstream senza dover fare molto lavoro, l’ETF MLP Alerian è un’opzione solida.
Sul lato upstream, si potrebbe acquistare l’ETF SPDR Oil & Gas Exploration & Production ETF (NYSEMKT:XOP). Questo fondo quotato in borsa è fortemente focalizzato su società di esplorazione e produzione più piccole, ma comprende anche alcuni giganti integrati e alcuni raffinatori. Se i prezzi del petrolio sono in aumento, ne dovrebbe trarre vantaggio. Ma per i tipi più conservatori che cercano di concentrarsi su società energetiche integrate come Exxon ed ENI, iShares Global Energy ETF (NYSEMKT:IXC) sarebbe più adatto. Circa il 50% delle sue attività si trova in stock globali più grandi di petrolio e gas naturale.
Sul lato delle utility, Vanguard Utilities ETF (NYSEMKT:VPU) fornisce un’ampia esposizione a questo pezzo del settore energetico. Con 74 partecipazioni, si otterrà sicuramente una diversificazione, ma non aspettatevi grandi emozioni. Detto questo, il rendimento attuale si aggira intorno al 2%, il che è modestamente allettante se si è un investitore di reddito. Anche nello spazio dei fondi negoziati in borsa ci sono molte opzioni del settore energetico da prendere in considerazione.
È tempo di tuffarsi con energia
L’energia è un’industria diversificata e in continua evoluzione. C’è qualcosa per ogni tipo di investitore se ci si prende il tempo di scavare un po’ più a fondo. Detto questo, tenete a mente le dinamiche di cambiamento dell’industria energetica mentre fate le vostre ricerche. Alcune aziende saranno meglio posizionate a lungo termine rispetto ad altre; altre stanno attuando il cambiamento; altre ancora saranno cambiate o affossate dall’innovazione.
Ogni anno, nel mese di maggio, c’è un giorno ricco di stacchi di divendo. Tipicamente è il terzo lunedì di maggio e anche quest’anno non fa differenza, benché il bottino sia magro. Sì, poiché in questa data tipicamente si registrano gli stacchi da parte delle aziende industriali, dei finanziari (banche e assicurazioni) e dei servizi, ma quest’anno, con la crisi da Covid-19, tante aziende hanno deciso di posticipare o annullare il dividendo, tenendo quanto più possibile in cassa per affrontare al meglio i tempi che verranno.
Ci sono però delle aziende che non si sono fatte influenzare e hanno comunque deciso di confermare lo stacco.
Ecco di seguito le più importanti o le più generose che il 18 maggio registreranno lo stacco, per metterlo in pagamento il 20 maggio, quindi solo 2 giorni dopo.
Azienda
Dividendo
Dividend Yield
A2A
0,0775 €
6,00%
Anima Holding
0,2050 €
6,10%
Azimut
1 €
6,70%
Buzzi Unicem
0,15 € (0,174 € la RSP)
0,93% (1,08%)
ENI*
0,43 €
5,00%
ERG
0,75 €
4,35%
Generali Assicurazioni *
0,50 €
3,90%
ItalGas
0,2560 €
5,18%
Prysmian
0,25 €
1,4%
RCS
0,03 €
4,70%
Recordati
0,52 €
1,20%
Saipem
0,01 €
0,45%
UnipolSai
0,16 €
7,40%
Una selezione di aziende che staccano il dividendo il 18 maggio 2020
* Aziende che staccano un dividendo parziale (saldo o prima tranche)
Come si può notare hanno dei ritorni molto differenti, al di là dell’importo totale del dividendo, che lascia il tempo che trova (a parità di importo investito dipende dalla % di Yield per avere il ritorno), il Dividend Yield varia tanto e si passa dal 7,4% di UnipolSai allo 0,45% di Saipem.