Snam SpA è una società con sede in Italia che si occupa della gestione dei servizi del gas naturale.
La Società è diversificata in quattro settori operativi.
Il settore Trasporti comprende il servizio di trasporto del gas, che comprende la gestione della capacità e il trasporto del gas ai punti di entrata della rete gas verso i punti di riconsegna. È proprietaria di infrastrutture di trasporto di gasdotti.
Il segmento Rigassificazione è focalizzato sulle attività di estrazione del gas naturale, la sua liquefazione per il trasporto via nave e la successiva rigassificazione.
Il segmento Stoccaggio comprende i depositi, gli impianti di trattamento del gas, gli impianti di compressione e il sistema di dispacciamento operativo.
Il segmento Distribuzione si occupa della distribuzione del gas attraverso reti di trasporto locale dai punti di consegna presso le stazioni di misura e riduzione fino ai punti di riconsegna alla rete di distribuzione del gas presso i clienti finali.
Inoltre, Snam SpA, in qualità di capogruppo, si occupa della pianificazione, della gestione, del coordinamento e del controllo del gruppo.
Non si tratta necessariamente di azioni da acquistare, ma di indicazioni hold e buy per 7 utility.
Eccole quindi, elencate una per una.
Snam
Rating hold (mantenere) per l’utility italiana Snam, responsabile della distribuzione del gas nel Bel Paese. Target price a 5,3 euro, sotto l’attuale prezzo (circa 5,47 €). Particolarmente interessante la cedola, con un rendimento, sul 2022 di circa il 5%.
Terna
Il secondo titolo è ancora italiano, si tratta di Terna, e anche in questo caso l’indicazione è Hold. Il target price è di 8,1 €, questa volta in linea con il prezzo a cui scambia attualmente. Il rendimento per la cedola, sulla previsione degli utili 2022 è del 3,9%.
Italgas
Prima di andare all’estero guardiamo l’ultima italiana tra le 7 società segnalate, cioè ItalGas. Primo Buy (comprare) di questo articolo, con target price di 7 euro, contro un prezzo attuale di 6,06 €. Il ritorno è quindi del 15,51%, a cui va sommato il rendimento della cedola che è previsto con un dividend yield del 4,8%.
Pennon
Andiamo quindi all’estero, precisamente in Gran Bretagna con Pennon. Il Rating è hold, il target price è di 1.180 pence, contro il prezzo attuale di 1.085. Il ritorno è quindi dell’8,76% a cui va aggiunto uno yield del 3,4%
Severn Trent
Rimaniamo in Gran Bretagna con un altro titolo hold. Severn Trend, secondo gli analisti di Société Générale, ha un target price di 3.113 pence, contro un prezzo attuale di 3.114. Target price quindi in linea con il prezzo e occhio sullo yield, che è del 3,3%.
United Utilities
Ultima utility britannica è United Utilities, sulla quale, però, gli analisti assegnano un giudizio Buy. Il target price è di 1.350 pence, contro il prezzo attuale di 1.119 pence, cioè con un potenziale up del 20,64%, il più alto registrato in questa lista di 7 azioni.
Particolarmente interessante anche il rendimento della cedola 2022, che è del 3,8%.
Red Electrica
Chiudiamo la lista con un’azienda spagnola, Red Electrica, la quale prende rating hold e target price a 16,6 euro, contro il prezzo attuale di 19,44. Visti i prezzi in campo più che un hold sarebbe un sell, ma ci fidiamo degli analisti di Société Générale e osserviamo come il rendimento della cedola è del 5,1%, la più alta in questa breve lista.
La finanza, si sa, guarda oltre gli eventi e cerca di posizionarsi in anticipo su quelle che saranno le tendenze del dopo. Non sfugge quindi la rotazione in atto sui portafogli a causa della guerra tra Ucraina e Russia.
Come abbiamo avuto modo di vedere, analizzando le azioni migliori e peggiori da quando è iniziato il conflitto, ci sono delle tendenze, già avviate prima dell’inizio della guerra, che stanno accelerando.
Il volo degli energetici green
Il primo effetto che si è visto è come i grandi fondi stanno ruotando il portafoglio, puntando su quelle aziende che fanno del green il loro cavallo di battaglia per il futuro. Ecco quindi che le azioni legate alla produzione dell’energia solare e a idrogeno stanno già salendo e continueranno ancora a farlo.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche tutte quelle aziende che producono, vendono o trasportano Gas Naturale Liquefatto (GNL).
Il motivo è molto semplice: con le sanzioni comminate alla Russia è probabile che nei mesi a venire il Gas e il Petrolio avranno delle fiammate di prezzo, non sopportabili dal mercato che quindi cercherà delle soluzioni alternative e meno costose.
La trasformazione era già in atto nei giorni scorsi, a causa dell’elevata inflazione che stava strozzando le industrie europee, la guerra ha solo accelerato la svolta e dato l’opportunità ai fondi di investimento di allinearsi.
Questa una lista di aziende che potrebbero trarne vantaggio:
Azienda/Azione
Settore
Nazione
Air Liquide EPA: AI
Servizi
Francia
Alerion Clean Power BIT:ARN
Rinnovabili
Italia
EDP Renewables ELI: EDPR
Eolico
Spagna
Encavis ETR: ECV
Solare
Germania
ERG BIT:ERG
Rinnovabili
Italia
ITM Power LON: ITM
Idrogeno
Regno Unito
Nordex ETR: NDX1
Eolico
Germania
Orsted CPH: ORSTED
Eolico
Danimarca
Siemens Gamesa Renewable Energy BME: SGRE
Ingegneria
Spagna
Solaria Energia y Medio Ambiente BME: SLR
Solare
Spagna
Snam BIT: SRG
Idrogeno
Italia
Vestas Wind Systems CPH: VWS
Eolico
Danimarca
Voltalia EPA:VLTSA
Rinnovabili
Francia
Aziende del settore energetico green
La stabilità dell’energia fossile
Sembra assurdo, visto quanto abbiamo appena detto nel capitolo precedente, ma anche le fonti di energia vecchio stampo, quindi gas e petrolio, non dovrebbero avere grandi problemi.
Il motivo è presto detto: vero che si sta guardando sempre più al green ma è altrettanto vero che il mercato ancora richiede l’uso di gas e petrolio e sarà così per lunghi periodi ancora.
La carenza possibile di forniture da parte della Russia è una buona notizia per il prezzo delle materie prime, che non a caso stanno vedendo i prezzi a livelli che mancavano da molti anni. Il Gas è sui massimi di sempre e il petrolio ha appena toccato i 110$ a barile.
Nei mesi a venire queste fiammate di prezzo continueranno, permettendo alle aziende che hanno nel loro core business l’energia da fossili di allinearsi al nuovo mercato e di sviluppare le tecnologie necessarie per abbracciare ampiamente il nuovo corso.
Le aziende che non avevano investimenti importanti in Russia, quindi, accolgono con favore i prezzi che lievitano, e faranno molti più margini da reinvestire in tecnologia e impianti di nuova generazione. Un esempio è ENI, il cui prezzo, negli ultimi giorni, sta arrivando a dei prezzi che non si vedevano da tempo.
Ecco una breve lista di aziende di un certo spessore, che ancora producono molto sull’energia da fossili ma che hanno la capacità di cambiare le loro attività. Una della lista è già partita, facendo cambiare il proprio nome, da Total a TotalEnergies, così da far segnare anche simbolicamente il cambio passo.
Azione / Azienda
Nazione
BP LON: BP
Gran Bretagna
ENI BIT: ENI
Italia
Shell LON: SHEL
Olanda
TotalEnergies EPA: TTE
Francia
Azioni del settore petrolifero che vivranno un cambiamento in futuro
Le armi saranno sempre più importanti
È stata necessaria una guerra, ma finalmente l’Unione Europea si è resa conto di non poter affrontare il futuro con mille eserciti differenti, muovendo le proprie armi alla rinfusa. Si è quindi aperto un tavolo per costruire un esercito comune, non solo militarmente, ma anche in termini di politica di difesa e di adeguamento degli armamenti. Inoltre, come abbiamo visto in Russia e Ucraina, in caso di conflitto vengono anche attaccate le reti informatiche e la cybersicurezza entra, a tutti gli effetti, nella politica difensiva di un Paese.
Non è un caso che la Germania, pochi giorni fa, abbia deciso di portare la propria spesa in difesa dall’1,5 al 2% del PIL. Questa è certamente una buona notizia per le aziende che fatto della difesa il loro core business, ci si aspetta che altre nazioni seguiranno l’esempio, finché non sarà la Comunità Europea a coordinare questi investimenti.
Tra le aziende da seguire in questa sezione troviamo:
Azienda / Azione
Nazione
BAE Systems LON: BA
Regno Unito
Hensoldt ETR: HAG
Germania
Leonardo BIT: LDO
Italia
Lockheed Martin NYSE: LMT
USA
Rheinmetall ETR: RHM
Germania
Thales Group EPA: HO
Francia
Azioni legate al mondo della difesa
I minerali, tra gioie e dolori
Altro mercato impattato dalla guerra è quello dei minerali, infatti la Russia è uno dei maggiori produttori ed esportatori di minerali di vario tipo. Con le sanzioni nei confronti del Paese dell’ex Unione Sovietica, diventa fondamentale andare a trovare i minerali necessari altrove.
Qui il mercato si spacca in due grandi parti: chi ha effettuato grandi investimenti in Russia negli anni scorsi ora è in forte difficoltà, invece chi ha impianti altrove sta gongolando osservando il futuro.
Puntare su aziende che hanno poco o nulla a che fare con la Russia, come per esempio:
Azienda / Azione
Nazione
Barrick Gold NYSE: GOLD
Canada
Coeur Mining NYSE: CDE
USA
First Majestic Silver TSE: FR
Canada
Harmony Gold Mining JSE: HAR
Sud Africa
Rio Tinto LON: RIO
UK/Australia
Le aziende minerarie con nessun interesse in Russia
Materiali per la ricostruzione
Per fortuna l’esercito russo sta colpendo solo in modo mirato, senza radere al suolo intere aree, quindi la ricostruzione sarà certamente più veloce e più semplice.
Ne potrebbero trarre vantaggio tutte quelle aziende che hanno nel loro core business la produzione di materiali per le costruzioni, a patto però che l’Ucraina rimanga libera e che (possibilmente) entri a far parte dell’Europa. Così non fosse, a causa delle sanzioni, sarà impossibile per le aziende europee partecipare alla fase di ricostruzione.
Alcune di queste aziende possono essere:
Azienda / Azione
Nazione
Buzzi Unicem BIT: BZU
Italia
Caterpillar NYSE: CAT
USA
Cement Roadstone Holdings LON: CRH
UK
HeidelbergCement ETR: HEI
Germania
LafargeHolcim SWX: LHN
Svizzera
Saint-Gobain EPA: SGO
Francia
Schneider Electric EPA: SU
Francia
Wienerberger VIE: WIE
Austria
Aziende del settore edile e ricostruzioni
Inoltre in Russia sono presenti 4 grandi produttori di acciai, i quali vivevano con l’esportazioni verso altri mercati. Con il blocco del loro lavoro, se ne avvantaggeranno certamente i concorrenti, anche in virtù dell’aumento dei prezzi su questi materiali che è in atto da mesi oramai. Quindi:
Aziende / Azioni
Nazione
ArcelorMittal AMS:MT
Lussemburgo
Labrador Iron Ore Royalty Corporation TSE: LIF
Canada
Reliance Steel & Aluminum NYSE: RS
USA
Steel Dynamics NASDAQ: STLD
USA
Tenaris BIT: TEN
Italia
United States Steel NYSE:X
USA
Aziende siderurgiche che approfitteranno delle difficoltà russe
Il mercato dell’idrogeno potrebbe rappresentare il vero futuro, sostituendo l’elettrico che presenta sempre più problematiche.
Se così fosse c’è un’azienda in particolare che si sta posizionando molto bene ed è Snam. Ne avevamo già parlato qualche tempo fa.
In questa direzione va l’accordo appena sottoscritto con Save, il gestore aeroportuale di Venezia, e Airbus. Il memorandum of understanding firmato prevede la promozione dell’idrogeno come vettore energetico sostenibile nel settore aeroportuale.
La cosa più interessante di tale accordo è che le tre società, insieme, potranno sviluppare tecnologie innovative basate sull’idrogeno, da testare a Venezia e rivendere, successivamente, a una platea più ampia.
La collaborazione con Airbus e Save mira ad accompagnare uno degli scali aeroportuali più importanti d’Italia, in una città simbolo del nostro Paese nel mondo, verso l’obiettivo delle zero emissioni. L’iniziativa rientra nel nostro impegno per la decarbonizzazione del settore aeroportuale ed è in linea con le progettualità che vorremmo sviluppare sul territorio nell’ambito della costituenda Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità, di cui Snam è uno dei soci fondatori.
I motivi, per i tre soggetti, sono differenti ma riconducono tutti al medesimo scopo: controllare pubblicamente gli asset strategici dello Stato.
Infatti con Autostrade si voleva portare nel recinto pubblico la più grande rete autostradale italiana; con Telecom Italia si voleva accelerare nell’opera di merge con Open Fiber (di cdp al 50%), per arrivare alla rete unica Internet nazionale; con Euronext si volevaricontrollare Borsa Italiana, in un contesto internazionale e pan-europeo, insieme ai francesi di Caisse des Dépôts et Consignations e ai belga di Euroclear.
Queste trattative sono state ereditate dal Governo Draghi, il quale non ha ancora spostato il timone e sta facendo andare le trattative con il pilota automatico.
Cosa è Cassa Depositi e Prestiti
Le tre trattative, comunque, non rappresentano i soli interessi di Cassa Depositi e Prestiti, la quale ha asset in ogni segmento strategico del Paese.
CDP è una SpA italiana di proprietà:
83% Ministero dell’economia e delle finanze
17% Fondazioni bancarie
In questa seconda categoria si notano soprattutto:
Fondazione Monte dei Paschi di Siena
Compagnia di San Paolo
Fondazione CRT
Fondazione Cariplo
Fondazione CR Verona Vicenza Belluno e Ancona
Con il 2,57% di quote ciascuna riempiono il 12,85% di quote, lasciando fuori poco più del 5% che va ad altre decine di fondazioni.
Benché se ne senta parlare insistentemente solo da pochi anni, l’istituzione fa risalire le proprie origini al 1850 quando si chiamava Cassa Piemontese ed era di proprietà dell’allora Regno di Sardegna.
La struttura di CDP
Tra gli obiettivi principali di Cassa Depositi e Prestiti c’è quella di mantenere partecipazioni nel capitale delle medie e grandi imprese nazionali, profittevoli e ritenute strategiche per lo sviluppo del Paese.
Per fare ciò CDP ha una struttura suddivisa in segmenti ben specifici:
Le Partecipazioni quotate di Cassa Depositi e Prestiti
Le partecipazioni totali sono decine, ma quelle che ci interessano particolarmente, per il nostro articolo, sono quelle quotate in borsa.
Eccole quindi le partecipazioni di Cassa Depositi e Prestiti con i relativi valori.
Azienda / Azione
Quota
Valore quota
BF BIT: BFG
18,83%
122 mln di €
Eni BIT: ENI
25,96%
9,5 mlrd di €
Fincantieri BIT: FCT
71,32%
800 mln di €
Italgas BIT: IG
26,04%
1,15 mlrd di €
Poste Italiane BIT: PST
35%
4,94 mlrd di €
Saipem BIT: SPM
12,55%
280 mln di €
Snam BIT: SRG
31,35%
4,95 mlrd di €
Telecom Italia BIT: TIT
9,891%
947 mln di €
Terna BIT: TRN
29,85%
3,71 mlrd di €
Trevi Finanziaria Industriale BIT: TFI
25,67%
48 mln di €
Webuild BIT: WBD
18,68%
312 mln di €
Partecipazioni di CDP
ENI (BIT:ENI)
Iniziamo l’analisi da ENI, la società fondata da Enrico Mattei come Ente Nazionale Idrocarburi. Si tratta della quotata più importante per Cassa Depositi e Prestiti. Non stiamo qui a spiegare cosa faccia ENI, pensiamo sia chiaro a tutti che si occupa di energia e di petrolio/gas.
Quello che andiamo ad analizzare è invece il profilo societario della società, con particolare attenzione agli azionisti principali:
CDP S.p.A. – 25,96%
Ministero dell’economia e delle finanze – 4,37%
Norges Bank – 1,425%
Come possiamo vedere dalla lista delle aziende più rilevanti, CDP è affiancata dal Ministero dell’economia e finanza con una quota totale pubblica del 30,33%.
Snam (BIT: SRG)
Seconda azienda in quanto a peso specifico nel valore della quota è Snam (Società Nazionale Metanodotti). Si tratta di un’azienda attiva nel trasporto, rigassificazione e stoccaggio del metano.
Nata come ramo di ENI, l’azienda ha raggiunto un’autonomia durante gli anni e oggi è di proprietà di CDP reti. Questa la lista degli shareholders:
Come possiamo vedere ENI ha liquidato tutte le posizioni nella società ma CDP Reti possiede circa un terzo del capitale, considerando anche la quota di Banca d’Italia la quota pubblica diventa quindi del 32,37%.
Poste Italiane (BIT: PST)
La società di delivery postale, Poste Italiane, è quotata da pochi anni; anche in Poste è molto forte la presenza dello Stato, non solo attraverso CDP ma anche grazie alle quote possedute dal Ministero dell’Economia e delle finanze:
Cassa Depositi e Prestiti: 35%
Ministero dell’economia e delle finanze: 29,26%
Tutti gli altri azionisti sono sotto la quota dell’1% e quindi ininfluente, lo Stato controlla quindi il 64,26% delle quote di Poste Italiane.
BF (BIT: BFG)
Dopo aver visto le prime 3 società, in ordine di valore per Cassa Depositi e Prestiti, passiamo alla lista in ordine alfabetico e la prima della lista è certamente B.F. SpA.
Il gruppo nasce intorno all’azienda Bonifiche Ferraresi S.p.A. e rappresenta la più grande azienda agricola italiana. Rispetto alle restanti aziende della lista si nota subito un’eccezione, cioè il fatto che CDP non è il socio principale, lasciando lo scettro a una fondazione bancaria, nello specifico a Fondazione Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde.
Ecco quindi la lista degli azionisti di BF SpA:
Fondazione Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde: 20,7%
CDP Equity SpA: 18,8%
Sergio Gianfranco Dompé: 14,1%
Federico Vecchioni: 12,9%
Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: 3,41%
Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri: 3,37%
Fondazione ENPAIA: 3,37%
Massimo Segre: 2,93%
Inalca SpA: 2,07%
Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici: 1,98%
In questo caso la quota in mano pubblica è rappresentata solo da quella posseduta da CDP, che rappresenta il 18,8% delle quote del capitale.
Fincantieri (BIT: FCT)
Continuando in ordine alfabetico e saltando ENI di cui abbiamo già parlato, troviamo un’altra società quotata da pochi anni, si tratta di Fincantieri, nella quale la mano pubblica conta parecchio.
Infatti, guardando la lista degli azionisti:
CDP Industria: 71,3%
Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri: 2,20%
Norges Bank Investment Management: 1,16%
The Vanguard Group: 0,72%
Dimensional Fund Advisors: 0,65%
Notiamo subito come CDP controlla non solo la maggioranza delle quote ma ha una partecipazione tale da poter controllare anche l’assemblea degli azionisti, fatto molto insolito per una public company.
Italgas (BIT: IG)
Torniamo sul settore energia e continuiamo a parlare dell’ex galassia ENI, lo facciamo con ItalGas, dove però, in questo caso, un’eredità dell’azienda di San Donato Milanese è ancora presente, non direttamente ma attraverso un’altra società dell’ex galassia:
In questo caso la mano pubblica conta, oltre alla presenza di CDP, anche la presenza di Snam, controllata, come abbiamo visto, dalla stessa Cassa Depositi e Prestiti.
Saipem (BIT: SPM)
Pensate che la mano di ENI sia terminata? Nulla di più sbagliato, infatti anche Saipem fa parte dell’ex galassia ENI, con l’eccezione data dal fatto che la società di San Donato Milanese ancora controlla Saipem.
Sommando quindi le quote in mano a ENI, controllata comunque dallo Stato, CDP e Banca d’Italia, la partecipazione pubblica arriva al 44,09%.
Telecom Italia (BIT: TIT)
Telecom per tanti anni è stata dimenticata dall’apparato governativo, ne avevamo anche parlato, ma con la scalata di Vivendi e, soprattutto, con l’idea di unire le reti di TIM e di Open Fiber, l’ISP è tornato di moda. Per questo motivo CDP è entrata nel capitale di Telecom e rischia, in caso di necessità per la rete unica, di incrementare le quote.
Anche in questo caso CDP è solo il secondo azionista, alle spalle dei francesi di Vivendi. Sommando le quote di CDP e di Banca d’Italia si arriva al 10,81% di quote capitale detenute dallo Stato.
Terna (BIT: TRN)
Se non fossimo passati a una lista alfabetica dopo il podio, con i 3,71 miliardi di euro di quota, avremmo Terna al quarto posto in quanto a valore totale della partecipazione Statale.
CDP Reti: 29,9%
Lazard Asset Management Pacific: 2,83%
The Vanguard Group: 1,73%
Norges Bank Investment: 1,71%
Pictet Asset Management: 1,69%
BlackRock Fund Advisors: 1,17%
Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri: 1,11%
Banca d’Italia: 1,02%
Anche in Terna è presente Banca d’Italia e il principale azionista è proprio CDP, sommando le due partecipazioni, la quota pubblica arriva al 30,92%.
Trevi Finanziaria Industriale (BIT: TFI)
Trevi Group si divide in due segmenti ben distinti:
Trevi
Soilmec
La prima si occupa di costruzioni di grandi opere, mentre la seconda si occupa della fornitura di sistemi di trivelle.
La partecipazione di CDP nel capitale di Trevi è modesta, si tratta infatti, in valore economico, della più piccola partecipazione tra le società quotate. Nonostante ciò, con una quota così bassa, CDP è comunque il principale azionista della società:
Come possiamo vedere, sommando le due partecipazioni di CDP, la quota sale fino al 32,7% e se aggiungiamo le quote in mano al ministero arriviamo al 37,65%.
Webuild (BIT: WBD)
Ultima della lista, in ordine alfabetico, Webuild, nata a maggio del 2020 dalle ceneri di Salini Impregilo S.p.A.
Anche qui troviamo una forte presenza dello Stato Italiano, nonostante CDP non sia il principale azionista della società:
Salini Costruttori: 44,99%
CDP Equity: 18,68%
Unicredit: 5,38%
Intesa San Paolo: 5,28%
Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza per gli Ingegneri: 1,32%
Norges Bank Investment Management: 0,99%
Partecipazioni non quotate
Ovviamente CDP non ha quote solo in società quotate, ma anche in società private, che spesso controlla direttamente. Per chi volesse approfondire, questa è la fotografia a fine 2020.
Partecipazioni totali di Cassa Depositi e Prestiti
L’annuncio del mandato consegnato nelle mani di Mario Draghi, da parte di Sergio Mattarella, farà certamente bene all’economia. I primi segnali si sono già visti, con lo spread tra BTP e Bund sceso immediatamente del 7%.
Ma quali azioni avranno un vantaggio dall’elezione di Mario Draghi?
Certamente il primo effetto si vedrà sul rendimento dei Titoli di Stato italiani, i quali saranno acquistati grazie alla fiducia che gli investitori ripongono nell’ex presidente della Banca Centrale Europea.
Inoltre con Draghi impegnato politicamente si può anche immaginare un’accelerazione verso la creazione di quei bond europei che Mario ha lasciato a metà a causa della fine del suo mandato di 8 anni nel palazzo principale dell’economia europea.
Quali azioni avranno un vantaggio dall’elezione di Draghi
Per rispondere a questa domanda bisogna guardare a tutti i capitoli aperti sul tavolo del governo. Giuseppe Conte, dimissionario, ha aperto una serie di capitoli che non sono arrivati a conclusione.
Lo spread e il debito
Il già citato calo dello spread, e in generale il calo degli interessi che l’Italia dovrà pagare agli investitori, porterà l’Italia un po’ più vicina ai costi sostenuti dalle altre nazioni per finanziarsi.
Difficile immaginare che i BTP decennali italiani vadano sottozero, ma allo stesso tempo è impensabile che lo Stato italiano continui a pagare o 0,5/0,7% di interessi sul decennale nel momento in cui Francia e Germania si trovano in negativo, la Spagna e il Portogallo vicino allo zero e anche la Grecia messa meglio di noi.
L’Italia andrà ad avvicinarsi a quelli che sono i rendimenti di Spagna e Portogallo, quindi vicini allo zero, con un notevole risparmio di denaro pubblico.
Ovviamente in questo caso a beneficiarne saranno gli investitori che possiedono buoni dello Stato italiano.
Il vantaggio per le banche
Evidentemente l’ex numero uno della Banca Centrale Europea avrà tutto l’interesse del mondo a far viaggiare meglio le banche italiane, le quali sono il tessuto dell’economia del Bel Paese. Già il calo dello spread, con l’innalzamento del valore dei BTP, porta un gran vantaggio alle banche tricolore, le quali vedranno rafforzarsi i valori patrimoniali.
Questo è particolarmente vero per quegli istituti che possiedono molto debito pubblico italiano, come Intesa Sanpaolo, oltre che quelle banche con un solido bilancio e con fondamentali in ordine, come per esempio Banco BPM.
Atlantia e la revoca delle concessioni autostradali
Partiamo dal tema che viene portato avanti sin dal crollo del Ponte di Genova del 2018. Atlantia sta litigando con Cassa Depositi e Prestiti e fino a ora è mancato l’assist del governo, troppo incauto nelle dichiarazioni e troppo fumoso nel concreto.
Difficile immaginare che Draghi possa fare inversione a U e abbandonare questo capitolo; ma è altrettanto vero che la lettera mandata dalla Commissione Europea, alla quale Draghi dovrà rispondere appena sarà eletto, dà un assist enorme per rivedere tutta l’impalcatura.
Draghi dovrebbe essere una figura istituzionale, attento ai diritti dei privati e agli accordi presi, quindi si può immaginare una rimodulazione delle tariffe, con un ingresso di Stato all’interno dell’azionariato di Autostrade per l’Italia ma la questione revoca potrebbe andare definitivamente in soffitta.
È immaginabile che il nuovo governo darà una spinta a CDP in modo da trovare un corretto prezzo per la rete autostradale, liquidando in toto o parzialmente la famiglia Benetton, ma allo stesso tempo dando una generosa liquidazione così che la stessa Atlantia, incassato il ristoro, possa investire in altri beni, principalmente all’estero.
Si può tranquillamente immaginare che Aspi andrà alla quotazione e solo dopo CDP entrerà nel capitale rilevando le quote in mano ai Benetton. In questo modo si salverebbero i piccoli investitori, i fondi esteri, si darebbe finalmente una parvenza di serietà a questa trattativa e si riporterà gran parte dell’asset in mano allo Stato, tranquillizzando l’Europa e facendo sì che arrivino dalle varie authority tutti i visti necessari.
Atlantia sarà quindi una delle aziende che ne trarrà beneficio.
Unicredit e Monte dei Paschi di Siena
Torniamo sulle banche e quindi sul secondo grande capitolo aperto sul tavolo del governo, cioè la cessione delle quote di MPS.
Lo Stato Italiano è il maggior azionista della banca senese, con una quota di oltre il 64%. La Comunità Europea ha già chiesto di decidere se nazionalizzare la banca o cedere le quote, per evitare di incorrere nella casistica di aiuti di Stato a enti privati.
Lo Stato Italiano non ha alcun interesse ad avere una banca nazionalizzata e quindi si sta procedendo con la cessione delle quote di MPS, che il governo Conte bis si è impegnato a portare a termine entro l’estate del 2021.
Siamo in fase di scadenza di quella promessa e il capitolo ancora è aperto e quasi tutto da costruire. Possiamo immaginare che il pragmatismo di Draghi, unito all’esperienza dell’ex ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, attuale presidente di Unicredit, porterà a una soluzione in tempi relativamente brevi.
Anche questo capitolo dovrebbe quindi chiudersi velocemente, ai lettori lasciamo il compito di comprendere se sarà un bene o un male per gli attori in gioco.
La rete unica e Telecom
Noi voliamo velocemente alla rete unica italiana, terzo grande capitolo aperto sul tavolo del governo.
Qui le parti in gioco sono tantissime e la risoluzione sarà tutt’altro che semplice. Giusto per fare un veloce riepilogo: TIM ha unito la propria rete con quella di Fastweb dando vita a FiberCop, dall’altro lato c’è Open Fiber, nata da un progetto di Enel con Cassa Depositi e Prestiti (50% ciascuno di quote).
L’idea originale era quella di unire le due reti per far nascere la rete unica italiana, come chiesto anche dall’Europa, così da avere certezza di connessione e provare ad abbattere il digital divide che oggi colpisce la nazione (due reti nelle principali città e nessuna connessione in territori complessi).
Cassa Depositi e Prestiti è la regista dell’operazione, avendo in mano il 50% di Open Fiber e il 9,89% di Telecom Italia.
La direzione in cui si stava procedendo era quella di unire le reti e dare a TIM la responsabilità della gestione, operazione non propriamente ammirata dall’Europa, la quale chiede che la gestione della rete sia in capo a un soggetto terzo rispetto ai rivenditori di connettività.
Enel è già in trattativa per la cessione della propria quota di Open Fiber al fondo Macquarie, inoltre, giusto per fare qualche nome, in FiberCop è presente anche il fondo KKR.
Interessati all’operazione sono anche tutti i rivenditori di connettività, con Vodafone, Iliad, Sky e Tiscali alla finestra per capire come e se inserirsi.
Compito di Draghi sarà quello di dare ascolto all’Europa creando o rafforzando qualcosa di esterno agli operatori, unendo la rete unica e portandola a funzionare in modo adeguato.
Borsa Italiana in mano a Euronext
Altro capitolo aperto da Conte e mai chiuso. LSE ha ceduto Borsa Italiana a Cassa Depositi e Prestiti, la quale l’ha fatto entrare nel perimetro della francese Euronext, acquisendo una quota importante della società transalpina.
Si tratta di un dossier un po’ fermo al palo, nonostante ci siano da fare delle nomine e bisogna cercare di contare qualcosa all’interno del board di Euronext.
Il compito di Draghi sarà quello di essere europeista e provare a forzare il ruolo dei francesi così da creare un mercato di scambio azioni paneuropeo. Draghi ha anche l’occasione d’oro di provare a far quadrare Deutsche Boerse intorno a Euronext, così da creare un vero grande mercato europeo che possa competere a livello mondiale con Nasdaq e NYSE.
Recovery Fund
Ovviamente il Next Generation EU è il capitolo più importante sul tavolo del governo e circa 300 miliardi in 6 anni sono un’occasione da non perdere per l’Italia, possono rappresentare un’occasione per tante aziende italiane.
Probabilmente Draghi porterà i capitoli verso la direzione degli investimenti a medio/lungo periodo, con la costruzione di meccanismi e di praticità che potranno essere un volano per l’Italia.
In particolare, avendo perso il treno dell’elettrico sui veicoli e avendo puntato invece su energie alternative, considerando che un grande capitolo di spesa dovrà essere appuntato per le politiche green, potrebbero trarne giovamento quelle aziende che hanno già orientato i loro investimenti verso energia pulita a base di Idrogeno o di fonti alternative.
Ben posizionate, in questo caso, vediamo Enel, ERG, Snam e forse anche ENI.
Allo stesso tempo il Recovery Fund ha capitoli sullo svecchiamento della mobilità, quindi grande attenzione a Stellantis e delle infrastrutture, quindi Buzzi Unicem.
MES e Sanità
Il MES nacque proprio in seno alla Commissione Europea e alla BCE nel momento in cui Mario Draghi guidava l’istituzione europea, difficile quindi immaginare che possa dire di no ai soldi del MES, anche perché non ha crediti o debiti politici da scontare o elettori da ingraziarsi.
Per questo motivo probabilmente l’Italia accetterà i soldi del MES e li metterà sul piatto della sanità. Ne gioveranno tutte quelle aziende italiane che in questo settore hanno il loro core business.
Tra le altre possiamo ricordare DiaSorin, Recordati, Health Italia, Amplifon e Garofalo Health Care.
Giustizia
Forse esageriamo un po’, anche perché Draghi avrà a disposizione appena due anni, ma sarebbe bello riuscisse a mettere mano anche alla giustizia, che è uno dei capitoli del Recovery Fund.
In particolar modo, in Italia, viviamo nel perenne ritardo e mancanza di garanzia della pena.
Le aziende internazionali tendono a stare lontane dall’Italia (anche) perché qualora avessero problemi legali (e tutte le aziende di un certo livello ne hanno) in Italia i tempi sono biblici, senza la garanzia che la giustizia sia dalla parte di chi ha ragione.
Una riforma della giustizia sarebbe perfetta da parte di un presidente del consiglio che si sta affacciando con la nomea di essere pragmatico e di saper affrontare di petto i problemi.
Non ci sono aziende specifiche che potrebbero trarne vantaggio, ma l’intero sistema Paese, con le aziende internazionali che tornerebbero a gradire la destinazione Italia per basare i loro interessi.
Per fare ciò va riformata la giustizia e la tassazione per le imprese.
Ieri non è stata solo la giornata di Stellantis, per quanto l’ex FCA ha assorbito le attenzioni del mercato (fusione tra FCA e PSA), ci sono state altre due aziende che hanno avuto un ruolo importante.
Si tratta di due utilities che hanno staccato un acconto sul dividendo del 2020: Snam ed Enel.
Partiamo dalla più grande, quindi da Enel, che ha staccato un acconto di 0,175 euro, con data ex dividend al 18 gennaio e pagamento al 20 gennaio. Si tratta dell’1,97% di dividend yield, in attesa del saldo che, come al solito, sarà pagato a maggio. Il dividendo totale, come da piano industriale, sarà del 70% di payout, cioè dell’utile totale del 2020.
Passando a Snam, che nell’ultimo anno si è contraddistinta per aver investito sull’idrogeno, tecnologia che potrebbe rappresentare il futuro dell’energia, le date sono le medesime, quindi ex-dividend il 18 gennaio e pagamento al 20 gennaio, ma cambia ovviamente l’ammontare del saldo che è di 0,0998 euro; saldo che rappresenta, sul prezzo di chiusura di venerdì scorso, un dividend yield del 2,18%. Anche in questo caso, l’acconto anticipa solo il saldo che verrà pagato nel mese di giugno.
Oramai lo sanno anche i sassi: il mondo sta cambiando, o almeno sta cambiando la sensibilità che l’uomo ha nei confronti del mondo. Le fonti di energia lentamente stanno passando dai combustibili fossili, i quali sono responsabili dei gas serra, ad alternative molti più pulite e rinnovabili.
Questa transizione verso l’energia pulita richiederà decenni e centinaia di miliardi di euro. Quindi, dove ci sono centinaia di miliardi di euro c’è anche opportunità per guadagnare.
La velocità di sviluppo dell’energia rinnovabile
Le energie rinnovabili crescono a un ritmo esponenziale. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), nel 2018 le rinnovabili hanno raggiunto il 25% della capacità globale di produzione di energia elettrica. L’AIE vede la capacità di generazione di energia rinnovabile crescere di un altro 50% fino al 2024 nel suo scenario di base, con una crescita ancora più rapida possibile se i governi mettono in atto le politiche e gli incentivi finanziari giusti.
E sappiamo bene che le maggiori potenze mondiali hanno messo mano al portafoglio per finanziare l’evoluzione. Soprattutto a causa (o grazie) al Covid che ha fatto arrivare fiumi di denaro pronto da essere speso.
L’AIE vede il futuro più luminoso per il solare, prevedendo che questa tecnologia alimenterà la maggior parte di tale crescita, pari a 700 gigawatt (GW) dei 1.200 GW previsti per le nuove aggiunte di capacità fino al 2024.
L’eolico terrestre dovrebbe essere il prossimo maggiore contributore a 300 GW, seguito dall’idroelettrico a più di 100 GW e dall’eolico offshore a circa 50 GW. Date queste prospettive, le aziende focalizzate sul settore solare sembrano avere le migliori prospettive di crescita nei prossimi anni.
Come trovare buoni investimenti nelle energie rinnovabili
Le aziende del settore delle energie rinnovabili che generano free cash flow e hanno bilanci solidi hanno un vantaggio competitivo rispetto ai rivali finanziariamente più deboli, in quanto hanno un maggiore accesso al capitale necessario per finanziare la crescita. Ecco perché gli investitori dovrebbero concentrare la loro attenzione sulle società di energia pulita finanziariamente forti.
Il punto è veramente questo: per finanziare gli sviluppi servono molti più capitali di quanti non ce ne siano oggi in circolazione; per questo motivo si salveranno solo le società con i fondamentali più sani ed è fondamentale l’appoggio dei governi.
Il puro potenziale di crescita del settore delle energie rinnovabili offre l’opportunità a qualsiasi azienda focalizzata sul settore di prosperare. Tuttavia, non tutti lo faranno, perché crescere, solo per il bene dell’ambiente, non arricchirà gli azionisti. Al contrario, gli investitori dovrebbero cercare aziende che destinino saggiamente il capitale a progetti di energia rinnovabile che generino interessanti ritorni sugli investimenti. Un’allocazione intelligente del capitale è essenziale per mantenere un forte profilo finanziario.
Quali sono i principali titoli delle energie rinnovabili?
Con queste caratteristiche in mente, ecco alcuni dei migliori titoli del settore delle energie rinnovabili:
Azienda
Nazione
Settore
AFC Energy
Regno Unito
Idrogeno
Air Liquide
Francia
Servizi
Air Products & Chemicals
USA
Idrogeno
ALBIOMA
Francia
Solare
Ballard Power Systems
Canada
Servizi
Bloom Energy
USA
Idrogeno
Brookfield Renewable Partners
Canada
Eolica e Solare
Canadian Solar
Canada
Solare
China Longyuan Power Group
Cina
Eolica
EDP Renewables
Spagna
Eolica
Encavis
Germania
Solare
Enphase Energy
USA
Servizi
First Solar
USA
Solare
FuelCell Energy
USA
Idrogeno
GCL-Poly Energy Holdings
Isole Cayman
Eolica
Green Plains
USA
Carburanti
Hazer Group Limited
Australia
Idrogeno
Huaneng Renewables
Cina
Eolica
Innergex Renewable Energy
Canada
Idroelettrica
ITM Power
Regno Unito
Idrogeno
JinkoSolar
Isole Cayman
Solare
NextEra Energy Partners
USA
Solare
Nikola Corporation
USA
Servizi
Nordex
Germania
Eolico
Ormat Technologies
USA
Geotermia
Orsted
Danimarca
Eolico
Plug Power
USA
Idroelettrica
Scatec Solar
Norvegia
Solare
Siemens Gamesa
Spagna
Eolico
SMA Solar Technology
Germania
Solare
Snam
Italia
Idrogeno
SolarEdge Technologies
USA
Solare
SunPower
USA
Solare
Sunrun
USA
Solare
Tesla
USA
Servizi
VERBUND
Austria
Idroelettrica
Vestas Wind Systems
Danimarca
Eolico
Xinjiang Goldwind Science & Technology
Cina
Eolico
Xinyi Solar Holdings
Isole Cayman
Solare
I componenti dell’indice Renewable Energy Industrial
Nella lista, che abbiamo cercato di fare più completa possibile, abbiamo inserito anche Tesla, produttore di autoveicoli, e Nikola, produttore di mezzi pesanti spostati con energia rinnovabile (Idrogeno ed elettrico); il motivo è molto semplice: sono due aziende che, benché si trovino nel settore dei mezzi di trasporto, stanno dando un aiuto fondamentale alle energie rinnovabili, soprattutto Tesla, che sta diventando uno dei maggiori produttori di batterie nel mondo.
Le azioni migliori sulle energie rinnovabili hanno un futuro brillante
Il settore delle energie rinnovabili rappresenta una grande opportunità per gli investitori.
Tuttavia, gli investitori devono scegliere con attenzione le azioni, poiché non tutti riusciranno a cogliere appieno questa opportunità. Due caratteristiche chiave da cercare sono un bilancio solido e un profilo di crescita focalizzato sul solare, poiché questi fattori potrebbero dare a un’azienda la possibilità di generare rendimenti più elevati.
Ne avevamo già parlato qualche giorno fa, quando avevamo scritto un articolo sull’evoluzione dell’idrogeno e su come la Comunità Europea stia spingendo in tale direzione, ci dà l’occasione la stessa Snam di parlarne di nuovo, grazie al proprio Piano di Investimenti a 4 anni.
Snam, azienda che era nell’orbita di ENI, sta per diventare una delle principali green company in Italia.
La direzione è molto chiara e risponde a un semplice nome: Neutralità carbonica al 2040, da effettuare attraverso investimenti nella green economy.
Il piano è da 7,4 miliardi di euro e punta ad avere zero emissioni entro il 2040, in linea con quanto previsto dall’accordo di Parigi sul clima.
Obiettivo da raggiungere per step, con il primo check importante nel 2030, quando l’azienda ha come obiettivo la riduzione del 50% delle emissioni realizzate nel 2018.
Ma al di là della svolta green, che certamente fa bene all’ambiente, quello che è da leggere in queste righe c’è l’opportunità economica per questa azienda.
Passata da qualche anno sotto la proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, Sman sta cercando di accaparrarsi il prossimo filone che spingerà i titoli energetici, cioè quel filone dell’idrogeno che potrebbe diventare, tra qualche anno, il vero propulsore sia per le aziende delle utilities che per i veicoli.
Snam sta cercando di ricavarsi un ruolo come terza compagnia italiana dell’energia alle spalle dei colossi ENI ed Enel e per farlo, nel piano industriale, promette anche un aumento del dividendo del 5% per i prossimi 3 anni e del 2,5% per il 2023 e 2024.
Così si esprime Marco Alverà, amministratore delegato di Snam:
Il riposizionamento dell’azienda avvenuto in questi ultimi anni e le azioni previste nel nuovo piano, anche grazie alle competenze delle nostre persone e alla sempre maggiore digitalizzazione, ci mettono nella giusta condizione per cogliere le opportunità derivanti dalla transizione energetica […] Abbiamo visibilità sulle nostre infrastrutture ‘future proof’, siamo tra i pionieri nello sviluppo dell’idrogeno e cresciamo rapidamente negli altri business che stanno rafforzando tutta la catena del valore dei gas verdi. Stiamo diventando un operatore internazionale, con un focus sulle aree del mondo più rilevanti per lo sviluppo del gas naturale in sostituzione dei combustibili più inquinanti e per la transizione energetica. Con questa strategia, abbinata alla nostra flessibilità finanziaria e all’accesso ai mercati a costi competitivi, offriamo ritorni interessanti per i nostri azionisti
L’Italia è fortemente in ritardo sul mercato dell’elettrico applicato ai mezzi di trasporto. Un treno che è passato con il totale immobilismo da parte del nostro sistema produttivo e gestionale.
C’è però un altro mercato che sta nascendo e si sta sviluppando, sul quale l’Italia, con le proprie aziende, ha molta voce in capitolo: il mercato dell’Idrogeno.
Infatti, come segnala un bell’articolo di Financia Lounge, l’elettrico ben si adatta ai trasporti leggeri, come auto o veicoli commerciali leggeri, ma non si adatta altrettanto bene per i veicoli pesanti.
I limiti dell’elettrico sui mezzi pesanti
Per spostare un TIR elettrico da 40 tonnellate servirebbe una batteria da 8 tonnellate che sposterebbe il mezzo per appena 500Km; si tratta di un peso e uno spazio occupato troppo grandi per rendere conveniente questo tipo di motricità nei mezzi pesanti.
Diventa quindi molto poco conveniente creare dei mezzi pesanti completamente elettrici, a meno che non si migliori, e di tanto, la tecnologia alla base delle batterie.
La soluzione dell’Idrogeno
In compenso c’è un altro sistema che potrebbe essere ben più adatto ai mezzi pesanti e molto poco per i mezzi leggeri, ed è l’idrogeno.
Infatti le celle a combustibile basate sull’idrogeno sono ancora troppo costose e quindi montate su un automobile porterebbe il costo di questa fuori da ogni mercato.
La logica cambia però quando parliamo di mezzi pesanti, che hanno un costo decisamente più alto e che potrebbero beneficiare, in tempi abbastanza rapidi, dei motori mossi a idrogeno.
Non è certo un mistero che i semirimorchi alimentati a idrogeno sono già in una fase piuttosto avanzata; con i primi test che dimostrano come l’energia per kg, dei motori a idrogeno, siano 3 volte superiori a quelli diesel, significa che un tir potrebbe avere un terzo della quantità di combustibile per percorrere i medesimi chilometri. Certo è anche che i serbatoi per motori a idrogeno sono molto più pesanti di quelli a diesel, poiché devono stabilizzare un gas che di sua natura è instabile.
Tralasciando i tir, ci sono sviluppi già in essere per spostare aerei, navi e treni; con soluzioni differenti tra di loro ma con tempi che non saranno brevi. Si stima che per riprogettare tutti gli aerei a idrogeno, anziché a cherosene servano tanti anni e prima del 2045 non si vedrà nessun aereo mosso dal nuovo carburante.
Maersk, principale compagnia per navi di trasporto commerciale, ha dichiarato di voler essere carbon free già nel 2050, il ché significa che dovrà avere le prime tecnologie al più tardi nel 2030.
I treni a idrogeno potrebbero essere di più veloce costruzione, ma comunque non se ne parla prima del 2030.
Idrogeno in altri ambienti
Ma l’idrogeno potrebbe essere la soluzione non soltanto per i mezzi di trasporto; infatti si stanno sviluppando soluzioni per il riscaldamento attraverso l’idrogeno.
Ovviamente, anche in questo caso, per la complessità delle operazioni e per la dimensione necessaria è complesso immaginare queste soluzioni nei normali condomini, piuttosto si può immaginare l’adozione dell’idrogeno in grandi edifici (ospedali, caserme, carceri, ecc) o in condomini veramente enormi.
Le posizioni politiche all’Idrogeno
La Comunità Europea sa benissimo di essere molto in ritardo rispetto all’America e alla Cina sull’elettrico e quindi sta spingendo per la prossima tendenza, così da farsi trovare preparata nel momento in cui l’idrogeno dovesse diventare il combustibile preferibile per aerei, treni, camion e tutti i mezzi di locomozione pesanti.
Ufficialmente l’Unione Europea vorrebbe incoraggiare lo sviluppo di soluzioni meno inquinanti rispetto ai motori a combustione; e lo sta facendo finanziando tutte le soluzioni alternative che potrebbero avere un futuro.
Le aziende con tecnologie sull’idrogeno
Arriviamo al punto che più interessa noi, cioè quelle aziende che stanno già investendo su questo mercato e che in futuro potrebbero ritrovarsi in una posizione di vantaggio.
Partiamo in modo particolare dall’Italia e dalla “nostra” Snam che crede molto sull’idrogeno, a tal punto da fare investimenti che poggiano su un flusso di denaro non indifferente. L’ultima notizia è quella dell’acquisizione del 33% di De Nora dal fondo Blackstone.
Inoltre, sempre in tema di acquisizioni che riguardano Snam c’è da sottolineare quelle di Mieci SpA ed Evolve Srl, società impegnate nella distribuzione di energia nei condomini e in edifici pubblici.
Appare evidente che se tale scommessa dovesse funzionare Snam sarà l’azienda energetica del futuro nel Bel Paese; ma il rischio è che la liquidità bruciata sia molta durante la fase di ricerca e sviluppo.
Snam appare al momento come un investimento abbastanza sicuro, essendo l’azienda di San Donato Milanese, ex ENI, attualmente di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti (31%) con uno zoccolo duro di investitori istituzionali (48%).
Al di là della “nostra” Snam (e diciamo nostra perché essendo di Cassa Deposi e Prestiti si tratta a tutti gli effetti di un’azienda in cui c’è l’interesse pubblico), però, ci sono decine di aziende in tutto il globo che stanno investendo su questa “nuova” tecnologia.
Ecco la lista di qualche azienda che sta investendo sull’idrogeno, o che è nata per farlo:
Azienda
Ticket
Nazione
AFC Energy
LON:AFC
Regno Unito
Air Liquide
EPA:AI
Francia
Air Products & Chemicals
NYSE:APD
USA
Ballard Power Systems
NASDAQ:BLDP
USA
Bloom Energy
NYSE:BE
USA
FuelCell Energy
NASDAQ:FCEL
USA
Hazer Group Limited
ASX:HZR
Australia
ITM Power
LSE:ITM
Regno Unito
Nikola Corporation
NASDAQ:NKLA
USA
Plug Power
NASDAQ:PLUG
USA
Snam
BIT:SRG
Italia
Azioni di aziende impegnate nel mercato dell’idrogeno
Pericoli dell’idrogeno
Al di là dei pericoli in sé dell’idrogeno stesso, quello che vogliamo valutare in questo articolo è la pericolosità nell’investire in azioni legate all’idrogeno.
Infatti, come ogni mercato che sta nascendo, potrebbe rappresentare una grande opportunità di investimento, ma solo a patto che le previsioni si concretizzino e l’idrogeno faccia realmente ciò che per cui lo si vuole impegnare.
Nella strada per arrivare ad avere un mercato dei mezzi di trasporto che si spostano a idrogeno, però, ci sono vari pericoli e tante variabili. In particolar modo, essendo una tecnologia ancora poco conosciuta i costi di ricerca e sviluppo per arrivare alle soluzioni finali potrebbero presentare un costo elevato, in caso di difficoltà i costi potrebbero essere poco sostenibili da parte di aziende che non presentano un ottimo stato patrimoniale.
Aziende con poca liquidità e tanto debito difficilmente ce la faranno ad arrivare a superare questi (almeno) 10 anni che ci separano dalle prime vere soluzioni, soprattutto se l’idrogeno non dovesse essere così miracoloso come ci si aspetta.
Va bene quindi investire in questo mercato, ma bisogna seguire attentamente le evoluzioni e capendo molto bene i fondamentali delle aziende interessate.
Era il 16 marzo del 2020 e il FTSE MIB, insieme a gran parte dei mercati mondiali toccava minimi che non si vedevano da anni.
In particolar modo il FTSE MIB toccava il minimo di 14.153, numero che non vedeva da agosto 2012.
Quel giorno si veniva da quattro settimane di continue discese e con l’Italia che andava in lockdown non si vedeva una via d’uscita. Solo con il senno di poi possiamo dire che quel giorno si toccò il momento più brutto, almeno sulle borse, del 2020 nel pieno dell’emergenza Covid.
Da quel 16 marzo 2020 sembra passata una vita ma in realtà siamo a soli 8 mesi di distanza. In questi 2 quadrimestri cosa è successo?
Inoltre, al di là del punto più basso, qual è la performance delle azioni da prima che il Covid diventasse una triste realtà?
Vediamo la lista delle azioni presenti nel FTSE MIB e capiamo quali azioni hanno già recuperato, quante hanno addirittura sovraperformato e quante invece ancora devono recuperare del terreno.
Da metà marzo a metà novembre (8 mesi)
Questa che segue è la performance dei titoli azionari facenti parte del FTSE MIB tra il 16 marzo 2020 e il 16 novembre 2020.
Azioni
Ticket
Performance
Amplifon
BIT:AMP
119,00%
STMicroelectronics
BIT:STM
81,03%
Fiat Chrysler Automobiles
BIT:FCA
75,59%
Prysmian
BIT:PRY
73,82%
Davide Campari
BIT:CPR
72,49%
Interpump Group
BIT:IP
64,87%
Banca Generali
BIT:BGN
63,18%
FinecoBank Banca Fineco
BIT:FBK
61,76%
DiaSorin
BIT:DIA
60,76%
Mediobanca
BIT:MB
60,04%
Banco BPM
BIT:BAMI
55,56%
Banca Mediolanum
BIT:BMED
54,29%
Moncler
BIT:MONC
49,98%
Nexi
BIT:NEXI
48,55%
Enel
BIT:ENEL
47,36%
CNH Industrial
BIT:CNHI
46,35%
Azimut Holding
BIT:AZM
45,15%
FTSE MIB (benchmark indice)
–
44,30%
Atlantia
BIT:ATL
43,47%
Ferrari
BIT:RACE
43,44%
Recordati
BIT:REC
42,91%
Buzzi Unicem
BIT:BZU
42,38%
Tenaris
VIE:TEN
36,97%
InWIT (Infrastr. Wireless Italiane)
BIT:INW
35,24%
Unipol Gruppo
BIT:UNI
33,94%
Pirelli & C.
BIT:PIRC
32,60%
Poste Italiane
BIT:PST
32,46%
Intesa Sanpaolo
BIT:ISP
31,43%
Exor
BIT:EXO
29,93%
Terna – Rete Elettrica Nazionale
BIT:TRN
29,81%
Snam
BIT:SRG
29,63%
Italgas
BIT:IG
24,24%
Assicurazioni Generali
BIT:G
23,63%
UniCredit
BIT:UCG
23,15%
Eni
BIT:ENI
22,80%
Telecom Italia
BIT:TIT
20,69%
A2A
BIT:A2A
19,42%
Leonardo
BIT:LDO
6,18%
HERA
BIT:HER
0,97%
Saipem
BIT:SPM
-1,52%
Bper Banca
BIT:BPE
-16,46%
Componenti del FTSE MIB ordinati per performance tra il 16 marzo 2020 e il 16 novembre 2020
Come si può facilmente notare la quasi totalità delle azioni ha registrato una performance invidiabile dal momento più basso del FTSE MIB.
Circa la metà delle azioni (17) hanno sovraperformato la resa dell’indice (44,30%) mentre l’altra metà (23) hanno sottoperformato.
Però ha poco senso guardare dal minimo annuale a oggi se non consideriamo come si trovavano quei titoli prima del minimo di marzo.
In particolar modo l’ultimo giorno prima del crollo dovuto al Covid si è registrato sul FTSE MIB in data 19 febbraio 2020, quando l’indice toccò il massimo di 25.271 punti.
Questa invece la performance dei titoli del FTSE MIB dal pre-Covid a oggi, dopo circa 9 mesi (3 interi trimestri).
Aziende
Ticket
Performance
DiaSorin
BIT:DIA
43,10%
Amplifon
BIT:AMP
19,67%
Interpump Group
BIT:IP
14,71%
Recordati
BIT:REC
12,17%
Davide Campari
BIT:CPR
11,64%
FinecoBank Banca Fineco
BIT:FBK
10,01%
Prysmian
BIT:PRY
6,92%
Moncler
BIT:MONC
5,23%
Ferrari
BIT:RACE
4,67%
Fiat Chrysler Automobiles
BIT:FCA
2,61%
STMicroelectronics
BIT:STM
2,27%
CNH Industrial
BIT:CNHI
0,00%
InWIT – Infrastrutture Wireless Italiane
BIT:INW
-4,51%
Enel
BIT:ENEL
-5,60%
Terna – Rete Elettrica Nazionale
BIT:TRN
-7,66%
Buzzi Unicem
BIT:BZU
-7,78%
Nexi
BIT:NEXI
-9,64%
Snam
BIT:SRG
-10,78%
Banca Generali
BIT:BGN
-12,97%
Pirelli & C.
BIT:PIRC
-13,14%
Banca Mediolanum
BIT:BMED
-13,50%
FTSE MIB Indice (benchmark)
–
-15,15%
Italgas
BIT:IG
-15,26%
Mediobanca
BIT:MB
-24,82%
Exor
BIT:EXO
-25,01%
Poste Italiane
BIT:PST
-25,20%
Assicurazioni Generali
BIT:G
-26,01%
Banco BPM
BIT:BAMI
-26,02%
Azimut Holding
BIT:AZM
-27,70%
Intesa Sanpaolo
BIT:ISP
-29,23%
HERA
BIT:HER
-30,04%
Telecom Italia
BIT:TIT
-32,69%
Unipol Gruppo
BIT:UNI
-33,27%
Tenaris
VIE:TEN
-34,85%
A2A
BIT:A2A
-35,26%
Atlantia
BIT:ATL
-36,14%
Eni
BIT:ENI
-38,41%
UniCredit
BIT:UCG
-41,26%
Saipem
BIT:SPM
-48,81%
Leonardo
BIT:LDO
-49,64%
Bper Banca
BIT:BPE
-52,69%
Performance delle azioni sul FTSE MIB da prima del Covid a metà novembre (dopo 9 mesi)
Mentre la performance del FTSE MIB dal 19 febbraio al 17 novembre è stato del -15,15%, ci sono titoli che hanno ampiamente recuperato e sono addirittura in attivo e altre azioni che invece ancora valgono la metà di quanto valevano prima della pandemia.
Appare evidente come tra i primi 4 per performance ben 3 sono legati al farmaceutico e alla salute. Interpump e Campari, che compongono la TOP 5 hanno avuto importanti cambiamenti nel periodo, con la società di beverage che è passata da un trasferimento all’estero e la società industriale che a marzo non era nel FTSE MIB, quindi beneficia della promozione.
Ben più noto l’indice EuroStoxx 50 ma non è l’unico strumento per fare un paniere delle azioni del vecchio continente. Una valida alternativa è l’indice MSCI Europa.
Cosa è l’MSCI Europa
Si tratta di un paniere di titoli azionari gestito dall’omonima società MSCI (Morgan Stanley Capital International) che include tutte le migliori azioni del vecchio continente.
Si tratta di una raccolta dei 15 mercati azionari più grandi in Europa e copre un complessivo 85% della capitalizzazione di ognuno di questi mercati.
Ciò è possibile perché, per ognuno dei 15 mercati, nel paniere finiscono le azioni a più larga capitalizzazione.
Composizione dell’indice MSCI Europa
Come già detto sono 15 i mercati che “prestano” i titoli per la composizione di questo indice, si tratta dei mercati di:
Austria
Belgio
Danimarca
Finlandia
Francia
Germania
Irlanda
Italia
Olanda
Norvegia
Portogallo
Spagna
Svezia
Svizzera
Regno Unito
Ovviamente quando si parla di titoli azionari il Regno Unito fa da padrone e compone circa un quarto dell’intero indice, seguito da Francia, Germania e Svizzera.
Il paniere ha un consistente numero di azioni, tipicamente si sfiorano i 500 titoli differenti. Nel momento in cui scriviamo, per esempio, contiamo 424 azioni differenti all’interno del paniere.
Titoli azionari all’interno dell’indice MSCI Europa
Titolo
Nazione
Peso nel paniere
NESTLE
CH
4,17%
ROCHE HOLDING PAR
CH
3,07%
NOVARTIS
CH
2,34%
SAP
DE
1,90%
ASML HOLDING
NL
1,79%
ASTRAZENECA
GB
1,71%
LVMH
FR
1,53%
NOVO NORDISK
DK
1,40%
SANOFI
FR
1,35%
SIEMENS
DE
1,19%
GLAXOSMITHKLINE
GB
1,13%
TOTAL
FR
1,02%
UNILEVER
NL
1,01%
ALLIANZ
DE
0,98%
L’OREAL
FR
0,95%
BRITISH AMERICAN TOBACCO
GB
0,91%
AIR LIQUIDE
FR
0,89%
HSBC HOLDINGS
GB
0,89%
DIAGEO
GB
0,88%
IBERDROLA
ES
0,86%
ENEL
IT
0,82%
RIO TINTO
GB
0,82%
RECKITT BENCKISER GROUP
GB
0,79%
SCHNEIDER ELECTRIC SE
FR
0,78%
BAYER
DE
0,74%
BP
GB
0,72%
ADIDAS
DE
0,72%
DEUTSCHE TELEKOM
DE
0,67%
BASF
DE
0,65%
ZURICH INSURANCE GROUP
CH
0,64%
ROYAL DUTCH SHELL CL A
GB
0,62%
KERING
FR
0,61%
LONZA GROUP
CH
0,55%
ABB LTD
CH
0,55%
BHP GROUP ORD SHS
GB
0,55%
AIRBUS
NL
0,52%
VINCI
FR
0,52%
DEUTSCHE POST
DE
0,52%
DAIMLER
DE
0,52%
PROSUS
NL
0,51%
BNP PARIBAS ACT.A
FR
0,51%
RELX
GB
0,50%
PHILIPS
NL
0,49%
AB INBEV
BE
0,49%
UBS GROUP
CH
0,49%
GIVAUDAN
CH
0,48%
DANONE
FR
0,48%
NATIONAL GRID
GB
0,44%
MUENCHENER RUECKVER
DE
0,43%
PRUDENTIAL
GB
0,43%
AXA
FR
0,43%
ESSILORLUXOTTICA
FR
0,43%
VODAFONE GROUP
GB
0,42%
LONDON STOCK EXCHANGE GROUP
GB
0,42%
VONOVIA
DE
0,42%
RICHEMONT
CH
0,41%
EXPERIAN
GB
0,41%
PERNOD RICARD
FR
0,40%
INFINEON TECHNOLOGIES
DE
0,40%
SIKA
CH
0,40%
SAFRAN
FR
0,40%
AHOLD DEL
NL
0,39%
DEUTSCHE BOERSE
DE
0,39%
ADYEN
NL
0,38%
DSV PANALPINA
DK
0,38%
INTESA SANPAOLO
IT
0,38%
ERICSSON
SE
0,37%
INDITEX
ES
0,37%
ATLAS COPCO
SE
0,37%
BANCO SANTANDER
ES
0,37%
VESTAS WIND SYSTEMS
DK
0,35%
ANGLO AMERICAN
GB
0,35%
VOLKSWAGEN
DE
0,34%
INVESTOR
SE
0,34%
KONE
FI
0,34%
TESCO
GB
0,33%
ALCON
CH
0,33%
VOLVO
SE
0,33%
CRH
IE
0,33%
COMPASS GROUP
GB
0,33%
DSM KON
NL
0,32%
ING GROEP
NL
0,32%
HERMES INTERNATIONAL
FR
0,32%
ORSTED DONG Energy
DK
0,30%
GENMAB
DK
0,30%
AMADEUS IT GROUP
ES
0,30%
E.ON
DE
0,29%
DASSAULT SYSTEM
FR
0,29%
CREDIT SUISSE GROUP AG
CH
0,29%
ENGIE
FR
0,29%
NORDEA BANK
FI
0,28%
LAFARGEHOLCIM LTD
CH
0,28%
NESTE
FI
0,28%
ASSA ABLOY
SE
0,28%
BMW
DE
0,28%
FLUTTER ENTERTAINMENT
IE
0,28%
WOLTERS KLUWER
NL
0,27%
HEINEKEN
NL
0,27%
FERRARI
NL
0,27%
RWE
DE
0,27%
VIVENDI
FR
0,27%
SANDVIK
SE
0,27%
SWISS RE AG
CH
0,26%
NOKIA
FI
0,26%
GLENCORE
JE
0,26%
LLOYDS BANKING GROUP
GB
0,26%
CAPGEMINI
FR
0,25%
ORANGE
FR
0,25%
SAINT GOBAIN
FR
0,25%
GEBERIT
CH
0,25%
KERRY GROUP
IE
0,25%
LEGRAND
FR
0,25%
ENI
IT
0,25%
ESSITY AKTIEBOLAG (PUBL)
SE
0,24%
BAE SYSTEMS
GB
0,24%
FERGUSON
JE
0,24%
BARCLAYS
GB
0,24%
HEXAGON
SE
0,24%
CELLNEX TELECOM
ES
0,23%
STMICROELECTRONICS
NL
0,22%
MERCK
DE
0,22%
SAMPO
FI
0,22%
AKZO NOBEL
NL
0,22%
FRESENIUS
DE
0,22%
COLOPLAST
DK
0,22%
HENKEL& KGAA
DE
0,22%
MICHELIN
FR
0,21%
SYMRISE
DE
0,21%
UNICREDIT
IT
0,21%
TELEPERFORMANCE
FR
0,21%
FRESENIUS MEDICAL CARE
DE
0,21%
DEUTSCHE WOHNEN
DE
0,20%
TELEFONICA
ES
0,20%
PARTNERS GROUP HOLDING
CH
0,20%
BANCO BILBAO VIZCAYA ARGENTARIA
ES
0,20%
OCADO GROUP
GB
0,19%
UPM-KYMMENE
FI
0,19%
IMPERIAL BRANDS
GB
0,19%
SMITH AND NEPHEW
GB
0,19%
DEUTSCHE BANK
DE
0,19%
SGS
CH
0,19%
ASHTEAD GROUP
GB
0,19%
SSE
GB
0,19%
ASSICURAZIONI GENERALI
IT
0,18%
EQUINOR
NO
0,18%
UCB
BE
0,17%
SEGRO REIT
GB
0,17%
SKANDINAVISKA ENSKILDA BANKEN
SE
0,17%
AVIVA
GB
0,17%
SARTORIUS
DE
0,17%
SWISSCOM
CH
0,17%
SWEDBANK
SE
0,17%
LEGAL AND GENERAL GROUP
GB
0,16%
JUST EAT TAKEAWAY
NL
0,16%
EDP
PT
0,16%
DELIVERY HERO
DE
0,16%
CARLSBERG
DK
0,16%
HENNES & MAURITZ
SE
0,16%
ZALANDO
DE
0,16%
NOVOZYMES
DK
0,16%
KINGSPAN GROUP
IE
0,16%
SVENSKA HANDELSBANKEN
SE
0,16%
DNB
NO
0,15%
INTERTEK GROUP
GB
0,15%
SWEDISH MATCH
SE
0,15%
KBC
BE
0,15%
FIAT CHRYSLER AUTOMOBILES
NL
0,15%
RENTOKIL INITIAL
GB
0,15%
SONOVA HOLDING
CH
0,15%
SWISS LIFE HLDG
CH
0,15%
FERROVIAL
ES
0,15%
WORLDLINE
FR
0,14%
LOGITECH
CH
0,14%
BT GROUP
GB
0,14%
SIEMENS HEALTHINEERS
DE
0,14%
CHRISTIAN HANSEN HOLDING
DK
0,14%
3I GROUP
GB
0,14%
STANDARD CHARTERED
GB
0,14%
VEOLIA ENVIRONNEMENT VE
FR
0,14%
EDENRED
FR
0,14%
TELENOR
NO
0,14%
QIAGEN
NL
0,13%
SOCIETE GENERALE
FR
0,13%
BEIERSDORF
DE
0,13%
SCHINDLER P PAR
CH
0,13%
CONTINENTAL
DE
0,13%
HALMA
GB
0,13%
NN GROUP
NL
0,13%
ARGENX
NL
0,13%
REPSOL
ES
0,13%
BUNZL
GB
0,12%
CREDIT AGRICOLE
FR
0,12%
KUEHNE & NAGEL
CH
0,12%
PEUGEOT
FR
0,12%
EUROFINS
FR
0,12%
GBL
BE
0,12%
STRAUMANN HOLDING
CH
0,12%
CRODA INTERNATIONAL
GB
0,12%
ALSTOM
FR
0,12%
NEXT
GB
0,12%
LEG IMMOBILIEN
DE
0,12%
SNAM
IT
0,12%
SPIRAX-SARCO ENGINEERING
GB
0,12%
SAGE GROUP
GB
0,12%
INGENICO GROUP
FR
0,12%
BRENNTAG
DE
0,12%
TERNA RETE ELETTRICA NAZIONALE
IT
0,11%
GN STORE NORD
DK
0,11%
TELIA COMPANY
SE
0,11%
CARREFOUR
FR
0,11%
PERSIMMON
GB
0,11%
A P MOLLER MAERSK
DK
0,11%
MONDI
GB
0,11%
SCOUT24
DE
0,11%
JULIUS BAER
CH
0,11%
SARTORIUS STEDIM BIOTECH
FR
0,11%
EPIROC
SE
0,11%
TEMENOS
CH
0,11%
CHOCOLADEF. LINDT & SPRUENGLI PAR
CH
0,11%
STORA ENSO
FI
0,11%
HANNOVER RUECK
DE
0,11%
UMICORE
BE
0,11%
AENA SME
ES
0,11%
KINNEVIK
SE
0,11%
DANSKE BANK
DK
0,11%
COVESTRO AG
DE
0,11%
ARCELORMITTAL
LU
0,11%
FORTUM
FI
0,11%
MTU AERO ENGINES HOLDING
DE
0,10%
WPP
JE
0,10%
PORSCHE AUTOMOBIL HOLDING PRF
DE
0,10%
INTERCONTINENTAL HOTELS GROUP
GB
0,10%
HEIDELBERGCEMENT
DE
0,10%
KPN KON
NL
0,10%
KNORR BREMSE
DE
0,10%
SMURFIT KAPPA GROUP
IE
0,10%
ENDESA
ES
0,10%
ASSOCIATED BRITISH FOODS
GB
0,10%
GRIFOLS
ES
0,10%
ELISA
FI
0,10%
BOLIDEN
SE
0,10%
CAIXABANK
ES
0,10%
SVENSKA CELLULOSA AKTIEBOLAGET
SE
0,10%
EVOLUTION GAMING GROUP
SE
0,10%
ADECCO
CH
0,10%
FINECO BANK
IT
0,10%
RED ELECTRICA CORPORACION
ES
0,10%
ATOS
FR
0,09%
BOUYGUES
FR
0,09%
MONCLER
IT
0,09%
MOWI
NO
0,09%
SKF
SE
0,09%
THALES
FR
0,09%
DCC
IE
0,09%
UBISOFT ENTERTAIN
FR
0,09%
BURBERRY GROUP
GB
0,09%
NIBE INDUSTRIER
SE
0,09%
ATLANTIA
IT
0,09%
ARKEMA
FR
0,09%
CNH INDUSTRIAL
NL
0,09%
EMS-CHEMIE HOLDING
CH
0,09%
NEXI
IT
0,09%
AGEAS
BE
0,09%
UNITED UTILITIES GROUP
GB
0,09%
SEVERN TRENT
GB
0,09%
PANDORA
DK
0,09%
ORKLA
NO
0,09%
ALFA LAVAL
SE
0,08%
PUMA
DE
0,08%
KINGFISHER
GB
0,08%
EIFFAGE
FR
0,08%
BALOISE
CH
0,08%
INFORMA
GB
0,08%
SWISS PRIME SITE
CH
0,08%
SKANSKA
SE
0,08%
SMITHS GROUP
GB
0,08%
TELE2
SE
0,08%
VALEO
FR
0,08%
PRYSMIAN
IT
0,08%
BUREAU VERITAS
FR
0,08%
MELROSE INDUSTRIES
GB
0,08%
AUTO TRADER GROUP
GB
0,08%
ADMIRAL GROUP
GB
0,08%
HARGREAVES LANSDOWN
GB
0,08%
BERKELEY GROUP HOLDINGS THE
GB
0,08%
PUBLICIS GROUPE
FR
0,08%
SWATCH GROUP I
CH
0,08%
VIFOR PHARMA
CH
0,08%
BARRY CALLEBAUT
CH
0,08%
YARA INTERNATIONAL
NO
0,08%
SOLVAY
BE
0,08%
TEAMVIEWER
DE
0,08%
ST.JAMES’S PLACE
GB
0,08%
STANDARD LIFE ABERDEEN
GB
0,07%
BIOMERIEUX
FR
0,07%
GVC HOLDINGS
IM
0,07%
SODEXO
FR
0,07%
UNIPER
DE
0,07%
DAVIDE CAMPARI MILANO
NL
0,07%
RSA INSURANCE GROUP
GB
0,07%
SIEMENS GAMESA RENEWABLE ENERGY
ES
0,07%
EDF
FR
0,07%
RANDSTAD
NL
0,07%
ERSTE GROUP BANK
AT
0,07%
SUEZ
FR
0,07%
EXOR
NL
0,07%
GETLINK
FR
0,07%
GALAPAGOS
BE
0,07%
ORPEA
FR
0,07%
NATURGY ENERGY
ES
0,07%
JOHNSON MATTHEY
GB
0,07%
BARRATT DEVELOPMENTS
GB
0,07%
NATWEST GROUP
GB
0,07%
AROUNDTOWN
LU
0,07%
GECINA
FR
0,07%
HIKMA PHARMACEUTICALS
GB
0,07%
ACS ACTIVIDADES DE CONSTRUCCION
ES
0,07%
ENAGAS
ES
0,07%
KION GROUP
DE
0,07%
EVONIK INDUSTRIES
DE
0,06%
MORRISONWM.SUPERMARKETS
GB
0,06%
RECORDATI INDUSTRIA CHIM. FARMA.
IT
0,06%
WHITBREAD
GB
0,06%
SCHINDLER HOLDING
CH
0,06%
EPIROC
SE
0,06%
ANTOFAGASTA
GB
0,06%
GEA GROUP
DE
0,06%
DIRECT LINE INSURANCE GROUP
GB
0,06%
ICA GRUPPEN
SE
0,06%
ACCOR
FR
0,06%
DIASORIN
IT
0,06%
COMMERZBANK
DE
0,06%
GALP ENERGIA-NOM
PT
0,06%
UNIBAIL RODAMCO WE STAPLED UNT
FR
0,06%
M&G
GB
0,06%
MEDIOBANCA BANCA DI CREDITO
IT
0,06%
ELECTROLUX
SE
0,06%
LANXESS
DE
0,06%
ORION
FI
0,06%
SECURITAS
SE
0,06%
RENAULT
FR
0,06%
TAYLOR WIMPEY
GB
0,06%
PEARSON
GB
0,06%
CARL ZEISS MEDITEC
DE
0,06%
LAND SECURITIES GROUP REIT
GB
0,05%
POSTE ITALIANE
IT
0,05%
SAINSBURYJ
GB
0,05%
HUSQVARNA
SE
0,05%
A P MOLLER MAERSK
DK
0,05%
SCHRODERS
GB
0,05%
AEGON
NL
0,05%
OMV
AT
0,05%
AMUNDI
FR
0,05%
SOFINA
BE
0,05%
JD SPORTS FASHION
GB
0,05%
NEMETSCHEK
DE
0,05%
AMBU
DK
0,05%
EQT
SE
0,05%
INDUSTRIVARDEN
SE
0,05%
J.MARTINS SGPS
PT
0,05%
SCOR
FR
0,05%
VOPAK
NL
0,05%
CLARIANT
CH
0,05%
LUNDIN ENERGY
SE
0,05%
IPSEN
FR
0,05%
ROLLS-ROYCE HOLDINGS
GB
0,05%
REMY COINTREAU
FR
0,05%
AVEVA GROUP
GB
0,05%
GJENSIDIGE FORSIKRING
NO
0,05%
ADEVINTA
NO
0,05%
UNITED INTERNET
DE
0,05%
NORSK HYDRO
NO
0,04%
BRITISH LAND REIT
GB
0,04%
LUNDBERGFORETAGEN
SE
0,04%
TRYG
DK
0,04%
SCHIBSTED
NO
0,04%
SEB
FR
0,04%
VERBUND
AT
0,04%
COLRUYT (D)
BE
0,04%
COVIVIO
FR
0,04%
ABN AMRO BANK
NL
0,04%
WARTSILA
FI
0,04%
LATOUR INVESTMENT
SE
0,04%
TELECOM ITALIA
IT
0,04%
FUCHS PETROLUB PRF
DE
0,04%
AERCAP HOLDINGS
NL
0,04%
BANKINTER
ES
0,04%
BOLLORE
FR
0,04%
BANQUE CANTONALE VAUDOISE
CH
0,04%
DEMANT
DK
0,04%
FDJ
FR
0,04%
ELIA GROUP
BE
0,04%
FAURECIA
FR
0,04%
ALTICE EUROPE
NL
0,04%
VOESTALPINE
AT
0,04%
PROXIMUS
BE
0,03%
AEROPORTS DE PARIS
FR
0,03%
ILIAD
FR
0,03%
TELEFONICA DEUTSCHLAND HOLDING
DE
0,03%
DEUTSCHE LUFTHANSA
DE
0,03%
SES FDR
LU
0,03%
INWIT
IT
0,03%
KLEPIERRE REIT
FR
0,03%
LEONARDO
IT
0,03%
WENDEL
FR
0,03%
TENARIS
LU
0,03%
THYSSENKRUPP
DE
0,03%
RAIFFEISEN BANK INTERNATIONAL
AT
0,03%
SWATCH GROUP
CH
0,03%
H.LUNDBECK
DK
0,03%
ANDRITZ
AT
0,03%
NATIXIS
FR
0,03%
DASSAULT AVIAT
FR
0,03%
EVRAZ
GB
0,03%
EURAZEO
FR
0,02%
CNP ASSURANCES
FR
0,02%
HOCHTIEF
DE
0,02%
METRO
DE
0,02%
PIRELLI & C
IT
0,02%
MAPFRE
ES
0,02%
FRAPORT
DE
0,02%
TELENET GROUP
BE
0,02%
ICADE REIT
FR
0,02%
JCDECAUX
FR
0,02%
Componenti dell’MSCI Europa
Confronto tra MSCI Europa ed EuroStoxx 50
Vista la natura e la grandezza dell’indice MSCI Europa, possiamo tranquillamente affermare che è questo la vera cartina tornasole del mercato europeo, ben più dell’EuroStoxx.
Infatti il paniere di 50 titoli ha al suo interno le più grandi aziende, senza fare reale distinzione tra mercati, succede così che mercati più piccoli, come possono essere quelli scandinavi o dell’Est Europa abbiano uno o nessun titolo dentro l’EuroStoxx 50.
Inoltre abbiamo accennato alla grandezza dell’indice, infatti lo Stoxx 50 ha, appunto, 50 titoli, mentre l’MSCI ha all’interno oltre 400 titoli (424 a ottobre del 2020).
Diverso invece il discorso per l’MSCI Europa che coprendo le aziende a più grande capitalizzazione di 15 mercati differenti ha all’interno varie aziende che sfuggono completamente all’indice di Stoxx (il quale si ferma 12).
Inoltre MSCI Europa ha all’interno anche mercati che non fanno parte dello Stoxx perché non nella comunità europea (Svizzera e presto UK).
Oggi è il grande giorno in America, infatti i 328 milioni di abitanti americani sono chiamati alle urne per decidere chi sarà il futuro presidente degli Stati Uniti d’America.
Appare evidente, per il potere posto in mano a questa figura, che questa è una scelta che travalica i confini americani e interessa direttamente tutto il mondo.
I due principali sfidanti sono l’attuale presidente Donald Trump e il candidato democratico Joe Biden.
A onor del vero, oltre a Repubblicani e Democratici, esistono anche altri partiti, con relativi candidati. Qui una breve lista, ovviamente puramente indicativa poiché è praticamente impossibile che alcuno di essi abbia la benché minima possibilità di guadagnare anche solo uno Stato:
Partito Libertario: Jo Jorgensen
Partito Verde: Howie Hawkins
Partito della Costituzione: Don Blankenship
Vari partiti attivisti sulle libertà: Gloria La Riva
Partito proibizionista: Phil Collins
Partito dell’Alleanza: Rocky De La Fuente
Pane e Rose: Jerome Segal
Partito della Marijuana libera: Rudy Reyes
Partito dell’Unità d’America: Bill Hammons
Partito della Solidarietà: Brian T. Carroll
Birthday Party: Kanye West (sì, proprio il cantante)
Come seguire le elezioni americane
Partiamo dalla cosa più semplice, cioè come seguire le elezioni americane in Italia.
Innanzitutto gli orari: si voterà oggi, 3 novembre 2020, con l’inizio dello spoglio nella serata italiana. Al solito tutte le emittenti faranno dei talk show e dei programmi di approfondimento.
Negli ultimi anni, in particolare, molto seguite le #maratonamentana con Enrico Mentana in diretta da mezzanotte su La7 e gli approfondimenti di SkyTG24, anche esso in diretta dalla sera di martedì 3 novembre.
Probabilmente un’idea di vincitore l’avremo intorno alle 4/5 di mattina (orario italiano) con l’arrivo degli Stati chiave.
Le idee economiche di Biden e di Trump
Cerchiamo quindi di capire quali sono le idee economiche che metteranno in campo i due leader in caso di vittoria.
Idee economiche Trump
L’abbiamo già visto grazie al primo mandato: il presidente Donald Trump punta a una politica protezionistica, con la difesa delle aziende americane, sia sul territorio nazionale che internazionale.
Un chiaro esempio è la guerra dei dazi fatta partire con la Cina.
Inoltre Donald Trump prosegue una guerra fiscale per tutelare la ricchezza, con la tutela dei redditi più alti.
Dal punto di vista ambientale, Trump reputa l’evoluzione climatica come un intoppo da ignorare. Quindi largo spazio ad aziende che producono energia attraverso carburanti fossili, a discapito dell’onda green che sta investendo il mondo intero.
Idee economiche Biden
Al contrario, Biden è un democratico di vera sinistra, quindi riprenderebbe in mano l’idea di Obama, con largo spazio alla salute alla portata di tutti, con forti investimenti nello sviluppo di infrastrutture nel Paese e con un’accelerazione importante sulle tematiche ambientali.
Durante la campagna elettorale il leader democratico ha promesso 2 mila miliardi per investimenti nell’energia green.
Probabilmente non terminerebbe la guerra contro le altre nazioni per il diritto americano di tutelare le proprie aziende, ma certamente non arriverà ad avere posizioni oltranziste come Trump.
In caso di vittoria di Donald Trump
Lasciando da parte i partiti piccoli che obiettivamente non hanno alcuna possibilità di vincere, cerchiamo di analizzare cosa potrebbe succedere in borsa in caso di vittoria di uno o dell’altro candidato.
Iniziamo con il Partito Repubblicano che vede Donald Trump come candidato, quindi sarebbe una conferma per ulteriori 4 anni dell’attuale presidenza.
Settore energia con Trump
In caso di vittoria di Trump il settore energetico avrebbe una ulteriore spinta verso le energie old style. Quindi nessun nuovo investimento sulla green economy ma spinta sulla old economy, con i produttori petroliferi che ne avrebbero un gran vantaggio.
In questo caso potremmo vedere titoli come BP, Royal Dutch Shell, ExxonMobil, Total ed Equinor, ma anche la nostra ENI, pronte a esultare.
Tutte aziende che hanno già dichiarato di voler puntare al green per il futuro ma che a oggi hanno la maggior parte della loro produzione ancora legata a energia non rinnovabile.
Settore automobilistico con Trump
Per le case europee sarebbe un disastro la vittoria di Trump alle imminenti elezioni, ciò perché il tycon ha più volta messo nel mirino proprio i produttori auto del vecchio continente, a suo dire poiché farebbero svalutare il mercato dei produttori americani.
Particolarmente esposte sul mercato a stelle e strisce ci sono: Daimler, FCA, Michelin, Pirelli. Stesso discorso anche per i marchi asiatici, con Honda e Nissan che potrebbero essere i più penalizzati.
Ovviamente a guadagnarne, quantomeno per il mercato interno, sarebbero Ford e General Motors.
Comparto lusso con Trump
Donald Trump ha già dimostrato di non voler minimamente tassare i ricchi o comunque chi possiede molto denaro.
Il mercato del lusso quindi fa ampiamente il tifo per l’attuale presidente, con marchi come Burberry, Salvatore Ferragamo, Nike, Brunello Cucinelli, Louis Vuitton, EssilorLuxottica, Adidas, Tod’s e Tiffany che potrebbero navigare meglio con Trump.
In caso di vittoria di Joe Biden
Di contro, gli stessi settori già analizzati per Trump, si ritroverebbero in situazione diametralmente opposta in caso di vittoria di Biden.
Comparto energetico con Biden
La promessa di 2 mila miliardi di incentivi sull’energia rinnovabile è una bella spinta per tutti i titoli del settore green.
Per l’amministrazione Biden l’abbandono dell’energia attraverso combustibili fossili è una priorità.
A guadagnarne potrebbero essere SMA Solar Technology AG, Vestas, Siemens Gamesa Renewable Energy, Nordex, Iberdrola, RWE, National Grid, oltre a quei brand che già sono avanti con la trasformazione del loro business, giusto per fare un nome abbiamo ERG in Italia oppure Snam che sta puntando forte sull’idrogeno.
Con la vittoria del Partito Democratico e in particolare con i 2 mila miliardi, ci sarebbe uno tsunami di denaro in grado di arrivare anche ad aziende più modeste, come per esempio Nel, Ceres Power e ITM Power.
Comparto auto con Biden
Ovviamente a giovarne sarebbero i produttori europei, i quali vedrebbero cadere la spinta protezionistica nei confronti delle aziende a stelle e strisce.
Al di là del protezionismo, i vantaggi green proposti da Biden investirebbero anche il mercato automobilistico, con Tesla sugli scudi.
Particolarmente avvantaggiati potrebbero essere anche i player del settore batterie, con Johnson Matthey, Umicore e Varta che potrebbero avere buoni spunti.
Settore del lusso con Biden
Biden vorrebbe creare un sistema fiscale più proporzionale e certamente andrebbe a intaccare i portafogli dei più facoltosi.
Per questo motivo, in caso di vittoria del Partito Democratico, potrebbe vedere i player del comparto lusso perdere punti percentuali in borsa.
Chi non ha influenze dalle elezioni americane?
Ci sono dei settori che non propendono per una o per l’altra parte, si tratta di particolari mercati che, per fattori esterni o ciclici, non hanno particolare preferenza e che continuerebbero a macinare i loro fatturati.
Settore edile
Dopo una crisi come l’attuale, dovuta al Covid, l’espansione e la creazione di nuovi posti di lavoro deve necessariamente passare anche dal settore edile.
Diventa quindi indifferente la vittoria di uno o dell’altro partito, poiché certamente questo settore verrà investito da liquidità necessaria per far ripartire l’economia di un’intera nazione. Lo stiamo già vedendo in Italia, dove il Governo è stato molto celere a creare bonus al 110% per inondare il mercato di liquidità.
Aziende come per esempio Buzzi Unicem, HeidelbergCement e LafargeHolcim, piuttosto che Ashtead Group, CRH e Ferguson vedranno comunque incrementare i loro guadagni.
Se vogliamo proprio fare una scommessa, il mercato delle illuminazioni a led potrebbe avere una spinta in caso di vittoria di Biden, sempre grazie ai 2 mila miliardi per investimenti green; quindi attenzione a Illumina, Signify, Schneider Electric, Legrand e Rexel.
Comparto farmaceutico
L’idea di Biden è quella di dare accesso a cure a tutti gli abitanti americani, quindi potenzialmente potrebbe arrivare a calmierare i prezzi di alcuni medicinali fondamentali.
Trump all’opposto è sulla posizione di far pagare tutto il necessario ai contribuenti per sostenere le case farmaceutiche e indirettamente il lavoro delle stesse, soprattutto se queste case farmaceutiche sono americane.
Letta così appare evidente come il settore farmaceutico dovrebbe fare il tifo per Trump, ma è anche vero che maggior persone che si possono permettere delle cure equivale ad avere maggiori clienti.
Infine il particolare momento che stiamo vivendo e la crisi dovuta al Covid farà sì che queste posizioni siano fortemente calmierate, quindi sostanzialmente, nell’arco dei prossimi 4 anni, difficilmente ci sarà una differenza dovuta al vincitore di queste elezioni.
Tra le aziende che potrebbero avvantaggiarsi ci sono certamente AstraZeneca, Novartis, Roche Holding e Novo Nordisk.
Settore bancario e finanziario
Come al solito il mercato teme solo l’incertezza e se questa non dovesse verificarsi, se quindi avremo un vincitore chiaro e incontestabile, il settore bancario e finanziario si adatterà velocemente alla nuova corrente.
C’è giusto un accento che potrebbe cambiare e cioè il fatto che Biden potrebbe voler maggiormente regolamentare il mercato, oltre ad aggiungere qualche tassa per sostenere altre iniziative più popolari.
Trump di contro è molto liberale e lascia che sia il mercato stesso ad autoregolamentarsi.
Comunque, per sua natura stessa, il mercato finanziario si adatta e quindi nel medio periodo cambia veramente poco il colore dell’amministrazione americana. L’abbiamo già visto quattro anni fa, quando la vittoria di Trump sembrava la sciagura peggiore che potesse accadere: sappiamo che a distanza di 4 anni i mercati si sono adeguati.
Al di là delle banche americane, guardando al vecchio continente le banche maggiormente esposte in america sono: BNP Paribas, Banco Santander, Barclays e BBVA.
Comparto Tech
Esiste veramente qualcuno in grado di bloccare l’avanzata dei big tech? C’è da scommettere che qualsiasi sia il colore del partito vincitore delle elezioni americane del 2020, i big tecnologici avanzeranno senza problemi.
Ciò è certamente dovuto alla natura innovativa di tali aziende ma anche al fatto che il business è così distribuito in tutto il mondo che difficilmente il governo di una sola nazione sarà in grado di cambiare le sorti di aziende come Apple, Microsoft, Amazon, Google ecc.
Anche qui, su questo comparto, l’unica nota di differenza si potrebbe avere con la vittoria di Biden e successiva apertura a mercati internazionali. In tal caso aziende di semiconduttori (STMicroelectronics e/o Infineon Technologies) oppure aziende legate alla domotica e al green potrebbero avere dei vantaggi consistenti (esempio Home Depot). Vantaggio che si potrebbe estendere anche ad aziende asiatiche che sono state messe al bando ultimamente, come per esempio Huawei.
Forbes Global 2000 è una classifica annuale delle più grandi aziende pubbliche; viene stilata considerando 4 pilastri:
vendite
profitti
attività
valore di mercato
La classifica di Forbes è considerata una delle classifiche aziendali più popolari e i risultati della sua analisi annuale sono largamente accettati “hook, line and sinker” senza comprendere o mettere in discussione i suoi metodi.
Metodologia
Nello svolgere questo lavoro, Forbes stabilisce dei punti di cut-off per ciascuna delle quattro metriche; in ognuna delle metriche le aziende devono soddisfarne almeno uno.
Così facendo, Forbes crea quattro liste separate: Vendite 2000, Profitti 2000, Attività 2000, Valore di mercato 2000.
Quindi, è possibile che un’azienda soddisfi il cut-off per le vendite e non soddisfi il cut-off per gli utili, ma faccia comunque parte della lista finale perché ha soddisfatto uno dei cut-off delle metriche.
I valori di cut-off per ogni metrica sono fissati annualmente (cioè vengono adeguati di anno in anno). Ad esempio, il cut-off per la metrica delle vendite del 2017 era di 3,95 miliardi di dollari contro i 4,9 miliardi di dollari del 2016. Mentre per gli utili il cut-off del 2017 era di 257,0 milioni di dollari, che è più alto di 10 milioni di dollari rispetto all’anno precedente.
Questi aggiustamenti potrebbero rivelare la performance sistemica del settore per un determinato periodo (in questo caso, annuale).
Raccolta dei dati
I loro dati provengono da FactSet Research systems (FRS), una società multinazionale di dati finanziari e software con sede a Norwalk, Connecticut (CT), negli Stati Uniti, che fornisce informazioni finanziarie e software analitico per i professionisti degli investimenti.
La qualità dei dati della FRS viene controllata con altre fonti, come Bloomberg e il bilancio della società.
Analisi dei dati
Dopo che le aziende sono state aggiunte alla lista finale di Forbes 2000, che è un consolidamento delle quattro liste generate da ciascuna delle metriche delineate, Forbes aggiunge tutti i valori insieme e classifica le aziende in base al valore totale che chiamano “punteggio composito”.
Critiche/Limitazioni
Tuttavia, ci sono diverse limitazioni (conosciute e spesso accettate) a questo approccio. Ad esempio, la sua limitazione alle sole società pubbliche.
Tuttavia, ve ne sono alcune di cui non si parla molto, come ad esempio:
la selezione delle metriche
il metodo di aggregazione dei dati alla fonte
l’uso di un punteggio composito che non tiene conto della possibilità di una differenza di intensità delle diverse metriche.
Aziende italiane nella classifica Forbes Global 2000
Queste le posizioni delle aziende italiane nell’ultima classifica Forbes 2000.
Pos.
Azienda
Ticket
97
Enel
ENEL
125
Intesa San Paolo
ISP
140
Generali
G
202
Unicredit
UCG
315
Poste Italiane
PST
468
ENI
ENI
520
Atlantia
ATL
546
Telecom Italia
TIT
683
Unipol
UNI
861
Leonardo
LDO
880
Snam
SRG
941
Banco BPM
BAMI
1075
Mediobanca
MB
1080
Terna
TRN
1149
Ferrari
RACE
1275
Banca Mediolanum
BMED
1445
BPER Banca
BPE
1474
Cattolica Assicurazioni
CASS
1493
UBI Banca
UBI
1569
Banca MPS
BMPS
1800
Fineco Bank
FBK
1813
Credito Emiliano
CE
1891
Pirelli
PIRC
1895
Banca Popolare di Sondrio
BPSO
1933
Saipem
SPM
1963
Prysmian
Aziende italiane nella classifica Forbes Global 2020
Ovviamente ci sono anche altre aziende italiane di matrice che non hanno più sede in Italia. Come per esempio:
Pos.
Azienda
Ticket
Sede
223
Fiat Chrysler Automobiles
FCA
Gran Bretagna
304
EssilorLuxottica
EL
Francia
528
CNH Industrial
CNHI
Gran Bretagna
558
Exor
EXO
Olanda
1810
Tenaris
TEN
Lussemburgo
Aziende italiane con sede all’estero
Top Ten Forbes Global 2000 del 2020
Pos.
Azienda
Nazione
1
ICBC
Cina
2
China Construction Bank
Cina
3
JPMorgan Chase
USA
4
Berkshire Hathaway
USA
5
Agricultural Bank of China
Cina
6
Saudi Oil Company (Saudi Aramco)
Arabia Saudita
7
Ping An Insurance Group
Cina
8
Bank of America
USA
9
Apple
USA
10
Bank of China
Cina
Top ten nella classifica Forbes Global 2000
Top 10 aziende tedesche nella classifica Forbes 2000 del 2020
Pos.
Azienda
23
Volkswagen
25
Allianz
62
Siemens
69
Deutsche Telekom
75
BMW Group
102
Bayer
107
BASF
150
SAP
185
Deutsche Post
206
Munich Re
Top 10 aziende della Germania su Forbes Global 2000 del 2020
Top 10 aziende francesi nella classifica Forbes 2000 del 2020
Pos.
Azienda
29
Total
42
BNP Paribas
64
Axa Group
73
LVMH Moet Hennessy Louis Vuitton
112
EDF
117
Sanofi
118
Crédit Agricole
137
Vinci
156
Orange
176
L’Oréal
Top 10 aziende dalla Francia nella classifica Forbes Global 2000 del 2020
Top 10 aziende americane nella classifica Forbes 2000 del 2020
Ne abbiamo già viste 4 nella top ten, ecco le prime 10 aziende a stelle e strisce.
Pos
Azienda
3
JPMorgan Chase
4
Berkshire Hathaway
8
Bank of America
9
Apple
11
AT&T
13
Alphabet (Google)
14
ExxonMobile
15
Microsoft
17
Wells Fargo
18
Citigroup
Top 10 aziende americane nella classifica Forbes Global 2000 del 2020
Abbiamo già parlato del FSTE MIB e abbiamo dedicato ampio spazio ai principali indici azionari in tutto il mondo.
In Italia però ci siamo concentrati poco, questo per due ragioni:
Le grandi aziende italiane sono tutte sul FTSE MIB
L’Italia, nello scacchiere delle borse mondiali, non occupa precisamente una posizione dominante.
Questo secondo punto è dovuto in parte al primo e in parte al fatto che la finanza in Italia è stata sempre un po’ bistrattata. Inoltre, se guardiamo alla classifica delle aziende nel FTSE MIB per capitalizzazione ci rendiamo conto come la prima in classifica, ENEL, è una delle poche aziende che realmente può competere con i giganti presenti all’estero. Grandi nomi italiani, quando paragonati con i big dell’estero, spesso impallidiscono.
Ecco perché reputiamo che la finanza, quella seria, tocchi solo relativamente l’Italia e abbia il suo capoluogo altrove (in particolare in USA, UK e Germania).
Ma qui siamo a parlare degli indici italiani e quindi bando alle ciance.
Quali sono gli indici azionari più importanti di Borsa Italiana?
La lista degli indici principali è relativamente breve e include:
FTSE MIB
FTSE Italia Mid Cap
FTSE Italia STAR
FTSE Italia Small Cap
FTSE Italia All-Share
FTSE AIM Italia
FTSE MIB
Passiamo quindi alla rassegna degli indici azionari principali di Borsa Italiana.
Del FTSE MIB ne abbiamo già parlato: è l’indice che copre le 40 maggiori aziende quotate a Piazza Affari.
La lista delle aziende viene rivista trimestralmente e al momento queste sono le aziende incluse.
Pos.
Azienda
Capitaliz. (miliardi di €)
1
Enel
67
2
ENI
30,7
3
Ferrari
28,6
4
Intesa San Paolo
27
5
Generali
20
6
STMicroElectronics
19,7
7
Unicredit
16,6
8
Snam
13,7
9
Fiat Chrysler Auto
12,6
10
Atlantia
12,4
11
Terna
12
12
Exor
11,9
13
Poste Italiane
10,3
14
Diasorin
10,2
15
Nexi
8,8
16
Recordati
8,6
17
Moncler
8,5
18
Davide Campari
8,1
19
CNH Industrial
7,7
20
Telecom Italia
7,1
21
Tenaris
6,7
22
Fineco Bank
6,1
23
InWit
5,5
24
Amplifon
5,28
25
Prysmian
5,1
26
Mediobanca
5,1
27
HERA
5
28
Banca Mediolanum
4,4
29
A2A
3,9
30
ItalGas
3,88
31
Pirelli
3,82
32
Buzzi Unicem
3,33
33
Leonardo
3,3
34
Interpump Group
3,0
35
UBI Banca
2,9
36
Banca Generali
2,7
37
Unipol
2,3
38
Saipem
2,1
39
Azimut
2,1
40
Banco BPM
1,7
Elenco componenti FTSE MIB con data capitalizzazione 04/06/2020
Come si può notare le capitalizzazioni vanno giù molto velocemente e, giusto per fare un confronto, Deutsche Telekom, l’azienda numero 17 per capitalizzazione in Germania, ha lo stesso valore di Enel.
ENI, la nostra seconda azienda per capitalizzazione, ha lo stesso valore di Deutsche Boerse, la numero 42 in Germania.
Il confronto con la Francia ci va un po’ meglio, Christian Dior (numero 7 in Francia) ha lo stesso valore di Enel. Orange (numero 22) equivale a ENI.
Con gli USA non c’è rapporto, ma se proprio vogliamo sforzarci, Enel equivale a Morgan Stanley che occupa la posizione numero 120 in America. Onestamente non cerchiamo nemmeno quale posizione occupa la nostra numero 2 negli Stati Uniti, potremmo non venirne a capo.
Questo è il motivo per cui il nostro FTSE MIB vale meno, molto meno, del DAX, del CAC, dell’S&P, del DOW Jones e anche dell’IBEX Spagnolo. Questo è anche il motivo per cui sulle nostre pagine si legge molto di più su aziende straniere che nostrane.
FTSE Italia Mid Cap
Dopo aver riportato la lista completa delle aziende che compongono il FTSE MIB alla data odierna e, soprattutto, dopo aver capito quanto valiamo a livello finanziario, passiamo al secondo indice in termini di importanza in Italia, cioè il FTSE Italia Mid Cap.
Come dice il nome stesso ci sono le aziende che, in Italia, vengono considerate a media capitalizzazione, anche se le prime della lista superano tante ultime del FTSE MIB. Questo è dovuto al fatto che per essere nell’indice principale non basta solo la capitalizzazione ma bisogna avere determinati volumi giornalieri di scambio, sia di numero di azioni che di liquidità.
Ecco quindi una breve lista dei titoli con maggiore capitalizzazione.
Pos.
Azienda
Capitaliz. (miliardi di €)
1
UnipolSai
5,8
2
Acea
3,7
3
Iren
2,9
4
Reply
2,9
5
Brembo
2,9
6
ERG
2,8
7
De Longhi
2,8
8
ASTM
2,7
9
Salvatore Ferragamo
2,4
10
IMA
2,3
11
ENAV
2,2
12
Brunello Cucinelli
1,9
13
Mediaset
1,8
14
TechnoGym
1,5
15
BPER Banca
1,3
I primi 15 componenti per capitalizzazione dell’indice FTSE Italia Mid Cap
FTSE Italia Small Cap
Anche qui il nome è abbastanza parlante: si tratta dell’indice che include l’ultima fascia, cioè le matricole, le aziende con una capitalizzazione bassa.
Spesso ci si può imbattere in qualche stella che presto sarà nel FTSE MIB, molto più spesso le aziende in questo indice non hanno avuto la forza di fare il grande salto.
Non mancano comunque nomi importanti anche nelle Small Cap, con capitalizzazioni anche importanti ma che non sono abbastanza liquidi, non hanno abbastanza quote pubbliche o non fanno abbastanza volumi per stare negli indici maggiori.
Ecco qualche brand molto conosciuto:
Astaldi
Beghelli
Bialetti
Brioschi
ePrice
Gabetti
Geox
il Sole 24 Ore
Lazio calcio
Pininfarina
Piquadro
AS Roma
Tiscali
Unieuro
Zucchi
Una selezione di aziende dell’indice FTSE Italia Small Cap
FTSE Italia All-Share
Questo è l’index gran totale, infatti tutte le aziende che si trovano negli indici FTSE MIB, FTSE Italia Mid Cap e FTSE Italia Small Cap poi fanno la somma in questo indice.
Quindi, se voleste vedere la lista dei titoli ordinati per capitalizzazione, anziché guardare i singoli indici, bisognerebbe guardare l’All-Share.
FTSE Italia STAR
STAR sta per Segmento Titoli con Alti Requisiti. I requisiti di cui si parla sono trasparenza, liquidità del titolo e, in ultimo, corporate governance.
Alcuni titoli presenti in questo segmento sono anche negli altri già visti, come per esempio Amplifon, che svetta per maggior capitalizzazione e che è già incluso nel FTSE MIB.
FTSE AIM Italia
Si tratta di uno degli ultimi arrivati nella famiglia degli indici italiani e contiene tutte le aziende del mid e dello small cap con un forte potenziale di crescita.
Quindi, se amate cercare la futura Netflix è in questo indice che bisognerà guardare.
FTSE Italia Brands
Il FTSE Italia Brands è proprio il più giovane essendo stato creato nel 2017.
Contiene tutti i titoli che hanno un brand appetibile e globalmente riconosciuto. Degli esempi?
Ferrari
Juventus
Brembo
Brunello Cuccinelli
Campari
Moncler
Piaggio
Autogrill
Tod’s
ecc
Indici Settoriali di Borsa Italiana
Inoltre, per chi volesse concentrarsi solo in determinati settori, ci sono degli indici settoriali che coprono praticamente tutte le azioni presenti a Piazza Affari.
Questa la lista degli indici settoriali italiani:
Ftse Italia Oil & Gas Producers
Ftse Italia Oil Equipment, Services & Distribution
Ftse Italia Chemicals
Ftse Italia Industrial Metals & Mining
Ftse Italia Construction & Materials
Ftse Italia Aerospace & Defense
Ftse Italia General Industrials
Ftse Italia Electronic & Electrical Equipment
Ftse Italia Industrial Engineering
Ftse Italia Industrial Transportation
Ftse Italia Support Services
Ftse Italia Automobiles & Parts
Ftse Italia Beverages
Ftse Italia Food Producers
Ftse Italia Household Goods & Home Construction
Ftse Italia Leisure Goods
Ftse Italia Personal Goods
Ftse Italia Health Care Equipment & Services
Ftse Italia Pharmaceuticals & Biotechnology
Ftse Italia Food & Drug Retailers
Ftse Italia General Retailers
Ftse Italia Media
Ftse Italia Travel & Leisure
Ftse Italia Fixed Line Telecommunications
Ftse Italia Mobile Telecommunications
Ftse Italia Electricity
Ftse Italia Gas, Water & Multiutilities
Ftse Italia Banks
Ftse Italia Nonlife Insurance
Ftse Italia Life Insurance
Ftse Italia Real Estate Investment & Services
Ftse Italia Real Estate Investment Trusts
Ftse Italia Financial Services
Ftse Italia Software & Computer Services
Ftse Italia Technology Hardware & Equipment
Come potete vedere gli indici settoriali sono veramente tanti e coprono veramente di tutto.
Come investire sugli indici italiani
Prima di passare all’analisi degli indici principali (in questa fase non analizzeremo gli indici settoriali, sia per una questione di numerosità, sia perché già il nome è auto esplicativo), capiamo come fare trading sugli indici di Borsa Italiana.
Lo strumento migliore è certamente l’ETF e ce ne sono vari che replicano l’andamento di ognuno degli indici.
Per esempio:
FTSE Italia Mid Cap:
iShares FTSE Italia Mid-Small Cap
Lyxor FTSE Italia Mid Cap TRN-ucits
FTSE Italia Small Cap:
Lyxor MSCI EMU Small Cap DR UCITS
MSCI EMU Small Cap TRN-ucits -IS
In alternativa si può investire sugli indici anche attraverso i CFD, per esempio, sul FTSE MIB c’è ITALY FTSEMIB – XFTSEMIBCFD.
Non si può considerare il settore dell’energia come un’unica entità, perché il termine “energia” copre molti terreni, dalle trivelle petrolifere alle aziende elettriche. Ma se si scava e si osservano i componenti del settore energetico, si trovano opportunità di investimento per qualsiasi tipo di investitore azionario. Ecco un primo passo per capire meglio il settore dell’energia, compresa una breve lista di alcune azioni del settore energetico che potreste voler guardare oggi.
Il settore dell’energia in dettaglio
L’espressione “energia” è spesso usata per riferirsi al petrolio, che è stato a lungo una delle più importanti risorse energetiche globali. Tuttavia, non è l’unica fonte di energia al mondo e il petrolio non è l’unico investimento energetico che si dovrebbe considerare. Ma iniziamo da lì e poi passiamo ad altri modi per giocare al settore energetico in senso lato.
Trivellazioni di petrolio e gas naturale (upstream)
Per ottenere petrolio e gas naturale in genere è necessario praticare un foro e pompare i combustibili dal terreno. La notevole eccezione è rappresentata dalle sabbie bituminose, come quelle che si trovano in Canada, che vengono estratte e poi lavorate per separare il petrolio dalla terra che è stata scavata. Le sabbie bituminose sono definite upstream nell’industria petrolifera e del gas.
Ci sono molte aziende che si concentrano solo sulla ricerca del petrolio e sull’estrazione. E c’è una grande varietà anche all’interno di questo spazio, in quanto comprende aziende molto piccole disposte ad assumersi rischi materiali (spesso chiamati wildcatters) fino alle grandi multinazionali come la Royal Dutch Shell (piuttosto che la nostra ENI) che sono gestite in modo più conservativo.
La produzione, o la quantità di petrolio e gas che un’azienda sta tirando fuori dal terreno, è uno dei fattori più importanti da esaminare. Una produzione costante o in crescita dovrebbe essere la preferenza nella maggior parte dei casi. La produzione deve essere confrontata con le riserve, o quanto petrolio e gas è ancora nel terreno da estrarre. Una società che non trova nuovo petrolio e gas per sostituire quello che sta producendo, attraverso la spesa per l’esplorazione e lo sviluppo, si preparerà per un futuro buio.
In tutto questo è importante anche il prezzo del petrolio e del gas naturale a cui un perforatore può trarre profitto. Il petrolio e il gas sono materie prime che attraversano alti e bassi spesso volatili (ne abbiamo già parlato a causa del prezzo del petrolio sotto zero), causando picchi e cali nelle linee di punta dei produttori di petrolio e gas. I prezzi delle materie prime sono vitali, anche se c’è poco che una società possa fare per controllarli. È un problema se i costi di produzione di un’azienda sono più alti di quelli che può ottenere per il petrolio che produce.
Per esempio, quando i prezzi del petrolio hanno sfondato quota 50 dollari al barile a metà del 2014, molte trivelle petrolifere stavano iniziando a scrivere i bilanci in rosso e negli anni a venire tante piccole realtà, molto esposte sul fronte debito, hanno chiuso battenti. Le grandi multinazionali stesse hanno dovuto ottimizzare i processi per migliorare il prezzo di produzione.
A volte chiamato prezzo di pareggio, la chiave è che i prezzi delle materie prime del petrolio e del gas sono abbastanza alti da coprire sia i costi di perforazione che quelli di esplorazione. Per le aziende che pagano un dividendo, dovrebbero essere coperte anche le distribuzioni agli azionisti.
Condotte e lavorazione (midstream)
Una volta che il petrolio e il gas naturale vengono estratti dal terreno, devono essere spostati dal pozzo al luogo in cui vengono utilizzati e trasformati dal loro stato grezzo (petrolio greggio, per esempio) in uno utilizzabile (benzina e carburante per jet). È qui che entra in gioco il settore midstream. Questa è la parte iniziale del segmento downstream dell’industria petrolifera e del gas. Le aziende di questo settore sono spesso strutturate come società in accomandita semplice, con contratti a lungo termine a pagamento per l’utilizzo di oleodotti e impianti di lavorazione utilizzati per sostenere le distribuzioni ai detentori di quote. Un esempio di una grande partnership midstream è il gigante dell’industria Enterprise Products Partners LP. Tuttavia, ci sono molte aziende regolari che operano anche nel settore midstream, tra cui anche Kinder Morgan, Inc.
Alcuni fattori chiave da esaminare nel settore midstream sono le dimensioni e la portata di una società (le società più grandi possono avere vantaggi di scala), la percentuale del suo business che è basata su commissioni (in contrapposizione ai ricavi legati alla volatilità dei prezzi delle materie prime) e, per quelle società che pagano dividendi, la copertura della distribuzione. Poiché qui le aziende crescono generalmente espandendo la loro raccolta di beni, che può includere costruzioni e acquisizioni a terra, vorrete anche tenere d’occhio i piani di spesa in conto capitale.
La leva finanziaria e le emissioni di azioni sono ulteriori fattori da tenere d’occhio, dato che molte società midstream trasferiscono una parte significativa del loro flusso di cassa agli azionisti tramite distribuzioni e dividendi. Le vendite di quote possono diluire gli attuali detentori di quote e, se il rendimento è significativo al momento della vendita, aumentare il costo del capitale. Il debito, nel frattempo, può essere uno strumento utile, ma può anche aumentare il rischio se la leva finanziaria diventa eccessiva.
Prodotti chimici e raffinazione (downstream)
C’è un po’ di sovrapposizione a questo punto, mentre ci spostiamo più a valle. Molte aziende midstream possiedono tubi e impianti di lavorazione, guadagnando denaro per spostare petrolio e gas naturale e trasformando questi prodotti in materie prime più utilizzabili. Tuttavia, ci sono alcune aziende, come la nostra Saras, che si concentrano principalmente sul lato della lavorazione nello spazio a valle.
I fattori chiave da tenere d’occhio sono la produzione, o la quantità di petrolio e gas in lavorazione, e i margini.
A differenza delle società midstream che di solito applicano tariffe per l’utilizzo dei loro beni, che spesso includono gli impianti di lavorazione, i raffinatori in genere guadagnano sulla differenza, o sullo spread, tra il costo di acquisto e di lavorazione del petrolio e del gas naturale e i prezzi di mercato dei prodotti creati. I prodotti chimici speciali tendono ad avere margini più ampi rispetto ai materiali di base come la benzina. Anche la scomposizione dei prodotti che vengono realizzati dovrebbe essere un aspetto a cui prestare attenzione, dato che molti raffinatori producono sia prodotti di base che prodotti speciali. Detto questo, i prezzi su entrambi i lati del business possono essere volatili, portando a grandi oscillazioni nella redditività.
Inoltre, i raffinatori hanno spesso rapporti con i luoghi in cui vengono venduti i prodotti, in particolare con le stazioni di servizio. Questi possono consistere in accordi di fornitura silenziosi, nell’uso del nome di un raffinatore sulla stazione di servizio o nella proprietà totale delle stazioni di servizio.
Aziende energetiche integrate
Così abbiamo tolto petrolio e gas naturale dal terreno, lo abbiamo spostato nei siti di lavorazione, lo abbiamo lavorato e lo abbiamo venduto. Ci sono aziende che si concentrano su ogni fase del processo, ma ci sono anche aziende energetiche che fanno tutto sotto lo stesso tetto, come il gigante dell’energia integrata ExxonMobil Corporation. Il vantaggio del modello integrato è la scala e la diversificazione. Ad esempio, quando i prezzi del petrolio sono in calo, il settore della raffinazione beneficerà probabilmente dei bassi costi dei fattori produttivi. Questo aiuta a pareggiare le prestazioni delle aziende del settore dell’energia integrata.
Tutti i fattori che hanno un impatto sulle società di trivellazione, di oleodotti e di lavorazione/raffinazione saranno importanti da tenere d’occhio presso le compagnie petrolifere integrate. Detto questo, in questa sede si vorrà tenere d’occhio i guasti effettivi all’interno di ogni azienda. Alcune hanno più esposizione alle operazioni upstream e altre hanno più esposizione alle operazioni downstream. Ma assicuratevi di monitorare la produzione, le riserve e i piani di spesa in conto capitale. Anche i punti di pareggio sono importanti, anche se spesso queste gigantesche società internazionali hanno abbastanza forza finanziaria da utilizzare il debito per aiutarle a superare i periodi di bassi prezzi del petrolio e del gas naturale.
È interessante notare che sono le aziende energetiche integrate dove stiamo iniziando a vedere una convergenza tra il lato del petrolio e del gas naturale dell’industria energetica e il lato elettrico, un’altra importante componente del quadro generale dell’energia. Ad esempio, la francese Total SA ha recentemente accettato di acquistare un’azienda elettrica e di gas naturale, mentre sta perseguendo l’obiettivo di diversificare il proprio business al di là del petrolio.
Curioso anche il caso di ERG, azienda ligure che ha convertito praticamente tutta la linea da produzione “sporca” (petrolio) a green energy (eolico).
Utility per l’elettricità e il gas naturale
Il petrolio e il gas naturale non coprono l’intero spettro dell’energia che usiamo e consumiamo ogni giorno per un lungo periodo. Sono importanti, ma svegliarsi con l’acqua calda, una casa riscaldata e l’illuminazione (per non parlare di tutti i gadget elettronici completamente alimentati che usiamo) è legato alla vostra azienda elettrica locale.
Di solito queste aziende ricevono un monopolio per la produzione e la fornitura di energia elettrica in una regione specifica in cambio dell’approvazione delle tariffe che i clienti pagano da parte delle autorità di regolamentazione. Detto questo, ci sono anche produttori di energia non regolamentati, a volte chiamati produttori di energia indipendenti, che vendono elettricità alle utility in base alla domanda e all’offerta o con contratti a lungo termine. E ci sono aziende che possiedono solo i beni di trasmissione che vengono utilizzati per spostare l’elettricità in tutto il paese (di solito a un prezzo fisso), senza alcuna esposizione alle centrali elettriche.
Ci sono anche utility che non si concentrano sull’elettricità, ma sulla fornitura di gas naturale. Le utility del gas naturale operano secondo lo stesso modello di base delle utility elettriche, dove viene concesso un monopolio in cambio di una regolamentazione. Come per le società integrate di petrolio e gas naturale, tuttavia, ci sono grandi e diversificate utility che fanno tutto questo, come l’americana Duke Energy, che possiede utility elettriche, utility a gas naturale e asset energetici indipendenti (in gran parte rinnovabili).
Un fattore chiave da considerare per i produttori di energia elettrica è la loro fonte di combustibile. L’elettricità è stata storicamente generata dalla combustione di carbone, gas naturale e persino petrolio. Questi sono combustibili a base di carbonio che tendono ad essere relativamente sporchi (il gas è il più pulito del gruppo). Tuttavia, l’elettricità viene generata anche attraverso le centrali nucleari (solo all’estero), sfruttando i raggi del sole (solare), utilizzando il vento (turbine eoliche) e l’acqua che scorre attraverso i fiumi (idroelettrica). Questi ultimi tre sono una componente sempre più importante della rete elettrica, poiché il mondo cerca di concentrarsi su opzioni energetiche più pulite. In questo caso si vorrà prestare attenzione al mix, dato che la produzione si sposta sempre più verso opzioni più pulite. Le aziende con un’esposizione significativa ai combustibili tradizionali potrebbero trovarsi in una posizione di svantaggio sul mercato azionario e, forse, con i loro regolatori.
I servizi pubblici regolamentati stanno passando a opzioni energetiche più pulite da molti anni. Il più grande cambiamento degli ultimi tempi è stato il passaggio dal carbone al gas naturale, che molti considerano un combustibile di transizione tra oggi e un momento in cui l’energia rinnovabile contribuisce maggiormente alla rete elettrica. Questo cambiamento incide su un aspetto importante dello spazio di utilità regolato: Le tariffe vengono generalmente approvate in base alla spesa di una utility. Quindi la costruzione di nuovi impianti di generazione e di linee elettriche e l’aggiornamento di quelli esistenti aumentano le probabilità che un’azienda di servizi pubblici ottenga l’approvazione delle tariffe. In altre parole, in questo caso è necessario prestare attenzione ai piani di spesa in conto capitale. Anche i rapporti con le autorità di regolamentazione sono importanti, con rapporti di regolamentazione in alcune regioni più costruttivi che in altre.
L’esecuzione di grandi progetti è un’altra area su cui concentrarsi, poiché la costruzione di centrali elettriche può costare somme enormi e richiedere molti anni. I problemi possono essere materiali. Ad esempio, SCANA Corporation è stata in passato costretta a interrompere la costruzione di una centrale nucleare nel bel mezzo del progetto quando il suo appaltatore è fallito. L’azienda si trova ad affrontare un notevole contraccolpo normativo e di clienti, oltre a un notevole impatto finanziario materiale derivante da questa decisione, fino alla cessione dell’azienda a Dominion Energy nel 2019, perché gravata dai debiti.
Con i generatori di energia elettrica non regolamentati, nel frattempo, si vorrà prestare attenzione al modo in cui vendono l’energia. I contratti a lungo termine garantiranno la massima stabilità, ma operare sul mercato dell’energia elettrica in loco può portare a profitti sovradimensionati nei periodi di picco della domanda. Purtroppo, i prezzi dell’elettricità sul mercato spot sono stati relativamente bassi per molti anni, al di fuori di brevi picchi, rendendo più difficile per queste aziende ottenere profitti. Detto questo, c’è un cambiamento in atto anche qui, con la generazione di energia rinnovabile che sposta le opzioni del carbonio. I generatori di energia elettrica non regolamentati con una produzione di materiali a base di carbonio potrebbero finire con beni che hanno poco valore, dato che i clienti richiedono opzioni di energia più pulite.
Scorte minerarie
Il carbone e l’uranio utilizzato nelle centrali nucleari vengono estratti dal terreno. E alcune delle società che estraggono questi materiali hanno sempre più spostato i loro modelli di business insieme ai loro clienti delle utilities. Per esempio, la “vecchia” CONSOL Energy ha iniziato a dismettere i propri asset di carbone (che è stato il cuore del business per oltre 100 anni), mentre iniziava a trivellare per il gas naturale. Alla fine si è divisa, con il business del carbone che ha preso il nome di CONSOL e il business del gas che si è rinominato CNX Resources Corporation (NYSE:CNX).
Il punto qui è che solo perché una società non è tecnicamente nel settore energetico non significa che il settore energetico non sia un’area importante da monitorare. Come altro esempio, uno squilibrio della domanda di offerta nel mercato dell’uranio sta portando il caos alla Cameco Corp (NYSE:CCJ), la maggior produttrice al mondo di questo materiale, poiché i bassi prezzi delle materie prime rendono sempre più difficile trasformare un profitto. Ciò è in parte dovuto alla sovrapproduzione del settore minerario, ma anche alla domanda da parte dei clienti dei servizi pubblici. La domanda di energia nucleare è diminuita dopo il disastro della centrale nucleare di Fukushima in Giappone, anche se le tendenze a lungo termine delle costruzioni in luoghi come la Cina e l’India suggeriscono che si riprenderà in futuro.
Se torniamo al petrolio e al gas naturale per un secondo, si vorrà anche monitorare l’impatto che i prezzi dell’energia hanno nello spazio dei servizi di perforazione. Aziende come Helmerich & Payne (NYSE:HP) costruiscono, affittano e gestiscono impianti di trivellazione. Quando i prezzi del petrolio diminuiscono, anche la domanda di prodotti e servizi di questa società tende a diminuire.
Alla fine, l’energia è un termine incredibilmente ampio per un settore che tocca un’enorme porzione della nostra vita quotidiana e ampie fasce del mondo degli affari.
Le grandi tendenze energetiche oggi
Detto questo, è necessario tenersi al passo con l’industria dell’energia che cambia nel tempo. Anche se ogni industria cambia con il passare del tempo, c’è un grande cambiamento in corso in questo momento nello spazio energetico. Ecco alcune delle questioni chiave da monitorare.
Muoversi verso l’energia pulita
A questo punto, non dovreste più avere dubbi sulla più grande tendenza dell’industria energetica: uno spostamento verso carburanti più puliti. Per le aziende impegnate nel settore del petrolio e del gas naturale, questo è potenzialmente un problema molto grande. Ciò che vendono è, di fatto, reso obsoleto. È un po’ un’iperbole, però, perché il mondo è lontano decenni dal giorno in cui non ha più bisogno di petrolio e gas naturale.
Dove l’impatto è stato più significativo è stato nell’industria mineraria del carbone, poiché le centrali a carbone hanno perso quote materiali della rete elettrica statunitense. È probabile che l’energia a carbone sarà relativamente debole anche a livello globale, dato che i paesi di tutto il mondo si orientano sempre più verso fonti di combustibile più pulite.
Detto questo, il gas naturale ha in realtà visto un netto beneficio dall’allontanamento dal carbone, anche se è un combustibile a base di carbonio. Questo perché il gas naturale brucia in modo più pulito rispetto al carbone e le opzioni di energia rinnovabile non sono ancora abbastanza consistenti da compensare il declino del carbone. Questo ha lasciato che il gas naturale raccogliesse gran parte della quota di carbone nella rete elettrica durante la transizione verso le fonti di energia rinnovabile. Questo aiuta a spiegare perché alcune delle più grandi aziende energetiche integrate si concentrano sempre più sul gas naturale e, nello specifico, sul gas naturale liquefatto (GNL) (l’unico modo per trasportare il combustibile attraverso gli oceani o verso luoghi che i gasdotti non raggiungono).
Produzione di energia elettrica
La questione a più lungo termine in tutto questo è la rapida crescita dell’energia rinnovabile. Si parte da una base incredibilmente piccola, quindi la crescita non sarà sempre così robusta come lo è oggi. Ma questi sono ancora i primi giorni della transizione, permettendo alle aziende che arrivano in anticipo un’enorme pista libera per crescere. Si può investire in questo spazio in diversi modi, dalle utility diversificate come NextEra Energy, che ottiene quasi la metà dei suoi ricavi da energia rinnovabile, o con aziende come Brookfield Renewable Partners LP (NYSE:BEP) , che è strettamente focalizzata sull’energia rinnovabile. Si noti che il core business di Brookfield è costituito da centrali idroelettriche ben consolidate, ma è probabile che l’espansione della partnership si estenda sempre più nello spazio solare ed eolico.
Inoltre c’è anche la già citata ERG, azienda tutta italiana, con una relativa piccola capitalizzazione e che ha tanto da correre.
Conservazione e stoccaggio
Lo spostamento verso le energie rinnovabili è più profondo di un semplice spostamento dai combustibili al carbonio (tocca anche il lato del consumo dell’equazione). Per esempio, lo spostamento verso le automobili elettriche e i camion spinti da aziende come Tesla (NASDAQ:TSLA). Anche i miglioramenti dell’efficienza sono un aspetto notevole del cambiamento, come dimostrano le lampadine a incandescenza che lasciano il posto a lampadine fluorescenti più efficienti, che lasciano il posto a lampadine a LED ancora più efficienti. Infatti, uno degli obiettivi primari del gigante industriale Eaton Corp. (NYSE:ETN) è quello di aiutare i clienti a fare un uso migliore dell’energia. E anche se non produce lampadine, ora fa un uso pesante di lampadine a LED nei suoi progetti di illuminazione su larga scala (pensiamo all’illuminazione degli stadi sportivi), e recentemente ha creato una divisione per servire i produttori di auto elettriche.
Quindi, mentre si pensa all’industria dell’energia, si dovrebbe pensare a cosa succede dopo che l’energia viene generata. Ciò significa consumo, come già detto, ma anche il fatto che il petrolio, il gas naturale e la benzina sono facili da immagazzinare. È molto più difficile immagazzinare l’elettricità. Ma oggi aziende come Tesla o la global utility AES Corporation (NYSE:AES) stanno cercando di creare batterie in grado di immagazzinare energia rispettivamente a livello domestico e di utility.
Energia solare sul tetto
Un’altra questione chiave da monitorare è la tendenza sempre più evidente di chi produce il proprio potere energetico. Ciò significa in gran parte mettere pannelli solari sopra le case. Il costo dei pannelli solari è diminuito, mentre la loro efficienza è aumentata a causa dell’intensa concorrenza e dei rapidi progressi tecnologici. Questo ha reso difficile per i produttori di pannelli ottenere una redditività duratura.
Gli installatori di pannelli solari sono stati in grado di capitalizzare su queste tendenze, tuttavia, poiché il costo per mettere i pannelli solari su un tetto sta diminuendo insieme ai prezzi dei pannelli solari. Ogni nuova installazione di pannelli solari, nel frattempo, significa potenzialmente una minore domanda per l’utenza locale. A peggiorare le cose, in alcuni casi, le utility sono costrette ad acquistare energia extra dai clienti a tassi più alti del costo di generazione dell’utility. Questo è noto come generazione distribuita. Anche se oggi è un problema relativamente piccolo su scala globale, è qualcosa che gli investitori vorranno tenere d’occhio a lungo termine.
I migliori titoli energetici da considerare
Vale la pena di investire nello spazio dell’energia? La risposta è sì, ma è necessario considerare attentamente quali sono i titoli più adatti al proprio portafoglio. L’industria dell’energia comprende un’enorme collezione di aziende e quasi ogni investitore dovrebbe essere in grado di trovare qualcosa di proprio gradimento nello spazio.
Nome
Capitalizzazione
Sotto insieme di energia
ENI
29,25 mlrd
Energia integrata
Total
85,26 mlrd
Energia intregrata
ExxonMobil
188 mlrd
Energia integrata
Royal Dutch Shell
112 mlrd
Energia integrata
BP
62 mlrd
Petrolio
ERG
2,5 mlrd
Eolico ed energia green
Snam
13,25 mlrd
Gas Naturale
ItalGas
3,85 mlrd
Gas Naturale
Saipem
2,14 mlrd
Utility
Terna
11,15 mlrd
Energia Elettrica
Enel
61,5 mlrd
Energia Elettrica
Saras
655 milioni
Raffinazione
Cameco Corp.
4 mlrd
Uranio
Helmerich & Payne, Inc
2 mlrd
Upstream
Brookfield Renewable
12 mlrd
Energia green
Eaton Corp.
32 mlrd
Energia Elettrica
AES Corp.
8,20 mlrd
Energia Elettrica
Tesla
151 mlrd
Produttore di batterie e di auto
ConocoPhillips
46 mlrd
Upstream
Una lista di aziende europee e americane impegnate nel mondo dell’energia
La stessa diversità di opzioni di investimento vive nello spazio di trivellazione del petrolio e del gas naturale upstream. Ad esempio, la ConocoPhillips ha un’ampia portata, con operazioni in 17 paesi in tutto il mondo. Dopo aver scisso i suoi asset di raffinazione (le sue operazioni downstream), è una perforatrice pura. Inoltre, ha un costo medio di fornitura inferiore ai 35 dollari al barile. Anche se al momento il piano è per una spesa disciplinata e una riduzione del debito, l’aumento del prezzo del petrolio porterà probabilmente ad un aumento del prezzo delle azioni di questo perforatore. Gli investitori beneficeranno anche dell’obiettivo della società di restituire il 30% al 40% del flusso di cassa delle operazioni agli azionisti tramite dividendi (il rendimento è un modesto 1,6%) e riacquisti di azioni. Se si pensa che il petrolio e il gas naturale si stiano dirigendo verso l’alto, questa è una buona opzione da prendere in considerazione.
All’altra estremità dello spettro sarebbe una società come la ExxonMobil. Il rendimento si aggira attualmente intorno al 4%, con una storia di oltre 30 anni di aumento dei dividendi annuali alle spalle. Il gigante petrolifero integrato ha tra i bilanci meno sfruttati dei suoi pari e una lunga storia di gestione prudente. L’aumento dei prezzi del petrolio non ha aiutato l’azienda tanto quanto i suoi pari, tuttavia, in quanto è rimasta indietro nella crescita della produzione e i suoi rendimenti sul capitale impiegato sono scesi dai livelli leader del settore alla semplice metà del pacchetto. Sta lavorando per affrontare questi problemi, ma nel suo modo tipicamente lento e deliberato. Mentre il management lavora per trasformare la nave, gli investitori conservatori possono ottenere un rendimento decente da un’azienda che sbaglia dalla parte della sicurezza ogni volta che ne ha l’occasione.
Total, nel frattempo, sta cominciando a spingere in nuovi spazi mentre cerca di allontanarsi dalla sua storia di petrolio e gas. Anche se Total è un’azienda grande e diversificata che adotta un approccio ampiamente misurato nel settore delle utility, ciò non significa che la sua spesa sarà pari al previsto.
ETF negoziati in borsa
Non tutti, però, vogliono fare il raccoglitore di azioni. È comprensibile, e ci sono anche opzioni per gli investitori orientati all’indice. Ad esempio, se siete appassionati di azioni midstream (forse per i loro rendimenti relativamente alti), dovreste guardare l’Alerian MLP ETF (NYSEMKT:AMLP). Questo fondo quotato in borsa (ETF) segue un ampio paniere di partnership midstream e offre un rendimento impressionante dell’8%. Se siete alla ricerca di investimenti midstream sicuri, vi trovereste meglio con Enterprise Products Partners. Ma se volete possedere una collezione di azioni midstream senza dover fare molto lavoro, l’ETF MLP Alerian è un’opzione solida.
Sul lato upstream, si potrebbe acquistare l’ETF SPDR Oil & Gas Exploration & Production ETF (NYSEMKT:XOP). Questo fondo quotato in borsa è fortemente focalizzato su società di esplorazione e produzione più piccole, ma comprende anche alcuni giganti integrati e alcuni raffinatori. Se i prezzi del petrolio sono in aumento, ne dovrebbe trarre vantaggio. Ma per i tipi più conservatori che cercano di concentrarsi su società energetiche integrate come Exxon ed ENI, iShares Global Energy ETF (NYSEMKT:IXC) sarebbe più adatto. Circa il 50% delle sue attività si trova in stock globali più grandi di petrolio e gas naturale.
Sul lato delle utility, Vanguard Utilities ETF (NYSEMKT:VPU) fornisce un’ampia esposizione a questo pezzo del settore energetico. Con 74 partecipazioni, si otterrà sicuramente una diversificazione, ma non aspettatevi grandi emozioni. Detto questo, il rendimento attuale si aggira intorno al 2%, il che è modestamente allettante se si è un investitore di reddito. Anche nello spazio dei fondi negoziati in borsa ci sono molte opzioni del settore energetico da prendere in considerazione.
È tempo di tuffarsi con energia
L’energia è un’industria diversificata e in continua evoluzione. C’è qualcosa per ogni tipo di investitore se ci si prende il tempo di scavare un po’ più a fondo. Detto questo, tenete a mente le dinamiche di cambiamento dell’industria energetica mentre fate le vostre ricerche. Alcune aziende saranno meglio posizionate a lungo termine rispetto ad altre; altre stanno attuando il cambiamento; altre ancora saranno cambiate o affossate dall’innovazione.