Sace, FCA e governo… come funziona il tutto?
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Sace, FCA e governo… come funziona il tutto?
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In questi giorni si sta dibattendo se sia corretto o meno garantire il prestito nei confronti di FCA grazie al Decreto fatto dal Governo.

FCA ha già annunciato che per il 2020 non distribuirà dividendi e subito dopo questo annuncio, il 18 maggio, ha chiesto il prestito da 6,2 miliardi a Intesa San Paolo.

Rimarrebbe invece in essere il dividendo straordinario da 5,5 miliardi che precederebbe la fusione con PSA e che dovrebbe essere staccato nei primi mesi del 2021; quindi quando la protezione dei prestiti Sace lo consentirebbe.

Questo l’antefatto, ora facciamo un po’ di ragionamenti.

Prestito o trasferimento di soldi?

Partiamo da questa domanda, cioè, si tratta di un prestito o di un trasferimento di liquidità? Domanda fondamentale perché su questa domanda si stanno giocando le carte i vari partiti politici, facendo passare il concetto che lo Stato non debba regalare soldi a un’azienda straniera.

La questione è che il prestito Sace è, appunto, un prestito, non un regalo. In pratica, semplificando molto:

  1. FCA va da Intesa San Paolo e chiede 6,2 miliardi
  2. Intesa San Paolo si fida di FCA e gli concede un interesse (facciamo esempio) del 2%
  3. FCA ribatte dicendo di avere la garanzia dello Stato attraverso SACE
  4. Intesa San Paolo, avendo la garanzia dello Stato abbassa il suo tasso di interesse (facciamo esempio) all’1,2%

Cosa c’entra quindi lo Stato?

Lo Stato ci metterà dei soldi?

No, la risposta è no (per ora).

Avere la garanzia da parte dello Stato non vuol dire che il Ministero del Tesoro apre il portafoglio. Significa semplicemente che, qualora FCA non riesca a rimborsare il suo debito, Intesa San Paolo può rifarsi sullo Stato, chiedendo indietro quanto gli è dovuto.

Per questo motivo il tasso di interesse si abbassa sensibilmente.

Diciamo tra parentesi “per ora” poiché lo Stato ci metterà dei soldi solo ed esclusivamente se FCA dovesse fallire. Caso che onestamente ci sembra molto, ma molto, ma molto lontano.

FCA è un’azienda italiana o meno?

FCA ha sede in Olanda e fiscale in Gran Bretagna, quindi non è un’azienda italiana.

La questione è che una multinazionale come FCA ha aziende in tutte le nazioni e infatti la richiesta di prestito l’ha fatta attraverso FCA Italy, che è a tutti gli effetti un’azienda italiana.

Exor, socia di maggioranza di FCA, dice che i soldi prestati in Italia verranno sfruttati in Italia, ma appare evidente a tutti che quei soldi potrebbero essere trasferiti in modo semplice altrove. Non è detto che ciò avvenga, ma spostare liquidità (o fare spese in un determinato Paese) per un’azienda come FCA è molto semplice.

Ma la domanda qui è un’altra: è quindi? Se anche FCA trasferisse quei soldi altrove, quale sarebbe il problema?

Il ruolo di Intesa San Paolo e il limite di spesa

Partiamo dalla banca guidata dal CEO Messina, cioè Intesa San Paolo.

Per l’istituto di credito questa è la soluzione perfetta, poiché c’è una grande e solida azienda che chiede una linea di credito e a questa azienda può prestare soldi facendogli pagare un’interesse.

Tasso di interesse che sarà certamente maggiore rispetto al costo per avere quei soldi, quindi già qui c’è un bel guadagno.

Con la garanzia pubblica è praticamente impossibile perdere quei soldi, a meno che falliscano FCA e lo Stato italiano vada in default; ma in questo caso Intesa San Paolo, essendo imbottita di BTP ed essendo in Italia, avrebbe qualche problema più grave rispetto a 6,2 miliardi di FCA.

Quindi con il prestito Intesa San Paolo certamente ha un guadagno.

A questo punto del discorso, se venisse anche Volkswagen (azienda tedesca, con sede in Germania) a chiedere un prestito, ci sarebbe comunque un guadagno da parte di Intesa San Paolo, e quindi del sistema produttivo italiano. Ben vengano quindi aziende enormi e stabili a chiedere prestiti e fossimo noi al posto dello Stato presteremmo la nostra garanzia a tutti i casi di aziende solide.

Quindi qual è il problema?

Il limite di spesa. Nessuna manovra e a maggior ragione nessun decreto può essere emesso senza un limite di spesa, poiché comunque c’è da considerare che una parte delle aziende che chiederanno il prestito realmente potrebbero fallire e quindi servono le coperture.

Nel caso specifico il decreto stabilisce un fondo di garanzia con circa 200 miliardi di prestiti e se tutte le aziende, che hanno un minimo di interesse in Italia, arrivassero a chiedere prestiti, ecco che il fondo si prosciugherebbe velocemente.

Il limite appare alto viste le entità delle richieste, ma FCA è anche l’azienda che, per quanto si conosce, ha chiesto di più. Infatti la garanzia dello Stato, per cifre così alte, è del 70% sul prestito, quindi di 4,34 miliardi.

La polemica politica

Allora perché tutta questa battaglia politica sul prestito a FCA?

Semplice: la famiglia Agnelli, che ha la quota di maggioranza di Exor e quindi di FCA, è vista come la grassa famiglia che si arricchisce sulle spalle degli italiani e la ex Fiat, da questo punto di vista, ha una cattivissima fama a causa delle operazioni fatte tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

Quindi affermare che Fiat, azienda che porta i guadagni all’estero, non è degna dell’aiuto dell’Italia fa figo e fa voti, basando il tutto sull’ingnoranza di chi ascolta.

La vera verità è che

  • a Fiat Chrysler Automobiles evidentemente aprire questa linea di credito conviene, perché grazie alla garanzia dello Stato il tasso di interesse sarebbe veramente basso;
  • a Intesa San Paolo converrebbe prestargli dei soldi, perché semplicemente fa arbitraggio;
  • allo Stato italiano non costa nulla dare la garanzia Sace a FCA.

La fusione con PSA

La questione di base è che la fusione con PSA è scritta sulla pietra e l’accordo che ha portato le due aziende a lavorare perché ciò avvenga, probabilmente è figlio di trattative serrate tra i maggiori azionisti delle due società.

Entrambe le società, sia FCA che PSA, prevedevano uno stacco dividendo per il 2020 da 1,1 miliardi, cancellando entrambe questo dividendo il peso della fusione non cambia.

Non cambia nemmeno il peso della fusione in caso di ingresso di nuovi capitali a fronte di debito; perché è vero che FCA porterebbe nella fusione i 6,2 miliardi di liquidità supplementare, ma è anche vero che apporterebbe un debito equivalente.

Ciò che potrebbe cambiare il peso della fusione è l’annullamento del dividendo straordinario di 5,5 miliardi di euro che avverrebbe poco prima della fusione, quindi nel 2021; questo semplicemente perché le trattative hanno portato a far staccare questo dividendo per poi unirsi al 50 e 50, facendo un matrimonio alla pari.

Se questo dividendo non sarà staccato i pesi cambierebbero e quindi bisognerebbe sedersi nuovamente al tavolo con gli azionisti PSA per trovare la quadra.

La reazione di John Elkann

In questi termini va letta la reazione del numero 1 di Exor, John Elkann, che ha detto:

“I 5,5 miliardi? Gli accordi sono scritti nella pietra e vincolati”

John Elkann

Il ragionamento è molto semplice: converrebbe avere il prestito, facendo delle promesse di investimento in Italia, ma se il parlamento si mette di traverso piuttosto gli investimenti non vengono fatti.

Ecco quindi che se il prestito non verrà effettuato FCA ha altri modi per arrivare al credito: può semplicemente chiedere la linea di credito senza la garanzia dello Stato; può mettere tutti i dipendenti in cassa integrazione (che pagherebbe questa volta sì lo Stato direttamente); può emettere un bond corporate. Insomma non mancano le possibilità.

John Elkann, come un giocatore di poker, ha detto “vedo”. Lanciando il guanto di sfida all’Italia: FCA ce la può fare senza il prestito e senza l’Italia, ma l’Italia ce la può fare senza FCA?

Il danno della polemica

Questa polemica, però, lascia delle cicatrici difficili da curare poiché cosa penseranno altre aziende che vorrebbero aprire in Italia o che potrebbero valutare di spostarsi in Italia?

Diamo dei bruttissimi segnali a chiunque voglia portare soldi, investimenti e lavoro in Italia.

Per esempio, chiedete ad ArcelorMittal, che ha acquistato l’ILVA sulla base di garanzie penali date dal governo; peccato che lo stesso governo dopo qualche mese si è rimangiato questa garanzia lasciando scoperta la società.

Se l’azienda xx/yy decidesse di portare la propria sede in Italia, guardando questi casi, lo farebbe lo stesso? Noi pensiamo di no, con perdita di lavoro, di PIL e con tutto ciò che ne consegue.