Azione: Fiat Chrysler Automobiles (BIT:FCA – NYSE:FCAU – FCA.MI)

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Logo Fiat Chrysler Automobiles

Fiat Chrysler Automobiles è una società italo-americana che progetta, produce e vende veicoli, ricambi, sistemi di produzione e componenti in tutto il mondo. Opera attraverso la sua rete di 159 stabilimenti produttivi e 87 centri di ricerca e sviluppo, e distribuisce i suoi prodotti in oltre 140 paesi.

La società ha due principali controllate – FCA Italia e FCA US.

I marchi auto del gruppo includono: Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Dodge, Fiat, Fiat Professional, Jeep, Lancia, Ram, SRT e Maserati. Inoltre, il gruppo è impegnato nella vendita al dettaglio, nel finanziamento dei concessionari e nei servizi di noleggio, a supporto del business dell’auto.

Fiat Chrysler occupa l’8° posizione come produttore di automobili al mondo per numero di immatricolazioni. Avendo prodotto circa 4,06 milioni di veicoli nel 2019, si è classificata al di sopra di Mercedes e Groupe PSA, ma dietro Toyota, Volkswagen, Hyundai-Kia, General Motors, Ford, Renault-Nissan e Honda.

Chi sono le persone chiave di Fiat Chrysler Automobiles?

L’attuale amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles è l’inglese Michael (Mike) Manley, succeduto a Sergio Marchionne (morto il 25 luglio 2018). Altra figura chiave dell’azienda è John Elkann, che è Presidente di Fiat Chrysler Automobiles dall’ottobre 2014.

Qual è la storia moderna di Fiat Chrysler Automobiles?

La Fiat Chrysler Automobiles è nata nel 2014, quando la Fiat ha acquisito tutta la Chrysler e le due società sono state fuse in una nuova holding. L’ex Fiat Group Automobiles SpA è diventata FCA Italia, mentre Chrysler Group LLC è diventata FCA USA. L’acquisizione di tutta la Chrysler, che nel 2009 aveva presentato istanza di fallimento ai sensi del Chapter 11, è costata alla Fiat 4,9 miliardi di dollari. Inoltre, ha assunto circa 5,5 miliardi di dollari di debiti pensionistici.

Quali sono gli ultimi sviluppi della Fiat Chrysler Automobiles?

Fiat Chrysler Automobiles ha presentato un business plan quinquennale nel maggio 2014. L’azienda ha dichiarato che prevede di aumentare le vendite a 7 milioni di unità e di raggiungere un utile netto di 5 miliardi di euro. Le ambizioni di crescita di FCA si sono concentrate sul marchio Jeep e sul segmento dei SUV nei mercati in via di sviluppo.

Nel 2015 Fiat Chrysler ha aperto un nuovo complesso industriale Jeep all’avanguardia a Goiana, in Brasile – il più grande stabilimento del gruppo ad oggi, con una capacità produttiva di oltre 250.000 veicoli all’anno.

In un altro importante sviluppo, Fiat Chrysler ha completato lo spin-off della Ferrari nel gennaio 2016.

Negli ultimi anni l’azienda ha ottenuto buoni risultati nella maggior parte delle metriche. In particolare, uno degli ultimi obiettivi di Sergio Marchionne fu l’azzeramento del debito, obiettivo raggiunto nel 2018.

L’unione tra PSA e FCA

Sergio Marchionne, che di FCA è stato il faro, prima della prematura scomparsa, ha sempre detto che il mercato automobilistico mondiale doveva passare da M&A per poter sopravvivere.

Proprio in questa ottica nel 2019 FCA ha presentato un’offerta a Renault per unire gli sforzi e dopo il tentennamento di questa, dopo pochi mesi, e andata a nozze con PSA. Merge in corso d’opera durante il 2020, nonostante i rallentamenti causati dal Covid-19.

Dove opera Fiat Chrysler Automobiles?

Fiat Chrysler Automobiles ha sede a Londra. La società organizza le sue attività in quattro segmenti operativi regionali: NAFTA (Stati Uniti, Canada, Messico e isole caraibiche); LATAM (Brasile, Argentina e Venezuela); APAC (Asia Pacifico, con operazioni chiave in Cina, India, Giappone, Australia e Corea del Sud); ed EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa). Fiat Chrysler Automobiles conta circa 236.000 dipendenti.

Dove viene commercializzata Fiat Chrysler Automobiles?

Le azioni Fiat Chrysler sono negoziate con il simbolo FCA sulla Borsa Italiana di Milano e con il simbolo FCAU sul New York Stock Exchange (NYSE).

  • Stellantis distribuisce le azioni Faurecia

    Stellantis distribuisce le azioni Faurecia

    Torniamo a parlare di dividendi di Stellantis e in particolare, come avevamo già anticipato a gennaio, della distribuzione delle azioni Faurecia verso gli azionisti della stessa Stellantis. Una distribuzione che, come abbiamo detto, farà diventare Exor principale azionista dell’azienda di componentistica francese.

    I calcoli li avevamo già fatti e li avevamo ripetuti pochi giorni fa, in occasione dell’annuncio del dividendo ordinario da 1 miliardo; l’annuncio non si discosta di tanto da quello che avevamo detto, ora però vengono aggiunte le date e i dettagli.

    Andiamo quindi subito al sodo, dicendo che saranno distribuiti:

    • 0,017029 azioni ordinarie di Faurecia
    • Euro 0,096677 di dividendo straordinario

    Per ogni azione Stellantis che si ha in portafoglio.

    Le date ex dividendo è quella di lunedì 15 marzo 2021, mentre il record date è martedì 16 marzo 2021. Infine la consegna delle azioni e il pagamento del dividendo avverrà lunedì 22 marzo 2021.

    Qualora si abbiano azioni Stellantis sul mercato francese o italiano le date sono quelle appena dette, mentre, se si hanno azioni Stellantis in dollari, quindi sul mercato di Wall Street, la data di pagamento è giovedì 1 aprile 2021.

    Le azioni totali che saranno distribuite sono 54.297.006 azioni ordinarie di Faurecia, il dividendo è di 308 milioni ed è il corrispettivo incassato da Peugeot a settembre, quando si decise, insieme a Fiat Chrysler Automobiles, per non incorrere in problemi con l’antitrust, di cedere sul mercato il 7% della quota Faurecia che era nel portafoglio di Peugeot.

  • Stellantis pronta al dividendo da 1 miliardo (0,32 euro ad azione)

    Stellantis pronta al dividendo da 1 miliardo (0,32 euro ad azione)

    In attesa del cda dell’8 marzo, il quale deciderà il futuro delle azioni Faurecia, come avevamo già anticipato in gennaio, quando Stellantis aveva appena preso vita, arriva una decisione importante, o almeno, rispetto a quello che sapevamo, sono state segnate sul calendario delle date.

    Dividendo da 1 miliardo per Stellantis

    Partiamo proprio dalla parte più interessante per gli azionisti, cioè la distribuzione di un dividendo da 1 miliardo che era già stato annunciato con gli accordi di settembre scorso, quando veniva dato facoltà alle aziende di distribuire un dividendo da 500 milioni ciascuno o, dopo l’aggregazione, da un miliardo in totale.

    Visto il numero di azioni circolanti, si tratta di un dividendo da 0,32 euro ad azione, che con il prezzo attuale di Stellantis, significa un dividend yield del 2,25%.

    I conti di Stellantis sul 2020

    L’anticipazione arriva in occasione della comunicazione dei conti aziendali del 2020, che vedrà una call oggi alle 15.30.

    Conti che hanno visto la nuova nata registrare comunque utile nonostante la pessima annata dovuta alla pandemia da Corona Virus.

    Nel dettaglio, avendo chiuso il 2020 con due società distinte (l’aggregazione è avvenuta nella prima metà di gennaio), bisogna osservare sia i conti di FCA che quelli di PSA per comprendere la portata dei bilanci.

    I conti di FCA nel 2020

    Partiamo dal lato italo-americano della nuova società, cioè Fiat Chrysler Automobiles, che ha chiuso l’anno scorso con ricavi per 86,68 miliardi di euro, in deciso calo rispetto al 2019, quando si registrò un fatturato da 108,19 miliardi. Siamo quindi in presenza di uno storno di circa il 20%.

    Il reddito operativo adjusted fa persino peggio, registrando un calo del 44% passando dai 6,67 miliardi del 2019 ai 3,74 del 2020.

    L’utile netto, di conseguenza, precipita chiudendo a 34 milioni di euro che, per un’azienda del genere, significa quasi chiusura in pareggio.

    Di contro, l’utile netto adjusted rimane a 1,19 euro ad azione, dimostrando che nell’anima FCA di Stellantis c’è comunque del valore.

    I conti di Peugeot nel 2020

    Ed eccoci infine ai dati di Peugeot nel 2020, la quale, se guardiamo al solo utile netto, ha fatto si che Stellantis non partisse con il piede sbagliato.

    Utile netto pari a 2,2 miliardi per i francesi, che avevano registrato 3,5 miliardi nel 2019, quindi con un calo del 37%.

    Ulteriore dividendo e azioni Faurecia

    Al di là dei conti e del miliardo che sarà distribuito, c’è da considerare, per gli azionisti, come l’8 marzo sarà deciso di distribuire un ulteriore dividendo straordinario da 308 milioni (o 0,098 ad azione circa), legato alla vendita di una parte di azioni che PSA deteneva in Faurecia.

    Inoltre saranno distribuite le azioni della casa di componenti francese che dovrebbero seguire il rapporto di 1,74 azioni ogni 100 di Stellantis possedute.

  • Vendite di auto nel 2020 in Europa suddivise per Brand

    Vendite di auto nel 2020 in Europa suddivise per Brand

    Che ci sarebbe stato un crollo delle vendite delle automobili era ampiamente previsto, così come il fatto che dicembre non avrebbe fatto differenza rispetto all’intero 2020.

    Il Covid ha contratto le vendite e il settore automotive non sfugge certo alla pandemia.

    ACEA, ente europeo di immatricolazione e statistica, ha pubblicato i dati che sottolineano come nel 2020, in Europa, si sia persa la vendita di un’auto su 4. Un crollo del 24,3% che sarebbe in grado di mettere in ginocchio qualsiasi azienda. In totale sono state 11,96 milioni le auto immatricolate.

    Il gruppo FCA, prima della fusione con PSA (che ha dato vita a Stellantis), ha registrato in dicembre una controtendenza, con un aumento del 7,5% rispetto a un anno prima. Se si allarga l’orizzonte, però, si nota come il 2020 sia stato particolarmente avaro di soddisfazioni, infatti la casa del Lingotto fa peggio rispetto al mercato, registrando un -26% contro il -24,3% del mercato. Ciò è dovuto, in particolar modo, al fatto che in primavera la pandemia si è concentrata particolarmente sull’Italia, con il resto d’Europa che, benché a ritmo ridotto, ha continuato a girare.

    Numeri che si vedono bene facendo lo spaccato per nazione, con l’Italia al secondo posto (-27,9%) superata solo dalla Spagna (-32,3%) e seguita dalla Francia (-25,5%).

    Non va meglio al partner di FCA, quella PSA che è entrata in Stellantis, che nel 2020 ha registrato un calo del -29,3%, quindi ben peggio di FCA.

    Si salva Volkswagen, anche grazie al calo della Germania (-19,1%) più contenuto che altrove.

    Vendite auto nel 2020

    Questa la tabella con le performance di immatricolazione:

    Mark. Share 2019Mark. Share 2020Immatricolazioni
    Volkswagen group24,9%25,6%-21,6%
    PSA Group16,4%15,9%-29,3%
    Renault Group11,8%11,5%-25,6%
    Hyundai Group6,6%7,0%-18,4%
    FCA Group6,8%6,6%-25,5%
    BMW Group5,9%6,5%-16,0%
    Daimler (Mercedes)6,2%6,3%-22,4%
    Toyota Group5,0%5,7%-12,8%
    Ford5,5%5,0%-30,6%
    Volvo2,0%2,2%-15,9%
    Nissan2,2%2,1%-27,7%
    Mazda1,6%1,2%-42,5%
    Immatricolazioni auto in Europa nel 2020
  • Tutti pazzi per Stellantis

    Tutti pazzi per Stellantis

    In una giornata in cui il mercato americano è chiuso per la festività dell’anniversario della nascita di Martin Luther King ci si aspetterebbe volumi di scambi medio/bassi in tutto il globo.

    Eppure nonostante ciò oggi c’è una grande novità, cioè quella Stellantis nata dalla fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e Groupe PSA.

    Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è un incredibile +8% registrato dalla nuova nata al primo giorno di contrattazioni.

    Successo che potrebbe replicarsi domani grazie al fatto che proprio domani Stellantis sarà quotata per il primo giorno a Wall Street sul mercato del NYSE.

    Orgoglioso ovviamente John Elkann, presidente della newCo nata dalla fusione:

    Stellantis rappresenta un’opportunità straordinaria in questa era di sfide e tuttavia molto emozionante, di profondo cambiamento per la nostra industria. La sua velocita, la sua intensità e la sua energia è equivalente a quanto accadde alle sue origini, alla fine del diciannovesimo secolo

    John Elkann sul primo giorno di quotazione di Stellantis

    Da oggi Stellantis sostituisce il titolo FCA a Piazza Affari con un concambio di 1 azione per ognuna detenuta nel gruppo del Lingotto.

    Quotazione anche a Parigi, dove sull’Euronext il concambio è di 1,742 azioni ogni 1 di Gruppo PSA.

    Domani toccherà alla piazza americana con concambio di 1 azione ogni titolo di FCAU.

    Il titolo Stellantis ha il ticket STLA su tutte le piazze finanziarie in cui è quotata.

  • Peugeot si mangia FCA nella fusione

    Peugeot si mangia FCA nella fusione

    Stiamo seguendo da tempo la fusione tra FCA e Peugeot, quella che è sempre stata definita come una fusione tra pari e che farà nascere la nuova Stellantis.

    Abbiamo sempre parlato di fusione tra pari perché sin dal primo minuto questo hanno comunicato le due società.

    Con il deposito dei documenti, in vista delle assemblee del 4 gennaio che decreteranno ufficialmente la nascita della nuova entità, però, appare evidente come la fusione non sia proprio alla pari e, nei fatti, Peugeot sta acquistando Fiat.

    Il principio contabile internazionale Ifrs 2 dice che in caso di fusioni deve essere sempre indicato un acquirente e un’acquistata e dai documenti depositati appare evidente come i francesi stiano acquistando l’azienda italo-americana.

    Ciò si nota anche da altri punti messi nero su bianco dalle due case, come per esempio il numero di soggetti nominati in cda, con 5 persone a testa ma con l’undicesimo che rappresenta il CEO, che sarà nominato da Peugeot ed è Carlos Tavares.

    Certamente è una nomina di comodo, sia per i francesi che per gli italiani, con (oggettivamente) la persona più indicata per guidare la società. Non è detto che una nuova nomina futura sia necessariamente di firma Peugeot, con i tutti i soci della nuova Stellantis che potranno dire la loro.

    Inoltre ai soci di Fiat Chrysler Automobiles, nel momento della fusione, verrà riconosciuto un premio, operazione tipica per l’azienda che viene acquisita.

    La struttura societaria dei soci, al momento, prevede che Exor arrivi al 14,5% delle quote e sarebbe il socio di maggioranza, però i francesi possono fare squadra, con i tre player principali, cioè la famiglia Peugeot, lo Stato francese e i cinesi di Dongfeng che, mettendo a fattor comune i propri diritti di voto, arrivano a un 19%.

    Questo rappresenterebbe un’ulteriore prova, se non per il fatto che, proprio per salvaguardare le simmetrie, dagli accordi iniziali è previsto che Dongfeng debba scendere vendendo entro fine 2020 le azioni in PSA, che saranno acquistate dalla società stessa. Viene dato comunque tempo ai cinesi fino al 2022 qualora volessero vendere le quote nella nuova Stellantis anziché di Peugeot.

    Di contro viene data la possibilità alla famiglia Peugeot di salire di un ulteriore 2,5% acquistando azioni da Dongfeng oppure da Bpifrance (lo Stato francese).

    Insomma, alla fine di queste cessioni/acquisti, teoricamente, la struttura dei proprietari sarà del 14,5% sia per i francesi che per gli italiani.

    Rimangono invece i punti precedenti, che benché rappresentino dei piccoli punti, fanno propendere per l’acquisizione da parte dei francesi anziché degli italiani.

    Ultimo punto da verificare è quale sarà la quotazione, con la nuova società che dovrebbe essere quotata in Francia, in Italia e in America, nella speranza che non succeda come LuxOttica/Essilor che alla fine è stata quotata quasi esclusivamente sul mercato francese. Da questo punto di vista, l’acquisto da parte di Euronext del listino italiano di Piazza Affari, fa ben sperare.

  • Azioni migliori e peggiori sul FTSE MIB, dall’arrivo del Corona Virus

    Azioni migliori e peggiori sul FTSE MIB, dall’arrivo del Corona Virus

    Era il 16 marzo del 2020 e il FTSE MIB, insieme a gran parte dei mercati mondiali toccava minimi che non si vedevano da anni.

    In particolar modo il FTSE MIB toccava il minimo di 14.153, numero che non vedeva da agosto 2012.

    Quel giorno si veniva da quattro settimane di continue discese e con l’Italia che andava in lockdown non si vedeva una via d’uscita. Solo con il senno di poi possiamo dire che quel giorno si toccò il momento più brutto, almeno sulle borse, del 2020 nel pieno dell’emergenza Covid.

    Da quel 16 marzo 2020 sembra passata una vita ma in realtà siamo a soli 8 mesi di distanza. In questi 2 quadrimestri cosa è successo?

    Inoltre, al di là del punto più basso, qual è la performance delle azioni da prima che il Covid diventasse una triste realtà?

    Vediamo la lista delle azioni presenti nel FTSE MIB e capiamo quali azioni hanno già recuperato, quante hanno addirittura sovraperformato e quante invece ancora devono recuperare del terreno.

    Da metà marzo a metà novembre (8 mesi)

    Questa che segue è la performance dei titoli azionari facenti parte del FTSE MIB tra il 16 marzo 2020 e il 16 novembre 2020.

    AzioniTicketPerformance
    AmplifonBIT:AMP119,00%
    STMicroelectronicsBIT:STM81,03%
    Fiat Chrysler AutomobilesBIT:FCA75,59%
    PrysmianBIT:PRY73,82%
    Davide CampariBIT:CPR72,49%
    Interpump GroupBIT:IP64,87%
    Banca GeneraliBIT:BGN63,18%
    FinecoBank Banca FinecoBIT:FBK61,76%
    DiaSorinBIT:DIA60,76%
    MediobancaBIT:MB60,04%
    Banco BPMBIT:BAMI55,56%
    Banca MediolanumBIT:BMED54,29%
    MonclerBIT:MONC49,98%
    NexiBIT:NEXI48,55%
    EnelBIT:ENEL47,36%
    CNH IndustrialBIT:CNHI46,35%
    Azimut HoldingBIT:AZM45,15%
    FTSE MIB (benchmark indice)44,30%
    AtlantiaBIT:ATL43,47%
    FerrariBIT:RACE43,44%
    RecordatiBIT:REC42,91%
    Buzzi UnicemBIT:BZU42,38%
    TenarisVIE:TEN36,97%
    InWIT (Infrastr. Wireless Italiane)BIT:INW35,24%
    Unipol GruppoBIT:UNI33,94%
    Pirelli & C.BIT:PIRC32,60%
    Poste ItalianeBIT:PST32,46%
    Intesa SanpaoloBIT:ISP31,43%
    ExorBIT:EXO29,93%
    Terna – Rete Elettrica NazionaleBIT:TRN29,81%
    SnamBIT:SRG29,63%
    ItalgasBIT:IG24,24%
    Assicurazioni GeneraliBIT:G23,63%
    UniCreditBIT:UCG23,15%
    EniBIT:ENI22,80%
    Telecom ItaliaBIT:TIT20,69%
    A2ABIT:A2A19,42%
    LeonardoBIT:LDO6,18%
    HERABIT:HER0,97%
    SaipemBIT:SPM-1,52%
    Bper BancaBIT:BPE-16,46%
    Componenti del FTSE MIB ordinati per performance tra il 16 marzo 2020 e il 16 novembre 2020

    Come si può facilmente notare la quasi totalità delle azioni ha registrato una performance invidiabile dal momento più basso del FTSE MIB.

    Circa la metà delle azioni (17) hanno sovraperformato la resa dell’indice (44,30%) mentre l’altra metà (23) hanno sottoperformato.

    Tra i migliori ci sono principalmente titoli industriali, mentre tra i peggiori troviamo tanti finanziari ed energetici.

    Pre-Covid vs Oggi

    Però ha poco senso guardare dal minimo annuale a oggi se non consideriamo come si trovavano quei titoli prima del minimo di marzo.

    In particolar modo l’ultimo giorno prima del crollo dovuto al Covid si è registrato sul FTSE MIB in data 19 febbraio 2020, quando l’indice toccò il massimo di 25.271 punti.

    Questa invece la performance dei titoli del FTSE MIB dal pre-Covid a oggi, dopo circa 9 mesi (3 interi trimestri).

    AziendeTicketPerformance
    DiaSorinBIT:DIA43,10%
    AmplifonBIT:AMP19,67%
    Interpump GroupBIT:IP14,71%
    RecordatiBIT:REC12,17%
    Davide CampariBIT:CPR11,64%
    FinecoBank Banca FinecoBIT:FBK10,01%
    PrysmianBIT:PRY6,92%
    MonclerBIT:MONC5,23%
    FerrariBIT:RACE4,67%
    Fiat Chrysler AutomobilesBIT:FCA2,61%
    STMicroelectronicsBIT:STM2,27%
    CNH IndustrialBIT:CNHI0,00%
    InWIT – Infrastrutture Wireless ItalianeBIT:INW-4,51%
    EnelBIT:ENEL-5,60%
    Terna – Rete Elettrica NazionaleBIT:TRN-7,66%
    Buzzi UnicemBIT:BZU-7,78%
    NexiBIT:NEXI-9,64%
    SnamBIT:SRG-10,78%
    Banca GeneraliBIT:BGN-12,97%
    Pirelli & C.BIT:PIRC-13,14%
    Banca MediolanumBIT:BMED-13,50%
    FTSE MIB Indice (benchmark)-15,15%
    ItalgasBIT:IG-15,26%
    MediobancaBIT:MB-24,82%
    ExorBIT:EXO-25,01%
    Poste ItalianeBIT:PST-25,20%
    Assicurazioni GeneraliBIT:G-26,01%
    Banco BPMBIT:BAMI-26,02%
    Azimut HoldingBIT:AZM-27,70%
    Intesa SanpaoloBIT:ISP-29,23%
    HERABIT:HER-30,04%
    Telecom ItaliaBIT:TIT-32,69%
    Unipol GruppoBIT:UNI-33,27%
    TenarisVIE:TEN-34,85%
    A2ABIT:A2A-35,26%
    AtlantiaBIT:ATL-36,14%
    EniBIT:ENI-38,41%
    UniCreditBIT:UCG-41,26%
    SaipemBIT:SPM-48,81%
    LeonardoBIT:LDO-49,64%
    Bper BancaBIT:BPE-52,69%
    Performance delle azioni sul FTSE MIB da prima del Covid a metà novembre (dopo 9 mesi)

    Mentre la performance del FTSE MIB dal 19 febbraio al 17 novembre è stato del -15,15%, ci sono titoli che hanno ampiamente recuperato e sono addirittura in attivo e altre azioni che invece ancora valgono la metà di quanto valevano prima della pandemia.

    Appare evidente come tra i primi 4 per performance ben 3 sono legati al farmaceutico e alla salute. Interpump e Campari, che compongono la TOP 5 hanno avuto importanti cambiamenti nel periodo, con la società di beverage che è passata da un trasferimento all’estero e la società industriale che a marzo non era nel FTSE MIB, quindi beneficia della promozione.

  • Azioni Industria Automobilistica, come scegliere equity delle auto

    Azioni Industria Automobilistica, come scegliere equity delle auto

    L’industria automobilistica è enorme e molto in vista. Se vi chiedessi una lista di marchi d’auto sono sicuro me ne snocciolereste almeno una ventina, e per ognuna avete un’opinione abbastanza precisa, che nasce dalla vostra esperienza o da opinioni altrui che avete fatto vostre.

    Grazie a questa visibilità, i titoli automobilistici hanno attirato grande interesse da parte degli investitori per decenni, e probabilmente lo faranno per i decenni a venire. Di seguito, esamineremo più da vicino i titoli automobilistici e il modo migliore per investire in essi.

    L’industria automobilistica

    Troverete i seguenti tipi di stock all’interno del gruppo dell’industria automobilistica:

    • Costruttori di automobili, che producono automobili, camion e SUV, compresi i veicoli elettrici
    • Fornitori di ricambi per auto, dai sedili e candele di accensione ai complessi sistemi elettronici e batterie per auto elettriche
    • Aziende produttrici di pneumatici
    • Gruppi di concessionari auto

    Come si valuta un’azione automobilistica?

    Le azioni automobilistiche rientrano nel settore dei beni di consumo durevoli. Questo settore comprende le aziende che realizzano prodotti per i consumatori destinati a durare più di qualche anno, come lavatrici, mobili, automobili e camion.

    Prima di investire in titoli automobilistici, è importante capire come i cicli economici influenzano le aziende automobilistiche e come queste aziende lavorano per massimizzare i profitti e rimanere competitive durante i periodi di congiuntura economica buona e cattiva.

    Comprendere il ciclo di vendita dell’auto

    Le case automobilistiche e i loro fornitori sono scorte cicliche, il che significa che i loro profitti aumentano e diminuiscono con la fiducia dei consumatori. È facile capire il perché: quando le imprese e i consumatori sono preoccupati per l’economia, rinviano l’acquisto di nuovi veicoli.

    La ciclicità delle vendite di auto è importante per gli investitori perché:

    • I costruttori di auto hanno costi fissi elevati, compresi i loro stabilimenti, le attrezzature, le reti logistiche e i contratti di lavoro. Queste bollette devono essere pagate a prescindere dal numero di auto vendute.
    • I costruttori e i fornitori di auto devono anche spendere molto per lo sviluppo dei prodotti per assicurarsi di avere un flusso costante di nuovi prodotti competitivi.
    • Costi elevati e spese costanti fanno sì che i margini di profitto nell’industria automobilistica tendano ad essere bassi, anche in periodi di congiuntura economica favorevole.
    • Quando le vendite crollano, come in un periodo di recessione, i profitti delle aziende automobilistiche diminuiscono drasticamente (mettendo a rischio la spesa per i prodotti futuri e la competitività futura delle aziende).

    Riserve di liquidità

    La maggior parte delle aziende automobilistiche ha tagliato drasticamente la spesa per i prodotti futuri durante la recessione del 2008-2009, stessa cosa vista durante la crisi dovuta al Covid 19. I pochi che non l’hanno fatto avevano prodotti freschi nei loro showroom quando è iniziata la ripresa e sono riusciti a guadagnare quote di mercato.

    Questa è stata una lezione importante per l’intera industria: ora la maggior parte delle case automobilistiche mondiali dispone di consistenti riserve di liquidità per mantenere gli sforzi per i prodotti futuri durante la prossima recessione, ogni volta che questa arriverà.

    Molte aziende automobilistiche pagano dividendi anche ai loro azionisti. Alcune case automobilistiche hanno confermato che faranno uso delle riserve di liquidità per continuare a pagare i dividendi durante le recessioni. E ce ne sono altre che avevano previsto dividendi ma, con l’arrivo della crisi di Covid, hanno deciso di rimodulare quanto previsto: un esempio ne è FCA che, grazie alla prevista fusione con PSA, aveva promesso un ricco dividendo di 5,5 miliardi pre-fusione, poi tagliato drasticamente per mantenere liquidità disponibile.

    Concorrenza mercato auto

    In generale, la casa automobilistica con i prodotti più recenti otterrà migliori profitti. Le case automobilistiche devono investire costantemente per assicurarsi di avere un flusso costante di nuovi prodotti nelle loro pipeline.

    Oggi le case automobilistiche e i fornitori di ricambi stanno anche facendo grandi investimenti nelle tecnologie del futuro, come i veicoli elettrici e i sistemi di guida autonoma. La maggior parte degli esperti ritiene che queste tecnologie saranno necessarie alle case automobilistiche se vogliono rimanere competitive in un futuro non troppo lontano.

    Veicoli elettrici

    È possibile che alcune delle opportunità più entusiasmanti dei prossimi anni coinvolgeranno i produttori di veicoli elettrici. I veicoli elettrici sono nuovi e diversi, e la maggior parte degli analisti si aspetta che nel corso del tempo spostino in larga misura i veicoli a combustione interna.

    Le aziende produttrici di veicoli elettrici potrebbero vedere una forte crescita, il che è eccitante per gli investitori (e si nota nell’andamento del prezzo delle azioni di qualcuna di esse). Ma è importante ricordare che i processi coinvolti nello sviluppo e nella produzione di veicoli elettrici non sono poi così diversi da quelli utilizzati dai costruttori di veicoli a combustione interna tradizionali. Ciò significa che i produttori di veicoli elettrici devono affrontare costi elevati proprio come le case automobilistiche tradizionali.

    È anche importante ricordare che tutte le case automobilistiche tradizionali stanno introducendo veicoli elettrici propri, e la concorrenza in questo segmento di mercato sarà feroce nel tempo.

    Come interpretare il bilancio delle aziende automobilistiche?

    I bilanci delle case automobilistiche non sono troppo difficili da decifrare. Ecco tre cose da sapere:

    Gli investitori automobilistici tendono a guardare al reddito operativo, o EBIT (utile al lordo di interessi e tasse), così come ai margini operativi, per tracciare la performance finanziaria di un’azienda automobilistica nel tempo. Questi includono i costi diretti di produzione e spedizione dei veicoli, nonché le spese di ricerca e sviluppo (che possono essere molto elevate nell’industria automobilistica), escludendo i costi degli interessi e le tasse, meno direttamente legati alla performance dell’azienda.

    Spesso le case automobilistiche forniscono dati corretti che escludono l’impatto di oneri e guadagni una tantum come ammortamenti e perdite fiscali; questi sono utili per comprendere la performance di fondo dell’attività.

    Molte case automobilistiche hanno filiali che sono società finanziarie, che forniscono prestiti e leasing a clienti e commercianti. Sono generalmente abbastanza redditizie, ma possono fare bilanci automobilistici che confondono gli investitori. Per aiutare, la maggior parte delle case automobilistiche fornisce cifre relative al debito e al flusso di cassa specifiche per le loro attività principali del settore automobilistico, spesso chiamate numeri “automobilistici” o “industriali”. È possibile utilizzarli per capire il debito di un’azienda e per fare dei confronti tra le case automobilistiche.

    I marchi più popolari da trattare in borsa

    Come anticipato in apertura, vista la natura del mercato e la visibilità ovvia, creare una lista di brand non è così difficile. Siamo sicuri comunque che nella lista che segue troverete dei brand che non avete mai considerato.

    Produttori di autoveicoli e correlati

    Questa una lista di brand che costruiscono autoveicoli, camion e veicoli in generale

    MarchioTicket
    Aston MartinLON:AML
    Audi GroupFRA:NSU
    BMWETR:BMW
    Daimler (Mercedes)ETR:DAI
    FerrariBIT:RACE
    Fiat Chrysler AutomobilesBIT:FCA
    FordNYSE:F
    General MotorsNYSE:GM
    HondaTYO:7267
    Hyundai Motor CoKRX:005380
    IsuzuTYO:7202
    Kia MotorsKRX:000270
    Li Auto IncNASDAQ:LI
    Lordstown MotorsNASDAQ:RIDE
    Mahindra & MahindraNSE:M&M
    MazdaTYO:7261
    Mitsubishi MotorsTYO:7211
    NikolaNASDAQ:NKLA
    NioNYSE:NIO
    NissanTYO:7201
    Peugeot PSAEPA:UG
    PiaggioBIT:PIA
    PorscheETR:PAH3
    RenaultEPA:RNO
    Rolls-RoyceLON:RR
    SsangYong MotorKRX:003620
    Subaru CorporationTYO:7270
    SuzukiTYO:7269
    TataNSE:TATAMOTORS
    TeslaNASDAQ:TSLA
    ToyotaNYSE:TM
    VolkswagenETR:VOW3
    VolvoSTO:VOLV-B
    XpengNYSE:XPEV
    Produttori di Autoveicoli e correlati

    Aziende del settore autoveicoli

    Quella che segue, invece, è una lista di aziende che sono nella filiera della produzione o vendita di autoveicoli e correlati.

    Nella lista troviamo dai produttori di gomme (Pirelli, Continental, Michelin, ecc) a conglomerati che possiedono più marchi (per esempio EXOR, oppure Traton SE che vende camion MAN e altri veicoli).

    In questa lista sono presenti anche aziende che producono componentistiche in generale, soprattutto per il mercato elettrico e meccanico.

    AziendaTicker
    ContinentalETR:CON
    Cooper TireNYSE:CTB
    ExorBIT:EXO
    Gestamp AutomocionBME:GEST
    Goodyear TireNASDAQ:GT
    MichelinEPA:ML
    Navistar InternationalNYSE:NAV
    Nokian TyresHEL:TYRES
    Oshkosh CorporationNYSE:OSK
    PaccarNASDAQ:PCAR
    PininfarinaBIT:PINF
    PirelliBIT:PIRC
    SAIC MotorSHA:600104
    Traton SEETR:8TRA
    VeoneerNYSE:VNE
    Workhorse GroupNASDAQ:WKHS
    Aziende nella filiera della produzione e vendita di veicoli

    Le azioni automobilistiche fanno per voi?

    I titoli automobilistici possono contribuire in modo importante al vostro portafoglio di investimenti. Poiché salgono e scendono con la fiducia dei consumatori, possono essere utili indicatori del fatto che i problemi economici (o una ripresa) potrebbero essere in arrivo.

    Per la loro stessa natura, quindi, hanno dei movimenti molto ampi in concomitanza con il ciclo economico di interi Paesi o, addirittura, mondiali. Per questo motivo sono strumenti che possono far variare di tanto il capitale e dovrebbero essere trattate solo da chi ha una buona propensione al rischio.

  • MSCI Europa, l’indice europeo poco conosciuto

    MSCI Europa, l’indice europeo poco conosciuto

    Ben più noto l’indice EuroStoxx 50 ma non è l’unico strumento per fare un paniere delle azioni del vecchio continente. Una valida alternativa è l’indice MSCI Europa.

    Cosa è l’MSCI Europa

    Si tratta di un paniere di titoli azionari gestito dall’omonima società MSCI (Morgan Stanley Capital International) che include tutte le migliori azioni del vecchio continente.

    Si tratta di una raccolta dei 15 mercati azionari più grandi in Europa e copre un complessivo 85% della capitalizzazione di ognuno di questi mercati.

    Ciò è possibile perché, per ognuno dei 15 mercati, nel paniere finiscono le azioni a più larga capitalizzazione.

    Composizione dell’indice MSCI Europa

    Come già detto sono 15 i mercati che “prestano” i titoli per la composizione di questo indice, si tratta dei mercati di:

    1. Austria
    2. Belgio
    3. Danimarca
    4. Finlandia
    5. Francia
    6. Germania
    7. Irlanda
    8. Italia
    9. Olanda
    10. Norvegia
    11. Portogallo
    12. Spagna
    13. Svezia
    14. Svizzera
    15. Regno Unito

    Ovviamente quando si parla di titoli azionari il Regno Unito fa da padrone e compone circa un quarto dell’intero indice, seguito da Francia, Germania e Svizzera.

    Il paniere ha un consistente numero di azioni, tipicamente si sfiorano i 500 titoli differenti. Nel momento in cui scriviamo, per esempio, contiamo 424 azioni differenti all’interno del paniere.

    Titoli azionari all’interno dell’indice MSCI Europa

    TitoloNazionePeso nel paniere
    NESTLECH4,17%
    ROCHE HOLDING PARCH3,07%
    NOVARTISCH2,34%
    SAPDE1,90%
    ASML HOLDINGNL1,79%
    ASTRAZENECAGB1,71%
    LVMHFR1,53%
    NOVO NORDISKDK1,40%
    SANOFIFR1,35%
    SIEMENSDE1,19%
    GLAXOSMITHKLINEGB1,13%
    TOTALFR1,02%
    UNILEVERNL1,01%
    ALLIANZDE0,98%
    L’OREALFR0,95%
    BRITISH AMERICAN TOBACCOGB0,91%
    AIR LIQUIDEFR0,89%
    HSBC HOLDINGSGB0,89%
    DIAGEOGB0,88%
    IBERDROLAES0,86%
    ENELIT0,82%
    RIO TINTOGB0,82%
    RECKITT BENCKISER GROUPGB0,79%
    SCHNEIDER ELECTRIC SEFR0,78%
    BAYERDE0,74%
    BPGB0,72%
    ADIDASDE0,72%
    DEUTSCHE TELEKOMDE0,67%
    BASFDE0,65%
    ZURICH INSURANCE GROUPCH0,64%
    ROYAL DUTCH SHELL CL AGB0,62%
    KERINGFR0,61%
    LONZA GROUPCH0,55%
    ABB LTDCH0,55%
    BHP GROUP ORD SHSGB0,55%
    AIRBUSNL0,52%
    VINCIFR0,52%
    DEUTSCHE POSTDE0,52%
    DAIMLERDE0,52%
    PROSUSNL0,51%
    BNP PARIBAS ACT.AFR0,51%
    RELXGB0,50%
    PHILIPSNL0,49%
    AB INBEVBE0,49%
    UBS GROUPCH0,49%
    GIVAUDANCH0,48%
    DANONEFR0,48%
    NATIONAL GRIDGB0,44%
    MUENCHENER RUECKVERDE0,43%
    PRUDENTIALGB0,43%
    AXAFR0,43%
    ESSILORLUXOTTICAFR0,43%
    VODAFONE GROUPGB0,42%
    LONDON STOCK EXCHANGE GROUPGB0,42%
    VONOVIADE0,42%
    RICHEMONTCH0,41%
    EXPERIANGB0,41%
    PERNOD RICARDFR0,40%
    INFINEON TECHNOLOGIESDE0,40%
    SIKACH0,40%
    SAFRANFR0,40%
    AHOLD DELNL0,39%
    DEUTSCHE BOERSEDE0,39%
    ADYENNL0,38%
    DSV PANALPINADK0,38%
    INTESA SANPAOLOIT0,38%
    ERICSSONSE0,37%
    INDITEXES0,37%
    ATLAS COPCOSE0,37%
    BANCO SANTANDERES0,37%
    VESTAS WIND SYSTEMSDK0,35%
    ANGLO AMERICANGB0,35%
    VOLKSWAGENDE0,34%
    INVESTORSE0,34%
    KONEFI0,34%
    TESCOGB0,33%
    ALCONCH0,33%
    VOLVOSE0,33%
    CRHIE0,33%
    COMPASS GROUPGB0,33%
    DSM KONNL0,32%
    ING GROEPNL0,32%
    HERMES INTERNATIONALFR0,32%
    ORSTED DONG EnergyDK0,30%
    GENMABDK0,30%
    AMADEUS IT GROUPES0,30%
    E.ONDE0,29%
    DASSAULT SYSTEMFR0,29%
    CREDIT SUISSE GROUP AGCH0,29%
    ENGIEFR0,29%
    NORDEA BANKFI0,28%
    LAFARGEHOLCIM LTDCH0,28%
    NESTEFI0,28%
    ASSA ABLOYSE0,28%
    BMWDE0,28%
    FLUTTER ENTERTAINMENTIE0,28%
    WOLTERS KLUWERNL0,27%
    HEINEKENNL0,27%
    FERRARINL0,27%
    RWEDE0,27%
    VIVENDIFR0,27%
    SANDVIKSE0,27%
    SWISS RE AGCH0,26%
    NOKIAFI0,26%
    GLENCOREJE0,26%
    LLOYDS BANKING GROUPGB0,26%
    CAPGEMINIFR0,25%
    ORANGEFR0,25%
    SAINT GOBAINFR0,25%
    GEBERITCH0,25%
    KERRY GROUPIE0,25%
    LEGRANDFR0,25%
    ENIIT0,25%
    ESSITY AKTIEBOLAG (PUBL)SE0,24%
    BAE SYSTEMSGB0,24%
    FERGUSONJE0,24%
    BARCLAYSGB0,24%
    HEXAGONSE0,24%
    CELLNEX TELECOMES0,23%
    STMICROELECTRONICSNL0,22%
    MERCKDE0,22%
    SAMPOFI0,22%
    AKZO NOBELNL0,22%
    FRESENIUSDE0,22%
    COLOPLASTDK0,22%
    HENKEL& KGAADE0,22%
    MICHELINFR0,21%
    SYMRISEDE0,21%
    UNICREDITIT0,21%
    TELEPERFORMANCEFR0,21%
    FRESENIUS MEDICAL CAREDE0,21%
    DEUTSCHE WOHNENDE0,20%
    TELEFONICAES0,20%
    PARTNERS GROUP HOLDINGCH0,20%
    BANCO BILBAO VIZCAYA ARGENTARIAES0,20%
    OCADO GROUPGB0,19%
    UPM-KYMMENEFI0,19%
    IMPERIAL BRANDSGB0,19%
    SMITH AND NEPHEWGB0,19%
    DEUTSCHE BANKDE0,19%
    SGSCH0,19%
    ASHTEAD GROUPGB0,19%
    SSEGB0,19%
    ASSICURAZIONI GENERALIIT0,18%
    EQUINORNO0,18%
    UCBBE0,17%
    SEGRO REITGB0,17%
    SKANDINAVISKA ENSKILDA BANKENSE0,17%
    AVIVAGB0,17%
    SARTORIUSDE0,17%
    SWISSCOMCH0,17%
    SWEDBANKSE0,17%
    LEGAL AND GENERAL GROUPGB0,16%
    JUST EAT TAKEAWAYNL0,16%
    EDPPT0,16%
    DELIVERY HERODE0,16%
    CARLSBERGDK0,16%
    HENNES & MAURITZSE0,16%
    ZALANDODE0,16%
    NOVOZYMESDK0,16%
    KINGSPAN GROUPIE0,16%
    SVENSKA HANDELSBANKENSE0,16%
    DNBNO0,15%
    INTERTEK GROUPGB0,15%
    SWEDISH MATCHSE0,15%
    KBCBE0,15%
    FIAT CHRYSLER AUTOMOBILESNL0,15%
    RENTOKIL INITIALGB0,15%
    SONOVA HOLDINGCH0,15%
    SWISS LIFE HLDGCH0,15%
    FERROVIALES0,15%
    WORLDLINEFR0,14%
    LOGITECHCH0,14%
    BT GROUPGB0,14%
    SIEMENS HEALTHINEERSDE0,14%
    CHRISTIAN HANSEN HOLDINGDK0,14%
    3I GROUPGB0,14%
    STANDARD CHARTEREDGB0,14%
    VEOLIA ENVIRONNEMENT VEFR0,14%
    EDENREDFR0,14%
    TELENORNO0,14%
    QIAGENNL0,13%
    SOCIETE GENERALEFR0,13%
    BEIERSDORFDE0,13%
    SCHINDLER P PARCH0,13%
    CONTINENTALDE0,13%
    HALMAGB0,13%
    NN GROUPNL0,13%
    ARGENXNL0,13%
    REPSOLES0,13%
    BUNZLGB0,12%
    CREDIT AGRICOLEFR0,12%
    KUEHNE & NAGELCH0,12%
    PEUGEOTFR0,12%
    EUROFINSFR0,12%
    GBLBE0,12%
    STRAUMANN HOLDINGCH0,12%
    CRODA INTERNATIONALGB0,12%
    ALSTOMFR0,12%
    NEXTGB0,12%
    LEG IMMOBILIENDE0,12%
    SNAMIT0,12%
    SPIRAX-SARCO ENGINEERINGGB0,12%
    SAGE GROUPGB0,12%
    INGENICO GROUPFR0,12%
    BRENNTAGDE0,12%
    TERNA RETE ELETTRICA NAZIONALEIT0,11%
    GN STORE NORDDK0,11%
    TELIA COMPANYSE0,11%
    CARREFOURFR0,11%
    PERSIMMONGB0,11%
    A P MOLLER MAERSKDK0,11%
    MONDIGB0,11%
    SCOUT24DE0,11%
    JULIUS BAERCH0,11%
    SARTORIUS STEDIM BIOTECHFR0,11%
    EPIROCSE0,11%
    TEMENOSCH0,11%
    CHOCOLADEF. LINDT & SPRUENGLI PARCH0,11%
    STORA ENSOFI0,11%
    HANNOVER RUECKDE0,11%
    UMICOREBE0,11%
    AENA SMEES0,11%
    KINNEVIKSE0,11%
    DANSKE BANKDK0,11%
    COVESTRO AGDE0,11%
    ARCELORMITTALLU0,11%
    FORTUMFI0,11%
    MTU AERO ENGINES HOLDINGDE0,10%
    WPPJE0,10%
    PORSCHE AUTOMOBIL HOLDING PRFDE0,10%
    INTERCONTINENTAL HOTELS GROUPGB0,10%
    HEIDELBERGCEMENTDE0,10%
    KPN KONNL0,10%
    KNORR BREMSEDE0,10%
    SMURFIT KAPPA GROUPIE0,10%
    ENDESAES0,10%
    ASSOCIATED BRITISH FOODSGB0,10%
    GRIFOLSES0,10%
    ELISAFI0,10%
    BOLIDENSE0,10%
    CAIXABANKES0,10%
    SVENSKA CELLULOSA AKTIEBOLAGETSE0,10%
    EVOLUTION GAMING GROUPSE0,10%
    ADECCOCH0,10%
    FINECO BANKIT0,10%
    RED ELECTRICA CORPORACIONES0,10%
    ATOSFR0,09%
    BOUYGUESFR0,09%
    MONCLERIT0,09%
    MOWINO0,09%
    SKFSE0,09%
    THALESFR0,09%
    DCCIE0,09%
    UBISOFT ENTERTAINFR0,09%
    BURBERRY GROUPGB0,09%
    NIBE INDUSTRIERSE0,09%
    ATLANTIAIT0,09%
    ARKEMAFR0,09%
    CNH INDUSTRIALNL0,09%
    EMS-CHEMIE HOLDINGCH0,09%
    NEXIIT0,09%
    AGEASBE0,09%
    UNITED UTILITIES GROUPGB0,09%
    SEVERN TRENTGB0,09%
    PANDORADK0,09%
    ORKLANO0,09%
    ALFA LAVALSE0,08%
    PUMADE0,08%
    KINGFISHERGB0,08%
    EIFFAGEFR0,08%
    BALOISECH0,08%
    INFORMAGB0,08%
    SWISS PRIME SITECH0,08%
    SKANSKASE0,08%
    SMITHS GROUPGB0,08%
    TELE2SE0,08%
    VALEOFR0,08%
    PRYSMIANIT0,08%
    BUREAU VERITASFR0,08%
    MELROSE INDUSTRIESGB0,08%
    AUTO TRADER GROUPGB0,08%
    ADMIRAL GROUPGB0,08%
    HARGREAVES LANSDOWNGB0,08%
    BERKELEY GROUP HOLDINGS THEGB0,08%
    PUBLICIS GROUPEFR0,08%
    SWATCH GROUP ICH0,08%
    VIFOR PHARMACH0,08%
    BARRY CALLEBAUTCH0,08%
    YARA INTERNATIONALNO0,08%
    SOLVAYBE0,08%
    TEAMVIEWERDE0,08%
    ST.JAMES’S PLACEGB0,08%
    STANDARD LIFE ABERDEENGB0,07%
    BIOMERIEUXFR0,07%
    GVC HOLDINGSIM0,07%
    SODEXOFR0,07%
    UNIPERDE0,07%
    DAVIDE CAMPARI MILANONL0,07%
    RSA INSURANCE GROUPGB0,07%
    SIEMENS GAMESA RENEWABLE ENERGYES0,07%
    EDFFR0,07%
    RANDSTADNL0,07%
    ERSTE GROUP BANKAT0,07%
    SUEZFR0,07%
    EXORNL0,07%
    GETLINKFR0,07%
    GALAPAGOSBE0,07%
    ORPEAFR0,07%
    NATURGY ENERGYES0,07%
    JOHNSON MATTHEYGB0,07%
    BARRATT DEVELOPMENTSGB0,07%
    NATWEST GROUPGB0,07%
    AROUNDTOWNLU0,07%
    GECINAFR0,07%
    HIKMA PHARMACEUTICALSGB0,07%
    ACS ACTIVIDADES DE CONSTRUCCIONES0,07%
    ENAGASES0,07%
    KION GROUPDE0,07%
    EVONIK INDUSTRIESDE0,06%
    MORRISONWM.SUPERMARKETSGB0,06%
    RECORDATI INDUSTRIA CHIM. FARMA.IT0,06%
    WHITBREADGB0,06%
    SCHINDLER HOLDINGCH0,06%
    EPIROCSE0,06%
    ANTOFAGASTAGB0,06%
    GEA GROUPDE0,06%
    DIRECT LINE INSURANCE GROUPGB0,06%
    ICA GRUPPENSE0,06%
    ACCORFR0,06%
    DIASORINIT0,06%
    COMMERZBANKDE0,06%
    GALP ENERGIA-NOMPT0,06%
    UNIBAIL RODAMCO WE STAPLED UNTFR0,06%
    M&GGB0,06%
    MEDIOBANCA BANCA DI CREDITOIT0,06%
    ELECTROLUXSE0,06%
    LANXESSDE0,06%
    ORIONFI0,06%
    SECURITASSE0,06%
    RENAULTFR0,06%
    TAYLOR WIMPEYGB0,06%
    PEARSONGB0,06%
    CARL ZEISS MEDITECDE0,06%
    LAND SECURITIES GROUP REITGB0,05%
    POSTE ITALIANEIT0,05%
    SAINSBURYJGB0,05%
    HUSQVARNASE0,05%
    A P MOLLER MAERSKDK0,05%
    SCHRODERSGB0,05%
    AEGONNL0,05%
    OMVAT0,05%
    AMUNDIFR0,05%
    SOFINABE0,05%
    JD SPORTS FASHIONGB0,05%
    NEMETSCHEKDE0,05%
    AMBUDK0,05%
    EQTSE0,05%
    INDUSTRIVARDENSE0,05%
    J.MARTINS SGPSPT0,05%
    SCORFR0,05%
    VOPAKNL0,05%
    CLARIANTCH0,05%
    LUNDIN ENERGYSE0,05%
    IPSENFR0,05%
    ROLLS-ROYCE HOLDINGSGB0,05%
    REMY COINTREAUFR0,05%
    AVEVA GROUPGB0,05%
    GJENSIDIGE FORSIKRINGNO0,05%
    ADEVINTANO0,05%
    UNITED INTERNETDE0,05%
    NORSK HYDRONO0,04%
    BRITISH LAND REITGB0,04%
    LUNDBERGFORETAGENSE0,04%
    TRYGDK0,04%
    SCHIBSTEDNO0,04%
    SEBFR0,04%
    VERBUNDAT0,04%
    COLRUYT (D)BE0,04%
    COVIVIOFR0,04%
    ABN AMRO BANKNL0,04%
    WARTSILAFI0,04%
    LATOUR INVESTMENTSE0,04%
    TELECOM ITALIAIT0,04%
    FUCHS PETROLUB PRFDE0,04%
    AERCAP HOLDINGSNL0,04%
    BANKINTERES0,04%
    BOLLOREFR0,04%
    BANQUE CANTONALE VAUDOISECH0,04%
    DEMANTDK0,04%
    FDJFR0,04%
    ELIA GROUPBE0,04%
    FAURECIAFR0,04%
    ALTICE EUROPENL0,04%
    VOESTALPINEAT0,04%
    PROXIMUSBE0,03%
    AEROPORTS DE PARISFR0,03%
    ILIADFR0,03%
    TELEFONICA DEUTSCHLAND HOLDINGDE0,03%
    DEUTSCHE LUFTHANSADE0,03%
    SES FDRLU0,03%
    INWITIT0,03%
    KLEPIERRE REITFR0,03%
    LEONARDOIT0,03%
    WENDELFR0,03%
    TENARISLU0,03%
    THYSSENKRUPPDE0,03%
    RAIFFEISEN BANK INTERNATIONALAT0,03%
    SWATCH GROUPCH0,03%
    H.LUNDBECKDK0,03%
    ANDRITZAT0,03%
    NATIXISFR0,03%
    DASSAULT AVIATFR0,03%
    EVRAZGB0,03%
    EURAZEOFR0,02%
    CNP ASSURANCESFR0,02%
    HOCHTIEFDE0,02%
    METRODE0,02%
    PIRELLI & CIT0,02%
    MAPFREES0,02%
    FRAPORTDE0,02%
    TELENET GROUPBE0,02%
    ICADE REITFR0,02%
    JCDECAUXFR0,02%
    Componenti dell’MSCI Europa

    Confronto tra MSCI Europa ed EuroStoxx 50

    Vista la natura e la grandezza dell’indice MSCI Europa, possiamo tranquillamente affermare che è questo la vera cartina tornasole del mercato europeo, ben più dell’EuroStoxx.

    Infatti il paniere di 50 titoli ha al suo interno le più grandi aziende, senza fare reale distinzione tra mercati, succede così che mercati più piccoli, come possono essere quelli scandinavi o dell’Est Europa abbiano uno o nessun titolo dentro l’EuroStoxx 50.

    Inoltre abbiamo accennato alla grandezza dell’indice, infatti lo Stoxx 50 ha, appunto, 50 titoli, mentre l’MSCI ha all’interno oltre 400 titoli (424 a ottobre del 2020).

    Diverso invece il discorso per l’MSCI Europa che coprendo le aziende a più grande capitalizzazione di 15 mercati differenti ha all’interno varie aziende che sfuggono completamente all’indice di Stoxx (il quale si ferma 12).

    Inoltre MSCI Europa ha all’interno anche mercati che non fanno parte dello Stoxx perché non nella comunità europea (Svizzera e presto UK).

  • Elezioni americane, come seguirle e come guadagnarne

    Elezioni americane, come seguirle e come guadagnarne

    Oggi è il grande giorno in America, infatti i 328 milioni di abitanti americani sono chiamati alle urne per decidere chi sarà il futuro presidente degli Stati Uniti d’America.

    Appare evidente, per il potere posto in mano a questa figura, che questa è una scelta che travalica i confini americani e interessa direttamente tutto il mondo.

    I due principali sfidanti sono l’attuale presidente Donald Trump e il candidato democratico Joe Biden.

    A onor del vero, oltre a Repubblicani e Democratici, esistono anche altri partiti, con relativi candidati. Qui una breve lista, ovviamente puramente indicativa poiché è praticamente impossibile che alcuno di essi abbia la benché minima possibilità di guadagnare anche solo uno Stato:

    • Partito Libertario: Jo Jorgensen
    • Partito Verde: Howie Hawkins
    • Partito della Costituzione: Don Blankenship
    • Vari partiti attivisti sulle libertà: Gloria La Riva
    • Partito proibizionista: Phil Collins
    • Partito dell’Alleanza: Rocky De La Fuente
    • Pane e Rose: Jerome Segal
    • Partito della Marijuana libera: Rudy Reyes
    • Partito dell’Unità d’America: Bill Hammons
    • Partito della Solidarietà: Brian T. Carroll
    • Birthday Party: Kanye West (sì, proprio il cantante)

    Come seguire le elezioni americane

    Partiamo dalla cosa più semplice, cioè come seguire le elezioni americane in Italia.

    Innanzitutto gli orari: si voterà oggi, 3 novembre 2020, con l’inizio dello spoglio nella serata italiana. Al solito tutte le emittenti faranno dei talk show e dei programmi di approfondimento.

    Negli ultimi anni, in particolare, molto seguite le #maratonamentana con Enrico Mentana in diretta da mezzanotte su La7 e gli approfondimenti di SkyTG24, anche esso in diretta dalla sera di martedì 3 novembre.

    Probabilmente un’idea di vincitore l’avremo intorno alle 4/5 di mattina (orario italiano) con l’arrivo degli Stati chiave.

    Le idee economiche di Biden e di Trump

    Cerchiamo quindi di capire quali sono le idee economiche che metteranno in campo i due leader in caso di vittoria.

    Idee economiche Trump

    L’abbiamo già visto grazie al primo mandato: il presidente Donald Trump punta a una politica protezionistica, con la difesa delle aziende americane, sia sul territorio nazionale che internazionale.

    Un chiaro esempio è la guerra dei dazi fatta partire con la Cina.

    Inoltre Donald Trump prosegue una guerra fiscale per tutelare la ricchezza, con la tutela dei redditi più alti.

    Dal punto di vista ambientale, Trump reputa l’evoluzione climatica come un intoppo da ignorare. Quindi largo spazio ad aziende che producono energia attraverso carburanti fossili, a discapito dell’onda green che sta investendo il mondo intero.

    Idee economiche Biden

    Al contrario, Biden è un democratico di vera sinistra, quindi riprenderebbe in mano l’idea di Obama, con largo spazio alla salute alla portata di tutti, con forti investimenti nello sviluppo di infrastrutture nel Paese e con un’accelerazione importante sulle tematiche ambientali.

    Durante la campagna elettorale il leader democratico ha promesso 2 mila miliardi per investimenti nell’energia green.

    Probabilmente non terminerebbe la guerra contro le altre nazioni per il diritto americano di tutelare le proprie aziende, ma certamente non arriverà ad avere posizioni oltranziste come Trump.

    In caso di vittoria di Donald Trump

    Lasciando da parte i partiti piccoli che obiettivamente non hanno alcuna possibilità di vincere, cerchiamo di analizzare cosa potrebbe succedere in borsa in caso di vittoria di uno o dell’altro candidato.

    Iniziamo con il Partito Repubblicano che vede Donald Trump come candidato, quindi sarebbe una conferma per ulteriori 4 anni dell’attuale presidenza.

    Settore energia con Trump

    In caso di vittoria di Trump il settore energetico avrebbe una ulteriore spinta verso le energie old style. Quindi nessun nuovo investimento sulla green economy ma spinta sulla old economy, con i produttori petroliferi che ne avrebbero un gran vantaggio.

    In questo caso potremmo vedere titoli come BP, Royal Dutch Shell, ExxonMobil, Total ed Equinor, ma anche la nostra ENI, pronte a esultare.

    Tutte aziende che hanno già dichiarato di voler puntare al green per il futuro ma che a oggi hanno la maggior parte della loro produzione ancora legata a energia non rinnovabile.

    Settore automobilistico con Trump

    Per le case europee sarebbe un disastro la vittoria di Trump alle imminenti elezioni, ciò perché il tycon ha più volta messo nel mirino proprio i produttori auto del vecchio continente, a suo dire poiché farebbero svalutare il mercato dei produttori americani.

    Particolarmente esposte sul mercato a stelle e strisce ci sono: Daimler, FCA, Michelin, Pirelli. Stesso discorso anche per i marchi asiatici, con Honda e Nissan che potrebbero essere i più penalizzati.

    Ovviamente a guadagnarne, quantomeno per il mercato interno, sarebbero Ford e General Motors.

    Comparto lusso con Trump

    Donald Trump ha già dimostrato di non voler minimamente tassare i ricchi o comunque chi possiede molto denaro.

    Il mercato del lusso quindi fa ampiamente il tifo per l’attuale presidente, con marchi come Burberry, Salvatore Ferragamo, Nike, Brunello Cucinelli, Louis Vuitton, EssilorLuxottica, Adidas, Tod’s e Tiffany che potrebbero navigare meglio con Trump.

    In caso di vittoria di Joe Biden

    Di contro, gli stessi settori già analizzati per Trump, si ritroverebbero in situazione diametralmente opposta in caso di vittoria di Biden.

    Comparto energetico con Biden

    La promessa di 2 mila miliardi di incentivi sull’energia rinnovabile è una bella spinta per tutti i titoli del settore green.

    Per l’amministrazione Biden l’abbandono dell’energia attraverso combustibili fossili è una priorità.

    A guadagnarne potrebbero essere SMA Solar Technology AG, Vestas, Siemens Gamesa Renewable Energy, Nordex, Iberdrola, RWE, National Grid, oltre a quei brand che già sono avanti con la trasformazione del loro business, giusto per fare un nome abbiamo ERG in Italia oppure Snam che sta puntando forte sull’idrogeno.

    Con la vittoria del Partito Democratico e in particolare con i 2 mila miliardi, ci sarebbe uno tsunami di denaro in grado di arrivare anche ad aziende più modeste, come per esempio Nel, Ceres Power e ITM Power.

    Comparto auto con Biden

    Ovviamente a giovarne sarebbero i produttori europei, i quali vedrebbero cadere la spinta protezionistica nei confronti delle aziende a stelle e strisce.

    Al di là del protezionismo, i vantaggi green proposti da Biden investirebbero anche il mercato automobilistico, con Tesla sugli scudi.

    Ci sarebbe spazio anche per quella Volkswagen che recentemente ha messo sul piatto 60 miliardi per la trasformazione green della propria linea.

    Particolarmente avvantaggiati potrebbero essere anche i player del settore batterie, con Johnson Matthey, Umicore e Varta che potrebbero avere buoni spunti.

    Settore del lusso con Biden

    Biden vorrebbe creare un sistema fiscale più proporzionale e certamente andrebbe a intaccare i portafogli dei più facoltosi.

    Per questo motivo, in caso di vittoria del Partito Democratico, potrebbe vedere i player del comparto lusso perdere punti percentuali in borsa.

    Chi non ha influenze dalle elezioni americane?

    Ci sono dei settori che non propendono per una o per l’altra parte, si tratta di particolari mercati che, per fattori esterni o ciclici, non hanno particolare preferenza e che continuerebbero a macinare i loro fatturati.

    Settore edile

    Dopo una crisi come l’attuale, dovuta al Covid, l’espansione e la creazione di nuovi posti di lavoro deve necessariamente passare anche dal settore edile.

    Diventa quindi indifferente la vittoria di uno o dell’altro partito, poiché certamente questo settore verrà investito da liquidità necessaria per far ripartire l’economia di un’intera nazione. Lo stiamo già vedendo in Italia, dove il Governo è stato molto celere a creare bonus al 110% per inondare il mercato di liquidità.

    Aziende come per esempio Buzzi Unicem, HeidelbergCement e LafargeHolcim, piuttosto che Ashtead Group, CRH e Ferguson vedranno comunque incrementare i loro guadagni.

    Se vogliamo proprio fare una scommessa, il mercato delle illuminazioni a led potrebbe avere una spinta in caso di vittoria di Biden, sempre grazie ai 2 mila miliardi per investimenti green; quindi attenzione a Illumina, Signify, Schneider Electric, Legrand e Rexel.

    Comparto farmaceutico

    L’idea di Biden è quella di dare accesso a cure a tutti gli abitanti americani, quindi potenzialmente potrebbe arrivare a calmierare i prezzi di alcuni medicinali fondamentali.

    Trump all’opposto è sulla posizione di far pagare tutto il necessario ai contribuenti per sostenere le case farmaceutiche e indirettamente il lavoro delle stesse, soprattutto se queste case farmaceutiche sono americane.

    Letta così appare evidente come il settore farmaceutico dovrebbe fare il tifo per Trump, ma è anche vero che maggior persone che si possono permettere delle cure equivale ad avere maggiori clienti.

    Infine il particolare momento che stiamo vivendo e la crisi dovuta al Covid farà sì che queste posizioni siano fortemente calmierate, quindi sostanzialmente, nell’arco dei prossimi 4 anni, difficilmente ci sarà una differenza dovuta al vincitore di queste elezioni.

    Tra le aziende che potrebbero avvantaggiarsi ci sono certamente AstraZeneca, Novartis, Roche Holding e Novo Nordisk.

    Settore bancario e finanziario

    Come al solito il mercato teme solo l’incertezza e se questa non dovesse verificarsi, se quindi avremo un vincitore chiaro e incontestabile, il settore bancario e finanziario si adatterà velocemente alla nuova corrente.

    C’è giusto un accento che potrebbe cambiare e cioè il fatto che Biden potrebbe voler maggiormente regolamentare il mercato, oltre ad aggiungere qualche tassa per sostenere altre iniziative più popolari.

    Trump di contro è molto liberale e lascia che sia il mercato stesso ad autoregolamentarsi.

    Comunque, per sua natura stessa, il mercato finanziario si adatta e quindi nel medio periodo cambia veramente poco il colore dell’amministrazione americana. L’abbiamo già visto quattro anni fa, quando la vittoria di Trump sembrava la sciagura peggiore che potesse accadere: sappiamo che a distanza di 4 anni i mercati si sono adeguati.

    Al di là delle banche americane, guardando al vecchio continente le banche maggiormente esposte in america sono: BNP Paribas, Banco Santander, Barclays e BBVA.

    Comparto Tech

    Esiste veramente qualcuno in grado di bloccare l’avanzata dei big tech? C’è da scommettere che qualsiasi sia il colore del partito vincitore delle elezioni americane del 2020, i big tecnologici avanzeranno senza problemi.

    Ciò è certamente dovuto alla natura innovativa di tali aziende ma anche al fatto che il business è così distribuito in tutto il mondo che difficilmente il governo di una sola nazione sarà in grado di cambiare le sorti di aziende come Apple, Microsoft, Amazon, Google ecc.

    Anche qui, su questo comparto, l’unica nota di differenza si potrebbe avere con la vittoria di Biden e successiva apertura a mercati internazionali. In tal caso aziende di semiconduttori (STMicroelectronics e/o Infineon Technologies) oppure aziende legate alla domotica e al green potrebbero avere dei vantaggi consistenti (esempio Home Depot). Vantaggio che si potrebbe estendere anche ad aziende asiatiche che sono state messe al bando ultimamente, come per esempio Huawei.

  • Come analizzare un’azione?

    Come analizzare un’azione?

    Quando si investe in un’azione, l’obiettivo dovrebbe essere quello di pagare un prezzo inferiore al valore dei profitti futuri dell’azienda.

    Purtroppo, prevedere con precisione i profitti futuri di qualsiasi azienda e la crescita futura è più facile a dirsi che a farsi. Dopotutto, se avessimo una sfera di cristallo per prevedere le entrate e i guadagni futuri di ogni società quotata in borsa, sarebbe facile diventare ricchi.

    Quindi, quando investiamo nel mercato azionario usiamo la cosa migliore: analizzare le azioni.

    L’analisi delle azioni aiuta gli investitori a trovare le migliori opportunità di investimento in un determinato momento. Usando metodi analitici, possiamo tentare di trovare azioni scambiate con uno sconto sul loro valore intrinseco, e quindi saremo in una grande posizione per catturare i rendimenti del mercato in futuro.

    Analisi fondamentale vs. Analisi tecnica

    Quando si tratta di analizzare le azioni, ci sono due strade fondamentali: l’analisi fondamentale e l’analisi tecnica.

    Analisi dei fondamentali

    L’analisi fondamentale si basa sul presupposto che i prezzi delle azioni non riflettono necessariamente il vero valore intrinseco del business sottostante.

    Gli analisti fondamentali utilizzano le metriche di valutazione e altre informazioni sul business di un’azienda per determinare se un’azione ha un prezzo interessante. L’analisi fondamentale è la scelta migliore per gli investitori alla ricerca di eccellenti rendimenti a lungo termine.

    Analisi tecnica

    L’analisi tecnica generalmente presuppone che il prezzo di un’azione rifletta tutte le informazioni disponibili e che i prezzi si muovano generalmente secondo le tendenze.

    In altre parole, analizzando la storia dei prezzi di un titolo, gli analisti tecnici credono che si possa prevedere il suo comportamento futuro dei prezzi.

    Se avete mai visto qualcuno cercare di identificare i modelli nei grafici azionari o discutere di medie mobili, per esempio, questa è una forma di analisi tecnica. L’analisi tecnica è spesso utilizzata dai trader a breve termine alla ricerca di profitti rapidi, ma in genere non è adatta agli investitori a lungo termine. Il trading di azioni basato sull’analisi tecnica comporta un grande rischio.

    Le differenze tra tecnica e fondamentale

    Una distinzione importante è che l’analisi fondamentale è tipicamente intesa a trovare opportunità di investimento a lungo termine, mentre l’analisi tecnica è spesso orientata a trarre profitto dalle fluttuazioni dei prezzi a breve termine.

    In genere siamo sostenitori dell’analisi fondamentale e riteniamo che, concentrandoci sulle grandi imprese che operano a prezzi equi, sia del tutto possibile battere il mercato azionario nel tempo. L’analisi tecnica ha certamente il suo posto, ma crediamo fermamente che l’analisi fondamentale sia il modo migliore per trovare grandi opportunità di investimento a lungo termine.

    Metriche da utilizzare nell’analisi azionaria

    Con questo in mente, diamo un’occhiata a cinque delle metriche più importanti e di facile comprensione che dovreste avere nel vostro kit di strumenti analitici:

    Rapporto prezzo / guadagni (P/E)

    Le società quotate in borsa dichiarano i loro profitti agli azionisti come guadagni per azione, o in breve EPS. Se una società ha guadagnato 10 milioni di dollari e ha 10 milioni di azioni in circolazione, il suo EPS sarebbe di 1,00 dollari per quel periodo di tempo.

    Rapporto P/E

    Il rapporto prezzo/utile, o rapporto P/E, è il prezzo corrente delle azioni di una società diviso per gli utili per azione, tipicamente su base annuale.

    Per esempio, se un’azione viene scambiata per 30,00 dollari e i guadagni della società sono stati di 2,00 dollari per azione nell’ultimo anno, diremmo che è stata scambiata con un rapporto P/E di 15, o “15 volte i guadagni”.

    Questa è la metrica di valutazione più comunemente usata nell’analisi fondamentale, ed è più utile quando si confrontano aziende dello stesso settore con prospettive di crescita simili.

    Price-to-earnings growth ratio (PEG)

    Questa metrica porta il P/E ratio un passo avanti. Aziende diverse crescono a tassi diversi, quindi è importante tenerne conto. Quindi, il PEG ratio prende il rapporto P/E di un’azione e si divide per il tasso di crescita degli utili annualizzati previsto per i prossimi anni. Per esempio, un titolo con un P/E ratio del 20 e 10% di crescita degli utili prevista nei prossimi cinque anni avrebbe un PEG ratio di 2. L’idea è che le aziende a crescita rapida possono essere “più economiche” rispetto a quelle a crescita più lenta, anche se il loro P/E ratio le fa sembrare più costose.

    Rapporto prezzo/valore contabile (P/B)

    Il valore contabile di un’azienda è la somma del valore delle sue attività. Pensate al valore contabile come alla somma di denaro che un’azienda avrebbe teoricamente se chiudesse la sua attività e vendesse tutto ciò che possiede (proprietà tangibili così come cose come brevetti, marchi, ecc). Il rapporto prezzo/valore contabile, o rapporto P/B, è un confronto tra il prezzo delle azioni di una società e il suo valore contabile. Come il rapporto P/E, è molto utile per confrontare le aziende dello stesso settore che hanno caratteristiche di crescita simili e dovrebbe essere usato in combinazione con altre metriche di valutazione.

    Rendimento del capitale proprio (ROE)

    Una delle metriche di redditività più comunemente utilizzate, il rendimento del capitale proprio o ROE è calcolato dividendo l’utile netto di una società per il suo patrimonio netto (attività meno passività).

    In poche parole, il ROE ci dice quanto efficientemente un’azienda stia usando il capitale investito per ottenere un profitto e, come la maggior parte delle metriche, è utile per confrontare le aziende dello stesso settore. In altre parole, si potrebbe considerare un’azienda con un ROE del 20% come più efficiente nel generare un profitto rispetto a una con un ROE del 10%.

    Debito su EBITDA

    La salute finanziaria di un’azienda dovrebbe essere presa in considerazione anche quando si analizzano le sue azioni, e un buon modo per valutare la salute finanziaria è guardare i debiti dell’azienda. Ci sono diverse metriche di debito che si possono usare, e il rapporto debito/Ebitda è un buon metodo per i principianti. Potete trovare il totale dei debiti di un’azienda nel suo stato patrimoniale e il suo EBITDA (utile prima di interessi, tasse, ammortamenti e svalutazioni) nel suo conto economico. Non c’è una regola fissa su quanto sia eccessivo il debito, ma se il debito di un’azienda nei confronti dell’EBITDA è significativamente più alto rispetto ai suoi omologhi, potrebbe essere un segno di un investimento a più alto rischio.

    Analizzare un’azione oltre ai numeri

    Anche importante capire che c’è di più nell’analisi di un titolo che guardare alle metriche di valutazione. Dopo tutto, è molto più importante investire in un buon business che in un titolo a basso costo. Con questo in mente, ecco altre tre componenti essenziali per l’analisi delle azioni che non bisogna trascurare:

    Vantaggi competitivi durevoli

    Come investitori a lungo termine, vogliamo sapere che un’azienda sarà in grado di sostenere (e, si spera, di crescere) la sua quota di mercato nel tempo. Quindi, è importante cercare di identificare un vantaggio competitivo duraturo (noto anche come fossato economico) nel modello di business dell’azienda quando si analizzano i potenziali titoli. Questo può assumere diverse forme. Solo per citare alcune possibilità, un marchio noto può dare ad un’azienda un potere di prezzo, i brevetti possono proteggerla da potenziali concorrenti, o una grande rete di distribuzione può darle un vantaggio di costo rispetto ai concorrenti.

    Buona gestione

    È difficile esagerare l’importanza di una grande gestione. Non importa quanto sia buono il prodotto di un’azienda o quanta crescita stia avendo luogo in un settore se sono le persone sbagliate a prendere le decisioni chiave.

    Idealmente, l’amministratore delegato e gli altri principali dirigenti di un’azienda avranno una vasta esperienza di successo nel settore e i loro interessi saranno allineati con gli azionisti attraverso una remunerazione basata sul capitale e/o ampie posizioni in azioni dell’azienda.

    Tendenze del settore

    Gli investitori a lungo termine dovrebbero concentrarsi sui settori che hanno prospettive di crescita favorevoli a lungo termine. Per esempio, c’è una chiara tendenza verso le vendite al dettaglio online. Nell’ultimo decennio circa, la percentuale delle vendite al dettaglio che hanno avuto luogo online è cresciuta da meno del 5% a più dell’11% oggi.

    Quindi, l’e-commerce è un esempio di un settore con un trend di crescita favorevole. Il cloud computing, la tecnologia dei pagamenti e la sanità sono solo alcuni altri esempi di settori che probabilmente cresceranno in modo significativo nei prossimi anni. Questo può essere utile per determinare su quali settori si dovrebbe concentrare (ed evitare) la propria analisi.

    Un esempio di base di analisi delle azioni

    Guardiamo velocemente a uno scenario ipotetico. Diremo che voglio aggiungere al mio portafoglio un titolo automobilistico e che sto cercando di decidere tra FCA e Volkswagen.

    Prima di tutto, diamo un’occhiata ad alcuni numeri. Ecco come queste due aziende si affiancano in alcune delle metriche di cui abbiamo parlato:

    MetricaFCAVolskwagen
    Rapporto P/E3,694,21
    Tasso di crescita degli utili previsto15,4%4,03%
    PEG0,5680,088
    Debito/Ebitda0,0833,67

    Ecco la chiave di lettura di queste cifre. Su base P/E le due aziende sono vicine, gli investitori preferiscono leggermente Volkswagen, ma quando si tiene conto della crescita dei guadagni, FCA sembra essere il migliore acquisto su base PEG. La casa tedesca ha un debito più elevato nei confronti di Ebitda, quindi questo potrebbe indicare che Volkswagen potrebbe essere il più rischioso dei due (un rischio relativo, poiché il debito è in limiti normali). In realtà FCA beneficia della guerra fatta da Marchionne al debito e questo si vede sui numeri.

    Per quanto riguarda il tasso di crescita, Volkswagen probabilmente ha meno terreno per correre, invece FCA potrebbe recuperare tanto. In realtà quest’analisi è zoppa poiché FCA sta per convolare a nozze con PSA, quindi bisognerebbe valutare anche l’azienda francese. Come esempio comunque va bene lo stesso.

    Non direi che una delle due società abbia un grande vantaggio competitivo sull’altra. Volkswagen ha probabilmente il marchio e la rete di distribuzione migliori, ma non così tanto da influenzare la mia decisione di investimento. Sono un fan di entrambi i team di gestione, e il settore delle auto è un business che sarà sempre molto richiesto.

    Se questo suona come se stessi scegliendo alcune metriche su cui concentrarmi e dando essenzialmente le mie opinioni sull’azienda, hai ragione. Ed è proprio questo il punto. Non c’è un modo perfetto per valutare le azioni, ed è per questo che investitori diversi scelgono azioni diverse in cui investire.

    Un’analisi solida può aiutarvi a prendere decisioni intelligenti

    Come ho appena detto (e vale la pena di ribadirlo), non c’è un modo corretto di analizzare le azioni. Lo scopo dell’analisi delle azioni è quello di trovare aziende che si ritiene siano buoni valori e grandi imprese a lungo termine in cui investire. Non solo questo vi aiuta a trovare le azioni che sono in grado di fornire forti rendimenti a lungo termine, ma l’utilizzo di metodi analitici come quelli qui descritti può aiutare a evitare di fare cattivi investimenti e di perdere denaro nel mercato azionario.

  • Costruire un Portafoglio basato sui Dividendi

    Costruire un Portafoglio basato sui Dividendi

    Esistono azioni che costantemente battono il mercato, pagando anche dei generose quote e senza fare quel fastidioso zig zig degli indici azionari.

    Stiamo parlando di azioni che pagano dividendi: Società che ricompensano i loro azionisti con pagamenti in contanti di routine solo per il possesso delle loro azioni.

    Numerosi studi hanno dimostrato che gli investitori avrebbero potuto battere il mercato sapendo solo se un’azione pagava o meno un dividendo. Se investite solo in azioni che pagano i dividendi e vi sottraete a tutti gli altri, vi ritroverete con un rendimento migliore della media, in cima alla maggior parte dei fondi comuni d’investimento gestiti in modo professionale e al mercato azionario nel suo complesso.

    Sì, guardando la storia era davvero così semplice. In più decenni i titoli a dividendo hanno semplicemente schiacciato i titoli che non pagano dividendi.

    Naturalmente, gli investitori possono fare ancora meglio scavando più a fondo del semplice dividendo.

    Esploreremo il mondo dei titoli ad alto rendimento, per gli investitori a lungo termine, e come creare un portafoglio azionario che generi un reddito passivo che possa crescere nel tempo. Cominceremo con le basi e daremo qualche nome.

    Cosa sono i dividendi?

    I dividendi sono denaro che una società paga ai propri azionisti, di solito ogni mese, trimestre o anno. Poiché molte aziende affermate guadagnano più soldi di quanti ne possano reinvestire nella loro attività, scelgono di restituire parte del denaro extra agli azionisti piuttosto che infilarlo sotto il materasso o investirlo in attività di ricerca e sviluppo non redditizie.

    I dividendi sono di solito di due tipi:

    Dividendi ordinari

    Una società paga un dividendo ordinario perché prevede di continuare a pagare lo stesso importo, o di aumentarlo, nel tempo. La maggior parte dei dividendi pagati sono dividendi ordinari, che vengono finanziati con gli utili di una società.

    Dividendi straordinari

    Si tratta di dividendi che vengono pagati sporadicamente. Una società può pagare un dividendo speciale in un anno in cui è particolarmente redditizio, dopo la vendita di un ramo d’azienda, o per approfittare di un cambiamento di politica fiscale. I dividendi straordinari sono considerati eventi unici.

    Un esempio è il dividendo da oltre 5 miliardi che Fiat Chrysler Automobiles ha intenzione di pagare poco prima dell’aggregazione con PSA Peugeot.

    Un esempio di azienda con pagamenti di dividendi ordinari

    Apple è un eccellente esempio di azienda altamente redditizia che guadagna molto di più di quanto potrebbe mai ragionevolmente reinvestire nel proprio business. Nel 2017 ha speso più di 11,5 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo, cercando di migliorare i prodotti esistenti e di inventarne di nuovi. Nel 2018 e nel 2019 ha continuato ad aumentare questa spesa.

    Ma Apple guadagna semplicemente troppo denaro per trovare un uso produttivo per tutto questo. Il produttore di iPhone ha guadagnato più di 55 miliardi di dollari nel 2019 (erano stati 61 nel 2018), anche dopo aver speso più di 16,2 miliardi di dollari in R&S (erano stati 14,2 nel 2018), il che lo lascia con enormi quantità di denaro per cui deve trovare uno scopo.

    A un certo punto, un’azienda finisce semplicemente i buoni modi per reinvestire il suo potere di guadagno. Apple potrebbe spendere un miliardo di dollari per cercare di realizzare le migliori automobili per una futura invasione della luna? Certo, ma i rendimenti saranno probabilmente scarsi, quindi gli azionisti preferirebbero ricevere un dividendo piuttosto che veder sparire i loro soldi per stupidi progetti scientifici.

    Per questo motivo, la maggior parte delle aziende che pagano i dividendi tendono ad essere aziende a crescita più lenta, che non hanno né la necessità né il desiderio di reinvestire tutti i loro profitti nel business. Ma non pensate che questo significhi che le azioni che pagano dividendi non possano produrre buoni rendimenti, in quanto hanno categoricamente battuto il mercato su qualsiasi orizzonte di investimento sufficientemente lungo.

    Perché investire in azioni che pagano dividendi?

    Ci sono molte ragioni per amare le azioni che pagano dividendi, ma una delle ragioni più convincenti è che i dividendi azionari sono storicamente più stabili dei prezzi delle azioni.

    Nel 2008, ad esempio, l’S&P 500 ha perso il 37% del suo valore, in quanto le aspettative per gli utili aziendali sono diminuite a causa della crisi finanziaria. Nonostante il crollo dei corsi azionari, i dividendi pagati dalle società S&P 500 sono effettivamente aumentati dal 2007 al 2008.

    Solo nel 2009 le società S&P 500 hanno diminuito i dividendi alla luce della profonda recessione, ma i dividendi sono diminuiti solo del 20% circa. L’anno successivo, i dividendi pagati dalle società S&P 500 hanno ricominciato ad aumentare e nel 2011 hanno raggiunto un nuovo record. I prezzi delle azioni, tuttavia, hanno raggiunto un nuovo massimo solo un anno dopo.

    Negli ultimi 60 anni, sull’S&P 500 i dividendi sono cresciuti ad un tasso annuo composto del 5,82%. Un investitore previdente che avesse investito in azioni durante la sua vita lavorativa (dal 1960 al 1995), andando in pensione nel 1995 avrebbe vissuto un pensionamento molto prospero grazie al graduale aumento dei suoi assegni dei dividendi in eccesso rispetto al tasso d’inflazione, sia durante il suo lavoro che dopo la sua pensione.

    Mentre il costo della vita è aumentato del 746% dal 1960 al 2020 i dividendi pagati dalle società S&P 500 sono aumentati del 2.573%. Quindi non solo i dividendi sono aumentati nel tempo, ma sono aumentati in termini reali. Un pensionato avrebbe potuto godere di un tenore di vita più elevato man mano che invecchiava, un risultato raro per la maggior parte dei pensionati.

    Più recentemente, dal 2000, i prezzi al consumo sono aumentati del 48% a causa dell’inflazione. Nello stesso periodo i dividendi pagati dalle società S&P 500 sono aumentati di quasi il 212%. Quando si tratta di investimenti a reddito protetto dall’inflazione, le azioni a dividendo sono veramente ottime.

    Volete altri motivi per preferire i dividendi ad altri tipi di investimento?

    Qualità dei guadagni

    Non è facile per un’azienda pagare e sostenere un dividendo regolare ogni singolo trimestre per anni e anni. Le aziende che pagano i dividendi hanno in genere modelli di business più duraturi, oltre a guadagni di qualità superiore, in quanto la maggior parte del loro reddito netto si presenta sotto forma di denaro contante.

    Reddito

    La maggior parte delle persone compra azioni per guadagnare soldi dai guadagni in conto capitale, o dal valore crescente dei prezzi delle azioni nel tempo.

    Ma i titoli che pagano dividendi offrono il meglio di entrambe le soluzioni, offrendo il potenziale di guadagno in conto capitale, oltre al regolare reddito da dividendi.

    Gli investitori in dividendi non devono affrontare la difficile scelta di decidere quando vendere le azioni per finanziare le spese post-pensionamento, poiché il loro portafoglio genera entrate derivanti dal pagamento dei dividendi.

    Manager disciplinati

    Le aziende che promettono ai loro soci pagamenti regolari in contanti hanno meno possibilità di commettere errori non forzati acquisendo concorrenti a prezzi elevati, o lanciando i contanti degli azionisti in progetti con rendimenti discutibili.

    Meno volatilità

    Le azioni che pagano dividendi tendono ad essere meno volatili rispetto alle azioni che non pagano dividendi, il che significa che la differenza tra i loro alti e bassi è minore rispetto agli alti e bassi delle aziende che non pagano dividendi. In uno studio intitolato “What Difference Do Dividend Do Dividends Make?”, i ricercatori hanno notato che le azioni che pagano dividendi producono rendimenti più elevati, ma hanno anche zigzagato in misura molto minore rispetto alle azioni che non pagano dividendi.

    Analisi dei dividendi

    Anche se le aziende che pagano i dividendi hanno storicamente superato le aziende che non pagano dividendi, ciò non significa che si debbano acquistare tutte le azioni che pagano dividendi, o acquistare un’azione semplicemente perché paga un dividendo più alto di un’altra azione. Gli investitori dovrebbero analizzare qualsiasi società che paga i dividendi con lo stesso rigore che applicherebbero a qualsiasi società che non sottopone i propri investitori a regolari controlli dei dividendi.

    Detto questo, ci sono alcune metriche e attributi che sono unici per investire i dividendi. Ecco tre aspetti a cui gli investitori pensano quando guardano un titolo a dividendo.

    1. Rendimento dei dividendi (dividend yield)

    Questa è la metrica più semplicistica per capire un’azione che paga i dividendi. Per calcolare il rendimento dei dividendi, si dividono i pagamenti dei dividendi annuali dell’azienda per azione per il prezzo delle azioni. Quindi, se un’azione paga 1 euro di dividendi annuali e viene scambiata per 10 euro per azione, ha un dividend yield del 10%.

    Gli investitori utilizzano spesso i rendimenti da dividendi per confrontare il potenziale di reddito delle azioni con altri investimenti che producono reddito, come le obbligazioni. Con un dividend yield in mano, è facile capire quanto si potrebbe guadagnare investendo 10.000 euro in un determinato titolo o fondo azionario e confrontarlo con le alternative.

    2. Rapporti di distribuzione dei dividendi (payout ratio)

    Gli indici di pagamento sono importanti per comprendere la capacità di un’azienda di permettersi il suo attuale dividendo. Il classico rapporto di distribuzione dei dividendi è calcolato dividendo i dividendi annuali di un’azienda per azione per il suo utile per azione. Quindi, se nel corso di un anno una società guadagna 5 euro per azione e paga 2 euro di dividendi, il suo payout ratio sarebbe del 40%.

    Alcuni investitori fanno un passo avanti in questo calcolo calcolando un payout ratio basato sul free cash flow, piuttosto che sull’utile netto. Fare questo è facile come dividere i dividendi di una società per azione per il suo free cash flow per azione per arrivare a una stima più prudente della sua capacità di pagare i dividendi.

    Nei settori ad alta intensità di capitale (aziende che richiedono molti investimenti per crescere), il calcolo di un rapporto di distribuzione dei dividendi basato sul free cash flow può avere più senso. Ad esempio, l’operatore di navi da crociera Carnival spende molto per costruire nuove navi per riparare, sostituire ed espandere la sua flotta. Poiché una nave da crociera può costare fino a 1 miliardo di dollari o più, le compagnie di crociera devono reinvestire una quota maggiore dei loro guadagni per mantenere e far crescere le loro flotte.

    Negli ultimi 5 anni, Carnival ha guadagnato 13,2 miliardi di dollari di utile netto. Tuttavia, poiché spende molto per espandere, riparare e sostituire la sua flotta, nello stesso periodo ha generato solo 3,9 miliardi di dollari di free cash flow cumulativo. La compagnia potrebbe trasportare il 40% di passeggeri in più nel 2020 rispetto al 2015, ma tale espansione è costata miliardi di dollari per l’acquisto delle navi per farlo.

    Il conto economico di un’azienda appianerà questi importanti investimenti in più anni. Se una compagnia di crociera acquistasse oggi una nave da un miliardo di dollari, ridurrebbe il suo flusso di cassa libero di un miliardo di dollari nell’anno in corso. Tuttavia, sul conto economico, l’acquisto verrebbe spesato in 30 anni, con una spesa di circa 28 milioni di dollari all’anno per i prossimi tre decenni, fino a quando la nave non sarà venduta per la rottamazione.

    Per questo motivo, non è raro che le aziende ad alta intensità di capitale guadagnino molto di più nell’utile netto rispetto al free cash flow, soprattutto se sono in crescita. I contabili spesso dicono che “non si possono pagare le bollette con il reddito netto”, ed è per questo che gli investitori che si preoccupano dei dividendi spesso sostituiscono il reddito netto con il free cash flow nel calcolo del payout ratio di un’azienda.

    3. Politica dei dividendi

    Molte aziende hanno una politica dei dividendi dichiarata o implicita che può essere ricavata da una combinazione di rapporti sugli utili, conferenze telefoniche o comportamenti storici. Una società può puntare in modo specifico ad un determinato payout ratio, dichiarando al mercato che intende restituire agli investitori una certa percentuale del proprio reddito sotto forma di dividendo nel tempo.

    ENI, la nostra società petrolifera, partecipata dal Ministero delle finanze, ha come obiettivo quello di aumentare ogni anno l’ammontare del dividendo, cercando di renderlo sempre sostenibile. Una politica iniziata dopo il crollo del petrolio del 2015 e che viene mantenuta negli anni.

    Generali, leader italiano sulle assicurazioni, ha una politica payout ratio compreso tra il 55% e il 65% per ogni anno.

    Tipicamente queste indicazioni vengono fornite insieme al piano industriale a 3 o 5 anni, che ogni azienda presenta allo scadere del precedente o al mutare in modo sensibile degli obiettivi.

    Reinvestire i proventi da dividendi nella stessa azienda

    Un’ottica strategia per far aumentare costantemente il rendimento è quello di reinvestire quanto guadagnato dai dividendi direttamente nella stessa azienda che li ha portati.

    Facciamo un esempio: investiamo 10 mila euro in azioni ENI a un prezzo di 9 euro ad azione, significa che acquistiamo 1.111 azioni circa. Al primo stacco (ENI ne fa due all’anno ma per semplicità di calcolo sommiamo i due) con dividendo 2020 sull’esercizio 2019, il rendimento è di 0,86, quindi con un dividend yield sul nostro prezzo di acquisto del 9,55% lordo.

    Avremo da questo stacco 955,46 euro lorde che diventano 707 al netto delle tasse (in Italia i dividendi vengono tassati al 26%). Reinvestendo questi 707 euro in azioni ENI, al netto delle variazioni di prezzo (per semplicità di calcolo teniamo il prezzo costante), avremo altre 78 azioni nuove di zecca.

    ENI ogni anno aumenta leggermente il dividendo, il 2020 si presenta come un brutto anno visto il prezzo del petrolio e quindi diciamo che lo aumenta di un solo centesimo. Nel 2021 pagherà 0,87 che per noi significa una reddita lorda 1.034,43 euro [(1.111 + 78) * 0,87] e netta di 765,47 che reinvestiremo ancora per acquistare 85 azioni.

    A questo punto avremo nel 2022 azioni 1.274 con un controvalore di 11.466 euro e un dividendo da staccare ancora di (ipotizziamo un nuovo centesimo di aumento, quindi 0,88 euro ad azione) 1.121 (830 nette) per un totale di 12.295 euro a fronte di 10 mila investiti. Posto che le azioni le acquistare a giugno del 2020 e venduto tutto a giugno del 2022 avremmo in 2 anni un guadagno del 22,95% e una resa media annuale di circa l’11,5% netta.

    Provate a continuare con questo esempio per i prossimi 20 anni e magari aggiungeteci anche l’inflazione che probabilmente farà aumentare il costo dell’azione.

    Esce un rendimento di tutto rispetto, soprattutto considerando che attualmente ENI è sotto pressione a causa di Corona Virus e prezzo del petrolio particolarmente basso.

    Costruire un portafoglio di dividendi fai da te

    Un errore comune dei nuovi investitori di dividendi è quello di concentrarsi solo sul potenziale di reddito e di ignorare altri importanti principi d’investimento, come l’importanza della diversificazione. Poiché alcuni tipi di società pagano rendimenti più alti di altri, la costruzione di un portafoglio basato sui rendimenti creerà un portafoglio che sarà fortemente investito solo in una piccola porzione del mercato azionario.

    Ha invece senso acquistare azioni con dividendi che si trovano in diversi settori del mercato azionario. Qui di seguito, abbiamo un portafoglio illustrativo utilizzando società grandi che compongono il mercato azionario nel suo complesso.

    Si noti che comprende aziende con diverse linee di business, da quella che fa soldi dai contenuti (Disney) fino alle banche (Intesa San Paolo), dagli energetici (ENI) e un tecnologico (Apple).

    Il calcolo del Dividend Yield è basato considerando lo stacco del 2019 poiché nel 2020, causa Covid-19, tante aziende hanno straordinariamente bloccato il pagamento dei dividendi. Il Dividend Yield è al lordo delle tasse.

    AziendaDividend YieldSettore
    ENI9,67%Energetici
    Walt Disney1,50%Intrattenimento
    Intesa Sanpaolo11,49%Finanziario
    Apple0,85%Tecnologia
    Generali6,98%Assicurativo
    Azimut6,44%Finanziario
    Enel4,37%Energetici
    FCA15,39%Industriale
    Bayer4,06%Industriale
    Carnival10,52%Travel
    Dividend Yield di alcune aziende al 18/06/2020

    Come detto, alcune aziende, come FCA e Intesa per esempio, non hanno staccato dividendi nel 2020 per l’emergenza Corona Virus. Alcuni l’hanno solo rimandata, altri l’hanno completamente annullata.

    In questo momento i Yield sono particolarmente vantaggiosi perché i prezzi sono sotto pressione proprio per il Covid.

    È importante sottolineare che consideriamo tutti questi elementi come scorte sicure di blue chip con vari rami d’attività e fonti di reddito affidabili.

    La diversificazione è tutto nel mercato azionario. È normale che i settori o le industrie attraversino cicli di sovraperformance e sottoperformance estreme. Le scorte di energia sono state frantumate nel 2015, quando i prezzi del petrolio e del gas sono crollati. Un anno dopo, il settore è stato il protagonista assoluto, generando il miglior ritorno di tutti e 10 i settori di mercato. Non è una cosa fuori dal comune.

    Avere investimenti in diversi settori può aiutare ad ammortizzare il rendimento del vostro portafoglio nel tempo. Quando i titoli finanziari erano in ritardo nel 2011, i titoli delle utilities erano i più performanti. L’anno successivo, le azioni finanziarie sono tornate al top, e le utilities sono state le peggiori performer.

    Un investitore che possedeva solo beni finanziari o solo servizi di pubblica utilità avrebbe fatto un anno a vuoto. L’investitore che possedeva azioni in entrambi i settori avrebbe navigato tra gli alti e bassi senza troppe emozioni, il che è una buona cosa quando si cerca un rendimento costante.

    Costruire un portafoglio dividendi con fondi

    Gli investitori che vogliono avere un assaggio delle azioni che pagano i dividendi senza scegliere le proprie azioni possono preferire investire in fondi comuni d’investimento e fondi negoziati in borsa (ETF) specializzati in azioni che pagano i dividendi. Investire in un fondo di dividendo è un ottimo modo per beneficiare dei dividendi senza dover selezionare i singoli titoli e gestirli da soli.

    Le regole di base per l’investimento dei dividendi

    L’investimento in dividendi può essere gratificante. Ma ci sono alcune cose da tenere sempre a mente se si sceglie di creare un proprio portafoglio di singoli titoli. Ecco alcune semplici – ma importanti – regole di base per investire in azioni a dividendo:

    • Non comprare un’azione solo per il suo dividendo. Un buon dividendo non è mai un motivo per investire in un cattivo affare. Nel lungo periodo, la performance dell’azienda è ciò che in ultima analisi determina il rendimento di un’azione e la capacità dell’azienda di pagare un dividendo.
    • Non mettete troppo l’accento sulla resa. Mentre un titolo che rende il 3% può essere otticamente più attraente di un titolo che rende il 2%, i coefficienti di rendimento possono essere responsabili della differenza. Un’azione con un rendimento più basso che ha un basso rapporto di payout può offrire di più in termini di crescita dei dividendi e, in ultima analisi, un rendimento più elevato nel tempo.
    • Se scegliete un fondo, non ignorare le commissioni. Uno dei maggiori predittori dei rendimenti futuri di un fondo è la commissione che esso addebita per investire in esso. Le commissioni sono quantificate come rapporto costi/benefici, che riporta i costi annuali in percentuale dell’importo investito. Le spese sono particolarmente importanti per i fondi a dividendo, poiché le commissioni vengono sottratte dai dividendi che il fondo trasferisce ai suoi investitori. Se un fondo possiede azioni con un rendimento del 2%, ma il fondo applica commissioni dell’1,5% all’anno, gli investitori riceveranno solo un rendimento dello 0,5%. I costi contano sempre, ma contano davvero per un portafoglio di reddito.

    Infine, e soprattutto, ricordate che investire è un gioco a lungo termine. Solo perché puoi comprare un’azione e venderla un minuto dopo per un guadagno dello 0,1% non significa che devi farlo. Trattate le azioni come se foste proprietari di qualsiasi altra attività: qualcosa da tenere in mano per il lungo periodo, piuttosto che girare per un euro veloce.

  • Cosa è la lista Forbes Global 2000

    Cosa è la lista Forbes Global 2000

    Forbes Global 2000 è una classifica annuale delle più grandi aziende pubbliche; viene stilata considerando 4 pilastri:

    1. vendite
    2. profitti
    3. attività
    4. valore di mercato

    La classifica di Forbes è considerata una delle classifiche aziendali più popolari e i risultati della sua analisi annuale sono largamente accettati “hook, line and sinker” senza comprendere o mettere in discussione i suoi metodi.

    Metodologia

    Nello svolgere questo lavoro, Forbes stabilisce dei punti di cut-off per ciascuna delle quattro metriche; in ognuna delle metriche le aziende devono soddisfarne almeno uno.

    Così facendo, Forbes crea quattro liste separate: Vendite 2000, Profitti 2000, Attività 2000, Valore di mercato 2000.

    Quindi, è possibile che un’azienda soddisfi il cut-off per le vendite e non soddisfi il cut-off per gli utili, ma faccia comunque parte della lista finale perché ha soddisfatto uno dei cut-off delle metriche.

    I valori di cut-off per ogni metrica sono fissati annualmente (cioè vengono adeguati di anno in anno). Ad esempio, il cut-off per la metrica delle vendite del 2017 era di 3,95 miliardi di dollari contro i 4,9 miliardi di dollari del 2016. Mentre per gli utili il cut-off del 2017 era di 257,0 milioni di dollari, che è più alto di 10 milioni di dollari rispetto all’anno precedente.

    Questi aggiustamenti potrebbero rivelare la performance sistemica del settore per un determinato periodo (in questo caso, annuale).

    Raccolta dei dati

    I loro dati provengono da FactSet Research systems (FRS), una società multinazionale di dati finanziari e software con sede a Norwalk, Connecticut (CT), negli Stati Uniti, che fornisce informazioni finanziarie e software analitico per i professionisti degli investimenti.

    La qualità dei dati della FRS viene controllata con altre fonti, come Bloomberg e il bilancio della società.

    Analisi dei dati

    Dopo che le aziende sono state aggiunte alla lista finale di Forbes 2000, che è un consolidamento delle quattro liste generate da ciascuna delle metriche delineate, Forbes aggiunge tutti i valori insieme e classifica le aziende in base al valore totale che chiamano “punteggio composito”.

    Critiche/Limitazioni

    Tuttavia, ci sono diverse limitazioni (conosciute e spesso accettate) a questo approccio. Ad esempio, la sua limitazione alle sole società pubbliche.

    Tuttavia, ve ne sono alcune di cui non si parla molto, come ad esempio:

    • la selezione delle metriche
    • il metodo di aggregazione dei dati alla fonte
    • l’uso di un punteggio composito che non tiene conto della possibilità di una differenza di intensità delle diverse metriche.

    Aziende italiane nella classifica Forbes Global 2000

    Queste le posizioni delle aziende italiane nell’ultima classifica Forbes 2000.

    Pos.AziendaTicket
    97EnelENEL
    125Intesa San PaoloISP
    140GeneraliG
    202UnicreditUCG
    315Poste ItalianePST
    468ENIENI
    520AtlantiaATL
    546Telecom ItaliaTIT
    683UnipolUNI
    861LeonardoLDO
    880SnamSRG
    941Banco BPMBAMI
    1075MediobancaMB
    1080TernaTRN
    1149FerrariRACE
    1275Banca MediolanumBMED
    1445BPER BancaBPE
    1474Cattolica AssicurazioniCASS
    1493UBI BancaUBI
    1569Banca MPSBMPS
    1800Fineco BankFBK
    1813Credito EmilianoCE
    1891PirelliPIRC
    1895Banca Popolare di SondrioBPSO
    1933SaipemSPM
    1963Prysmian
    Aziende italiane nella classifica Forbes Global 2020

    Ovviamente ci sono anche altre aziende italiane di matrice che non hanno più sede in Italia. Come per esempio:

    Pos.AziendaTicketSede
    223Fiat Chrysler AutomobilesFCAGran Bretagna
    304EssilorLuxotticaELFrancia
    528CNH IndustrialCNHIGran Bretagna
    558ExorEXOOlanda
    1810TenarisTENLussemburgo
    Aziende italiane con sede all’estero

    Top Ten Forbes Global 2000 del 2020

    Pos.AziendaNazione
    1ICBCCina
    2China Construction BankCina
    3JPMorgan ChaseUSA
    4Berkshire HathawayUSA
    5Agricultural Bank of ChinaCina
    6Saudi Oil Company (Saudi Aramco)Arabia Saudita
    7Ping An Insurance GroupCina
    8Bank of AmericaUSA
    9AppleUSA
    10Bank of ChinaCina
    Top ten nella classifica Forbes Global 2000

    Top 10 aziende tedesche nella classifica Forbes 2000 del 2020

    Pos.Azienda
    23Volkswagen
    25Allianz
    62Siemens
    69Deutsche Telekom
    75BMW Group
    102Bayer
    107BASF
    150SAP
    185Deutsche Post
    206Munich Re
    Top 10 aziende della Germania su Forbes Global 2000 del 2020

    Top 10 aziende francesi nella classifica Forbes 2000 del 2020

    Pos.Azienda
    29Total
    42BNP Paribas
    64Axa Group
    73LVMH Moet Hennessy Louis Vuitton
    112EDF
    117Sanofi
    118Crédit Agricole
    137Vinci
    156Orange
    176L’Oréal
    Top 10 aziende dalla Francia nella classifica Forbes Global 2000 del 2020

    Top 10 aziende americane nella classifica Forbes 2000 del 2020

    Ne abbiamo già viste 4 nella top ten, ecco le prime 10 aziende a stelle e strisce.

    PosAzienda
    3JPMorgan Chase
    4Berkshire Hathaway
    8Bank of America
    9Apple
    11AT&T
    13Alphabet (Google)
    14ExxonMobile
    15Microsoft
    17Wells Fargo
    18Citigroup
    Top 10 aziende americane nella classifica Forbes Global 2000 del 2020
  • Stellantis: fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e Groupe PSA (Peugeot)

    Stellantis: fusione tra Fiat Chrysler Automobiles e Groupe PSA (Peugeot)

    Dopo la sfumata aggregazione tra Fiat Chrysler Automobiles e Renault, un altro attore francese si interessa per convolare a nozze con la casa italo-americana.

    Il gruppo PSA Peugeot, guidato dal Presidente e Direttore Generale Carlos Tavares, entra in contatto con la famiglia Agnelli per cercare di accordarsi su un matrimonio alternativo.

    Mentre in molti ancora pensavano alle nozze tra FCA e Renault, il 30 ottobre del 2019 il Wall Street Journal annuncia l’esistenza di una trattativa per portare alle nozze la casa torinese e il costruttore francese.

    Le due società vengono allo scoperto confermando le indiscrezioni e affermando che le due dirigenze sono al lavoro per arrivare a un punto comune e vengono anticipati i primi dettagli.

    L’intesa definitiva viene raggiunta e il 18 dicembre del 2019 FCA e PSA danno l’annuncio ufficiale congiunto attraverso un comunicato stampa.

    Un ulteriore passo simbolico viene fatto a metà luglio del 2020, quando le due società annunciano il nome della nuova entità: Stellantis.

    I termini dell’accordo

    L’accordo raggiunto si basa sui seguenti termini:

    • Fusione paritetica (50/50)
    • cda composto da 11 persone, nominate 5 per parte e l’undicesimo sarà il CEO
    • John Elkann sarà il Presidente della nascente società
    • Carlos Tavares avrà il ruolo di CEO (e quindi un posto in cda)
    • La nuova entità avrà sede in Olanda e quotata su Euronext (Parigi), Piazza Affari (Milano) e NYSE (New York)
    • Nessun trasferimento dei diritti doppi di voto preesistenti e nessun membro potrà avere più del 30% dei voti in cda

    Al closing dell’operazione gli azionisti di PSA avranno 1,742 azioni della nuova nata per ogni azione detenuta, mentre gli azionisti di FCA avranno un cambio di 1:1.

    Prima del closing, per l’anno 2019, durante il 2020 verrà distribuito, da entrambe le società, un dividendo ordinario di 1,1 miliardi di euro. Dividendo che poi verrà cancellato a causa dell’emergenza da Covid-19 (leggi capitolo dedicato).

    Infine, prima dell’aggregazione, agli azionisti di FCA verrà distribuito un dividendo straordinario di 5,5 miliardi di euro, così da livellare la capitalizzazione delle due società a egual misura. Per lo stesso motivo PSA, prima della chiusura, staccherà e distribuirà ai propri azionisti la partecipazione del 46% detenuta in Faurecia.

    Per quanto riguarda la detenuta Comau, FCA la farà entrare nel controllo della nuova entità per poi staccarla e cederla agli azionisti della nuova società.

    L’operazione dovrà essere conclusa entro il primo trimestre del 2021, quindi a distanza di 15 mesi dall’annuncio.

    Pesi degli azionisti

    Nel primo accordo, per come anticipato, c’era il forte rischio che la famiglia Agnelli, attraverso Exor, finisse a essere un socio di minoranza, ciò perché, attraverso l’aggregazione al 50%, l’attuale quota del 28% che Exor detiene in FCA sarebbe diventata il 14%.

    Dall’altra parte delle Alpi, la quota della famiglia Peugeot, lo Stato francese e i cinesi di Dongfeng, con il 12% ciascuno di PSA sarebbero passati al 6%. Nella prima versione, inoltre, era data alla famiglia Peugeot la possibilità di salire di un ulteriore 2,5%, quindi con una somma totale, tra dinastia originale e Stato francese che arrivava a 14,5%, ben di più del 14% di Exor.

    Per questo motivo, nella seconda e definitiva soluzione, quella del 18 dicembre, vengono spostati leggermente gli equilibri. Innanzitutto i cinesi di Dongfeng venderanno l’1,5% della nuova entità al gruppo PSA che le annullerà. Inoltre, per evitare troppa aggregazione tra Stato e Peugeot, il governo (Bpifrance) venderà il 2,5% post fusione. In compenso è dato (già dalla prima versione dell’accordo) diritto alla dinastia Peugeot di salire di un ulteriore 2,5%.

    In definitiva i pesi degli shareholders principali saranno:

    1. Exor: 14%
    2. Famiglia Peugeot: 8,5%
    3. Dongfeng: 4,5%
    4. Bpifrance (Stato francese): 3,5%

    I vantaggi di questa operazione

    Al closing dell’operazione i vantaggi che le due aziende fanno emergere sin da subito sono tangibili: la nuova nata sarà un gruppo in grado di sfornare ogni anno 8,7 milioni di veicoli, con vendite per 170 miliardi di euro. Numeri che fanno diventare il nuovo gruppo il 4° al mondo in termini di veicoli prodotti e il 3° al mondo in termini di ricavi.

    Inoltre il merge permetterà di creare sinergie per 3,7 miliardi di euro, con la condivisione di piattaforme e impianti, oltre che rete distributiva nel mondo. Nessun impianto verrà chiuso.

    La nuova società ha una forte presenta in Nord e Sud America, oltre che in Europa, sarà invece carente in Asia. Oriente che continua a essere un punto debole di FCA, lacuna che avrebbe colmano con Renault (grazie alla quota in Nissan da parte dei francesi) ma non con PSA.

    I brand della nuova azienda

    Il nuovo gruppo che nascerà avrà un sopraffollamento di brand ed è proprio per questo che sin dal primo minuto si è iniziato a fare il conto di quale brand sarebbe rimasto senza sedia.

    Le due aziende hanno comunque sempre smentito che alcun brand verrà dismesso.

    I brand della nuova società saranno:

    • Da parte di PSA:
      • Peugeot
      • Citroën
      • Opel
      • DS
      • Vauxhall Motors
    • Da parte di FCA
      • Chrysler
      • Dodge
      • FIAT
      • Fiat Professional
      • Lancia
      • Jeep
      • Ram Trucks
      • Abarth
      • Alfa Romeo
      • Maserati

    Appare abbastanza evidente come ci siano delle chiare sovrapposizioni in alcuni segmenti.

    Il nome sarà Stellantis

    Proprio i tanti brand della nuova entità hanno ispirato il nome Stellantis, ufficializzato a metà luglio del 2020 e che prende origine dal latino “stello”, cioè colui che è illuminato dalle stelle.

    Naturalmente le stelle sono proprio tutti i brand delle due case. Inoltre un riferimento latino che è origine di entrambe le case.

    La casa pubblicitaria che ha ideato il nome è Publicis Groupe.

    Le due società sottolineano come:

    La scelta del nome segna un passo importante verso il completamento della fusione paritetica (50/50), come definita nel Combination Agreement del 18 dicembre 2019

    Comunicati di FCA e PSA sul nome Stellantis

    Il nome Stellantis sarà utilizzato solo a livello di gruppo.

    Arriva il logo di Stellantis

    Dopo il nome arriva anche il logo, a inizio novembre del 2020, in piena seconda ondata per il Covid 19, il processo di aggregazione comunque non rallenta e quindi viene presentato il nuovo logo di Stellantis.

    Logo Stellantis, nata dalla fusione tra Peugeot e Fiat
    Logo di Stellantis, nata dalla fusione tra Peugeot e Fiat

    Logo che ovviamente non vedremo su nessuna macchina ma che sarà il brand del gruppo, il quale racchiude ben 13 marchi differenti.

    La cancellazione del dividendo ordinario

    Il primo intoppo nell’aggregazione arriva in primavera del 2020, quando, a causa del virus Covid-19, per poter accedere ai prestiti e aiuti garantiti dai rispettivi Stati, sia PSA che FCA annullano il dividendo ordinario da 1,1 miliardi.

    Gli aiuti statali a PSA e FCA

    Senza dividendo ordinario le due aziende fanno affidamento sui prestiti dello Stato per affrontare la possibile crisi di liquidità dovuta al crollo di vendite di auto data dal lockdown della primavera 2020.

    FCA fa richiesta per un prestito da 6,3 miliardi a Intesa San Paolo, mentre PSA viene aiutata dallo Stato francese che stanzia 8 miliardi per il settore auto e si impegna ad aiutare le proprie aziende automobilistiche attraverso fondi erogati in cambio di investimenti in soluzioni ecologiche.

    La quotazione di Comau

    Nel giugno del 2020 arriva un importante rumor che riguarda la società di componentistica robotica controllata interamente da FCA.

    I rumor parlano di quotazione per la società, con un flottante del 70% che finirebbe in borsa e il ricavo andrebbe nelle casse della nuova entità, il restante 30% verrebbe spartito tra gli azionisti di maggioranza della nuova società, secondo i rispettivi pesi.

    I rumor non hanno trovato conferme.

    Rivisto il dividendo straordinario prefusione

    Più di un’analista, vista l’emergenza Covid, aveva ipotizzato che il dividendo straordinario da 5,5 miliardi che FCA avrebbe pagato prima della fusione sarebbe potuto essere a rischio.

    La conferma arriva a inizio settembre, quando le due case hanno reso noto un nuovo accordo che prevede delle rimodulazioni. Nel dettaglio, agli azionisti di FCA, prima della fusione, non andranno più 5,5 miliardi ma 2,9. Allo stesso tempo, gli azionisti di PSA dovranno rinunciare allo scorporo di Faurecia (46% di proprietà di PSA) che farà parte del perimetro e sarà scorporata post fusione, probabilmente con contestuale quotazione su mercato azionario. Agli azionisti di FCA andrà quindi il 23% della società di componentistica.

    Infine le due società hanno tenuto a budget un ulteriore possibile dividendo di 1 miliardo post fusione, da staccare solo in base all’evolversi dell’emergenza Covid.

    Antitrust e veicoli leggeri

    Sempre a inizio giugno del 2020 arrivano altri dubbi sull’aggregazione e questa volta sono firmati da parte dell’antitrust europeo che chiede chiarimenti immediati in merito al segmento del LCV (veicoli commerciali leggeri).

    L’autorità comunitaria chiede di dissipare i dubbi in merito a una concentrazione che in alcuni Paesi arriverebbe a superare il 40% delle vendite totali del segmento.

    Carlos Tavares e Mike Manley hanno sempre detto di non avere problemi a reagire a qualsiasi richiesta da parte delle autorità, inoltre quello dei veicoli commerciali leggeri era un problema già conosciuto alle due società.

    Tra le possibili soluzioni ci potrebbero essere strategie separate, cessioni parziali o limitazione nelle vendite nelle aree più problematiche.

    Questa richiesta non dovrebbe essere un intoppo insuperabile ma potrebbe, nella peggiore delle ipotesi, ritardare il closing dell’operazione fino a 4 mesi.

    Inchiesta della Commissione Europea

    Alla fine, su spinta dell’Antitrust europeo, la Commissione comunitaria, il 17 di giugno, apre un’inchiesta sull’aggregazione.

    Il punto dolente è proprio quello già sollevato sui veicoli commerciali leggeri, cioè i van sotto le 3,5 tonnellate.

    Entrambe le società hanno già la leadership in alcuni mercati e con l’aggregazione verrebbe a mancare la concorrenza in alcune aree.

    Evidentemente né PSA né FCA hanno timore che l’inchiesta possa interrompere il processo di aggregazione, ciò poiché nessuna risposta è arrivata dalle aziende alle preoccupazioni preliminari dell’istituto di vigilanza guidato da Margrethe Vestager.

    Ora la commissione ha tempo fino al 22 ottobre (90 giorni lavorativi) per sciogliere i dubbi. I mercati principalmente a rischio sarebbero:

    1. Belgio
    2. Croazia
    3. Repubblica Ceca
    4. Francia
    5. Grecia
    6. Ungheria
    7. Italia
    8. Lituania
    9. Lussemburgo
    10. Polonia
    11. Portogallo
    12. Slovacchia
    13. Slovenia
    14. Spagna
    15. Regno Unito

    Come si può facilmente notare la portata dell’indagine sarà molto ampia.

    Questa volta, all’inchiesta ufficiale, le società hanno risposto e in una nota congiunta la casa del Leone e il Lingotto hanno confermato che l’aggregazione verrà effettuata entro il primo trimestre del 2021, quindi senza particolari ritardi.

    Nella stessa risposta le due case si dicono confidenti anche perché delle autorità antitrust hanno già risposto confermando il deal, tra queste ci sarebbero Russia, Giappone, Stati Uniti e Cina.

    La risposta chiosa con la sottolineature del come le società faranno comprendere alla Comunità Europea la portata dell’integrazione, la quale darà benefici a tutto il mercato, ai cittadini e all’economia.

    Toyota “aiuta” Stellantis con l’antitrust

    FCA e PSA hanno collaborato nei mesi estivi con la commissione e con l’antitrust trovando un accordo per cui una parte dei veicoli commerciali leggeri, prodotti dalla società francese, andranno a Toyota, la quale ha già in essere una joint venture con PSA per la produzione degli stessi veicoli nella fabbrica spagnola di Vigo.

    Accordo e proposta che ha ricevuto il via libera da parte dell’antitrust già a fine ottobre 2020. Via libera che quindi non sarà necessario attendere per febbraio 2021, come precedentemente annunciato, ma che potrebbe arrivare già a fine anno.

    Il deposito dei documenti in previsione del 4 gennaio

    Il 4 gennaio 2021 segnerà ufficialmente la nascita del nuovo Stellantis, grazie ai cda di PSA e di FCA chiamati ad approvare la fusione.

    Proprio in previsione di tale data le due aziende hanno depositato i documenti, dai quali viene indicata, secondo il principio contabile internazionale Ifrs 2, come società acquirente quella dei francesi PSA e come società target l’italo-americana FCA.

    Altri punti dei documenti, già conosciuti, indicano come l’acquisizione sia effettivamente da parte del Leone e il target sia l’italiana.

    I consigli di amministrazione del 4 gennaio 2021

    Senza particolari sorprese, il 4 gennaio del 2021 si sono tenuti i consigli di amministrazione di FCA e di PSA che hanno ufficialmente approvato la fusione tra le due case.

    Stellantis diventa quindi una realtà, nel mese di gennaio saranno portate avanti nuove attività propedeutiche alla fusione vera e propria, con l’obiettivo di quotare la nuova nata entro gennaio stesso. La data di battesimo dovrebbe essere sabato 16 gennaio, cioè il giorno dopo del pagamento del dividendo straordinario ai soci di FCA.

    Subito dopo la fusione partiranno i lavori per arrivare ad avere i risparmi, fino a 5 miliardi di euro, previsti dal piano.

    Il dividendo straordinario per i soci di FCA

    Come da piano originale, poi modificato causa Covid, gli azionisti di FCA avranno un dividendo straordinario.

    Il piano originale prevedeva una distribuzione di 5,5 miliardi per FCA e la distribuzione ai soci di PSA delle quote in Faurecia; con la modifica degli accordi la distribuzione del dividendo è di 2,9 miliardi, con Faurecia che entrerà, così come Comau, nelle disponibilità della nuova Stellantis.

    In soldoni, il dividendo straordinario che FCA staccherà sarà di 1,84 euro per azione, con ex-date giovedì 14 gennaio 2021 e record al 15 gennaio. La data di pagamento dovrà essere ancora comunicata, ma non si vuole superare la data di fusione vera e propria, quindi, se mantenuto il calendario, la data di pagamento potrebbe essere sempre il 15 gennaio. Lo stacco però è condizionato a determinati necessari adempimenti societari propedeutici che dovranno essere approvati e operativi entro il 13 gennaio.

    Se al 13 gennaio tutti gli adempimenti necessari saranno al posto giusto il 15 gennaio ci sarà lo stacco della cedola straordinaria.

    Qualora, per questioni tecniche, il pagamento del dividendo straordinario dovesse scivolare a data post fusione, comunque il dividendo è da pagare solo agli azionisti di FCA:

    Sebbene il dividendo straordinario verrà posto in pagamento successivamente al perfezionamento della fusione, onde evitare ogni dubbio si precisa che il dividendo straordinario non sarà pagabile su azioni Stellantis emesse a favore dei precedenti azionisti di Groupe Psa al momento dell’efficacia della fusione o ad altri azionisti che acquisteranno azioni Stellantis successivamente all’efficacia della fusione

    Nota sul dividendo straordinario di 1,84 euro da pagare agli azionisti di FCA

    Il dividendo diventa incondizionato

    Come ampiamente prevedibile, nella giornata del 13 gennaio 2021 FCA ha comunicato che il dividendo straordinario da 1,84 euro è diventato incondizionato.

    In tale occasione è stato anche comunicata la data di pagamento che è il 29 gennaio 2021, quindi a fusione completata.

    Giusto per essere molto chiari, FCA ha sottolineato che, nonostante il pagamento venga effettuato dopo la data del 18 gennaio, quindi dopo la fusione, il pagamento è riservato ai soli soci di FCA prefusione.

    Dividendo ulteriore per i soci Stellantis

    Post fusione i cda valuteranno lo stacco di un ulteriore dividendo fino a 1 miliardo di euro, che però dovrà essere valutato e approvato in base ai conti del 2020 delle due case automobolistiche.

    Inoltre le quote possedute in Faurecia sarà distribuita a tutti i soci di Stellantis dopo il closing definitivo.

    Stellantis in borsa dal 18 gennaio

    La data nella quale si potrà tradare Stellantis è segnata sul calendario nella casellina del 18 gennaio per i mercati di Milano e Parigi; mentre per l’America ci sarà da attendere fino al 19 gennaio. Cioè dopo il closing che è fissato, appunto, per sabato 16 gennaio 2021.

    Concambio azioni FCA con Stellantis

    Tecnicamente in borsa ci sarà un concambio, laddove al posto delle azioni FCA, dal 18 gennaio, nel vostro portafoglio troverete le azioni Stellantis.

    Il concambio delle azioni Fiat Chrysler Automobiles sarà di 1 a 1, quindi, facendo un semplice esempio, qualora aveste 1.000 azioni FCA vi ritroverete la medesima quantità di Stellantis.

    Situazione differente per il concambio delle azioni Peugeot, che ha sul mercato meno azioni rispetto a FCA. Quindi, qualora in portafoglio aveste 1.000 azioni di PSA, con il concambio fissato a 1,742 vi ritrovereste, appunto 1.742 azioni.

    Ovviamente i prezzi delle due azioni sono già allineate, infatti se osserviamo i prezzi attuali (7 gennaio 2021 alle 15.20) noteremmo che:

    • FCA quota 14,90
    • Peugeot 22,80

    Applicando il concambio di 1,742 il prezzo per PSA scende a 13,09 euro. Per quanto riguarda la “nostra” Fiat, togliendo il dividendo da 1,84 al prezzo attuale anche essa andrebbe a 13,06. Piccola variazione di 3 centesimi data dal mercato attuale ma che ovviamente andrà a ridursi sempre di più.

    Intesa Sanpaolo ha ipotizzato che il prezzo di quotazione di Stellantis sarà di 12,8 euro, frutto del calcolo della possibile valutazione a venerdì, meno 1,84 euro di dividendo che sarà distribuito. Come abbiamo visto, se il mercato chiudesse ora per riaprire lunedì 18 gennaio, il prezzo sarebbe più alto di quanto ipotizzato da Intesa.

  • Fusione tra Renault e Fiat Chrysler Automobiles, la storia completa

    Fusione tra Renault e Fiat Chrysler Automobiles, la storia completa

    Per la grandezza, la complessità e la rapidità, la possibile fusione tra Renault e il gruppo Fiat Chrysler Automobiles è stata qualcosa di stravolgente.

    A distanza di qualche tempo, proviamo a raccontare per filo e per segno come sono andate le cose.

    La prima notizia arriva dal Financial Times che anticipa un rumor incredibile: il gruppo FCA e il gruppo Renault stanno discutendo di una fusione alla pari che sarà effettuata a breve. Era il 25 maggio del 2019 e il quotidiano economico dà un rumor che, se confermato, avrebbe dell’incredibile.

    Finalmente si concretizza ciò che il compianto Sergio Marchionne aveva anticipato anni prima (e che aveva provato a fare con GM e con Opel):

    Per sopravvivere il segmento auto dovrà attraversare una stagione di M&A

    Sergio Marchionne

    In una prima fase né Renault né FCA rilasciano dichiarazioni, chiudendosi dietro un no comment.

    La conferma arriva con i rispettivi comunicati (qui quello della FCA) il 27 maggio, quindi solo due giorni, e l’accordo sarebbe raggiunto attraverso una fusione alla pari, quindi 50% contro 50%.

    La proposta di merging

    La proposta viene lanciata ufficialmente dalla casa italo-americana e i dettagli principali, oltre alle quote sono:

    • Nessuna chiusura di stabilimenti pre esistenti
    • Il CDA sarà composto da 11 elementi, 4 per ogni azienda, 1 di Nissan e il resto indipendenti
    • Gli azionisti di FCA, per livellare le capitalizzazioni prima dell’operazione, riceverebbero 2,5 miliardi di euro di dividendo straordinario
    • Prima dell’operazione, sarebbero distribuite agli azionisti di FCA le quote di Comau (società satellite di FCA) oppure l’equivalente di 250 milioni

    I vantaggi della fusione sono chiariti dagli attori stessi: nascerebbe infatti il terzo polo di veicoli al mondo e il secondo per numero di veicoli in Europa.

    Se, in una data successiva e certamente non oggetto di questa fusione, le due società partner di Renault (Nissan e Mitsubishi) volessero fondersi, saremmo difronte al più grande gruppo mondiale di veicoli, con interessi in Nord e Sud America (grazie a FCA), Europa (grazie a Renault) e Asia (grazie a Nissan e Mitsubishi).

    Un altro vantaggio, non da poco, è il risparmio annuale di circa 5 miliardi di euro di spese correnti che si avrebbero semplicemente mettendo a fattor comune le conoscenze e le basi distribuite nel mondo.

    La reazione di Renault

    Immediatamente le due aziende si mettono all’opera per arrivare a un accordo definitivo di fusione e le dirigenze convocano immediatamente il cda per analizzare la proposta.

    In FCA fila tutto liscio, anche perché, essendo l’azienda che lancia l’OPA i grandi azionisti erano già informati.

    In Renault qualcosa non fila per il verso giusto e ci si rende conto subito che la strada per la fusione sarà in salita e tortuosa.

    Il cda convocato in prima istanza chiede maggior tempo per analizzare il tutto, in particolare pare subito che il primo azionista, cioè lo Stato Francese, ha qualche remora ma non è chiaro per cosa.

    Le condizioni dell’azionista di maggioranza

    Solo a posteriori emerge la verità sui punti della discordia e sono tutte questioni che pone sul tavolo il principale azionista di Renault, cioè lo Stato francese:

    1. Richiesta di rivalutazione di Renault, non come da capitalizzazione in borsa ma con un premio e quindi un pagamento di dividendo speciale anche agli azionisti della casa francese
    2. Un posto per un esponente del governo francese nel cda della nuova azienda
    3. Salvaguardia dei posti di lavoro di Renault
    4. Quartier generale a Parigi

    C’è l’accordo su 3 dei 4 punti e sembra che anche l’ultimo possa essere discusso ma il ministro Le Maire, a rappresentanza dei francesi, desidera prendere tempo e dice che non c’è fretta.

    In un secondo cda vengono accettati i 4 punti ma il governo prende ancora tempo.

    La questione è che l’accordo non si farà senza il consenso di Nissan. Infatti i giapponesi hanno una partecipazione incrociata con Renault. I francesi possiedono il 43,4% della casa nipponica che a sua volta possiede il 15% di quella francese.

    Nissan è praticamente il secondo azionista di Renault e non è convinto dell’operazione, inoltre il tutto si inquadra in accordi extra merge tra i governi francese e giapponese.

    Il fallimento della fusione

    Il banco salta definitivamente il 6 giugno del 2019, quindi a distanza di soli 9 giorni dalla proposta di fusione.

    A farlo saltare è la stessa persona che l’aveva messo in piedi, cioè John Elkann, presidente del gruppo FCA. Il perché inizia a intuirsi sin dal primo comunicato di FCA che recita:

    FCA esprime la propria sincera gratitudine a Groupe Renault, in particolare al suo Presidente, al suo Amministratore Delegato ed agli Alliance Partners, Nissan Motor Company e Mitsubishi
    Motors Corporation, per il loro costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta di FCA.

    FCA continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente.

    Viene ringraziato il presidente di Renault (Jean-Dominique Senard, che ha preso il posto di Carlos Ghosn, arrestato a fine 2018 in Giappone), vengono ringraziati i partner di Renault ma nessuna parola per il primo azionista, cioè il ministero dell’economia francese e, quindi indirettamente, lo Stato francese.

    Alla proprietà italiana non va bene che lo Stato francese stia usando questo merge per risolvere vecchie questioni con i giapponesi e non viene accettato il rinvio dell’approvazione anche a fronte dell’accettazione dei 4 punti messi sul tavolo.

    La casa francese si rammarica, poiché, come dichiara lo stesso Jean-Dominique Senard, la proposta arrivava nel momento corretto, sia per una ripresa industriale, sia per una crescita del brand nel mondo che per la situazione economica della stessa Renault.

    Dopo il salto della fusione

    Nell’agosto dello stesso anno il CEO di FCA, Mike Manley, fa una nuova apertura verso Renault, dicendo che, qualora la casa francese voglia convolare a nozze, FCA è pronta a valutare la proposta.

    Sembra un inizio di una nuova trattativa che però non si concretizzerà mai, anche perché del fallimento della fusione ne approfitta l’abile Carlos Tavares, CEO di PSA Peugeot, che trova prontamente l’accordo con FCA… ma questa è un’altra storia.

  • Indici azionari della Borsa Italiana, cosa c’è oltre il FTSE MIB

    Indici azionari della Borsa Italiana, cosa c’è oltre il FTSE MIB

    Abbiamo già parlato del FSTE MIB e abbiamo dedicato ampio spazio ai principali indici azionari in tutto il mondo.

    In Italia però ci siamo concentrati poco, questo per due ragioni:

    1. Le grandi aziende italiane sono tutte sul FTSE MIB
    2. L’Italia, nello scacchiere delle borse mondiali, non occupa precisamente una posizione dominante.

    Questo secondo punto è dovuto in parte al primo e in parte al fatto che la finanza in Italia è stata sempre un po’ bistrattata. Inoltre, se guardiamo alla classifica delle aziende nel FTSE MIB per capitalizzazione ci rendiamo conto come la prima in classifica, ENEL, è una delle poche aziende che realmente può competere con i giganti presenti all’estero. Grandi nomi italiani, quando paragonati con i big dell’estero, spesso impallidiscono.

    Ecco perché reputiamo che la finanza, quella seria, tocchi solo relativamente l’Italia e abbia il suo capoluogo altrove (in particolare in USA, UK e Germania).

    Ma qui siamo a parlare degli indici italiani e quindi bando alle ciance.

    Quali sono gli indici azionari più importanti di Borsa Italiana?

    La lista degli indici principali è relativamente breve e include:

    • FTSE MIB
    • FTSE Italia Mid Cap
    • FTSE Italia STAR
    • FTSE Italia Small Cap
    • FTSE Italia All-Share
    • FTSE AIM Italia

    FTSE MIB

    Passiamo quindi alla rassegna degli indici azionari principali di Borsa Italiana.

    Del FTSE MIB ne abbiamo già parlato: è l’indice che copre le 40 maggiori aziende quotate a Piazza Affari.

    La lista delle aziende viene rivista trimestralmente e al momento queste sono le aziende incluse.

    Pos.AziendaCapitaliz.
    (miliardi di €)
    1Enel67
    2ENI30,7
    3Ferrari28,6
    4Intesa San Paolo27
    5Generali20
    6STMicroElectronics19,7
    7Unicredit16,6
    8Snam13,7
    9Fiat Chrysler Auto12,6
    10Atlantia12,4
    11Terna12
    12Exor11,9
    13Poste Italiane10,3
    14Diasorin10,2
    15Nexi8,8
    16Recordati8,6
    17Moncler8,5
    18Davide Campari8,1
    19CNH Industrial7,7
    20Telecom Italia7,1
    21Tenaris6,7
    22Fineco Bank6,1
    23InWit5,5
    24Amplifon5,28
    25Prysmian5,1
    26Mediobanca5,1
    27HERA5
    28Banca Mediolanum4,4
    29A2A3,9
    30ItalGas3,88
    31Pirelli3,82
    32Buzzi Unicem3,33
    33Leonardo3,3
    34Interpump Group3,0
    35UBI Banca2,9
    36Banca Generali2,7
    37Unipol2,3
    38Saipem2,1
    39Azimut2,1
    40Banco BPM1,7
    Elenco componenti FTSE MIB con data capitalizzazione 04/06/2020

    Come si può notare le capitalizzazioni vanno giù molto velocemente e, giusto per fare un confronto, Deutsche Telekom, l’azienda numero 17 per capitalizzazione in Germania, ha lo stesso valore di Enel.

    ENI, la nostra seconda azienda per capitalizzazione, ha lo stesso valore di Deutsche Boerse, la numero 42 in Germania.

    Il confronto con la Francia ci va un po’ meglio, Christian Dior (numero 7 in Francia) ha lo stesso valore di Enel. Orange (numero 22) equivale a ENI.

    Con gli USA non c’è rapporto, ma se proprio vogliamo sforzarci, Enel equivale a Morgan Stanley che occupa la posizione numero 120 in America. Onestamente non cerchiamo nemmeno quale posizione occupa la nostra numero 2 negli Stati Uniti, potremmo non venirne a capo.

    Questo è il motivo per cui il nostro FTSE MIB vale meno, molto meno, del DAX, del CAC, dell’S&P, del DOW Jones e anche dell’IBEX Spagnolo. Questo è anche il motivo per cui sulle nostre pagine si legge molto di più su aziende straniere che nostrane.

    FTSE Italia Mid Cap

    Dopo aver riportato la lista completa delle aziende che compongono il FTSE MIB alla data odierna e, soprattutto, dopo aver capito quanto valiamo a livello finanziario, passiamo al secondo indice in termini di importanza in Italia, cioè il FTSE Italia Mid Cap.

    Come dice il nome stesso ci sono le aziende che, in Italia, vengono considerate a media capitalizzazione, anche se le prime della lista superano tante ultime del FTSE MIB. Questo è dovuto al fatto che per essere nell’indice principale non basta solo la capitalizzazione ma bisogna avere determinati volumi giornalieri di scambio, sia di numero di azioni che di liquidità.

    Ecco quindi una breve lista dei titoli con maggiore capitalizzazione.

    Pos.AziendaCapitaliz.
    (miliardi di €)
    1UnipolSai5,8
    2Acea3,7
    3Iren2,9
    4Reply2,9
    5Brembo2,9
    6ERG2,8
    7De Longhi2,8
    8ASTM2,7
    9Salvatore Ferragamo2,4
    10IMA2,3
    11ENAV2,2
    12Brunello Cucinelli1,9
    13Mediaset1,8
    14TechnoGym1,5
    15BPER Banca1,3
    I primi 15 componenti per capitalizzazione dell’indice FTSE Italia Mid Cap

    FTSE Italia Small Cap

    Anche qui il nome è abbastanza parlante: si tratta dell’indice che include l’ultima fascia, cioè le matricole, le aziende con una capitalizzazione bassa.

    Spesso ci si può imbattere in qualche stella che presto sarà nel FTSE MIB, molto più spesso le aziende in questo indice non hanno avuto la forza di fare il grande salto.

    Non mancano comunque nomi importanti anche nelle Small Cap, con capitalizzazioni anche importanti ma che non sono abbastanza liquidi, non hanno abbastanza quote pubbliche o non fanno abbastanza volumi per stare negli indici maggiori.

    Ecco qualche brand molto conosciuto:

    AstaldiBeghelliBialetti
    BrioschiePriceGabetti
    Geoxil Sole 24 OreLazio calcio
    PininfarinaPiquadroAS Roma
    TiscaliUnieuroZucchi
    Una selezione di aziende dell’indice FTSE Italia Small Cap

    FTSE Italia All-Share

    Questo è l’index gran totale, infatti tutte le aziende che si trovano negli indici FTSE MIB, FTSE Italia Mid Cap e FTSE Italia Small Cap poi fanno la somma in questo indice.

    Quindi, se voleste vedere la lista dei titoli ordinati per capitalizzazione, anziché guardare i singoli indici, bisognerebbe guardare l’All-Share.

    FTSE Italia STAR

    STAR sta per Segmento Titoli con Alti Requisiti. I requisiti di cui si parla sono trasparenza, liquidità del titolo e, in ultimo, corporate governance.

    Alcuni titoli presenti in questo segmento sono anche negli altri già visti, come per esempio Amplifon, che svetta per maggior capitalizzazione e che è già incluso nel FTSE MIB.

    FTSE AIM Italia

    Si tratta di uno degli ultimi arrivati nella famiglia degli indici italiani e contiene tutte le aziende del mid e dello small cap con un forte potenziale di crescita.

    Quindi, se amate cercare la futura Netflix è in questo indice che bisognerà guardare.

    FTSE Italia Brands

    Il FTSE Italia Brands è proprio il più giovane essendo stato creato nel 2017.

    Contiene tutti i titoli che hanno un brand appetibile e globalmente riconosciuto. Degli esempi?

    • Ferrari
    • Juventus
    • Brembo
    • Brunello Cuccinelli
    • Campari
    • Moncler
    • Piaggio
    • Autogrill
    • Tod’s
    • ecc

    Indici Settoriali di Borsa Italiana

    Inoltre, per chi volesse concentrarsi solo in determinati settori, ci sono degli indici settoriali che coprono praticamente tutte le azioni presenti a Piazza Affari.

    Questa la lista degli indici settoriali italiani:

    • Ftse Italia Oil & Gas Producers
    • Ftse Italia Oil Equipment, Services & Distribution
    • Ftse Italia Chemicals
    • Ftse Italia Industrial Metals & Mining
    • Ftse Italia Construction & Materials
    • Ftse Italia Aerospace & Defense
    • Ftse Italia General Industrials
    • Ftse Italia Electronic & Electrical Equipment
    • Ftse Italia Industrial Engineering
    • Ftse Italia Industrial Transportation
    • Ftse Italia Support Services
    • Ftse Italia Automobiles & Parts
    • Ftse Italia Beverages
    • Ftse Italia Food Producers
    • Ftse Italia Household Goods & Home Construction
    • Ftse Italia Leisure Goods
    • Ftse Italia Personal Goods
    • Ftse Italia Health Care Equipment & Services
    • Ftse Italia Pharmaceuticals & Biotechnology
    • Ftse Italia Food & Drug Retailers
    • Ftse Italia General Retailers
    • Ftse Italia Media
    • Ftse Italia Travel & Leisure
    • Ftse Italia Fixed Line Telecommunications
    • Ftse Italia Mobile Telecommunications
    • Ftse Italia Electricity
    • Ftse Italia Gas, Water & Multiutilities
    • Ftse Italia Banks
    • Ftse Italia Nonlife Insurance
    • Ftse Italia Life Insurance
    • Ftse Italia Real Estate Investment & Services
    • Ftse Italia Real Estate Investment Trusts
    • Ftse Italia Financial Services
    • Ftse Italia Software & Computer Services
    • Ftse Italia Technology Hardware & Equipment

    Come potete vedere gli indici settoriali sono veramente tanti e coprono veramente di tutto.

    Come investire sugli indici italiani

    Prima di passare all’analisi degli indici principali (in questa fase non analizzeremo gli indici settoriali, sia per una questione di numerosità, sia perché già il nome è auto esplicativo), capiamo come fare trading sugli indici di Borsa Italiana.

    Lo strumento migliore è certamente l’ETF e ce ne sono vari che replicano l’andamento di ognuno degli indici.

    Per esempio:

    • FTSE Italia Mid Cap:
      • iShares FTSE Italia Mid-Small Cap
      • Lyxor FTSE Italia Mid Cap TRN-ucits
    • FTSE Italia Small Cap:
      • Lyxor MSCI EMU Small Cap DR UCITS
      • MSCI EMU Small Cap TRN-ucits -IS

    In alternativa si può investire sugli indici anche attraverso i CFD, per esempio, sul FTSE MIB c’è ITALY FTSEMIB – XFTSEMIBCFD.

  • Sace, FCA e governo… come funziona il tutto?

    Sace, FCA e governo… come funziona il tutto?

    In questi giorni si sta dibattendo se sia corretto o meno garantire il prestito nei confronti di FCA grazie al Decreto fatto dal Governo.

    FCA ha già annunciato che per il 2020 non distribuirà dividendi e subito dopo questo annuncio, il 18 maggio, ha chiesto il prestito da 6,2 miliardi a Intesa San Paolo.

    Rimarrebbe invece in essere il dividendo straordinario da 5,5 miliardi che precederebbe la fusione con PSA e che dovrebbe essere staccato nei primi mesi del 2021; quindi quando la protezione dei prestiti Sace lo consentirebbe.

    Questo l’antefatto, ora facciamo un po’ di ragionamenti.

    Prestito o trasferimento di soldi?

    Partiamo da questa domanda, cioè, si tratta di un prestito o di un trasferimento di liquidità? Domanda fondamentale perché su questa domanda si stanno giocando le carte i vari partiti politici, facendo passare il concetto che lo Stato non debba regalare soldi a un’azienda straniera.

    La questione è che il prestito Sace è, appunto, un prestito, non un regalo. In pratica, semplificando molto:

    1. FCA va da Intesa San Paolo e chiede 6,2 miliardi
    2. Intesa San Paolo si fida di FCA e gli concede un interesse (facciamo esempio) del 2%
    3. FCA ribatte dicendo di avere la garanzia dello Stato attraverso SACE
    4. Intesa San Paolo, avendo la garanzia dello Stato abbassa il suo tasso di interesse (facciamo esempio) all’1,2%

    Cosa c’entra quindi lo Stato?

    Lo Stato ci metterà dei soldi?

    No, la risposta è no (per ora).

    Avere la garanzia da parte dello Stato non vuol dire che il Ministero del Tesoro apre il portafoglio. Significa semplicemente che, qualora FCA non riesca a rimborsare il suo debito, Intesa San Paolo può rifarsi sullo Stato, chiedendo indietro quanto gli è dovuto.

    Per questo motivo il tasso di interesse si abbassa sensibilmente.

    Diciamo tra parentesi “per ora” poiché lo Stato ci metterà dei soldi solo ed esclusivamente se FCA dovesse fallire. Caso che onestamente ci sembra molto, ma molto, ma molto lontano.

    FCA è un’azienda italiana o meno?

    FCA ha sede in Olanda e fiscale in Gran Bretagna, quindi non è un’azienda italiana.

    La questione è che una multinazionale come FCA ha aziende in tutte le nazioni e infatti la richiesta di prestito l’ha fatta attraverso FCA Italy, che è a tutti gli effetti un’azienda italiana.

    Exor, socia di maggioranza di FCA, dice che i soldi prestati in Italia verranno sfruttati in Italia, ma appare evidente a tutti che quei soldi potrebbero essere trasferiti in modo semplice altrove. Non è detto che ciò avvenga, ma spostare liquidità (o fare spese in un determinato Paese) per un’azienda come FCA è molto semplice.

    Ma la domanda qui è un’altra: è quindi? Se anche FCA trasferisse quei soldi altrove, quale sarebbe il problema?

    Il ruolo di Intesa San Paolo e il limite di spesa

    Partiamo dalla banca guidata dal CEO Messina, cioè Intesa San Paolo.

    Per l’istituto di credito questa è la soluzione perfetta, poiché c’è una grande e solida azienda che chiede una linea di credito e a questa azienda può prestare soldi facendogli pagare un’interesse.

    Tasso di interesse che sarà certamente maggiore rispetto al costo per avere quei soldi, quindi già qui c’è un bel guadagno.

    Con la garanzia pubblica è praticamente impossibile perdere quei soldi, a meno che falliscano FCA e lo Stato italiano vada in default; ma in questo caso Intesa San Paolo, essendo imbottita di BTP ed essendo in Italia, avrebbe qualche problema più grave rispetto a 6,2 miliardi di FCA.

    Quindi con il prestito Intesa San Paolo certamente ha un guadagno.

    A questo punto del discorso, se venisse anche Volkswagen (azienda tedesca, con sede in Germania) a chiedere un prestito, ci sarebbe comunque un guadagno da parte di Intesa San Paolo, e quindi del sistema produttivo italiano. Ben vengano quindi aziende enormi e stabili a chiedere prestiti e fossimo noi al posto dello Stato presteremmo la nostra garanzia a tutti i casi di aziende solide.

    Quindi qual è il problema?

    Il limite di spesa. Nessuna manovra e a maggior ragione nessun decreto può essere emesso senza un limite di spesa, poiché comunque c’è da considerare che una parte delle aziende che chiederanno il prestito realmente potrebbero fallire e quindi servono le coperture.

    Nel caso specifico il decreto stabilisce un fondo di garanzia con circa 200 miliardi di prestiti e se tutte le aziende, che hanno un minimo di interesse in Italia, arrivassero a chiedere prestiti, ecco che il fondo si prosciugherebbe velocemente.

    Il limite appare alto viste le entità delle richieste, ma FCA è anche l’azienda che, per quanto si conosce, ha chiesto di più. Infatti la garanzia dello Stato, per cifre così alte, è del 70% sul prestito, quindi di 4,34 miliardi.

    La polemica politica

    Allora perché tutta questa battaglia politica sul prestito a FCA?

    Semplice: la famiglia Agnelli, che ha la quota di maggioranza di Exor e quindi di FCA, è vista come la grassa famiglia che si arricchisce sulle spalle degli italiani e la ex Fiat, da questo punto di vista, ha una cattivissima fama a causa delle operazioni fatte tra gli anni ’70 e gli anni ’90.

    Quindi affermare che Fiat, azienda che porta i guadagni all’estero, non è degna dell’aiuto dell’Italia fa figo e fa voti, basando il tutto sull’ingnoranza di chi ascolta.

    La vera verità è che

    • a Fiat Chrysler Automobiles evidentemente aprire questa linea di credito conviene, perché grazie alla garanzia dello Stato il tasso di interesse sarebbe veramente basso;
    • a Intesa San Paolo converrebbe prestargli dei soldi, perché semplicemente fa arbitraggio;
    • allo Stato italiano non costa nulla dare la garanzia Sace a FCA.

    La fusione con PSA

    La questione di base è che la fusione con PSA è scritta sulla pietra e l’accordo che ha portato le due aziende a lavorare perché ciò avvenga, probabilmente è figlio di trattative serrate tra i maggiori azionisti delle due società.

    Entrambe le società, sia FCA che PSA, prevedevano uno stacco dividendo per il 2020 da 1,1 miliardi, cancellando entrambe questo dividendo il peso della fusione non cambia.

    Non cambia nemmeno il peso della fusione in caso di ingresso di nuovi capitali a fronte di debito; perché è vero che FCA porterebbe nella fusione i 6,2 miliardi di liquidità supplementare, ma è anche vero che apporterebbe un debito equivalente.

    Ciò che potrebbe cambiare il peso della fusione è l’annullamento del dividendo straordinario di 5,5 miliardi di euro che avverrebbe poco prima della fusione, quindi nel 2021; questo semplicemente perché le trattative hanno portato a far staccare questo dividendo per poi unirsi al 50 e 50, facendo un matrimonio alla pari.

    Se questo dividendo non sarà staccato i pesi cambierebbero e quindi bisognerebbe sedersi nuovamente al tavolo con gli azionisti PSA per trovare la quadra.

    La reazione di John Elkann

    In questi termini va letta la reazione del numero 1 di Exor, John Elkann, che ha detto:

    “I 5,5 miliardi? Gli accordi sono scritti nella pietra e vincolati”

    John Elkann

    Il ragionamento è molto semplice: converrebbe avere il prestito, facendo delle promesse di investimento in Italia, ma se il parlamento si mette di traverso piuttosto gli investimenti non vengono fatti.

    Ecco quindi che se il prestito non verrà effettuato FCA ha altri modi per arrivare al credito: può semplicemente chiedere la linea di credito senza la garanzia dello Stato; può mettere tutti i dipendenti in cassa integrazione (che pagherebbe questa volta sì lo Stato direttamente); può emettere un bond corporate. Insomma non mancano le possibilità.

    John Elkann, come un giocatore di poker, ha detto “vedo”. Lanciando il guanto di sfida all’Italia: FCA ce la può fare senza il prestito e senza l’Italia, ma l’Italia ce la può fare senza FCA?

    Il danno della polemica

    Questa polemica, però, lascia delle cicatrici difficili da curare poiché cosa penseranno altre aziende che vorrebbero aprire in Italia o che potrebbero valutare di spostarsi in Italia?

    Diamo dei bruttissimi segnali a chiunque voglia portare soldi, investimenti e lavoro in Italia.

    Per esempio, chiedete ad ArcelorMittal, che ha acquistato l’ILVA sulla base di garanzie penali date dal governo; peccato che lo stesso governo dopo qualche mese si è rimangiato questa garanzia lasciando scoperta la società.

    Se l’azienda xx/yy decidesse di portare la propria sede in Italia, guardando questi casi, lo farebbe lo stesso? Noi pensiamo di no, con perdita di lavoro, di PIL e con tutto ciò che ne consegue.

  • Chi sono i principali competitor di Tesla?

    Chi sono i principali competitor di Tesla?

    Tesla Motor Inc. (TSLA) è un’azienda americana di progettazione, sviluppo, produzione e distribuzione di auto elettriche e treni elettrici, guidata dall’amministratore delegato e dall’imprenditore seriale Elon Musk. La società è stata fondata nel 2003 e ha sede a Palo Alto, California.

    Si occupa anche di fornire servizi ad altre aziende automobilistiche per raggiungere questi obiettivi, ad esempio, vendendo la sua tecnologia delle batterie.

    Tesla ha due segmenti di ricavi primari: le vendite di autoveicoli e i servizi di sviluppo. Le vendite automobilistiche rappresentano la parte del leone delle entrate.

    Tra i principali concorrenti di Tesla vi sono le aziende automobilistiche tradizionali, come ad esempio:

    • Ford Motor Company (F), la multinazionale automobilistica fondata nel 1903.
    • General Motors (GM), la casa automobilistica statunitense fondata nel 1908.
    • Honda Motor Company (HMC), la multinazionale automobilistica fondata nel 1948
    • Toyota Motor Corp. (TM), una multinazionale del settore automobilistico

    Le aziende automobilistiche tradizionali stanno continuamente aumentando la loro offerta di auto ibride a benzina ed elettriche e di veicoli elettrici puri, come la Chevy Volt e la Nissan Leaf. Tuttavia, le auto Tesla portano con sé una certa cache di alto livello che non è stata ancora riprodotta dalle case automobilistiche storiche.

    Ma questo sta cambiando rapidamente, poiché sempre più aziende automobilistiche si stanno impegnando nello sviluppo e nella produzione di auto elettriche, tra cui BMW, Fiat Chrysler, Ford, Hyundai, Jaguar & Land Rover, Kia, Mazda, Mercedes-Benz, Mitsubishi, Nissan, Subaru, Volkswagen e Volvo.

    Nissan e Volkswagen hanno a lungo offerto opzioni relativamente poco costose per le EV, con Nissan che ha la Leaf e Volkswagen che offre il suo E-Golf; inoltre la casa tedesca sta affrontando il mercato elettrico con Audi, che è decisamente una concorrente all’altezza di Tesla.

    Fiat Chrysler ha appena fatto uscire sul mercato la 500 elettrica, che non compete direttamente con le auto Tesla, ma è un primo segnale da parte del produttore Italo-Americano.

    Tuttavia, quando si tratta di veicoli elettrici di fascia alta, Tesla governa.

    US News classifica i primi 5 veicoli elettrici di lusso di lusso, dove le auto Tesla hanno preso il no. 1 e n. 2:

    1. Tesla Modello S
    2. Tesla Modello 3
    3. Porsche Taycan
    4. Lexus ES Hybrid
    5. BWI i3

    Porsche ha un brand molto riconoscibile, noto per le auto sportive di alta qualità, e afferma che la sua stazione di ricarica è la più veloce del mondo, e la sua Taycan va da 0 a 60 miglia all’ora in 3,5 secondi. La BWI i3 è invece una due volumi con tetto alto, ma ha lo stesso riconoscimento del nome di alta gamma che porta Porsche.

    Tesla commercializza e vende le sue auto attraverso la propria rete di negozi al dettaglio situati in Nord America, Europa e Asia. Per l’intero anno fiscale 2019, l’azienda ha registrato un fatturato lordo di 24,57 miliardi di dollari. Tesla ha una capitalizzazione di mercato di 88 miliardi di dollari ma a differenza di tanti competitor non paga un dividendo.

    Tesla non è rimasta redditizia nonostante l’elevata domanda per le sue auto elettriche e la rapida espansione (l’azienda ha anche investito molto nelle sue infrastrutture, con la costruzione della sua nuova Gigafactory a Reno, Nev).

    “Dato che Tesla non ha mai realizzato un profitto annuale in quasi 15 anni dalla sua esistenza, il profitto non è ovviamente ciò che ci motiva”, scriveva Elon Musk nel 2018.

  • Guida ai dividendi, come guadagnare nel lungo periodo

    Guida ai dividendi, come guadagnare nel lungo periodo

    Usare i dividendi come spina dorsale di un portafoglio diversificato è una cosa meravigliosa. Tuttavia, i nuovi investitori potrebbero avere qualche domanda sui dividendi. Ma sapere cos’è un dividendo e come funzionano i dividendi è solo metà della battaglia, poiché sapere come utilizzare al meglio i dividendi può indirizzarvi verso la vera libertà finanziaria.

    Ecco una guida all’investimento dei dividendi che vi fornirà una comprensione di base di cosa sono i dividendi e vi aiuterà a creare la vostra strategia di portafoglio dei dividendi.

    Cos’è un dividendo?

    Un investimento azionario è, al suo interno, un credito sul flusso di cassa generato da un’azienda, o il denaro generato dall’azienda.

    Ci sono diversi modi per beneficiare di questi flussi di cassa: le due fonti principali sono l’aumento dei prezzi delle azioni dovuto alla crescita dell’attività, chiamato apprezzamento del capitale, e le distribuzioni di cassa finanziate dai flussi di cassa generati dall’attività. I dividendi sono una forma di distribuzione di cassa e rappresentano un ritorno tangibile che si può poi utilizzare per altri scopi.

    Una società che paga i dividendi è, in sostanza, l’emittente di un assegno ai propri azionisti con i profitti che genera. Per gli investitori che utilizzano un broker, che è la maggior parte degli investitori, quell’assegno sarà semplicemente un deposito che appare sul vostro estratto conto di intermediazione.

    I dividendi sono generalmente pagati agli azionisti a intervalli regolari, e il trimestrale è il momento più frequente negli Stati Uniti, mentre in Italia la maggior parte delle aziende paga annualmente (tipicamente a Maggio), anche se negli ultimi anni sta prendendo piede l’anticipo sul dividendo che fa diventare, sostanzialmente, il pagamento semestrale.

    In alcuni casi i dividendi possono essere pagati anche mensilmente e, in caso di operazioni straordinarie, anche una tantum.

    Per facilitare l’elaborazione dei dividendi, ci sono alcune date chiave da osservare, in particolare la data di stacco del dividendo, che è il primo giorno di negoziazione in cui il pagamento di un futuro dividendo non è incluso nel prezzo di un’azione. Dopo la data di stacco del dividendo, un’azione negozia come se avesse già pagato il dividendo. Se si acquista l’azione prima di tale data, si ottiene il dividendo. Se si acquista l’azione dopo la data di pagamento del dividendo, non si riceve il dividendo.

    Tutto questo può sembrare un po’ complicato in questo momento, ma dopo aver passato un po’ di tempo a capire i dividendi, vedrete che è abbastanza facile farsi un’idea. Nonostante la loro semplicità, tuttavia, possono avere un impatto enorme sulla vostra vita finanziaria.

    Un esempio del mondo reale vi sarà probabilmente d’aiuto in questo caso. ENI (BIT:ENI) paga i dividendi annualmente (a maggio) con anticipo nell’autunno precedente (tipicamente tra settembre e ottobre). Tra il 1° gennaio 2009 e il 31 dicembre 2019, le azioni della società sono scese di circa il 17%, mentre i dividendi sono rimasti pressapoco costanti, con un ritorno medio del 6% lordo annuo. Gli investitori che hanno preso quei dividendi ed hanno acquistato più azioni ENI (noto come reinvestimento) avrebbero ottenuto un guadagno nell’arco di 10 anni del 25%. Questo perché hanno acquistato azioni per tutto il tempo, aumentando il loro investimento con i dividendi ricevuti.

    I dividendi sono una buona cosa?

    Per alcuni investitori, i dividendi sono ottimi… per altri, i dividendi sono una seccatura. Alla fine, se pensate che i dividendi siano buoni o cattivi dipenderà davvero dal vostro approccio all’investimento e dal vostro temperamento. Ad esempio, alcuni investitori utilizzano i dividendi per integrare l’assegno della previdenza sociale durante il pensionamento. Tali investitori amano i dividendi. Altri investitori, quelli che vogliono evitare le tasse o che stanno ancora costruendo qualcosa appena partito, potrebbero preferire che una società reinvestisse tutto il suo contante nell’attività per stimolare livelli di crescita più elevati. Investitori come questi potrebbero considerare i dividendi uno spreco di denaro.

    Alcuni investitori potrebbero anche preferire che il denaro venga utilizzato per riacquistare azioni invece di pagare i dividendi. Il riacquisto di azioni è un altro modo in cui le aziende possono restituire denaro agli azionisti senza distribuire effettivamente il denaro agli azionisti. La partecipazione azionaria in una società è ripartita sul numero totale di azioni emesse da una società. Riducendo il numero di azioni in circolazione attraverso il riacquisto e successivo annullamento, l’azienda può distribuire gli utili su una base azionaria più piccola. Così a ogni azione viene assegnata una parte più grande dei guadagni della società, il che, a sua volta, aumenta la crescita degli utili per azione. Poiché gli utili sono un parametro fondamentale per la valutazione del successo dell’azienda da parte degli investitori, gli utili più elevati portano generalmente ad un aumento del prezzo delle azioni.

    Ad alcune aziende piace utilizzare i riacquisti di azioni perché non devono completare i riacquisti anche se li annunciano. Ciò offre una maggiore flessibilità nel caso in cui il contesto aziendale cambi. Gli investitori tendono a reagire male se il pagamento dei dividendi viene ridotto anche se un’azienda si trova ad affrontare tempi difficili.

    Come si decidono i dividendi?

    Al livello più elementare, l’amministratore delegato di una società presenta una raccomandazione al consiglio di amministrazione su quella che ritiene essere una politica dei dividendi appropriata. Spesso non c’è una politica pubblica specifica da seguire, ma solo la storia dei dividendi. Ma alcune società rendono pubblici i loro obiettivi in materia di dividendi. Ad esempio, alcune società si prefiggono una percentuale di utili o di flusso di cassa. Assicurazioni Generali, ad esempio, punta a tenere un payout compreso tra 55% e 65% del flusso di cassa, una misura che mostra quanto denaro potrebbe pagare se lo volesse. Detto questo, l’intento è quello di continuare a far crescere il dividendo insieme alla crescita della partnership, in modo che si aggiri intorno a quell’obiettivo nel tempo. Si dovrebbe verificare se una società ha una politica dichiarata, ma spesso si rimane bloccati con nient’altro che la storia.

    È importante notare che non è il CEO a prendere la decisione finale, ma il consiglio di amministrazione. Questo insieme di individui comprende i rappresentanti eletti degli azionisti. Essi sono effettivamente il capo del CEO e hanno l’ultima parola su questioni chiave, incluso come dovrebbero essere utilizzati i profitti di una società. Così il consiglio di amministrazione prende il consiglio del CEO, lo discute e vota su quello che ritiene che il dividendo dovrebbe essere. I tipi di questioni che un consiglio di amministrazione può prendere in considerazione includono, ma non si limitano a: la redditività della società, la liquidità disponibile, la leva finanziaria e le future esigenze di capitale.

    Una questione chiave da tenere a mente in questo caso è che, mentre i guadagni di una società sono una considerazione importante in questo processo, i dividendi in realtà escono dal flusso di cassa. I guadagni sono una misura contabile dettata da un insieme standard di regole che cercano di legare i ricavi e i guadagni a specifici periodi di tempo. Il denaro che entra ed esce dall’azienda, o flusso di cassa, non funziona allo stesso modo. Per esempio, un grande investimento di capitale come un camion (è giusto un esempio) sarà pagato al momento dell’acquisto, riducendo la liquidità che un’azienda ha il giorno dell’acquisto. Ma a fini di guadagno, il costo sarà ripartito su tutta la vita utile del camion, dal momento che ogni trimestre viene usato un po’ di più. Questo si chiama deprezzamento (ammortamento in Italia), e non ha alcun impatto sul flusso di cassa, ma può essere un problema notevole per i guadagni.

    Dal momento che i dividendi sono pagati dalla cassa di una società e hanno un impatto sulla liquidità, con un impatto minimo o nullo sugli utili, il rendiconto finanziario è il luogo in cui si riflette il pagamento dei dividendi. Questo rendiconto finanziario tiene traccia della liquidità che entra ed esce dalla società in un determinato periodo di tempo. Tornando all’esempio del camion di cui sopra, i guadagni di un’azienda possono essere abbassati dalle spese di ammortamento per quella spesa per anni, ma la liquidità che entra ed esce dall’azienda non ne risente perché il denaro è già stato speso. Quindi la liquidità che un’azienda ha a disposizione può in realtà essere maggiore in un determinato periodo rispetto ai guadagni che l’azienda dichiara. Questo aiuta a spiegare come un’azienda possa pagare più dividendi di quanto guadagna, dal momento che gli oneri non monetari, come l’ammortamento, possono ridurre i guadagni, pur avendo un impatto minimo o nullo sulla liquidità che un’azienda sta generando.

    In fin dei conti, il rendiconto finanziario è più vicino a come si potrebbe guardare alle proprie finanze. Mentre il conto economico è importante, il rendiconto finanziario è il modo migliore per vedere se un’azienda può effettivamente permettersi il dividendo che sta pagando.

    Alcune date dei dividendi

    Ci sono alcuni importanti problemi di elaborazione quando si tratta di dividendi, in gran parte legati alla tempistica. La prima è la data di dichiarazione, ovvero quando una società annuncia al mercato i propri piani di dividendo. In questa dichiarazione, oltre all’importo effettivo dei dividendi, viene riportata la data di registrazione, la data di stacco e la data di pagamento. Per comprendere questo processo, può essere utile guardare a un esempio reale.

    Il 31 ottobre 2018, la ExxonMobil ha pubblicato un comunicato stampa che informa gli investitori ed il pubblico della sua intenzione di pagare un dividendo del quarto trimestre di 0,82 dollari per azione. Il comunicato stampa era la dichiarazione del dividendo. Oltre all’importo, la società ha anche comunicato che il dividendo sarebbe stato pagato il 10 dicembre agli azionisti di riferimento a partire dal 13 novembre. La data di pagamento è il giorno in cui gli azionisti riceveranno il dividendo. La data di registrazione è effettivamente il giorno in cui la società fa la lista di tutti i suoi azionisti.

    L’unica data che non è stata inclusa nel comunicato è la data di stacco della cedola, che è generalmente due giorni lavorativi prima della data di registrazione per tenere conto del tempo necessario per liquidare le transazioni azionarie (in questo caso, la data dell’ex dividendo era il 9 novembre a causa di un fine settimana). Questa data non era nel comunicato stampa, ma è stata riportata sul sito web della società. Acquistate le azioni prima di tale data e avrete diritto al dividendo; acquistate dopo la data di registrazione e il precedente proprietario riceverà il dividendo. In effetti, la data di scadenza è la data specifica in cui le azioni saranno scambiate senza il dividendo incluso nel prezzo.

    Per la maggior parte degli investitori, in particolare per quelli con una visione a lungo termine, queste date non saranno un problema troppo grande. Tuttavia, se state cercando di acquistare un’azione, potreste voler ricontrollare le date per ogni evenienza. Preferireste ricevere un dividendo piuttosto che perderlo di un giorno o due perché avete procrastinato.

    Alcuni investitori, nel frattempo, tentano di catturare i dividendi investendo intorno a queste date. La distribuzione dei dividendi è una strategia in cui gli investitori detengono le azioni solo per un periodo di tempo sufficiente a ricevere l’esborso prima di passare ad un’altra azione. In questo modo, l’investitore può investire in molte azioni con gli stessi soldi e “catturare” più dividendi. Anche se questa sembra una grande idea, è complicata e richiede tempo.

    C’è un’altra tecnicità che complica l’approccio di cattura dei dividendi: I dividendi sono tecnicamente un ritorno di utili non distribuiti (una voce di bilancio). Come tale, il prezzo delle azioni dovrebbe logicamente scendere di un importo pari all’ammontare del dividendo una volta raggiunta la data di stacco del dividendo. C’è anche il rischio che il prezzo del titolo possa essere mosso da notizie o eventi aziendali nel mercato più ampio durante il periodo di detenzione. In questo modo si genererà un reddito dal dividendo che si incassa, ma si potrebbe finire con una perdita di capitale di compensazione quando si vendono le azioni. È molto probabile che il beneficio netto sarà inferiore a quanto si potrebbe sperare, e quindi la maggior parte degli investitori non dovrebbe essere coinvolta nella distribuzione dei dividendi.

    Alcune metriche chiave per i dividendi

    Ora che avete le date importanti da tenere a mente, vorrete capire alcune delle metriche chiave che vedrete nella ricerca dei titoli a dividendo. La più importante è il dividend yield. Questo viene generato prendendo il pagamento del dividendo più recente e moltiplicandolo per la frequenza dei dividendi (quante volte all’anno il dividendo viene pagato) e poi dividendo per il prezzo corrente delle azioni.

    Più alto è il rendimento, meglio è per la maggior parte degli investitori di reddito, ma solo fino a un certo punto. Rendimenti anormalmente elevati possono indicare livelli di rischio più elevati. Un buon punto di riferimento per gli investitori è quello di confrontare il rendimento di un’azione con quello dell’indice S&P 500 per capire se è alto o basso, poiché le condizioni di mercato possono cambiare nel tempo. I rendimenti dovrebbero anche essere confrontati con quelli dei diretti concorrenti per avere un’idea di quanto sia alto o basso il rendimento, dato che alcuni settori tendono ad offrire rendimenti più alti di altri. Si noti che alcuni servizi di dati forniranno un rendimento da dividendo trailing, che prende i dividendi storici che sono stati pagati (di solito negli ultimi 12 mesi) invece di guardare il dividendo corrente e moltiplicare per la frequenza.

    Un’altra metrica su cui gli investitori si concentrano è il payout ratio. Questo può essere ricavato prendendo il dividendo e dividendo per l’utile per azione della società. Anche se i dividendi non vengono pagati con i guadagni, questo dà un’idea di quanto facilmente una società può permettersi il suo dividendo. Più basso è il payout ratio, meglio è, con coefficienti superiori al 100% meritevoli di ulteriore ricerca (si noti che alcuni settori, come i fondi di investimento immobiliare, hanno quasi sempre payout ratio superiori al 100% a causa delle pesanti spese di ammortamento). Questo dato può essere calcolato in diversi periodi di tempo, ma di solito viene considerato trimestralmente, nell’arco dei 12 mesi successivi, o annualmente.

    Alcuni investitori considerano anche il rendimento sul prezzo di acquisto. Si calcola il rendimento sul prezzo di acquisto prendendo il dividendo corrente per azione e dividendolo per il costo medio per azione. Questo è un numero che, ovviamente, è specifico per ogni singolo investitore. È il più appropriato per gli investitori che hanno posseduto un’azione che paga il dividendo per un periodo di tempo molto lungo e per coloro che hanno utilizzato la media del costo del dollaro per creare la loro posizione. Ad esempio, se si fosse acquistata Microsoft Corporation il primo giorno lavorativo del 1995 per 26,95 dollari (il prezzo più alto di quel giorno), il dividendo era uno scarso 0,32 dollari per azione all’anno, fornendo agli investitori un rendimento da dividendo di circa l’1,2%. Alla fine del 2018, il dividendo era cresciuto fino a 1,68 dollari per azione all’anno. Questo è un rendimento sul prezzo di acquisto del 6,2%.

    Con quale frequenza vengono pagati i dividendi?

    Il dividend yield e il payout ratio portano un elemento di tempo nella discussione sui dividendi. Negli Stati Uniti, la maggior parte delle aziende paga quattro dividendi all’anno, o uno ogni trimestre. Questa, tuttavia, è solo un’opzione. Alcune società, come Realty Income, un fondo di investimento immobiliare, pagano i dividendi mensilmente (Non ci sono troppi dividendi mensili, il che è un peccato, dato che gli assegni dei dividendi di queste società finiscono per imitare da vicino una normale busta paga, semplificando così il processo di budgeting per gli investitori).

    Altre pagano due volte all’anno, o semestralmente. Un esempio è la Disney, che paga a gennaio e luglio. Molte aziende europee, invece, pagano solo due volte all’anno, con un piccolo acconto seguito da un pagamento “finale” più grande. La maggior parte delle aziende statunitensi paga lo stesso importo ogni volta. Alcune aziende pagano solo una volta all’anno, come la Cintas, che tende ad aspettare fino alla fine dell’anno solare per pagare il suo dividendo annuale.

    Per calcolare correttamente il rendimento dei dividendi e i rapporti di pagamento di queste società, è necessario prendere in considerazione la frequenza dei dividendi. Si noti che alcuni servizi di dati non riescono a fare questo passo, portando a dati errati. Per questo motivo si dovrebbe sempre andare sul sito web di una società per ricontrollare le statistiche sui dividendi che sembrano inusuali.

    C’è anche un’altra cosa da tenere a mente. A volte le aziende pagano dividendi speciali. Si tratta di pagamenti che vengono effettuati al di fuori del loro tipico schema dei dividendi. Un esempio è la “nostra” FCA (Fiat) che ha pagato un dividendo straordinario nel 2019 a seguito della cessione di Magneti Marelli e, se andrà in porto l’unione con PSA, ne pagherà un altro nel 2021. Tali dividendi non dovrebbero essere considerati nel rapporto di rendimento o di pagamento, in quanto si tratta di eventi insoliti. Detto questo, alcune società hanno una storia di pagamenti di dividendi speciali su base regolare.

    Non tutti i dividendi sono pagati in contanti

    A complicare ulteriormente le cose, non sempre i dividendi vengono pagati in contanti. A volte una società paga un dividendo azionario, attraverso il quale emette per ogni investitore ulteriori azioni della società. Un grande esempio è quello di Azimut, che per qualche anno ha pagato una parte in contanti e una parte con l’emissione di nuove azioni. Il vantaggio netto per gli investitori è che il numero di azioni che possiedono aumenta nel tempo.

    Altre volte, lo spin-off avviene tramite un dividendo azionario in una nuova società. Questo accade quando una società dà agli azionisti azioni appena create in una delle sue divisioni operative in modo da poter rompere la divisione come propria società pubblica. Uno degli esempi classici di questo è stata la scissione del 1984 di AT&T, amorevolmente chiamata Ma Bell, in una società a lunga distanza con lo stesso nome e sette cosiddette Baby Bells. I Baby Bells erano proprietari delle compagnie telefoniche locali che servivano varie regioni degli Stati Uniti. Per ogni 10 azioni di AT&T, gli investitori ricevevano una quota di ciascuna delle sette compagnie telefoniche regionali. Questa mossa ha portato la AT&T da una società a otto.

    Detto questo, i dividendi azionari non sono generalmente la norma, anche se un piccolo numero di società ha una lunga storia di pagamenti regolari di dividendi azionari.

    Cos’è una riduzione dei dividendi?

    Finora tutto bene, ma i dividendi non sempre salgono. A volte, quando un’azienda ha problemi finanziari, deve tagliare i dividendi. Gli investitori di solito non amano i tagli dei dividendi, come si è detto, e vendono le aziende che tagliano o che ritengono possano tagliare. Per questo motivo è necessario usare cautela quando si guardano le aziende con alti rendimenti e alti rapporti di payout, in quanto entrambi potrebbero essere un segno che il dividendo attuale non è sostenibile.

    Detto questo, alcune aziende hanno dividendi variabili, quindi ci si aspetta che i loro dividendi vadano su e giù nel tempo. I cambiamenti dei dividendi in aziende come questa devono essere considerati in modo diverso perché la politica dei dividendi è spesso più importante del pagamento dei dividendi. La già citata Generali è un buon esempio in questo caso. L’azienda non ha caso ha comunicato un range da 55% a 65%, poiché in questo range può “giocare” cercando di far registrare sempre una crescita del dividendo. Ma se gli utili dell’azienda un anno dovessero crollare (e il 2020 con il Covid-19 può essere un ottimo esempio)? Ovviamente se Generali terrà fede alla politica di Payout il dividendo che distribuirà sarà minore rispetto all’anno precedente.

    Il motivo è molto vicino e la causa è la medesima (il Covid-19) per Intesa San Paolo che ha deciso (su consiglio della BCE) di non staccare dividendi nel 2020, su utili del 2019, per mantenere in cassa quanta più liquidità possibile e affrontare adeguatamente il virus e la crisi seguente. Intesa San Paolo è sempre stata una buona pagatrice di dividendi e chi ha acquistato l’azione con questo solo intento potrebbe essere rimasto spiazzato.

    Cos’è un DRIP?

    Un acronimo che sentirete spesso associare ai dividendi è DRIP, che sta per piano di reinvestimento dei dividendi. Molte aziende consentono di acquistare azioni direttamente da loro e di utilizzare i dividendi per acquistare automaticamente ulteriori azioni nel tempo. A volte le aziende offrono incentivi per questo, come ad esempio prezzi di reinvestimento leggermente al di sotto del mercato, e di solito queste transazioni non incorrono in commissioni di intermediazione. Alcune società richiedono l’acquisto di azioni da terzi e il trasferimento delle azioni al piano della società. Il grosso problema in questo caso, tuttavia, è che si utilizza il dividendo per acquistare altre azioni. In pratica si tratta di una ripartizione degli acquisti nel tempo.

    Questo è un servizio che molti broker offrono oggi gratuitamente (senza l’incentivo di prezzi inferiori al mercato). Così si può spesso fare la stessa cosa senza la necessità di aprire e monitorare più conti con diverse società, che è quello che vi rimarrebbe se vi iscriveste a più piani DRIP sponsorizzati da più società. Se volete mantenere la vostra vita il più semplice possibile, chiedete al vostro broker se offre il reinvestimento gratuito dei dividendi.

    Questo servizio in Italia ancora non è diffuso, non lo offre praticamente nessuno, ma ciò non esclude che potrebbe essere “fatto in casa” con il riacquisto di azioni dell’azienda che ha distribuito il dividendo.

    Cosa sono i re dei dividendi, gli aristocratici, i campioni, gli sfidanti e i contendenti?

    L’investimento su dividendi è una cosa importante e gli investitori hanno iniziato a usare termini brevi per descrivere le società che investono in dividendi.

    Re, Aristocratici, Campioni, Sfidanti e Concorrenti sono alcuni dei termini “da conoscere” con cui vorrai essere pratico. Ognuno di essi rappresenta una diversa serie di escursioni annuali dei dividendi:

    Nome dell’azionePerformance
    Dividend Kings50+ anni di aumenti sui dividendi
    Dividend Aristocrats25+ anni di aumenti
    Dividend Champions20+ anni di incremento
    Dividend ChallengersDai 10 ai 20 anni di aumento
    Dividend Achievers10+ ma meno di 20 anni
    Dividend ContendersDai 5 ai 9 anni di aumenti
    Nomi e traguardi sull’aumento costante del valore dei dividendi per un’azienda

    Tutti questi termini sono associati a chi paga i dividendi da lungo tempo. Alcune sono liste formali gestite da società come Standard & Poor’s (e utilizzate per creare prodotti d’investimento come i fondi negoziati in borsa o gli ETF), mentre altre sono liste informali gestite da volontari e disponibili gratuitamente su siti web.

    Liste come queste sono un ottimo punto di partenza per la ricerca di azioni con dividendi, dal momento che le aziende con una lunga storia di dividendi crescenti hanno dimostrato di dare un valore elevato alla ricompensa degli investitori.

    Cos’è un dividend trap?

    Un dividend trap è l’ennesimo termine che si sente dire per descrivere un titolo a dividendo, solo che questo non è affatto positivo. In sostanza, un dividend trap è un’azione con un alto rendimento sostenuta da un dividendo che sembra insostenibile. Un buon esempio è quello delle telecomunicazioni rurali Frontier Communications (NASDAQ:FTR). Nel 2017, l’azienda ha pagato quattro dividendi trimestrali di 0,60 dollari per azione, nonostante il fatto che per tutto il tempo ha sanguinato inchiostro rosso. In assenza di utili, il suo indice di copertura dei dividendi era in realtà negativo. La sua attività era in difficoltà da tempo sotto il peso del peggioramento dei risultati finanziari e del pesante carico di debito lasciato dalle acquisizioni.

    La società ha finito per eliminare il dividendo nel 2018. Tuttavia, con il progredire del 2017, il dividend yield è passato da circa il 10% a un incredibile 50%, mentre il titolo è sceso da oltre 50 dollari per azione a circa 6,75 dollari. Un rendimento del 10% è elevato e merita una maggiore attenzione, in particolare in una società con un alto livello di leva finanziaria. Ma un rendimento del 50% è completamente ridicolo (il mercato azionario stava inviando un segnale d’allarme molto forte). Prima di saltare su un grosso dividendo, assicuratevi di fare una piccola ricerca per assicurarvi che l’alto rendimento non sia il risultato di problemi finanziari materiali e, altrettanto importante, un’alta probabilità di un taglio dei dividendi. Volete fare del vostro meglio per evitare trappole per i dividendi come Frontier.

    I dividendi vi dicono qualcosa sulla valutazione?

    Spesso gli investitori guardano il rapporto prezzo/utile per vedere se un’azione è scambiata a basso costo o ricca. Il P/E è solo il prezzo diviso per i guadagni, proprio come il rendimento di un dividendo è semplicemente il pagamento di un dividendo diviso per il prezzo dell’azione. Sono entrambe misure relative. P/E ti dice quanto gli investitori sono disposti a pagare per ogni dollaro che un’azienda guadagna, e il dividend yield, approssimativamente, ti dice il livello di generazione di reddito che gli investitori si aspettano da un’azienda nel tempo.

    A dire il vero, il P/E e il dividend yield non ti dicono molto sulla valutazione. Tuttavia, quando li si confronta con la storia di una società o con un gruppo più ampio (come un indice o i benchmark del settore diretto), si possono iniziare a vedere i modelli di valutazione.

    Ad esempio, il dividendo di Hormel Foods ha raggiunto un picco superiore al 2% alla fine del 2017, verso la fascia alta del range di rendimento storico dell’azienda. Il suo P/E all’epoca era di circa 19, essendo sceso da oltre 30 all’inizio del 2016. In sostanza, il dividend yield stava raccontando una storia simile al rapporto P/E.

    Di solito ci sono ragioni per cui le aziende commerciano con valutazioni basse; in questo caso, uno spostamento delle abitudini di acquisto dei consumatori verso il cibo fresco rispetto al cibo preconfezionato che dominava il portafoglio di Hormel aveva spaventato Wall Street. Ma per gli investitori a lungo termine, un elevato rendimento relativo dei dividendi può essere un’opportunità di acquisto. Hormel, per riferimento, ha iniziato a spostare il suo business mix attraverso acquisizioni che hanno aumentato la sua scala in categorie fresche, in particolare nella gastronomia. Alla fine del 2018, il rendimento di Hormel era pari a circa l’1,8% e il P/E era tornato a circa 22.

    Imposte sui dividendi: Lo Zio Sam riceve il suo obolo

    Nessuna discussione sui dividendi sarebbe completa senza menzionare le tasse. Il governo vuole ottenere il dovuto di questi pagamenti. Riceverete dei moduli fiscali dal vostro broker o dal vostro piano DRIP che descrivono i dividendi che avete ricevuto in un determinato anno e che devono essere inclusi nel vostro reddito quando fate le tasse.

    Detto questo, le leggi fiscali cambiano nel tempo, quindi l’aliquota fiscale che pagherete sul reddito da dividendi varierà. I dividendi spesso ricevono un trattamento fiscale preferenziale. Tutti i dividendi, invece, non sono creati allo stesso modo. Alcune società includono la restituzione del capitale nei loro dividendi. Tali dividendi sono considerati un ritorno di una parte del vostro investimento originale e non vengono tassati quando li ricevete. Riducono la vostra base di costo al momento della vendita, aumentando così le vostre plusvalenze (che è la differenza tra ciò che avete pagato per un investimento e ciò per cui lo avete venduto, supponendo che abbiate realizzato un profitto sulla transazione).

    Altre società, in particolare i trust di investimento immobiliare, sono strutturati come entità passanti, perché passano gran parte del loro reddito agli investitori in cambio di evitare la tassazione a livello aziendale. La maggior parte, se non tutti i dividendi che pagano sono trattati come reddito regolare, proprio come il vostro stipendio. Questi tipi di dividendi sono spesso indicati come non qualificati.

    I dividendi qualificati, invece, sono la norma. Questo tipo di dividendi viene pagato dalla maggior parte delle società statunitensi e viene tassato ad aliquote speciali.

    Le tasse sono un argomento complesso, ed è necessario consultare un commercialista per una discussione approfondita. Ma state certi che dovete far sapere allo Zio Sam dei vostri dividendi.

    Le tasse sui dividendi in Italia

    Nel paragrafo precedente abbiamo generalizzato e fatto particolarmente riferimento al mercato americano (ed è corretto così considerando che si tratta della piazza maggiore al mondo), ma per chi volesse investire solo in Italia è importante sapere che la tassazione sui dividendi è uguale a quella sulle plusvalenze e cioè il 26%.

    In pratica, se avete in portafoglio 2.000 azioni ENI che pagano 0,86 euro / anno avrete un ritorno lordo di 1.720 euro, ma al netto ne rimarranno 1.445. Che voi abbiate adottato una gestione amministrata o una gestione autonoma della tassazione, i dividendi vengono bloccati alla fonte, quindi il vostro istituto di credito vi aggiungerà 2 voci al vostro estratto conto:

    1. Pagamento del dividendo Italia di 1.720 euro
    2. Tassa su Dividendo Italia -275 euro
  • FTSE MIB (Italy 40) come funziona l’indice italiano

    FTSE MIB (Italy 40) come funziona l’indice italiano

    Italy 40, o FTSE MIB, è un indice delle 40 maggiori e più attive società quotate sulla Borsa Italiana. Lanciato nel 1997, l’Italy 40 è un indice di riferimento nazionale e internazionale, nonché il principale indicatore dell’andamento del mercato azionario italiano.

    Prima del giugno 2009 l’indice era gestito da Standard & Poor’s e si chiamava S&P/MIB. Oggi l’Italy 40 è pubblicato e calcolato dal London Stock Exchange Group, società capogruppo di Borsa Italiana.

    Italy 40 (FTSE MIB), che rappresenta circa l’80% della capitalizzazione del mercato domestico, comprende le società ad alta liquidità presenti in Italia. Tra le più note componenti dell’indice figurano Ferrari, Fiat Chrysler Automobiles, Pirelli, Intesa Sanpaolo, Salvatore Ferragamo e Moncler.

    I trader amano seguire l’indice Italy 40 perché è in grado di offrire un’esposizione a una sostanziale volatilità dei prezzi di mercato e a significative fluttuazioni giornaliere. Serve anche come sottostante per un’ampia gamma di strumenti finanziari derivati. Il FTSE MIB è noto per il suo volume e la sua volatilità, e attira numerosi trader giornalieri che cercano di trarre profitto dai movimenti dei prezzi a breve termine.

    Italia 40 ore di trading

    Le 40 società italiane sono tutte quotate alla Borsa Italiana, la principale borsa valori italiana, aperta dal lunedì al venerdì. I principali orari di negoziazione per l’Italia 40 sono tra le 9:00 e le 17:30 (GMT+01:00) 5 giorni di trading a settimana.

    Come viene calcolato l’indice FTSE MIB?

    Come altri popolari indici di mercato azionario, l’indice FTSE MIB tiene traccia di un paniere di singole società, e le variazioni dei loro prezzi azionari influenzeranno l’indice per tutta la giornata di trading.

    L’indice Italia 40 è denominato in euro e calcolato in tempo reale durante le ore di trading di Borsa Italiana all’interno del fuso orario europeo.

    L’indice pondera le sue componenti in base alla loro capitalizzazione di mercato, rettificata da un fattore di fluttuazione libera. Pertanto, le componenti più grandi godono di una ponderazione percentuale più elevata, mentre quelle più piccole hanno un impatto minore.

    Italia 40 criteri di ammissione

    I componenti del FTSE MIB sono generalmente rivisti trimestralmente a marzo, giugno, settembre e dicembre dal Comitato Tecnico della Serie di Indici FTSE Italia.

    Tradizionalmente, l’indice è composto da 40 società con il più alto volume di scambi in euro nei sei mesi precedenti. I componenti dell’indice sono classificati in base all’Industry Classification Benchmark (ICB) e sono limitati al 15% per evitare un’eccessiva concentrazione.

    Come fare trading Italia 40 CFD

    L’Italia 40 è un modo per acquisire esposizione al mercato azionario italiano senza dover analizzare l’andamento delle singole società. L’indice borsistico italiano FTSE MIB fornisce tipicamente ai trader un alto grado di liquidità, lunghi orari di negoziazione e spread ristretti.

    Uno dei modi più semplici e popolari per negoziare l’indice FTSE MIB è con i CFD (contratti per differenza). Un contratto per differenza (CFD) è un contratto tra un trader e un broker, utilizzato per cercare di trarre profitto dalla differenza di prezzo tra l’apertura e la chiusura dell’operazione.