La strategia del cassettista, cioè di investire una cifra e dimenticarsene per un po’ di anni, per tanti è stata la chiave di volta per riuscire a creare degli ottimi guadagni in borsa.
La chiave, naturalmente, è sapere quali azioni acquistare (e quando), investendo 10 mila dollari (usiamo la moneta americana poiché da oltre oceano arrivano le aziende).
Per aiutarvi in questo senso, ecco cinque titoli in circolazione che potrebbero rendervi ricchi nei prossimi anni.
Shopify
La pandemia di coronavirus avrà un effetto duraturo sul commercio globale. Gran parte del tradizionale settore del commercio al dettaglio (che era già in declino prima della crisi COVID-19) potrebbe essere spazzato via se i timori di ammalarsi dovessero tenere i consumatori fuori dai negozi.
Shopify (NYSE:SHOP) sta aiutando le aziende ad adattarsi a questi tempi difficili. La piattaforma di commercio offre alle piccole imprese gli strumenti necessari per costruire negozi di e-commerce e competere in un mondo sempre più online. Il software di Shopify è così buono che anche le aziende più grandi stanno affollando la sua piattaforma, dandogli più modi per vincere negli anni a venire.
Amazon.com
Come Shopify, Amazon.com (NASDAQ:AMZN) è in grado di trarre profitto dall’incessante crescita dell’e-commerce in tutto il mondo. Secondo vari economisti e statisti, le vendite globali di e-commerce al dettaglio saliranno a 6,5 trilioni di dollari entro il 2023, contro i 3,5 trilioni di dollari del 2019.
Questo lascia un’abbondanza di crescita per la potente Amazon, che ha generato circa 245 miliardi di dollari di vendite legate all’e-commerce nel 2019. Amazon è anche leader mondiale nei servizi di infrastrutture cloud, un altro grande mercato in rapida crescita che dovrebbe alimentare la crescita del juggernaut online nel prossimo decennio.
Alibaba
La Cina è una delle poche aree del mondo in cui Amazon non domina l’e-commerce. Il paese più popoloso del mondo (e il suo mercato al dettaglio online in rapida crescita) è il dominio di Alibaba (NYSE:BABA). Alibaba è un’economia a sé stante, con quasi un miliardo di utenti in tutti i suoi mercati di e-commerce e offre anche servizi di pagamento digitale. Con obiettivi che includono 10 trilioni di yuan (1,4 trilioni di dollari) di vendite lorde di merce sulla sua piattaforma entro il 2024 e il servizio a due miliardi di clienti entro il 2036, Alibaba sarà una forza con cui fare i conti nel prossimo decennio e oltre.
Mastercard
Oltre all’e-commerce, la pandemia di COVID-19 accelererà probabilmente anche la tendenza globale ad abbandonare il denaro contante e ad orientarsi verso le forme di pagamento digitali. I timori di trasmissione di malattie potrebbero rendere le persone esitanti a toccare e scambiare denaro contante, e molti sceglieranno invece di utilizzare le opzioni di pagamento senza contatto. Questo, unito alla crescita delle vendite al dettaglio online, dovrebbe alimentare un costante aumento dell’utilizzo dei pagamenti digitali nel prossimo decennio. Mastercard (NYSE:MA), che gestisce la più grande rete di pagamenti digitali del mondo, beneficia di queste tendenze forse più di qualsiasi altra azienda.
Un’alternativa, sulla stessa linea, potrebbe essere Visa (NYSE:V), poiché beneficerà degli stessi fattori, ma noi preferiamo Mastercard per i migliori fondamentali sui cui può contare. Se avete 12.500 dollari, anziché 10.000, può essere un’idea interessante puntare qualcosa anche su Visa e tra qualche tempo rivalutare le due aziende per decidere quale tenere.
Salesforce
Il megatrend della trasformazione digitale sarà probabilmente accelerato anche dal COVID-19. Dopo aver sofferto per le chiusure forzate degli uffici durante la crisi del coronavirus, le aziende saranno ancora più motivate a trasferire le loro attività in cloud. Il software cloud è più facile da distribuire alle forze di lavoro remote. È anche più facile da aggiornare e sicuro. E nessuno fa il software cloud così bene come Salesforce.com (NYSE:CRM).
Il pioniere del cloud computing ha contribuito ad inaugurare il trend del cloud un decennio fa. E con la sua tecnologia all’avanguardia in aree sempre più vitali (come l’integrazione dei dati, l’analisi e l’intelligenza artificiale) Salesforce è ben posizionata per guidare il settore nel prossimo decennio.
Ogni anno, nel mese di maggio, c’è un giorno ricco di stacchi di divendo. Tipicamente è il terzo lunedì di maggio e anche quest’anno non fa differenza, benché il bottino sia magro. Sì, poiché in questa data tipicamente si registrano gli stacchi da parte delle aziende industriali, dei finanziari (banche e assicurazioni) e dei servizi, ma quest’anno, con la crisi da Covid-19, tante aziende hanno deciso di posticipare o annullare il dividendo, tenendo quanto più possibile in cassa per affrontare al meglio i tempi che verranno.
Ci sono però delle aziende che non si sono fatte influenzare e hanno comunque deciso di confermare lo stacco.
Ecco di seguito le più importanti o le più generose che il 18 maggio registreranno lo stacco, per metterlo in pagamento il 20 maggio, quindi solo 2 giorni dopo.
Azienda
Dividendo
Dividend Yield
A2A
0,0775 €
6,00%
Anima Holding
0,2050 €
6,10%
Azimut
1 €
6,70%
Buzzi Unicem
0,15 € (0,174 € la RSP)
0,93% (1,08%)
ENI*
0,43 €
5,00%
ERG
0,75 €
4,35%
Generali Assicurazioni *
0,50 €
3,90%
ItalGas
0,2560 €
5,18%
Prysmian
0,25 €
1,4%
RCS
0,03 €
4,70%
Recordati
0,52 €
1,20%
Saipem
0,01 €
0,45%
UnipolSai
0,16 €
7,40%
Una selezione di aziende che staccano il dividendo il 18 maggio 2020
* Aziende che staccano un dividendo parziale (saldo o prima tranche)
Come si può notare hanno dei ritorni molto differenti, al di là dell’importo totale del dividendo, che lascia il tempo che trova (a parità di importo investito dipende dalla % di Yield per avere il ritorno), il Dividend Yield varia tanto e si passa dal 7,4% di UnipolSai allo 0,45% di Saipem.
La Berkshire Hathaway di Warren Buffett ha venduto in perdita l’intero portafoglio di azioni delle compagnie aeree statunitensi, che comprende:
American Airlines
Delta Air Lines
Southwest Airlines
United Airlines.
“Ci abbiamo messo, qualunque cosa fosse, sette o otto miliardi e non abbiamo tirato fuori nulla come sette o otto miliardi” […] “Abbiamo venduto tutte le posizioni. Quando cambiamo idea non prendiamo mezze misure”
Buffett durante la riunione annuale di Berkshire il 2 maggio
Berkshire aveva una partecipazione dell’11% in Delta, del 10% in American e Southwest e del 9% in United. In aprile ha venduto alcune delle quote di Delta e Southwest. Berkshire ha iniziato ad accumulare partecipazioni nel 2016, un’inversione di tendenza rispetto al lungo disprezzo di Buffett per le compagnie aeree.
L’Oracolo di Omaha non professa alcuna visione delle prospettive a lungo termine dei viaggi e del business dell’aviazione. Ma Buffett vede l’immediato futuro negativo per gli investitori, poiché le compagnie aeree stanno accumulando debiti, diluendo il valore per gli azionisti con l’emissione di azioni, e potrebbero avere un eccesso di capacità.
“Le quattro compagnie prenderanno in prestito, ciascuna, forse una media di almeno 10 o 12 miliardi di dollari, attraverso nuove linee di credito” […] “Bisogna ripagarli con i guadagni per un certo periodo di tempo”.
Buffett non da colpa della gestione delle compagnie aeree. “Non siamo rimasti affatto delusi da come sono state gestite le attività”, ha detto.
I problemi attuali sono “non per colpa delle compagnie aeree stesse, ma per qualcosa che era un evento a bassa probabilità”.
Buffett si aspetta un’ulteriore debolezza dell’aviazione a breve termine a causa dell’eccesso di capacità. “Il business delle compagnie aeree ha il problema che se il business torna al 70% o all’80%, gli aerei non spariscono”, ha detto. “Ci sono troppi aerei”.
American e Delta stanno abbandonando circa 100 aerei e stanno valutando ulteriori ritiri. United e altri stanno valutando anche le loro future dimensioni.
Buffett era dispiaciuto che il valore per gli azionisti delle compagnie aeree potesse essere diluito dal nuovo patrimonio netto.
“In alcuni casi devono vendere azioni o vendere il diritto di acquistare azioni”, ha detto Buffett. “Questo toglie il lato positivo”.
Le compagnie aeree statunitensi hanno accettato di concedere garanzie governative in cambio dei 25 miliardi di dollari di prestiti autorizzati ai sensi del CARES Act. I warrant equivalgono generalmente a circa l’1% di partecipazione.
United Airlines sta raccogliendo 1,04 miliardi di dollari di nuove azioni, finora l’unica compagnia aerea statunitense a farlo. Al di fuori degli Stati Uniti, Singapore Airlines ha raccolto 5,3 miliardi di dollari (3,74 miliardi di dollari) in nuovi capitali propri. Ma la maggior parte dei governi concede solo prestiti.
Accettando i prestiti del governo americano, alle compagnie aeree è vietato emettere dividendi fino a un anno dopo il rimborso del prestito.
I prestiti sono andati anche alle compagnie aeree più piccole come Alaska e JetBlue, ma Buffett ha investito solo nei quattro grandi: American, Delta, Southwest e United.
“Avremmo comprato altre compagnie aeree”, ha dichiarato Buffett. “Ma quelle erano le quattro grandi e quelle in cui potevamo investire un po’ di soldi”.
Le compagnie aeree statunitensi stanno aumentando ulteriormente il debito attingendo ai mercati privati, spesso per importi che superano i prestiti del governo americano. Il CARES Act ha autorizzato separatamente 25 miliardi di dollari di sovvenzioni dirette per coprire le spese per il personale.
Buffett non ha rivelato l’entità delle perdite con la vendita del suo portafoglio di compagnie aeree, ma ha detto che era “relativamente minore”.
C’è una notevole attenzione sulla proclamazione di Buffet “il mondo è cambiato per le compagnie aeree”.
Ma Buffett ha detto di non avere intuizioni. “Non so come sia cambiato”, ha ammesso. “Non so se gli americani avranno cambiato le loro abitudini o cambieranno le loro abitudini”.
Ogni crisi porta con sé delle problematiche ma anche delle opportunità. Chi fosse arrivato con tanta liquidità in questo periodo di crisi sta già sognando e pregustando la preda da azzannare.
In borsa le occasioni non mancano, con tante blue chip che hanno un prezzo da discount.
Vediamo insieme qualcuna, analizzando cosa pensano gli analisti e dove potrebbero arrivare.
Atlantia (BIT:ATL)
Partiamo da casa nostra e in particolar modo da Atlantia, finita nell’occhio del ciclone negli ultimi anni a causa della caduta del Ponte Morandi a Genova.
Il M5S pareva intenzionato a togliere la concessione autostradale a ASPI (Autostrade per l’Italia), di cui Atlantia è la maggior azionista.
Il Milleproroghe approvato a fine 2019 dà anche gli strumenti allo Stato per farlo ma i pentastellati (e in generale tutto il governo), hanno altro a cui pensare e non sono convinti di questa mossa.
Il perché è presto detto: attualmente il governo è impegnato in altro e la cancellazione della concessione porterebbe quasi certamente gli attori davanti a un arbitrato europeo, che in casi simili in passato si è già espresso a favore dell’azienda.
La soluzione sembra quindi quella di far cedere ad Atlantia una grossa fetta di ASPI con l’ingresso delle istituzioni, sotto varia forma, ma per questo gesto verrà ben ricompensata (a prezzi di mercato). Il governo potrà esultare per aver eliminato la concessione ad Atlantia e quest’ultima sarà ben ricompensata con soldi che andrà a spendere bene e e altrove.
Inoltre il Covid-19 ha messo a dura prova altri asset di Atlantia, tra cui c’è certamente la gestione degli aeroporti.
Per questi motivi l’azienda è fortemente penalizzata in questo momento, ma non lo sarà per sempre ed è certamente solida.
I consensi oggi danno 4 buy, 3 Outperform, 10 Hold e solo 1 sell. Il target price è posto a 18,21, con un guadagno sulle quotazioni attuali di circa il 28%.
Juventus (BIT:JUVE)
Continuiamo con una squadra di calcio che è stata fortemente penalizzata per la chiusura del campionato, oltre che per trimestrali non certo esaltanti.
Gli investimenti fatti per Cristiano Ronaldo si fanno sentire sui conti e la sospensione di campionato e coppe per il Covid-19 non è stata una bella notizia.
C’è da dire però che la squadra e l’intero organico, tagliandosi lo stipendio, ha dimostrato maturità dando alla società dell’ossigeno fondamentale.
Inoltre i soldi della UEFA (che sono il vero tesoretto) da qualche parte dovranno andare e anche se la Champions di quest’anno dovesse essere annullata, c’è da credere che alle 8 squadra che partecipavano ai quarti qualcosa arriverà di certo.
Negli ultimi giorni il titolo ha già fatto dei progressi, avvicinandosi al target price che è posto a 0,99. Con la quotazione attuale avremmo un guadagno del 10% circa.
Pochi giudizi da parte degli analisti, che comunque hanno 1 su buy, 3 su hold e 0 su sell.
Telecom Italia (BIT:TIT)
Gubitosi, presentando i dati del 2019 ha detto:
La produzione di cassa nell’esercizio 2019 è stata sufficientemente ampia da rendere sostenibile il ritorno alla distribuzione di utili alle azioni ordinarie, cosa che non accadeva dal 2013
Luigi Gubitosi
In tempi in cui gli altri corrono a tagliare il dividendo, questo è certamente un buon segnale.
I fondamentali dell’azienda sono buoni e ciò si vede anche dai giudizi degli analisti che si schierano con: 9 buy, 6 Outperform, 2 hold e 2 sell.
Il Target Price è posto a 0,58 che con le quotazioni attuali significherebbe un aumento del 56%. Mica male…
Enel (BIT:ENEL)
La società, fresca di rinnovo di Francesco Starace, negli ultimi anni sta crescendo a ritmo vertiginoso.
La crisi dovuta al Covid-19 ha penalizzato il titolo, che comunque ha ottimi fondamentali; inoltre la penalizzazione sembra persino eccessiva poiché con il lockdown i consumi casalinghi non possono che aumentare.
I consensi parlano di 9 buy e 11 Outperform, 5 Hold e un solo Sell. Più chiaro di così…
Il Target Price è posto a 7,57 che con le quotazioni attuali significa un aumento del 20%.
Brembo (BIT:BRE)
Infine parliamo dell’azienda bergamasca che è stata fortemente colpita dal Covid-19, sia per la vicinanza a uno degli epicentri italiani sia perché le vendite di auto (e quindi di pezzi che compongono tali auto) è stata fortemente penalizzata.
C’è da dire comunque che Brembo lavora tantissimo con il mercato tedesco, che sta già uscendo dal tunnel e quindi le vendite dovrebbero ripartire velocemente, inoltre chi aveva in mente di cambiare auto (o anche semplicemente di fare manutenzione) ha solo rimandato l’affare, non certamente l’ha cancellato.
I consensi sono cauti con 2 Outperform e 3 Hold, nessun Buy e nessun Sell.
Il Target Price è comunque posto a 8,73 che con quotazioni attuali significa un +12%.
Ne abbiamo già parlato, ma probabilmente più in ottica di investimento che di comprensione reale di ciò che stava accadendo.
Cerchiamo quindi di chiarire il perché il petrolio è finito sotto zero e soprattutto, capiamo se può succedere di nuovo.
Breve storia Contratti Future Petrolio Greggio WTI
Il contratto incriminato è quello con consegna di greggio in maggio; la scadenza di questo contratto è proprio il 21 aprile.
Un future non viene “generato” per magia un paio di mesi prima, ma viene emesso sul mercato anni prima di quando verrà scambiato.
Il funzionamento è molto semplice: un future viene emesso sul mercato e quindi pagato, questo ha una propria vita e arrivato a scadenza a fronte di un contratto c’è un barile fisico di petrolio.
I future servono a chi opera realmente con le materie prime (ENI, Saras, ecc) per coprirsi da oscillazioni dei prezzi del petrolio che possono essere imprevisti.
Per esempio, il future viene emesso sul mercato a 100 dollari, questo ha una propria vita e alla fine della corsa vale 25 dollari. Chi lo ha comprato a 100 dollari si è impegnato a pagare 100 dollari un barile, chi lo ha comprato a 25 si è impegnato a pagarlo a 25.
Ma il barile va comprato e prelevato, e qui nasce il problema. I future, creati per proteggere chi con il petrolio ci lavora, sono finiti a essere un quasi puro strumento finanziario. E qui nasce un secondo problema.
Ricapitolando:
Problema 1, il petrolio va comprato e portato a casa.
Problema 2, i future sono diventati degli strumenti finanziari.
Cosa è successo il 21 aprile del 2020
Semplice, chi aveva i future in mano, alla fine della corsa, erano operatori finanziari con “poco spazio in casa” e nessuna voglia di andare a prendere il petrolio (vi immaginate la faccia di vostra moglie se tornate con 10 barili di petrolio?).
I grandi operatori, quelli che negli altri mesi raccolgono i future a basso prezzo per poi riscattare realmente il petrolio in questo mese non se ne sono interessati e il motivo è presto detto: bassa domanda dovuta alla crisi di Covid-19 che ha bloccato gli spostamenti.
Ovviamente alle società che operano con materie prime conviene questo prezzo del petrolio (immaginate quanto ci guadagnerebbe Saras che compra petrolio per vendere benzina), perché è molto basso, la questione è che con bassa domanda bisogna stoccarlo e in questo momento i posti per stoccarlo sono già pieni, e chi ha ancora spazio lo fa pagare a peso d’oro.
Quindi è vero che converrebbe acquistare il petrolio fisico e mantenerlo finché il prezzo non si alza, ma allo stesso tempo è anche vero che il costo enorme per stoccarlo fa perdere questo guadagno.
In conclusione è successo che…
Chi aveva preso un impegno all’acquisto non aveva alcuna voglia di acquistare e chi, tipicamente, acquista sul serio, in questo momento, non aveva convenienza a farlo.
Gli operatori di finanza per non portare a casa il petrolio hanno iniziato a offrirlo a prezzi sempre più bassi e la domanda ha incontrato l’offerta solo a un prezzo tale che permetteva, a chi opera in materie prime, di normalizzare il costo di stoccaggio.
In definitiva = greggio venduto a -40 dollari, con tanti operatori di finanza che sono rimasti scottati e tante aziende che acquistano il bene fisico che hanno mediato il prezzo per stoccarlo.
Può succedere di nuovo?
In giro ci sono i contratti per il future di giugno che scade il 19 maggio. In quel giorno avremo altri operatori finanziari con contratti in mano e dipenderà da chi acquista materie prime se il prezzo scenderà sotto lo zero.
C’è da dire che il lockdown in tutto il mondo sta per essere eliminato, ma i siti di stoccaggio sono stracolmi e quindi difficilmente si vorrà riempirli ancora all’inverosimile.
C’è anche da dire che l’esperienza insegna e quindi nessuno aspetterà l’ultimo secondo per vendere i future, ma questo significherà che già da inizio maggio vedremo i prezzi del greggio scendere lentamente ma inesorabilmente.
Un crollo senza precedenti del prezzo del petrolio: un importante punto di riferimento internazionale del petrolio – West Texas Intermediate (WTI) – è precipitato a sotto zero il 20 aprile 2020, nel mezzo del più profondo calo della domanda degli ultimi 25 anni. La domanda è: come è potuto accadere e perché?
Analisi del prezzo del petrolio: cosa sta succedendo?
Il prezzo del WTI ha fatto notizia negli ultimi due giorni, essendo sceso a -40 dollari al barile a causa del forte calo della domanda dovuto alla pandemia di coronavirus. Il tracollo dei mercati petroliferi sta crescendo, poiché i produttori non hanno più posti dove immagazzinare le riserve di greggio indesiderate.
Il calo della domanda, l’eccesso di offerta e la mancanza di stoccaggio spingono il prezzo del petrolio in territorio negativo.
Per la prima volta nella storia, il West Texas Intermediate per la consegna di maggio, è sceso sotto lo zero lunedì. Martedì 21 aprile 2020, la vendita massiccia si è estesa al contratto WTI di giugno, che è sceso anche del 42% arrivando a sfiorare 10 dollari al barile.
Secondo le ultime notizie sul prezzo del petrolio, la volatilità continua. La diffusione di questo crollo ai futures che sono ancora lontani dalla loro data di scadenza, ha rivelato la gravità della crisi del mercato petrolifero. Gli impianti di stoccaggio, compresi gli oleodotti, i serbatoi e le superpetroliere, sono sopraffatti da un’enorme eccedenza di offerta, causata da una drastica carenza di domanda.
Mentre il mondo è bloccato per rallentare la diffusione del coronavirus, i voli rimangono cancellati, la gente resta a casa e parti dell’economia, che consumano molta energia, sono state chiuse. Tutto questo ha spazzato via la domanda mondiale di petrolio.
Ora stiamo assistendo a un grave squilibrio tra il petrolio in eccesso, mentre i produttori di petrolio continuano a pompare greggio dai loro pozzi, e il più grande crollo della domanda della storia.
Come guadagnare dal crollo del petrolio?
Cosa significano in realtà i prezzi negativi sul petrolio? Dato che gli impianti di stoccaggio del petrolio sono limitati e già pieni, i produttori di petrolio sono costretti a pagare i compratori per togliersi i barili indesiderati dalle mani. Anche se questo non è mai successo prima, non significa che non possa accadere di nuovo, dato lo stato del mercato.
Lo stoccaggio del petrolio di oggi dovrebbe produrre un profitto; questo è verso se si potesse immagazzinare il petrolio di oggi a questi prezzi, rivendendolo in futuro, magari a fine anno, quando il prezzo del greggio certamente salirà.
Il problema è che gli acquirenti devono considerare che i costi di stoccaggio stanno superando i livelli della crisi finanziaria. Bisogna tenere conto del costo del trasporto e di un impianto di stoccaggio dove tenerlo. Quindi, se stavate pensando di noleggiare una superpetroliera per tenere il vostro petrolio, le tariffe sono più che raddoppiate rispetto a un mese fa, il che rappresenta un costo enorme. 🙂
Scherzi a parte, certamente noleggiare una superpetroliera è impensabile, ma chi lo fa per mestiere sta incontrando problemi enormi. Il prezzo del petrolio è basso, la domanda quasi a zero e questo spinge il prezzo ancora più in basso; stoccarlo costa tanto, più del solito perché ovviamente c’è domanda per posti di stoccaggio, quindi quello che non si spende per acquistarlo si spende per stoccarlo, senza avere idea di quando questo petrolio verrà venduto.
Dopo il crollo dei futures WTI americani di lunedì, lo spread tra il contratto in corso e i contratti che scadono più tardi è molto più ampio del solito. Questo può spesso segnalare (come nel caso del petrolio) una mancanza di domanda a breve termine e un eccesso di offerta.
Il contratto future WTI di giugno, in scadenza il 19 maggio, è sceso del 42 per cento a quasi 10 dollari al barile. Finora, lo spread risultante è il più grande della storia.
Secondo Michael Lynch, presidente di Strategic Energy & Economic Research, “è il riflesso di barili fisici che non riescono a trovare facilmente acquirenti e che vengono venduti a prezzi in sofferenza. L’implicazione è che lo stoccaggio potrebbe essere più pieno del previsto, o che i compratori si aspettano che lo sia molto presto”.
L’OPEC ha tagliato abbastanza?
La prima caduta del prezzo del greggio è stata innestata, prima ancora della mancanza di domanda, proprio da Arabia Saudita e Russia che sono arrivati allo scontro senza trovare un accordo per il taglio della produzione tra fine febbraio e inizio marzo.
Tornando alle ultime notizie sui prezzi del petrolio, l’OPEC e l’organizzazione OPEC+ di vari paesi produttori di petrolio hanno concordato di tagliare quasi 10 milioni di barili di petrolio al giorno in produzione entro metà maggio, ma alcuni commentatori sostengono che entro metà maggio gli impianti di stoccaggio statunitensi saranno comunque pieni.
Per questo, quando il prossimo set di contratti a termine scadrà a maggio, potremmo vedere di nuovo dei movimenti molto strani nel prezzo a seconda del sistema di stoccaggio e della domanda, supponendo che gran parte del mondo potrebbe ancora essere bloccato o iniziare a uscire da un blocco del coronavirus.
Pertanto, analizzando l’attuale andamento del prezzo del petrolio, gli analisti prevedono una volatilità pazzesca per alcune settimane a venire.
Le azioni petrolifere sono sotto pressione
La volatilità del mercato e il calo senza precedenti del prezzo del petrolio influenzano in modo significativo le scorte petrolifere, mettendole sotto pressione. Ad esempio, le azioni di BP sono state duramente colpite negli ultimi mesi a causa della “guerra dei prezzi” del petrolio. Tuttavia, è interessante il fatto che nelle ultime due settimane si siano riprese.
La stessa cosa sta accadendo con la Exxon Mobil negli Stati Uniti. Sebbene il gigante del petrolio sia stato uno dei titoli di grandi dimensioni con le peggiori performance nell’indice S&P 500 dell’ultimo decennio, recentemente abbiamo visto un rimbalzo dei prezzi di circa il 30%. Ciò significa che i trader particolarmente interessati alle azioni potrebbero dare un’occhiata più da vicino alle singole compagnie petrolifere per individuare alcune interessanti opportunità di trading.
Senza andare tanto lontani, lo stesso andamento lo abbiamo visto per ENI in Italia che ha visto un deprezzamento mostruoso del prezzo, nonostante nelle ultime sedute stia tenendo molto bene.
Chi ne potrebbe giovare sono le società che lavorano il petrolio, poiché un minor prezzo di acquisto significa un margine di raffinazione più alto; posto ovviamente che i costi di stoccaggio non si mangino completamente questo guadagno. In Italia per esempio abbiamo Saras che è stata un po’ sull’altalena negli ultimi periodi, con i trader che non riescono a capire se valga o meno la pena di investirci.
Continua la massiccia volatilità
La volatilità del mercato petrolifero è in pieno svolgimento, il che è piuttosto intimidatorio. A meno che non si stia lì seduti a guardarlo secondo per secondo, può essere molto rischioso. Il prezzo del petrolio cambia così rapidamente che nessuno vuole essere dalla parte sbagliata del mercato. Tuttavia, c’è sempre la possibilità di sedersi sulla riva del fiume e aspettare che le cose si calmino.
È probabile che i prezzi si riprendano presto? Presumibilmente sì. Il calo negativo del petrolio si riferisce solo al prezzo per la consegna di maggio, che avviene tra la domanda più bassa e l’offerta più alta. Giugno è stato toccato, ma al momento il prezzo di 10 euro sembra aver tenuto. Ci si potrebbe aspettare una significativa ripresa del prezzo del petrolio una volta che la domanda di carburante per il trasporto aumenterà. Questo potrebbe accadere dopo la fine del blocco, ma la lenta ripresa dalla pandemia di Covid-19 potrebbe portare notevoli problemi ai produttori di petrolio.
Dato che il prezzo del petrolio è già sceso sotto lo zero, ci dovrebbe essere un punto in cui si prevede una ripresa e il prezzo finirà per rimbalzare. Prendetevi il vostro tempo e aspettate che la tendenza si inverta per vedere se c’è una certa forza nel petrolio greggio nel 2020.
La prima metà di aprile ha visto una frenetica attività di trading negli Stati Uniti e in Europa. Ci sono state sia importanti operazioni di vendita che di acquisto. Alcuni settori (come l’e-commerce e lo streaming) hanno chiaramente beneficiato della pandemia. Altri, come le compagnie aeree, sono stati in profondo declino. Diamo un’occhiata alle sei azioni più attivamente scambiate di aprile (e a ciò che le ha portate in cima alla lista).
Tesla (TSLA) – molta incertezza davanti a noi
Il 15 aprile, Tesla ha sorpreso tutti quando ha iniziato a crescere rapidamente proprio mentre l’S&P 500 stava cadendo. In due giorni, Tesla ha guadagnato il 9,3%. Questo è successo dopo che Golman Sachs ha fissato il rating di Tesla a “comprare”, dandogli un obiettivo di prezzo per 12 mesi di 864 dollari (11,5% in più rispetto alla valutazione attuale). Negli ultimi tre mesi, il volume medio degli scambi di Tesla si è attestato a circa 21 milioni, collocandosi così saldamente sulla lista delle azioni più negoziate.
Tuttavia, ci sono ancora alcuni rischi da affrontare, come la rapida crescita del titolo e i problemi di gestione patrimoniale. Il margine operativo netto di Tesla si mantiene a un misero -3,5% e il rendimento del capitale investito è pari al -4,89%. Inoltre, la domanda di automobili in Nord America ha subito una forte contrazione a causa della pandemia di Covid-19. Molto probabilmente quest’anno dovremo considerare Tesla come un investimento a lungo termine.
Boeing (BA) – lotta contro le probabilità
La Boeing è stata colpita duramente dalla pandemia del coronavirus: il prezzo delle azioni è sceso del 58% nel 2020. Questo è molto peggio della media di S&P 500 del -14,1%.
In aprile, il titolo BA ha perso circa il 10%, con un volume di scambi in media di 21,8 milioni. Ciò è dovuto in parte alle basse consegne del primo trimestre: solo 50 aerei contro i 149 del primo trimestre del 2019.
I risultati finanziari del primo trimestre saranno resi noti il 29 aprile, e a questo punto nessuno si aspetta numeri positivi. Rispetto alle questioni attuali, la messa a terra dei 737 MAX jet nel marzo 2020 sembra un problema minore (anche se all’epoca appariva come una sfida seria).
Tuttavia, ci sono miglioramenti all’orizzonte: il 17 aprile la Boeing ha annunciato che la prossima settimana riprenderà la produzione nel suo stabilimento nello stato di Washington.
Netflix – guadagni veloci, ma con qualche rischio
Se c’è un’industria che ha veramente tratto profitto dalla pandemia del coronavirus, è lo streaming. Il Binge-watching su Netflix è il modo in cui milioni di persone passano il lockdown. Questo è confermato dai dati di Google Trends. Il numero di ricerche di “Netflix” su Google è aumentato dopo l’introduzione degli ordini di soggiorno a domicilio in tutto il mondo.
Anche le visite alla pagina di abbonamento dell’azienda sono raddoppiate. Ciò promette un aumento degli abbonamenti.
In aprile, finora, NFLX ha guadagnato il 16,9% per raggiungere i 439 dollari. Il volume di trading giornaliero ha raggiunto una media di 8,3 milioni di azioni negli ultimi tre mesi.
Il margine netto di Netflix è del 9,30%, anche se il rendimento delle attività si attesta attualmente ad un incoraggiante 6,10%. NFLX ha un Rank Zachs Rank di #2 – “Buy” e un punteggio di A (il che significa un momento vantaggioso per entrare nel titolo).
Tuttavia, chiunque acquisti NFLX a questo punto dovrebbe essere consapevole dei rischi. L’azienda reinveste una grossa quota dei suoi guadagni nella sua attiva strategia di espansione mondiale e nella produzione di nuovi spettacoli e film. Per questo motivo, non paga un dividendo. Inoltre, Netflix ha oltre 12,4 miliardi di dollari di debito.
Una questione ancora più importante è che la produzione si è fermata su alcuni degli spettacoli più popolari di Netflix, come Stranger Things e The Witcher. Se le nuove stagioni vengono posticipate troppo a lungo, l’azienda può perdere moltissimi abbonati.
Aston Martin Lagonda (AML) – la regina delle perdenti
Normalmente non si trova un produttore di auto di lusso europeo nell’elenco delle azioni più quotate. Nel caso di Aston Martin, la ragione di questo picco di attività è una massiccia svendita: l’AML ha già perso il 48,5% del suo valore in aprile, passando da 1,05 a 0,51 sterline. Rispetto al prezzo di IPO del 2018, l’AML è sceso di oltre il 90%.
C’è stata una breve spinta alla fine di marzo, dopo che il consorzio canadese Yew Tree ha accettato di fornire 536 milioni di sterline per salvare Aston Martin. Ma anche questa somma potrebbe non essere sufficiente a salvare la “Ferrari britannica“.
L’azienda contava sul lancio del suo nuovo SUV DBX questa estate, così come sul suo nuovo team di F1 appena creato. Tuttavia, la pandemia potrebbe influire sulle consegne. Per quanto riguarda il piano di Formula 1, Aston Martin potrebbe non essere in grado di pagare 20 milioni di sterline all’anno per una squadra da corsa. In ogni caso, l’AML non è un buon acquisto in questo momento.
Amazon (AMZN) – l’unico vero vincitore
Mentre altre aziende si preoccupano di far crollare la domanda, Amazon ha dovuto assumere altri 75 mila lavoratori per far fronte all’aumento degli ordini.
Le azioni sono aumentate del 23,5% ad aprile, passando da 1.949 a 2.408 dollari, con un volume medio giornaliero di 6,8 milioni di azioni.
AMZN ha già superato i 2.400 dollari fissati dagli analisti di Wall Street a gennaio, facendo salire il target a 2.700 dollari da parte di alcuni esperti. Questo significa che Amazon rimane un acquisto attraente (anche se si dovrebbe essere preparati ad una forte volatilità nei prossimi mesi) anche se il titolo ha corso tanto, forse troppo, e se questa corsa non sarà supportata da dati trimestrali ottimi, ci sarà una rapida discesa; quindi attenzione a ogni segnale.
I titoli globali hanno avuto un inizio anno positivo, quando gli investitori vedevano un altro anno di crescita stellare. Nelle prime cinque settimane la maggior parte degli indici di tutto il mondo ha registrato una tendenza al rialzo, con l’S&P Global che in quel periodo ha registrato un’impennata di quasi il tre per cento.
Tuttavia, le cose hanno cominciato a peggiorare alla fine di febbraio, quando gli investitori hanno iniziato a valutare i rischi posti dall’epidemia di coronavirus che si stava rapidamente diffondendo in Cina. Di conseguenza, la volatilità ha iniziato ad aumentare, con le azioni globali che sono diventate rosse. A marzo, il Dow Jones Industrial Average (US30) ha avuto i suoi migliori guadagni giornalieri e il suo peggior calo giornaliero. Due record nello stesso mese, se non è volatilità questa….
La maggior parte degli indici globali è scesa quest’anno a due cifre, con l’Europa che ha registrato le perdite maggiori. Il FTSE MIB (Italy 40) ha perso quasi il 30%, mentre il CAC francese è sceso del 25%. Negli Stati Uniti, il Dow Jones (US30) e l’S&P 500 (US500) sono scesi rispettivamente del 19 per cento e del 15 per cento.
L’ottimismo ha iniziato a tornare sui mercati qualche settimana fa, quando gli investitori hanno iniziato a dare di nuovo fiducia (con l’appiattimento della curva pandemica Covid-19, gli stimoli del governo e le azioni delle banche centrali). Proprio in aprile, il Dow Jones ha avuto la sua settimana migliore dal 1987. Negli ultimi 30 giorni, il Dow, S&P e Nasdaq100 (US100) hanno guadagnato più dell’8%.
Quali sono i titoli su cui investire in questo momento?
Prima di guardare ad alcuni titoli in cui investire in questo momento, ricapitoliamo quello che alcuni analisti dicono sulle attuali condizioni di mercato.
Morgan Stanley (MS) prevede che il tasso di disoccupazione salirà al 12,8% e che l’economia statunitense subirà una contrazione di circa il 30% nel secondo trimestre.
In una dichiarazione dopo aver pubblicato i risultati finanziari del primo trimestre, JP Morgan (JPM) ha avvertito che gli Stati Uniti sprofonderanno in una grave recessione. Poco dopo, il FMI ha pubblicato le sue prospettive economiche globali e ha previsto una contrazione dell’economia mondiale del 3,3% quest’anno.
Gli analisti di Goldman Sachs (GS) prevedono un calo del PIL statunitense dell’1% quest’anno e del 24% nel trimestre in corso.
Un altro terribile avvertimento è venuto da James Bullard, il Presidente della Federal Reserve di St. Louis, che ha previsto che il tasso di disoccupazione salirà al 30% e il PIL si contrarrà del 50%.
Lo stesso quadro è stato previsto anche in Europa. Una settimana fa, un rapporto degli economisti tedeschi prevedeva che l’economia sarebbe scesa del 4% quest’anno e del 9,8% nel secondo trimestre. In Francia, l’economia del Paese è crollata del 6% nel primo trimestre, e gli economisti prevedono che il secondo trimestre sarà ancora peggiore. In un comunicato, il ministro delle Finanze ha avvertito che la nazione potrebbe trovarsi nella peggiore recessione dalla seconda guerra mondiale.
Gli analisti sono divisi sull’attuale rally delle azioni. Da un lato, alcuni ritengono che le azioni abbiano toccato il fondo. In una recente nota, gli analisti di Goldman Sachs hanno detto che le azioni hanno toccato il fondo perché il governo stava facendo “tutto il necessario” per sostenere il mercato.
Dall’altro lato, alcuni esperti sostengono che il mercato sta avendo un rimbalzo (il classico rimbalzo del gatto morto). Si aspettano che la stagione dei guadagni e la continua chiusura contribuisca a far scendere le azioni.
Buoni titoli in cui investire in questo momento: 6 opzioni da considerare
Gli investitori saggi dovrebbero sempre acquistare quando gli altri hanno paura
Warren Buffett
La recente volatilità ha causato, quello che alcuni analisti descrivono, come un’opportunità unica nella vita di investire in azioni. In un’intervista alla CNBC, Carl Icahn ha detto che alcuni titoli sono stati ceduti a causa della loro bassa valutazione.
Diamo ora un’occhiata ad alcune buone azioni in cui investire.
Facebook (FB)
Il prezzo del titolo Facebook è sceso di oltre il 14% quest’anno. Ciò è dovuto in parte al fatto che gli investitori si aspettano che le entrate dell’azienda diminuiscano man mano che gli inserzionisti si tengono lontani dalla piattaforma.
Pensiamo che questa debolezza abbia creato un buon punto d’ingresso per diversi motivi. In primo luogo, Facebook ha un ampio fossato impenetrabile nel settore dei social media e della pubblicità. In secondo luogo, mentre i ricavi dell’azienda saranno colpiti nel primo e nel secondo trimestre, ci aspettiamo che le entrate dell’azienda si riprendano nel corso dell’anno. Questo è in parte dovuto al fatto che molte aziende esistenti e nuove faranno leva sulla piattaforma Facebook per raggiungere un maggior numero di clienti.
In terzo luogo, Facebook ha un bilancio solido, con oltre 54 miliardi di dollari in contanti e un debito minimo. Ci aspettiamo che l’azienda faccia leva su questo bilancio per ottenere una crescita post-crisi.
Secondo i dati aggregati da MarketBeat, la maggior parte degli analisti ha un buy rating con un obiettivo di prezzo di 235 dollari. Ciò implica un aumento del 35% rispetto al prezzo attuale.
Electronic Arts (EA)
Cosa fa la gente a casa quando è ferma dal lavoro? Inutile dire che buona parte degli uomini, se hanno una console per giocare, ne approfittano.
Electronic Arts da questo punto di vista è in una situazione privilegiata. Per il mercato europeo è forte con il gioco calcistico Fifa e sul mercato americano domina con NFL.
I consensi raccolti da Reuters indicano che gli analisti hanno 12 Buy, 11 Outperform, 11 Hold e nessun Sell.
Il consenso indica un target price a 119,77 $ con una crescita del 9,75%.
Microsoft (MSFT)
Il prezzo delle azioni Microsoft è sceso di circa il 2% quest’anno, una performance migliore di quella del mercato azionario statunitense nel suo complesso.
Ci sono diverse ragioni per questo: in primo luogo, la maggior parte dei prodotti Microsoft sono destinati alle aziende e sono difficili da sostituire. Tra questi vi sono prodotti come Office 365, Windows e i servizi Azure.
In secondo luogo, Microsoft ha un bilancio stellare. Ha più di 138 miliardi di dollari in contanti e investimenti a breve termine. Questo le permetterà di prosperare anche dopo la fine dell’attuale crisi finanziaria. Inoltre, la aiuterà ad acquisire società di alta qualità con una valutazione relativamente bassa.
In terzo luogo, l’attuale crisi finanziaria potrebbe portare a una maggiore domanda di servizi cloud della società. In un recente articolo, il Wall Street Journal ha notato che molte aziende hanno iniziato a pensare di investire più denaro nel cloud computing. Essendo una delle maggiori aziende del settore, Microsoft continuerà a beneficiare di questa transizione.
I dati raccolti da MarketBeat mostrano che la maggior parte degli analisti ha un rating di acquisto delle azioni Microsoft con un prezzo medio di 184 dollari, il che implica un guadagno dell’8% rispetto al livello attuale.
Salesforce (CRM)
Salesforce è una grande azienda che fornisce diversi prodotti alle aziende. È la più grande azienda di gestione delle relazioni con i clienti (CRM) al mondo, con un valore di mercato di oltre 141 miliardi di dollari. Le azioni dell’azienda sono diminuite di oltre il 3%, il che rappresenta una performance altrettanto buona.
Come per Microsoft, Salesforce fornisce servizi a migliaia di aziende in tutto il mondo. Nel corso degli anni, ha coltivato relazioni con molte grandi aziende che difficilmente annulleranno i loro abbonamenti. L’azienda ha anche creato una serie di prodotti diversificati che sono insostituibili per la maggior parte delle aziende. Ad esempio, è diventata un attore leader nel campo della business intelligence grazie all’acquisizione di Tableau.
Salesforce ha un buon bilancio con più di 7 miliardi di dollari in contanti e un debito minimo. Il fossato dell’azienda e il buon bilancio della società fanno sì che i suoi guadagni non risentano in modo significativo dell’attuale pandemia di coronavirus.
La maggior parte degli analisti ha un rating di acquisto del titolo. Le loro stime di consenso sono di 200 dollari, che è un 25 per cento in più rispetto al livello attuale.
Shopify (SHOP)
Shopify è una società SAAS che aiuta le persone e le imprese a costruire piattaforme di e-commerce. Aiuta a servire più di un milione di aziende di tutto il mondo. Quest’anno le azioni di Shopify sono aumentate di oltre il 22 per cento.
Shopify guadagna denaro addebitando ai suoi membri un canone mensile e richiede una tassa di transazione per ogni prodotto venduto.
Il principale catalizzatore per Shopify è che ci aspettiamo un boom di imprenditorialità quando l’economia si aprirà. Con milioni di persone senza lavoro, un buon numero di loro cercherà di avviare la propria attività. Così facendo, SHOP beneficerà dei nuovi membri.
Un altro catalizzatore è che con la chiusura di molte aziende, molte persone negli Stati Uniti, in Canada e in Europa stanno ora facendo acquisti online. Questo sta aumentando i ricavi delle transazioni dell’azienda, il che potrebbe dare una spinta alle entrate del primo trimestre.
Tuttavia, Shopify è sempre stata un’azienda volatile in cui investire. Questo la rende l’opzione più contrariata di questa lista. Infatti la maggior parte degli analisti si aspetta che il titolo scenda di circa l’11%.
Quindi attenzione su questo titolo, potrebbe avere grandi guadagni ma anche farvi perdere dei soldi.
Advanced Micro Devices (AMD)
AMD è passata da una relativa oscurità ad un concorrente principale nell’industria dei semiconduttori sotto la guida di Lisa Su. Il prezzo delle azioni AMD è salito del 19 per cento quest’anno, e ci aspettiamo che guadagni di più in aprile.
AMD ha due principali catalizzatori: in primo luogo, i giochi per computer sono aumentati con l’aumento del numero di persone che rimangono in casa (stesso discorso fatto per Electronic Arts) e si prevede che cresceranno in futuro, dato che le persone eviteranno di partecipare alle partite dal vivo. In questo modo, la domanda di dispositivi di gioco veloci sta aumentando. Pertanto, ci aspettiamo che AMD sia uno dei principali beneficiari di questa tendenza grazie alla sua forte linea di prodotti.
In secondo luogo, ci aspettiamo che i prodotti dei data center di AMD ricevano una spinta, dato che un numero sempre maggiore di aziende abbraccia il cloud. Infine, il management di AMD ha fatto molto per ridurre il debito e aumentare la liquidità a disposizione, il che è una buona cosa da fare durante l’attuale recessione.
Ci sono davvero delle buone azioni in cui investire ora?
Rispondendo alla domanda “in quali azioni investire in questo momento?”, crediamo che la risposta sia nel settore tecnologico, dato che altri settori industriali sono ora pronti ad affrontare alcune grandi sfide in aprile e oltre. Ad esempio, il settore immobiliare vivrà un periodo di bassa crescita, mentre il settore finanziario soffrirà di tassi di interesse bassi. Il settore consumer rallenterà man mano che un maggior numero di persone si concentrerà sull’essenziale.
Tuttavia, poiché nelle ultime settimane i mercati finanziari hanno registrato molteplici alti e bassi, vi raccomandiamo di armarvi di quante più conoscenze possibili. Quando scegliete in quali azioni investire, considerate le ultime notizie, le tendenze del mercato, l’opinione degli esperti e l’analisi tecnica.
Se pensate di non essere pronti ad assumere impegni di investimento a lungo termine, ma volete comunque cercare di trarre profitto dalla volatilità del mercato, provate a entrare nelle posizioni con size piccole e con soldi che certamente non vi serviranno da qui a qualche mese.
Tesla Motor Inc. (TSLA) è un’azienda americana di progettazione, sviluppo, produzione e distribuzione di auto elettriche e treni elettrici, guidata dall’amministratore delegato e dall’imprenditore seriale Elon Musk. La società è stata fondata nel 2003 e ha sede a Palo Alto, California.
Si occupa anche di fornire servizi ad altre aziende automobilistiche per raggiungere questi obiettivi, ad esempio, vendendo la sua tecnologia delle batterie.
Tesla ha due segmenti di ricavi primari: le vendite di autoveicoli e i servizi di sviluppo. Le vendite automobilistiche rappresentano la parte del leone delle entrate.
Tra i principali concorrenti di Tesla vi sono le aziende automobilistiche tradizionali, come ad esempio:
Ford Motor Company (F), la multinazionale automobilistica fondata nel 1903.
General Motors (GM), la casa automobilistica statunitense fondata nel 1908.
Honda Motor Company (HMC), la multinazionale automobilistica fondata nel 1948
Toyota Motor Corp. (TM), una multinazionale del settore automobilistico
Le aziende automobilistiche tradizionali stanno continuamente aumentando la loro offerta di auto ibride a benzina ed elettriche e di veicoli elettrici puri, come la Chevy Volt e la Nissan Leaf. Tuttavia, le auto Tesla portano con sé una certa cache di alto livello che non è stata ancora riprodotta dalle case automobilistiche storiche.
Ma questo sta cambiando rapidamente, poiché sempre più aziende automobilistiche si stanno impegnando nello sviluppo e nella produzione di auto elettriche, tra cui BMW, Fiat Chrysler, Ford, Hyundai, Jaguar & Land Rover, Kia, Mazda, Mercedes-Benz, Mitsubishi, Nissan, Subaru, Volkswagen e Volvo.
Nissan e Volkswagen hanno a lungo offerto opzioni relativamente poco costose per le EV, con Nissan che ha la Leaf e Volkswagen che offre il suo E-Golf; inoltre la casa tedesca sta affrontando il mercato elettrico con Audi, che è decisamente una concorrente all’altezza di Tesla.
Fiat Chrysler ha appena fatto uscire sul mercato la 500 elettrica, che non compete direttamente con le auto Tesla, ma è un primo segnale da parte del produttore Italo-Americano.
Tuttavia, quando si tratta di veicoli elettrici di fascia alta, Tesla governa.
US News classifica i primi 5 veicoli elettrici di lusso di lusso, dove le auto Tesla hanno preso il no. 1 e n. 2:
Tesla Modello S
Tesla Modello 3
Porsche Taycan
Lexus ES Hybrid
BWI i3
Porsche ha un brand molto riconoscibile, noto per le auto sportive di alta qualità, e afferma che la sua stazione di ricarica è la più veloce del mondo, e la sua Taycan va da 0 a 60 miglia all’ora in 3,5 secondi. La BWI i3 è invece una due volumi con tetto alto, ma ha lo stesso riconoscimento del nome di alta gamma che porta Porsche.
Tesla commercializza e vende le sue auto attraverso la propria rete di negozi al dettaglio situati in Nord America, Europa e Asia. Per l’intero anno fiscale 2019, l’azienda ha registrato un fatturato lordo di 24,57 miliardi di dollari. Tesla ha una capitalizzazione di mercato di 88 miliardi di dollari ma a differenza di tanti competitor non paga un dividendo.
Tesla non è rimasta redditizia nonostante l’elevata domanda per le sue auto elettriche e la rapida espansione (l’azienda ha anche investito molto nelle sue infrastrutture, con la costruzione della sua nuova Gigafactory a Reno, Nev).
“Dato che Tesla non ha mai realizzato un profitto annuale in quasi 15 anni dalla sua esistenza, il profitto non è ovviamente ciò che ci motiva”, scriveva Elon Musk nel 2018.
Considerato da molti come uno stock ad alto rischio e ad alto rendimento, Tesla Motors, Inc. (TSLA) si colloca tra le aziende pubbliche più interessanti al mondo.
Il fondatore Elon Musk è una superstar controversa nel settore tecnologico e le radici di Tesla nella Silicon Valley hanno incrementato le aspettative degli investitori.
Tesla ha attirato ancora di più l’attenzione nell’estate del 2018 dopo che Musk ha iniziato a parlare di prendere la società in privato, cosa che, dopo molte polemiche, l’azienda ha annunciato di non fare.
Il futuro delle auto Tesla ha un potenziale entusiasmante, ma rimane difficile da prevedere. Gli investitori di TSLA dovrebbero temperare le loro aspettative e considerare come i fattori di rischio che Tesla potrebbe affrontare nei prossimi cinque o dieci anni potrebbero mettere a repentaglio i rendimenti futuri.
1. Le auto Tesla rimarranno troppo costose
Anche con generosi incentivi governativi, come le agevolazioni fiscali per le tecnologie alternative, i potenziali consumatori di Tesla Model S si trovano ancora di fronte a un grosso prezzo che parte da 75.000 dollari.
Anche la nuova opzione a basso costo di Tesla, la Model 3, è di 35.000 dollari al lordo degli incentivi fiscali e del risparmio di carburante, si tratta di un prezzo ancora molto alto per molte persone.
Le auto non solo sono costose da acquistare per i consumatori, ma sono anche costose da realizzare per la Tesla. Si stima che l’azienda perde circa 14.000 dollari su ciascuno dei veicoli Modello 3 che vende.
2. Tesla potrebbe esaurire le batterie
Uno dei primi problemi che i dirigenti di Tesla hanno incontrato è stata la mancanza di batterie per alimentare i loro prodotti. La Gigafactory di Tesla, nota in tutto il mondo, ancora in costruzione a partire da ottobre 2019 a Sparks, Nev., dovrebbe risolvere la crisi delle batterie dell’azienda. La sovrastruttura agli ioni di litio, che ha un’impronta di oltre 1,9 milioni di metri quadrati, progetta di aiutare la produzione di oltre 500.000 vetture Tesla all’anno.
Progetti importanti come la Gigafactory sono spesso afflitti da ostacoli logistici o normativi, e resta da vedere se la fabbrica potrà essere completata in tempo. Il governo del Nevada ha dato il via libera alla Gigafactory che produrrà 100 miliardi di dollari in attività economiche aggiuntive nei decenni successivi, ma le proiezioni di crescita per l’azienda suggeriscono che non può permettersi intoppi nella costruzione.
Musk ha persino accennato al fatto che l’azienda avrà bisogno di diverse gigafabbriche per gestire la domanda di batterie, almeno secondo le stime di Tesla Powerwall. Ci vorrà una quantità incredibile di spese in conto capitale (CapEx) per mantenere l’azienda completamente carica e gli azionisti felici.
3. Prezzi bassi del gas e petrolio
Quando i prezzi del gas sono crollati nel 2014 e nel 2015, Tesla ha perso un po’ del suo splendore. Dopo tutto, le auto a benzina competono con i prodotti Tesla, e il calo dei prezzi del gas rende le auto a GPL più attraenti dal punto di vista economico. I prezzi del gas non devono rimanere ai minimi di dieci anni per danneggiare i prezzi delle scorte di TSLA; il gas deve solo rimanere poco costoso rispetto alla guida di un prodotto Tesla.
Stesso identico discorso per il petrolio, che muove il 90% delle vetture nel mondo. Se, come in questo momento, il petrolio mantiene dei prezzi bassi il costo del carburante diventa più conveniente e quindi, per chi deve acquistare un’auto, meno interessante scegliere l’elettrico.
Il dilemma del petrolio di TSLA viene da due punti di vista contemporaneamente. Il primo problema è l’aumento della produzione globale; la teoria del “picco del petrolio”, un tempo dominante, sembra essere smentita, con la produzione globale di petrolio che aumenta ogni anno dal 2009 al 2019. Le compagnie petrolifere stanno migliorando nella ricerca del petrolio e, con l’aiuto dello shale oil e della trivellazione orizzontale, sono anche più efficaci nell’estrazione del petrolio.
Le forniture di petrolio sono in aumento e, allo stesso tempo, i motori a combustione interna sono più efficienti dal punto di vista dei consumi. Secondo il Bureau of Transportation Statistics, l’efficienza media del carburante delle autovetture leggere negli Stati Uniti continua a migliorare.
Se Tesla sta per passare a un produttore di auto tradizionale e generare un flusso di cassa costante, ha bisogno di vendere molte più auto. Come abbiamo già detto, i consumatori hanno meno probabilità di passare alle auto elettriche se i carburanti a base di petrolio rimangono un’alternativa molto più economica.
4. Aumento della concorrenza dei veicoli elettrici
Tesla non è la prima azienda a creare auto elettriche. È interessante notare che le prime automobili elettriche furono probabilmente create già nel 1834 da Thomas Davenport, ma la Tesla sembra essere quella che ci è riuscita meglio, finora.
Due concorrenti degni di nota, la Chevrolet Bolt e la Nissan Leaf, non sono riusciti ad ottenere una buona trazione a causa degli alti prezzi di vendita al dettaglio e della limitata autonomia di guida. Ma l’anno scorso la Nissan ha annunciato una nuova Leaf che parte da 29.999 dollari, con un’autonomia fino a 226 miglia.
Il nuovo Bolt, a 36.000 dollari, con un’autonomia di 259 miglia, offre più delle 220 miglia del modello 3 standard della Tesla. Altre aziende sono già in questo segmento (Renault e Volkswagen su tutte) e altre prevedono di entrare nel mercato delle auto elettriche nei prossimi anni, tra cui Mercedes-Benz, Ford e BMW. Ma anche la “nostra” Fiat ha appena tirato fuori la 500 elettrica.
Anche alcune aziende tecnologiche potrebbero entrare nella mischia; Apple, Inc. e Google, Inc. credono di poter sfidare Tesla nell’industria dei trasporti futuristica. Tesla è notoriamente preoccupata per le aziende con una base di consumatori più ampia.
5. Tesla potrebbe non recuperare mai Massive CapEx
Musk guardando la sua azienda disse: “Spenderemo cifre sbalorditive per CapEx”. A molti investitori piace vedere alte spese in conto capitale, ma dall’altra parte ci deve essere un ritorno. Questo sembra particolarmente vero in un’industria neonatale lastricata di start-up fallite.
Lo sviluppo per le auto Modello 3 e Modello X ha già ricevuto miliardi in CapEx. La fabbrica di batterie è dotata di un prezzo molto alto. Tesla spende circa un quarto di quanto la General Motors Company spende per CapEx, nonostante il fatto che GM generi molte più entrate.
6. Un CEO part-time
Nascosta in un dossier Tesla 10K del 2015 c’era una nota sull’eccessiva fiducia di Tesla nel genio di Elon Musk. Questo non è particolarmente scioccante, soprattutto nel settore tecnologico; pensate a Steve Jobs e Apple. Ciò che è inquietante è ciò che è immediatamente seguito nel rapporto. Il rapporto recita: “Siamo fortemente dipendenti dai servizi di Elon Musk” e nella frase successiva sottolinea: “non dedica tutto il suo tempo e la sua attenzione a Tesla”.
Musk è un dirigente molto attivo. Una volta era CEO di PayPal prima di avviare Tesla e da allora è diventato CEO e Chief Technical Officer (CTO) di Space Exploration Technologies. È anche Presidente di SolarCity, che installa costose apparecchiature solari.
Gli investitori di Wall Street sono sempre più sensibili al “rischio delle persone chiave“, o alla minaccia di perdere un membro cruciale di un’azienda. La domanda critica è: quanti investitori sarebbero ancora in possesso di azioni Tesla ai prezzi attuali se Elon Musk non fosse più coinvolto nella società?
Effettuare un’operazione sul mercato dei cambi è semplice. I meccanismi di un’operazione sono molto simili a quelli che si trovano in altri mercati finanziari (come il mercato azionario), quindi se avete esperienza nel trading, dovreste essere in grado di prenderla abbastanza velocemente.
Come fare trading sul Forex
L’obiettivo del forex trading è quello di scambiare una valuta con un’altra nell’aspettativa che il prezzo cambi.
Più precisamente, che la valuta che avete acquistato aumenterà di valore rispetto a quella che avete venduto.
Esempio:
Azione del Trader
EUR
USD
Acquistate 11.200 dollari al tasso di cambio EUR/USD di 1,1200
-10.000
+11.200*
Tre settimane dopo, cambiate i vostri 11.200 dollari in euro al tasso di cambio di 1,0850
Un tasso di cambio è semplicemente il rapporto di una valuta valutata rispetto a un’altra valuta.
Ad esempio, il tasso di cambio EUR/CHF indica quanti Euro possono acquistare un franco svizzero o quanti franchi svizzeri sono necessari per acquistare un Euro.
Come leggere una quotazione Forex
Le valute sono sempre quotate in coppia, come ad esempio GBP/USD o USD/JPY. La ragione per cui sono quotate a coppie è che, in ogni transazione di cambio, si acquista una valuta e ne si vende contemporaneamente un’altra.
Ecco un esempio di tasso di cambio per la sterlina britannica rispetto al dollaro statunitense:
Esempio di cambio tra Sterlina inglese e Dollaro americano
La prima valuta elencata a sinistra della barra (“/”) è nota come valuta di base (in questo esempio, la sterlina britannica), mentre la seconda a destra è detta contatore o valuta di quotazione (in questo esempio, il dollaro americano).
Quando si acquista, il tasso di cambio indica quanto si deve pagare in unità della valuta di quotazione per acquistare UNA unità della valuta di base. Nell’esempio sopra riportato, per acquistare 1 sterlina britannica si devono pagare 1,51258 dollari USA.
Quando si vende, il tasso di cambio indica quante unità della valuta di quotazione si ottengono per vendere UNA unità della valuta di base.
Nell’esempio sopra riportato, quando si vende 1 sterlina britannica si ricevono 1,51258 dollari USA.
La valuta di base è la “base” per l’acquisto o la vendita
Importante da ricordare
Se acquistate EUR/USD significa semplicemente che state acquistando la valuta di base e contemporaneamente vendendo la valuta di quotazione.
In linguaggio cavernicolo, “compra EUR, vendi USD”.
Se pensate che la valuta di base si apprezzerà allora acquisterete il cambio.
Se pensate che la valuta di base si deprezzi, o la valuta di quotazione prenda valore, allora venderete il cambio.
Short e Long
In primo luogo, si dovrebbe stabilire se si vuole comprare o vendere.
Se si vuole comprare (che in realtà significa acquistare la valuta di base e vendere la valuta di quotazione), si vuole che la valuta di base aumenti di valore e poi la si rivende ad un prezzo più alto.
Nel gergo dei trader, questo si chiama “andare long” o prendere una “posizione long”. Ricordate: lungo = comprare.
Se volete vendere (che in realtà significa vendere la valuta di base e comprare la valuta di quotazione), volete che la valuta di base scenda di valore e poi la ricomprereste ad un prezzo più basso.
Questo si chiama “andare short” o prendere una “posizione short”. Ricordate: short = vendere.
L’offerta, la domanda e la diffusione
Tutte le quotazioni del forex sono quotate con due prezzi: il bid e il ask.
In generale, l’offerta è inferiore al prezzo richiesto.
Che cos’è “Bid”?
L’offerta è il prezzo al quale il vostro broker è disposto ad acquistare la valuta di base in cambio della valuta di quotazione.
Ciò significa che l’offerta è il miglior prezzo disponibile al quale voi (il trader) potete vendere al mercato.
Se volete vendere qualcosa, il broker la comprerà da voi al prezzo d’offerta.
Che cos’è “Ask”?
“Ask” è il prezzo al quale il vostro broker venderà la valuta di base in cambio della valuta di quotazione.
Ciò significa che il prezzo richiesto è il miglior prezzo disponibile al quale si acquista dal mercato.
Un’altra parola per “ask” è il prezzo d’offerta.
Se volete comprare qualcosa, il broker ve la venderà (o vi offrirà) al prezzo richiesto.
Che cos’è lo “spread”?
La differenza tra il prezzo di offerta e il prezzo di domanda è nota come SPREAD.
Su un esempio di quotazione EUR/USD, il prezzo di offerta potrebbe essere 1,08568 e il prezzo di domanda è 1,08588. Guardate come il broker vi rende così facile negoziare il vostro denaro.
Se vuoi vendere EUR, clicca su “Vendi” e venderai euro a 1,08568.
Se vuoi comprare EUR, cliccate su “Compra” e comprerai euro a 1,08588.
La differenza tra 1,08568 e 1,08588 è detta Spread e in questo caso corrisponde a 2 pips.
Usare i dividendi come spina dorsale di un portafoglio diversificato è una cosa meravigliosa. Tuttavia, i nuovi investitori potrebbero avere qualche domanda sui dividendi. Ma sapere cos’è un dividendo e come funzionano i dividendi è solo metà della battaglia, poiché sapere come utilizzare al meglio i dividendi può indirizzarvi verso la vera libertà finanziaria.
Ecco una guida all’investimento dei dividendi che vi fornirà una comprensione di base di cosa sono i dividendi e vi aiuterà a creare la vostra strategia di portafoglio dei dividendi.
Cos’è un dividendo?
Un investimento azionario è, al suo interno, un credito sul flusso di cassa generato da un’azienda, o il denaro generato dall’azienda.
Ci sono diversi modi per beneficiare di questi flussi di cassa: le due fonti principali sono l’aumento dei prezzi delle azioni dovuto alla crescita dell’attività, chiamato apprezzamento del capitale, e le distribuzioni di cassa finanziate dai flussi di cassa generati dall’attività. I dividendi sono una forma di distribuzione di cassa e rappresentano un ritorno tangibile che si può poi utilizzare per altri scopi.
Una società che paga i dividendi è, in sostanza, l’emittente di un assegno ai propri azionisti con i profitti che genera. Per gli investitori che utilizzano un broker, che è la maggior parte degli investitori, quell’assegno sarà semplicemente un deposito che appare sul vostro estratto conto di intermediazione.
I dividendi sono generalmente pagati agli azionisti a intervalli regolari, e il trimestrale è il momento più frequente negli Stati Uniti, mentre in Italia la maggior parte delle aziende paga annualmente (tipicamente a Maggio), anche se negli ultimi anni sta prendendo piede l’anticipo sul dividendo che fa diventare, sostanzialmente, il pagamento semestrale.
In alcuni casi i dividendi possono essere pagati anche mensilmente e, in caso di operazioni straordinarie, anche una tantum.
Per facilitare l’elaborazione dei dividendi, ci sono alcune date chiave da osservare, in particolare la data di stacco del dividendo, che è il primo giorno di negoziazione in cui il pagamento di un futuro dividendo non è incluso nel prezzo di un’azione. Dopo la data di stacco del dividendo, un’azione negozia come se avesse già pagato il dividendo. Se si acquista l’azione prima di tale data, si ottiene il dividendo. Se si acquista l’azione dopo la data di pagamento del dividendo, non si riceve il dividendo.
Tutto questo può sembrare un po’ complicato in questo momento, ma dopo aver passato un po’ di tempo a capire i dividendi, vedrete che è abbastanza facile farsi un’idea. Nonostante la loro semplicità, tuttavia, possono avere un impatto enorme sulla vostra vita finanziaria.
Un esempio del mondo reale vi sarà probabilmente d’aiuto in questo caso. ENI (BIT:ENI) paga i dividendi annualmente (a maggio) con anticipo nell’autunno precedente (tipicamente tra settembre e ottobre). Tra il 1° gennaio 2009 e il 31 dicembre 2019, le azioni della società sono scese di circa il 17%, mentre i dividendi sono rimasti pressapoco costanti, con un ritorno medio del 6% lordo annuo. Gli investitori che hanno preso quei dividendi ed hanno acquistato più azioni ENI (noto come reinvestimento) avrebbero ottenuto un guadagno nell’arco di 10 anni del 25%. Questo perché hanno acquistato azioni per tutto il tempo, aumentando il loro investimento con i dividendi ricevuti.
I dividendi sono una buona cosa?
Per alcuni investitori, i dividendi sono ottimi… per altri, i dividendi sono una seccatura. Alla fine, se pensate che i dividendi siano buoni o cattivi dipenderà davvero dal vostro approccio all’investimento e dal vostro temperamento. Ad esempio, alcuni investitori utilizzano i dividendi per integrare l’assegno della previdenza sociale durante il pensionamento. Tali investitori amano i dividendi. Altri investitori, quelli che vogliono evitare le tasse o che stanno ancora costruendo qualcosa appena partito, potrebbero preferire che una società reinvestisse tutto il suo contante nell’attività per stimolare livelli di crescita più elevati. Investitori come questi potrebbero considerare i dividendi uno spreco di denaro.
Alcuni investitori potrebbero anche preferire che il denaro venga utilizzato per riacquistare azioni invece di pagare i dividendi. Il riacquisto di azioni è un altro modo in cui le aziende possono restituire denaro agli azionisti senza distribuire effettivamente il denaro agli azionisti. La partecipazione azionaria in una società è ripartita sul numero totale di azioni emesse da una società. Riducendo il numero di azioni in circolazione attraverso il riacquisto e successivo annullamento, l’azienda può distribuire gli utili su una base azionaria più piccola. Così a ogni azione viene assegnata una parte più grande dei guadagni della società, il che, a sua volta, aumenta la crescita degli utili per azione. Poiché gli utili sono un parametro fondamentale per la valutazione del successo dell’azienda da parte degli investitori, gli utili più elevati portano generalmente ad un aumento del prezzo delle azioni.
Ad alcune aziende piace utilizzare i riacquisti di azioni perché non devono completare i riacquisti anche se li annunciano. Ciò offre una maggiore flessibilità nel caso in cui il contesto aziendale cambi. Gli investitori tendono a reagire male se il pagamento dei dividendi viene ridotto anche se un’azienda si trova ad affrontare tempi difficili.
Come si decidono i dividendi?
Al livello più elementare, l’amministratore delegato di una società presenta una raccomandazione al consiglio di amministrazione su quella che ritiene essere una politica dei dividendi appropriata. Spesso non c’è una politica pubblica specifica da seguire, ma solo la storia dei dividendi. Ma alcune società rendono pubblici i loro obiettivi in materia di dividendi. Ad esempio, alcune società si prefiggono una percentuale di utili o di flusso di cassa. Assicurazioni Generali, ad esempio, punta a tenere un payout compreso tra 55% e 65% del flusso di cassa, una misura che mostra quanto denaro potrebbe pagare se lo volesse. Detto questo, l’intento è quello di continuare a far crescere il dividendo insieme alla crescita della partnership, in modo che si aggiri intorno a quell’obiettivo nel tempo. Si dovrebbe verificare se una società ha una politica dichiarata, ma spesso si rimane bloccati con nient’altro che la storia.
È importante notare che non è il CEO a prendere la decisione finale, ma il consiglio di amministrazione. Questo insieme di individui comprende i rappresentanti eletti degli azionisti. Essi sono effettivamente il capo del CEO e hanno l’ultima parola su questioni chiave, incluso come dovrebbero essere utilizzati i profitti di una società. Così il consiglio di amministrazione prende il consiglio del CEO, lo discute e vota su quello che ritiene che il dividendo dovrebbe essere. I tipi di questioni che un consiglio di amministrazione può prendere in considerazione includono, ma non si limitano a: la redditività della società, la liquidità disponibile, la leva finanziaria e le future esigenze di capitale.
Una questione chiave da tenere a mente in questo caso è che, mentre i guadagni di una società sono una considerazione importante in questo processo, i dividendi in realtà escono dal flusso di cassa. I guadagni sono una misura contabile dettata da un insieme standard di regole che cercano di legare i ricavi e i guadagni a specifici periodi di tempo. Il denaro che entra ed esce dall’azienda, o flusso di cassa, non funziona allo stesso modo. Per esempio, un grande investimento di capitale come un camion (è giusto un esempio) sarà pagato al momento dell’acquisto, riducendo la liquidità che un’azienda ha il giorno dell’acquisto. Ma a fini di guadagno, il costo sarà ripartito su tutta la vita utile del camion, dal momento che ogni trimestre viene usato un po’ di più. Questo si chiama deprezzamento (ammortamento in Italia), e non ha alcun impatto sul flusso di cassa, ma può essere un problema notevole per i guadagni.
Dal momento che i dividendi sono pagati dalla cassa di una società e hanno un impatto sulla liquidità, con un impatto minimo o nullo sugli utili, il rendiconto finanziario è il luogo in cui si riflette il pagamento dei dividendi. Questo rendiconto finanziario tiene traccia della liquidità che entra ed esce dalla società in un determinato periodo di tempo. Tornando all’esempio del camion di cui sopra, i guadagni di un’azienda possono essere abbassati dalle spese di ammortamento per quella spesa per anni, ma la liquidità che entra ed esce dall’azienda non ne risente perché il denaro è già stato speso. Quindi la liquidità che un’azienda ha a disposizione può in realtà essere maggiore in un determinato periodo rispetto ai guadagni che l’azienda dichiara. Questo aiuta a spiegare come un’azienda possa pagare più dividendi di quanto guadagna, dal momento che gli oneri non monetari, come l’ammortamento, possono ridurre i guadagni, pur avendo un impatto minimo o nullo sulla liquidità che un’azienda sta generando.
In fin dei conti, il rendiconto finanziario è più vicino a come si potrebbe guardare alle proprie finanze. Mentre il conto economico è importante, il rendiconto finanziario è il modo migliore per vedere se un’azienda può effettivamente permettersi il dividendo che sta pagando.
Alcune date dei dividendi
Ci sono alcuni importanti problemi di elaborazione quando si tratta di dividendi, in gran parte legati alla tempistica. La prima è la data di dichiarazione, ovvero quando una società annuncia al mercato i propri piani di dividendo. In questa dichiarazione, oltre all’importo effettivo dei dividendi, viene riportata la data di registrazione, la data di stacco e la data di pagamento. Per comprendere questo processo, può essere utile guardare a un esempio reale.
Il 31 ottobre 2018, la ExxonMobil ha pubblicato un comunicato stampa che informa gli investitori ed il pubblico della sua intenzione di pagare un dividendo del quarto trimestre di 0,82 dollari per azione. Il comunicato stampa era la dichiarazione del dividendo. Oltre all’importo, la società ha anche comunicato che il dividendo sarebbe stato pagato il 10 dicembre agli azionisti di riferimento a partire dal 13 novembre. La data di pagamento è il giorno in cui gli azionisti riceveranno il dividendo. La data di registrazione è effettivamente il giorno in cui la società fa la lista di tutti i suoi azionisti.
L’unica data che non è stata inclusa nel comunicato è la data di stacco della cedola, che è generalmente due giorni lavorativi prima della data di registrazione per tenere conto del tempo necessario per liquidare le transazioni azionarie (in questo caso, la data dell’ex dividendo era il 9 novembre a causa di un fine settimana). Questa data non era nel comunicato stampa, ma è stata riportata sul sito web della società. Acquistate le azioni prima di tale data e avrete diritto al dividendo; acquistate dopo la data di registrazione e il precedente proprietario riceverà il dividendo. In effetti, la data di scadenza è la data specifica in cui le azioni saranno scambiate senza il dividendo incluso nel prezzo.
Per la maggior parte degli investitori, in particolare per quelli con una visione a lungo termine, queste date non saranno un problema troppo grande. Tuttavia, se state cercando di acquistare un’azione, potreste voler ricontrollare le date per ogni evenienza. Preferireste ricevere un dividendo piuttosto che perderlo di un giorno o due perché avete procrastinato.
Alcuni investitori, nel frattempo, tentano di catturare i dividendi investendo intorno a queste date. La distribuzione dei dividendi è una strategia in cui gli investitori detengono le azioni solo per un periodo di tempo sufficiente a ricevere l’esborso prima di passare ad un’altra azione. In questo modo, l’investitore può investire in molte azioni con gli stessi soldi e “catturare” più dividendi. Anche se questa sembra una grande idea, è complicata e richiede tempo.
C’è un’altra tecnicità che complica l’approccio di cattura dei dividendi: I dividendi sono tecnicamente un ritorno di utili non distribuiti (una voce di bilancio). Come tale, il prezzo delle azioni dovrebbe logicamente scendere di un importo pari all’ammontare del dividendo una volta raggiunta la data di stacco del dividendo. C’è anche il rischio che il prezzo del titolo possa essere mosso da notizie o eventi aziendali nel mercato più ampio durante il periodo di detenzione. In questo modo si genererà un reddito dal dividendo che si incassa, ma si potrebbe finire con una perdita di capitale di compensazione quando si vendono le azioni. È molto probabile che il beneficio netto sarà inferiore a quanto si potrebbe sperare, e quindi la maggior parte degli investitori non dovrebbe essere coinvolta nella distribuzione dei dividendi.
Alcune metriche chiave per i dividendi
Ora che avete le date importanti da tenere a mente, vorrete capire alcune delle metriche chiave che vedrete nella ricerca dei titoli a dividendo. La più importante è il dividend yield. Questo viene generato prendendo il pagamento del dividendo più recente e moltiplicandolo per la frequenza dei dividendi (quante volte all’anno il dividendo viene pagato) e poi dividendo per il prezzo corrente delle azioni.
Più alto è il rendimento, meglio è per la maggior parte degli investitori di reddito, ma solo fino a un certo punto. Rendimenti anormalmente elevati possono indicare livelli di rischio più elevati. Un buon punto di riferimento per gli investitori è quello di confrontare il rendimento di un’azione con quello dell’indice S&P 500 per capire se è alto o basso, poiché le condizioni di mercato possono cambiare nel tempo. I rendimenti dovrebbero anche essere confrontati con quelli dei diretti concorrenti per avere un’idea di quanto sia alto o basso il rendimento, dato che alcuni settori tendono ad offrire rendimenti più alti di altri. Si noti che alcuni servizi di dati forniranno un rendimento da dividendo trailing, che prende i dividendi storici che sono stati pagati (di solito negli ultimi 12 mesi) invece di guardare il dividendo corrente e moltiplicare per la frequenza.
Un’altra metrica su cui gli investitori si concentrano è il payout ratio. Questo può essere ricavato prendendo il dividendo e dividendo per l’utile per azione della società. Anche se i dividendi non vengono pagati con i guadagni, questo dà un’idea di quanto facilmente una società può permettersi il suo dividendo. Più basso è il payout ratio, meglio è, con coefficienti superiori al 100% meritevoli di ulteriore ricerca (si noti che alcuni settori, come i fondi di investimento immobiliare, hanno quasi sempre payout ratio superiori al 100% a causa delle pesanti spese di ammortamento). Questo dato può essere calcolato in diversi periodi di tempo, ma di solito viene considerato trimestralmente, nell’arco dei 12 mesi successivi, o annualmente.
Alcuni investitori considerano anche il rendimento sul prezzo di acquisto. Si calcola il rendimento sul prezzo di acquisto prendendo il dividendo corrente per azione e dividendolo per il costo medio per azione. Questo è un numero che, ovviamente, è specifico per ogni singolo investitore. È il più appropriato per gli investitori che hanno posseduto un’azione che paga il dividendo per un periodo di tempo molto lungo e per coloro che hanno utilizzato la media del costo del dollaro per creare la loro posizione. Ad esempio, se si fosse acquistata Microsoft Corporation il primo giorno lavorativo del 1995 per 26,95 dollari (il prezzo più alto di quel giorno), il dividendo era uno scarso 0,32 dollari per azione all’anno, fornendo agli investitori un rendimento da dividendo di circa l’1,2%. Alla fine del 2018, il dividendo era cresciuto fino a 1,68 dollari per azione all’anno. Questo è un rendimento sul prezzo di acquisto del 6,2%.
Con quale frequenza vengono pagati i dividendi?
Il dividend yield e il payout ratio portano un elemento di tempo nella discussione sui dividendi. Negli Stati Uniti, la maggior parte delle aziende paga quattro dividendi all’anno, o uno ogni trimestre. Questa, tuttavia, è solo un’opzione. Alcune società, come Realty Income, un fondo di investimento immobiliare, pagano i dividendi mensilmente (Non ci sono troppi dividendi mensili, il che è un peccato, dato che gli assegni dei dividendi di queste società finiscono per imitare da vicino una normale busta paga, semplificando così il processo di budgeting per gli investitori).
Altre pagano due volte all’anno, o semestralmente. Un esempio è la Disney, che paga a gennaio e luglio. Molte aziende europee, invece, pagano solo due volte all’anno, con un piccolo acconto seguito da un pagamento “finale” più grande. La maggior parte delle aziende statunitensi paga lo stesso importo ogni volta. Alcune aziende pagano solo una volta all’anno, come la Cintas, che tende ad aspettare fino alla fine dell’anno solare per pagare il suo dividendo annuale.
Per calcolare correttamente il rendimento dei dividendi e i rapporti di pagamento di queste società, è necessario prendere in considerazione la frequenza dei dividendi. Si noti che alcuni servizi di dati non riescono a fare questo passo, portando a dati errati. Per questo motivo si dovrebbe sempre andare sul sito web di una società per ricontrollare le statistiche sui dividendi che sembrano inusuali.
C’è anche un’altra cosa da tenere a mente. A volte le aziende pagano dividendi speciali. Si tratta di pagamenti che vengono effettuati al di fuori del loro tipico schema dei dividendi. Un esempio è la “nostra” FCA (Fiat) che ha pagato un dividendo straordinario nel 2019 a seguito della cessione di Magneti Marelli e, se andrà in porto l’unione con PSA, ne pagherà un altro nel 2021. Tali dividendi non dovrebbero essere considerati nel rapporto di rendimento o di pagamento, in quanto si tratta di eventi insoliti. Detto questo, alcune società hanno una storia di pagamenti di dividendi speciali su base regolare.
Non tutti i dividendi sono pagati in contanti
A complicare ulteriormente le cose, non sempre i dividendi vengono pagati in contanti. A volte una società paga un dividendo azionario, attraverso il quale emette per ogni investitore ulteriori azioni della società. Un grande esempio è quello di Azimut, che per qualche anno ha pagato una parte in contanti e una parte con l’emissione di nuove azioni. Il vantaggio netto per gli investitori è che il numero di azioni che possiedono aumenta nel tempo.
Altre volte, lo spin-off avviene tramite un dividendo azionario in una nuova società. Questo accade quando una società dà agli azionisti azioni appena create in una delle sue divisioni operative in modo da poter rompere la divisione come propria società pubblica. Uno degli esempi classici di questo è stata la scissione del 1984 di AT&T, amorevolmente chiamata Ma Bell, in una società a lunga distanza con lo stesso nome e sette cosiddette Baby Bells. I Baby Bells erano proprietari delle compagnie telefoniche locali che servivano varie regioni degli Stati Uniti. Per ogni 10 azioni di AT&T, gli investitori ricevevano una quota di ciascuna delle sette compagnie telefoniche regionali. Questa mossa ha portato la AT&T da una società a otto.
Detto questo, i dividendi azionari non sono generalmente la norma, anche se un piccolo numero di società ha una lunga storia di pagamenti regolari di dividendi azionari.
Cos’è una riduzione dei dividendi?
Finora tutto bene, ma i dividendi non sempre salgono. A volte, quando un’azienda ha problemi finanziari, deve tagliare i dividendi. Gli investitori di solito non amano i tagli dei dividendi, come si è detto, e vendono le aziende che tagliano o che ritengono possano tagliare. Per questo motivo è necessario usare cautela quando si guardano le aziende con alti rendimenti e alti rapporti di payout, in quanto entrambi potrebbero essere un segno che il dividendo attuale non è sostenibile.
Detto questo, alcune aziende hanno dividendi variabili, quindi ci si aspetta che i loro dividendi vadano su e giù nel tempo. I cambiamenti dei dividendi in aziende come questa devono essere considerati in modo diverso perché la politica dei dividendi è spesso più importante del pagamento dei dividendi. La già citata Generali è un buon esempio in questo caso. L’azienda non ha caso ha comunicato un range da 55% a 65%, poiché in questo range può “giocare” cercando di far registrare sempre una crescita del dividendo. Ma se gli utili dell’azienda un anno dovessero crollare (e il 2020 con il Covid-19 può essere un ottimo esempio)? Ovviamente se Generali terrà fede alla politica di Payout il dividendo che distribuirà sarà minore rispetto all’anno precedente.
Il motivo è molto vicino e la causa è la medesima (il Covid-19) per Intesa San Paolo che ha deciso (su consiglio della BCE) di non staccare dividendi nel 2020, su utili del 2019, per mantenere in cassa quanta più liquidità possibile e affrontare adeguatamente il virus e la crisi seguente. Intesa San Paolo è sempre stata una buona pagatrice di dividendi e chi ha acquistato l’azione con questo solo intento potrebbe essere rimasto spiazzato.
Cos’è un DRIP?
Un acronimo che sentirete spesso associare ai dividendi è DRIP, che sta per piano di reinvestimento dei dividendi. Molte aziende consentono di acquistare azioni direttamente da loro e di utilizzare i dividendi per acquistare automaticamente ulteriori azioni nel tempo. A volte le aziende offrono incentivi per questo, come ad esempio prezzi di reinvestimento leggermente al di sotto del mercato, e di solito queste transazioni non incorrono in commissioni di intermediazione. Alcune società richiedono l’acquisto di azioni da terzi e il trasferimento delle azioni al piano della società. Il grosso problema in questo caso, tuttavia, è che si utilizza il dividendo per acquistare altre azioni. In pratica si tratta di una ripartizione degli acquisti nel tempo.
Questo è un servizio che molti broker offrono oggi gratuitamente (senza l’incentivo di prezzi inferiori al mercato). Così si può spesso fare la stessa cosa senza la necessità di aprire e monitorare più conti con diverse società, che è quello che vi rimarrebbe se vi iscriveste a più piani DRIP sponsorizzati da più società. Se volete mantenere la vostra vita il più semplice possibile, chiedete al vostro broker se offre il reinvestimento gratuito dei dividendi.
Questo servizio in Italia ancora non è diffuso, non lo offre praticamente nessuno, ma ciò non esclude che potrebbe essere “fatto in casa” con il riacquisto di azioni dell’azienda che ha distribuito il dividendo.
Cosa sono i re dei dividendi, gli aristocratici, i campioni, gli sfidanti e i contendenti?
L’investimento su dividendi è una cosa importante e gli investitori hanno iniziato a usare termini brevi per descrivere le società che investono in dividendi.
Re, Aristocratici, Campioni, Sfidanti e Concorrenti sono alcuni dei termini “da conoscere” con cui vorrai essere pratico. Ognuno di essi rappresenta una diversa serie di escursioni annuali dei dividendi:
Nome dell’azione
Performance
Dividend Kings
50+ anni di aumenti sui dividendi
Dividend Aristocrats
25+ anni di aumenti
Dividend Champions
20+ anni di incremento
Dividend Challengers
Dai 10 ai 20 anni di aumento
Dividend Achievers
10+ ma meno di 20 anni
Dividend Contenders
Dai 5 ai 9 anni di aumenti
Nomi e traguardi sull’aumento costante del valore dei dividendi per un’azienda
Tutti questi termini sono associati a chi paga i dividendi da lungo tempo. Alcune sono liste formali gestite da società come Standard & Poor’s (e utilizzate per creare prodotti d’investimento come i fondi negoziati in borsa o gli ETF), mentre altre sono liste informali gestite da volontari e disponibili gratuitamente su siti web.
Liste come queste sono un ottimo punto di partenza per la ricerca di azioni con dividendi, dal momento che le aziende con una lunga storia di dividendi crescenti hanno dimostrato di dare un valore elevato alla ricompensa degli investitori.
Cos’è un dividend trap?
Un dividend trap è l’ennesimo termine che si sente dire per descrivere un titolo a dividendo, solo che questo non è affatto positivo. In sostanza, un dividend trap è un’azione con un alto rendimento sostenuta da un dividendo che sembra insostenibile. Un buon esempio è quello delle telecomunicazioni rurali Frontier Communications (NASDAQ:FTR). Nel 2017, l’azienda ha pagato quattro dividendi trimestrali di 0,60 dollari per azione, nonostante il fatto che per tutto il tempo ha sanguinato inchiostro rosso. In assenza di utili, il suo indice di copertura dei dividendi era in realtà negativo. La sua attività era in difficoltà da tempo sotto il peso del peggioramento dei risultati finanziari e del pesante carico di debito lasciato dalle acquisizioni.
La società ha finito per eliminare il dividendo nel 2018. Tuttavia, con il progredire del 2017, il dividend yield è passato da circa il 10% a un incredibile 50%, mentre il titolo è sceso da oltre 50 dollari per azione a circa 6,75 dollari. Un rendimento del 10% è elevato e merita una maggiore attenzione, in particolare in una società con un alto livello di leva finanziaria. Ma un rendimento del 50% è completamente ridicolo (il mercato azionario stava inviando un segnale d’allarme molto forte). Prima di saltare su un grosso dividendo, assicuratevi di fare una piccola ricerca per assicurarvi che l’alto rendimento non sia il risultato di problemi finanziari materiali e, altrettanto importante, un’alta probabilità di un taglio dei dividendi. Volete fare del vostro meglio per evitare trappole per i dividendi come Frontier.
I dividendi vi dicono qualcosa sulla valutazione?
Spesso gli investitori guardano il rapporto prezzo/utile per vedere se un’azione è scambiata a basso costo o ricca. Il P/E è solo il prezzo diviso per i guadagni, proprio come il rendimento di un dividendo è semplicemente il pagamento di un dividendo diviso per il prezzo dell’azione. Sono entrambe misure relative. P/E ti dice quanto gli investitori sono disposti a pagare per ogni dollaro che un’azienda guadagna, e il dividend yield, approssimativamente, ti dice il livello di generazione di reddito che gli investitori si aspettano da un’azienda nel tempo.
A dire il vero, il P/E e il dividend yield non ti dicono molto sulla valutazione. Tuttavia, quando li si confronta con la storia di una società o con un gruppo più ampio (come un indice o i benchmark del settore diretto), si possono iniziare a vedere i modelli di valutazione.
Ad esempio, il dividendo di Hormel Foods ha raggiunto un picco superiore al 2% alla fine del 2017, verso la fascia alta del range di rendimento storico dell’azienda. Il suo P/E all’epoca era di circa 19, essendo sceso da oltre 30 all’inizio del 2016. In sostanza, il dividend yield stava raccontando una storia simile al rapporto P/E.
Di solito ci sono ragioni per cui le aziende commerciano con valutazioni basse; in questo caso, uno spostamento delle abitudini di acquisto dei consumatori verso il cibo fresco rispetto al cibo preconfezionato che dominava il portafoglio di Hormel aveva spaventato Wall Street. Ma per gli investitori a lungo termine, un elevato rendimento relativo dei dividendi può essere un’opportunità di acquisto. Hormel, per riferimento, ha iniziato a spostare il suo business mix attraverso acquisizioni che hanno aumentato la sua scala in categorie fresche, in particolare nella gastronomia. Alla fine del 2018, il rendimento di Hormel era pari a circa l’1,8% e il P/E era tornato a circa 22.
Imposte sui dividendi: Lo Zio Sam riceve il suo obolo
Nessuna discussione sui dividendi sarebbe completa senza menzionare le tasse. Il governo vuole ottenere il dovuto di questi pagamenti. Riceverete dei moduli fiscali dal vostro broker o dal vostro piano DRIP che descrivono i dividendi che avete ricevuto in un determinato anno e che devono essere inclusi nel vostro reddito quando fate le tasse.
Detto questo, le leggi fiscali cambiano nel tempo, quindi l’aliquota fiscale che pagherete sul reddito da dividendi varierà. I dividendi spesso ricevono un trattamento fiscale preferenziale. Tutti i dividendi, invece, non sono creati allo stesso modo. Alcune società includono la restituzione del capitale nei loro dividendi. Tali dividendi sono considerati un ritorno di una parte del vostro investimento originale e non vengono tassati quando li ricevete. Riducono la vostra base di costo al momento della vendita, aumentando così le vostre plusvalenze (che è la differenza tra ciò che avete pagato per un investimento e ciò per cui lo avete venduto, supponendo che abbiate realizzato un profitto sulla transazione).
Altre società, in particolare i trust di investimento immobiliare, sono strutturati come entità passanti, perché passano gran parte del loro reddito agli investitori in cambio di evitare la tassazione a livello aziendale. La maggior parte, se non tutti i dividendi che pagano sono trattati come reddito regolare, proprio come il vostro stipendio. Questi tipi di dividendi sono spesso indicati come non qualificati.
I dividendi qualificati, invece, sono la norma. Questo tipo di dividendi viene pagato dalla maggior parte delle società statunitensi e viene tassato ad aliquote speciali.
Le tasse sono un argomento complesso, ed è necessario consultare un commercialista per una discussione approfondita. Ma state certi che dovete far sapere allo Zio Sam dei vostri dividendi.
Le tasse sui dividendi in Italia
Nel paragrafo precedente abbiamo generalizzato e fatto particolarmente riferimento al mercato americano (ed è corretto così considerando che si tratta della piazza maggiore al mondo), ma per chi volesse investire solo in Italia è importante sapere che la tassazione sui dividendi è uguale a quella sulle plusvalenze e cioè il 26%.
In pratica, se avete in portafoglio 2.000 azioni ENI che pagano 0,86 euro / anno avrete un ritorno lordo di 1.720 euro, ma al netto ne rimarranno 1.445. Che voi abbiate adottato una gestione amministrata o una gestione autonoma della tassazione, i dividendi vengono bloccati alla fonte, quindi il vostro istituto di credito vi aggiungerà 2 voci al vostro estratto conto:
Molto semplicemente, il Forex è il mercato globale che permette lo scambio di una valuta con un’altra.
Se avete mai viaggiato in un altro paese con una moneta differente, avete dovuto trovare una cabina di cambio all’aeroporto e poi cambiare il denaro che avete nel portafoglio nella valuta del paese che state visitando.
Allo sportello di questi exchange avrete notato una schermata che mostra i diversi tassi di cambio per le diverse valute.
Trovi “Yen giapponesi” e pensi: “WOW, Il mio unico euro vale 100 yen?! E io ho dieci euro. Diventerò ricco”
Quando lo fai, hai essenzialmente partecipato al mercato del forex. Hai cambiato una valuta contro un’altra.
O in termini di trading sul forex, supponendo che tu sia un europeo in visita in Giappone, hai venduto euro e comprato yen.
Prima di tornare a casa, vi fermate alla cabina di cambio per cambiare lo yen che miracolosamente vi è rimasto (Tokyo è costosa) e notate che i tassi di cambio sono cambiati.
Sono questi cambiamenti nei tassi di cambio che ti permettono di fare soldi nel mercato dei cambi.
Il mercato dei cambi, che di solito è conosciuto come “forex” o “FX”, è il più grande mercato finanziario del mondo.
Rispetto al “misero” volume di 22,4 miliardi di dollari al giorno della Borsa di New York (NYSE), il mercato dei cambi appare assolutamente gigantesco con il suo volume di scambi di 5 TRILIARDI di dollari al giorno.
Giusto per essere chiari: 5 TRILIARDI di dollari equivalgono a 5.000 miliardi di dollari, che a loro volta sono 5 milioni di milioni di dollari.
Il più grande mercato azionario del mondo, la Borsa di New York (NYSE), scambia un volume di circa 22,4 miliardi di dollari al giorno.
Si sente parlare di Wall Street al telegiornale ogni giorno… diamine, probabilmente ne sentirete parlare anche nella vostra palestra locale. “Il Nasdaq è in onda oggi, bla, bla, bla”.
Quando la gente parla del “mercato”, di solito intende il mercato azionario. Così il NYSE o il NASDAQ si sentono grandi, sono rumorosi e amano fare molto rumore.
Ma se li si confronta con il mercato del forex…
Il mercato valutario è oltre 200 volte più grande! È ENORME! Ma attenzione, c’è una fregatura!
Quell’enorme numero di 5 triliardi di dollari copre l’intero mercato globale dei cambi, MA il volume giornaliero di trading dei trader al dettaglio (che siamo noi) rappresenta tra il 5-6% del volume complessivo, o tra i 300-400 miliardi di dollari.
Quindi vedete, il mercato del forex è sicuramente enorme, ma non così enorme come gli altri vorrebbero farvi credere. Non ci piace esagerare. Ci limitiamo a mantenere la realtà.
Orari del mercato Forex
A parte le sue dimensioni, il mercato chiude raramente!
Il mercato del forex è aperto 24 ore al giorno e 5 giorni alla settimana, e chiude solo durante il fine settimana. Ah, anche durante le festività, poche festività, giusto Natale, Pasqua e Capodanno…
Quindi, a differenza dei mercati azionari o obbligazionari, il mercato forex NON chiude alla fine di ogni giornata lavorativa.
Invece, il trading si sposta solo verso diversi centri finanziari in tutto il mondo.
La giornata inizia quando i trader si svegliano a Wellington, poi si spostano a Sydney, Singapore, Hong Kong, Tokyo, Francoforte, Milano, Londra e, infine, New York, prima di ricominciare a fare trading a Wellington!
Cosa si scambia nel Forex
La domanda, dopo tutte queste spiegazioni, potrebbe sembrare banale, ma in realtà non lo è affatto. Cosa si trada con il Forex?
La risposta semplice è MONEY, soldi, monete, bigliettoni.
E questa era la risposta semplice, ora però passiamo alla risposta complessa.
Poiché non stai comprando nulla di fisico, il trading sul forex può confondere.
Pensate all’acquisto di una valuta come all’acquisto di un’azione in un determinato paese, un po’ come l’acquisto di azioni di una società.
Il prezzo della valuta è di solito un riflesso diretto dell’opinione del mercato sulla salute attuale e futura della sua rispettiva economia.
Nel forex trading, quando si acquista, ad esempio, lo yen giapponese, si acquista fondamentalmente una “quota” dell’economia giapponese.
Si scommette che l’economia giapponese sta andando bene e che migliorerà con il passare del tempo.
Una volta rivendute queste “azioni” al mercato, si spera, si otterrà un profitto.
In generale, il tasso di cambio di una valuta rispetto ad altre valute è un riflesso della condizione dell’economia di quel paese, rispetto alle economie di altri paesi.
Quando vi laureerete in questa Scuola di Pipsologia, sarete ansiosi di iniziare a lavorare con le valute.
Valute principali
Anche se ci sono potenzialmente molte valute che potete scambiare, come nuovo trader di forex, probabilmente inizierete a fare trading con le “valute principali”.
I simboli delle valute hanno sempre tre lettere, dove le prime due lettere identificano il nome del paese e la terza lettera identifica il nome della valuta di quel paese, di solito la prima lettera del nome della valuta.
Queste tre lettere sono note come codici valuta ISO 4217.
Nel 1973, l’Organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO) ha stabilito i codici di tre lettere per le valute che utilizziamo oggi.
Prendiamo ad esempio NZD…
NZ sta per Nuova Zelanda, mentre D sta per dollaro.
Abbastanza facile, vero?
Ecco, l’euro ha come sigla “EUR”… l’eccezione che conferma la regola.
Codice
Nazione
Moneta
Nickname
USD
Stati Uniti d’America
Dollaro
Buck
EUR
Eurozona
Euro
Fiber
JPY
Giappone
Yen
Yen
GBP
Gran Bretagna
Sterlina
Cable
CHF
Svizzera
Franco
Swissy
CAD
Canada
Dollaro
Loonie
AUD
Australia
Dollaro
Aussie
NZD
Nuova Zelanda
Dollaro
Kiwi
CNY
Cina
Renminbi
Yuan
Le principali monete che si scambiano sul mercato del Forex
Le valute incluse nella tabella qui sopra sono chiamate “major” perché sono le più scambiate.
Comprare e vendere coppie di valute
Il trading sul Forex è l’acquisto simultaneo di una valuta e la vendita di un’altra. Ovviamente, se acquistate dollari non lo farete in dollari ma presumibilmente in euro, quindi, mentre state acquistando dollari state vendendo euro.
Le valute sono negoziate tramite un broker o un dealer e vengono scambiate in coppia.
Ad esempio, l’euro e il dollaro statunitense (EUR/USD) o la sterlina britannica e lo yen giapponese (GBP/JPY).
Quando si fa trading sul mercato forex, si compra o si vende in coppie di valute.
Immaginate ogni coppia di valute costantemente in un “tiro alla fune” con ogni valuta dalla propria parte.
I tassi di cambio fluttuano in base a quale valuta è più forte al momento.
Coppie di valute principali
Le coppie di valute sotto elencate sono considerate le “major”.
Queste coppie contengono tutte il dollaro USA (USD) o l’Euro (EUR) da un lato e sono le più frequentemente scambiate.
Le major sono le coppie di valute più liquide e ampiamente scambiate al mondo.
Pair
Nazioni
Comunemente conosciuto
EUR/USD
Eurozona / Stati Uniti
euro dollaro
USD/JPY
Stati Uniti / Giappone
dollar yen
GBP/USD
United Kingdom / Stati Uniti
pound dollar
USD/CHF
Stati Uniti / Svizzera
dollar swissy
GBP/EUR
Gran Bretagna / Eurozona
pound euro
EUR/CHF
Eurozona / Svizzera
Euro Franco
EUR/JPY
Eurozona / Giappone
Euro Yen
Principali coppie di monete scambiate nel mondo
Coppie di valute incrociate principali o coppie di valute minori
Le coppie di valute che non contengono il dollaro USA (USD) o l’EUR sono note come coppie di valute incrociate o semplicemente come “incroci”.
Le croci maggiori sono conosciute anche come “minori”.
Gli incroci più attivamente scambiati derivano dalle tre principali valute non statunitensi: CHF, JPY e GBP.
Exotic Currency Pairs
No, le coppie esotiche non sono danzatrici del ventre esotiche che sono gemelle. Le coppie di valute esotiche sono costituite da una delle principali valute accoppiate con la valuta di un’economia emergente, come il Brasile, il Messico, il Cile, la Turchia o l’Ungheria.
Tenete presente che queste coppie non sono negoziate con la stessa intensità delle “major” o “cross”, quindi i costi di transazione associati al trading di queste coppie sono di solito più elevati.
Non è insolito vedere spread due o tre volte superiori a quelli di EUR/USD o USD/JPY.
Quindi, se volete fare trading su coppie di valute esotiche, ricordate di tenerne conto nella vostra decisione.
BRIICS
BRIICS è l’acronimo coniato per un’associazione di cinque grandi economie nazionali emergenti: Brasile, Russia, India, Indonesia, Cina e Sudafrica.
Originariamente i primi quattro erano raggruppati come “BRIC” (o “i BRIC”). BRICs era un termine coniato da Goldman Sachs per indicare le nuove economie emergenti ad alta crescita di oggi.
BRIICS è il termine usato dall’OCSE, il think tank. Hanno aggiunto l’Indonesia e il Sudafrica.
I broker Forex quotano due prezzi diversi per le coppie di valute: il prezzo bid e ask.
Il “bid” è il prezzo al quale è possibile VENDERE la valuta di base.
Il prezzo “ask” è a quale è possibile ACQUISTARE la valuta di base.
La differenza tra questi due prezzi è nota come spread.
Lo spread è il modo in cui i broker “senza commissione” guadagnano il loro denaro. Invece di addebitare una commissione separata per effettuare una compravendita, il costo è incorporato nel prezzo di acquisto e di vendita della coppia di valute che si desidera scambiare.
Quindi, quando un broker dichiara “zero commissioni” o “nessuna commissione”, è fuorviante perché, anche se non c’è una commissione separata, si paga comunque una commissione. È solo incorporata nello spread.
Come si misura lo spread nel trading sul Forex?
Lo spread viene solitamente misurato in pips, che è la più piccola unità di movimento del prezzo di una coppia di valute.
Per la maggior parte delle coppie di valute, un pip è pari a 0,0001.
Un esempio di spread di 2 pip per EUR/USD sarebbe 1,1051/1,1053.
Le coppie di valute che coinvolgono lo yen giapponese sono quotate solo con 2 decimali (a meno che non ci siano pips frazionari, allora sono 3 decimali).
Ad esempio, USD/JPY sarebbe 110,00/110,04. Questa citazione indica uno spread di 4 pip.
Quali sono i tipi di Spread nel Forex?
Il tipo di spread che vedrete su una piattaforma di trading dipende dal broker forex e da come fanno i soldi.
Ci sono due tipi di spread:
Fisso
Variabile (detta anche “fluttuante”)
Gli spread fissi sono solitamente offerti da broker che operano come market maker o modello “dealing desk”, mentre gli spread variabili sono offerti da broker che operano con un modello “non-dealing desk”.
Cosa sono gli Spread fissi nel Forex?
Gli spread fissi rimangono gli stessi indipendentemente dalle condizioni di mercato in qualsiasi momento. In altre parole, sia che il mercato sia volatile o silenzioso, lo spread non viene influenzato, rimane lo stesso.
Gli spread fissi sono offerti da broker che operano come market maker o modello “dealing desk”. Utilizzando un dealing desk, il broker acquista grandi posizioni dai loro fornitori di liquidità e offre queste posizioni in dimensioni più piccole ai trader.
Ciò significa che il broker agisce come controparte delle operazioni dei propri clienti.
Avendo un dealing desk, questo permette al broker di forex di offrire spread fissi perché è in grado di controllare i prezzi che mostra ai suoi clienti.
Quali sono i vantaggi del trading con spread fissi?
Gli spread fissi hanno requisiti di capitale più bassi, quindi il trading con gli spread fissi offre un’alternativa più economica per i trader che non hanno molti soldi per iniziare a fare trading.
Il trading con spread fissi rende anche il calcolo dei costi di transazione più prevedibile. Poiché gli spread non cambiano mai, sei sempre sicuro di quanto ti puoi aspettare di pagare quando apri un’operazione.
Quali sono gli svantaggi del trading con gli spread fissi?
Le richieste di rimodulazione possono verificarsi frequentemente quando si fa trading con spread fissi, poiché il prezzo proviene da una sola fonte (il vostro broker).
Ci saranno momenti in cui il mercato del forex è volatile e i prezzi stanno cambiando rapidamente. Poiché gli spread sono fissi, il broker non sarà in grado di ampliare lo spread per adeguarsi alle attuali condizioni di mercato. Quindi, se si tenta di entrare in una negoziazione ad un prezzo specifico, il broker “bloccherà” la negoziazione e vi chiederà di accettare un nuovo prezzo. Sarete “ri-quotati” con un nuovo prezzo.
Il messaggio “requote” apparirà sulla vostra piattaforma di trading per farvi sapere che il prezzo si è mosso e vi chiederà se siete disposti o meno ad accettare quel prezzo. Quasi sempre è un prezzo peggiore di quello che hai ordinato.
Lo slittamento è un altro problema. Quando i prezzi si muovono velocemente, il broker non è in grado di mantenere costantemente uno spread fisso e il prezzo che alla fine finisci dopo essere entrato in un’operazione sarà totalmente diverso dal prezzo di entrata previsto.
Cosa sono gli spread variabili nel Forex?
Come suggerisce il nome, gli spread variabili cambiano in continuazione. Con gli spread variabili, la differenza tra i prezzi bid e ask delle coppie di valute cambia continuamente.
Gli spread variabili sono offerti da broker non dealing desk. I broker non dealing desk ottengono i prezzi delle coppie di valute da diversi fornitori di liquidità e trasmettono questi prezzi al trader senza l’intervento di un dealing desk.
Ciò significa che non hanno alcun controllo sugli spread. E gli spread si allargheranno o si restringeranno in base all’offerta e alla domanda di valute e alla volatilità generale del mercato.
Tipicamente, gli spread si ampliano durante i rilasci di dati economici così come in altri periodi in cui la liquidità del mercato diminuisce (come durante le vacanze oppure in serata, vicino alle chiusure).
Per esempio, potreste voler acquistare EURUSD con uno spread di 2 pips, ma proprio quando state per fare clic su “buy”, il rapporto di disoccupazione americano viene rilasciato e lo spread si allarga rapidamente a 20 pips!
Oh, e gli spread possono anche ampliarsi quando Trump twitta a caso sul dollaro USA.
Quali sono i vantaggi del trading con spread variabili?
Gli spread variabili eliminano le requotes. Ciò perché semplicemente non ha più senso di esistere, essendo incluso all’interno dello spread stesso. Di base, in momenti di spread largo, si entra e si è già sotto di qualche pips.
Il trading con spread variabili fornisce anche un pricing più trasparente, soprattutto se si considera che avere accesso ai prezzi di più fornitori di liquidità di solito significa un pricing migliore a causa della concorrenza.
Quali sono gli svantaggi del trading con gli spread variabili?
Gli spread variabili non sono ideali per chi fa scalping (tante piccole operazioni in tempi veramente stretti). Gli spread allargati possono rapidamente intaccare i profitti che lo scalpatore realizza.
Gli spread variabili sono altrettanto negativi per i trader che si muovo sulle notizie. Lo spread può allargarsi così tanto che quello che sembra un profitto può diventare non redditizio in un batter d’occhio.
Spread fissi contro Spread variabili: Qual è meglio?
La questione di quale sia l’opzione migliore tra spread fissi e variabili dipende dalle esigenze del trader.
Ci sono trader che potrebbero trovare gli spread fissi migliori rispetto ai broker a spread variabile. Il contrario può essere vero anche per altri trader.
In generale, i trader con conti più piccoli e che fanno trading meno frequentemente beneficeranno del prezzo dello spread fisso.
E i trader con conti più grandi che operano frequentemente durante le ore di punta del mercato (quando gli spread sono i più stretti) beneficeranno degli spread variabili.
I trader che vogliono un’esecuzione veloce delle operazioni e che devono evitare le richieste di quotazione vorranno operare con spread variabili.
Costi e calcoli
Ora che sapete cos’è uno spread, e i due diversi tipi di spread, dovete sapere un’altra cosa, cioè come lo spread si rapporta ai costi di transazione effettivi.
È abbastanza facile da calcolare e tutto ciò che serve sono due cose:
Il valore per pip
Il numero di lotti che stai scambiando
Mettiamo come esempio che sia possibile acquistare EURUSD a 1,35640 e vendere EURUSD a 1,35626.
Ciò significa che se doveste acquistare EURUSD e poi chiuderlo immediatamente, ne risulterebbe una perdita di 1,4 pips.
Per calcolare il costo totale, moltiplicheresti il costo per pip per il numero di lotti che stai negoziando.
Quindi, se stai negoziando mini lotti (10.000 unità), il valore per pip è di 1$, quindi il tuo costo di transazione sarebbe di 1,40$ per aprire questa operazione.
Il costo in pip è lineare. Questo significa che dovrete moltiplicare il costo per pip per il numero di lotti che state negoziando.
Se aumentate la dimensione della vostra posizione, anche il vostro costo di transazione, che si riflette nello spread, aumenterà.
Per esempio, se lo spread è di 1,4 pip e stai negoziando 5 mini lotti, allora il tuo costo di transazione è di $7,00.
Ogni crisi porta con sé delle opportunità di guadagno per chi le sa sfruttare o anche semplicemente per chi è fortunato e si trova nel momento giusto al posto giusto.
Anche la crisi provocata dalla pandemia Covid-19 non è da meno e ci sono delle aziende che hanno (o avranno) un vantaggio non da poco.
Ecco qualche esempio delle aziende che hanno visto la capitalizzazione aumentare da inizio anno.
Servizi alla Salute
Inutile dire che un’emergenza sanitaria aiuta certamente le aziende che di sanità ci vivono.
Senza falsi moralismi, e ringraziandole per il lavoro che svolgono poiché ci permettono di contrastare questa crisi, ci sono comunque aziende che hanno tratto vantaggio.
Acceleron Pharma Inc (NASDAQ:XLRN)
Acceleron Pharma Inc. è una società biofarmaceutica in fase clinica, quotata a Wall Street. L’azienda è focalizzata sulla scoperta, lo sviluppo e la commercializzazione di prodotti terapeutici per il trattamento di malattie gravi e rare. La sua ricerca si concentra sui principali regolatori naturali della crescita e della riparazione cellulare, in particolare il Transforming Growth Factor-Beta (TGF-beta), superfamiglia proteica. Ha quattro candidati terapeutici scoperti internamente che sono in studi clinici, che includono luspatercept, sotatercept, dalantercept e ACE-083. Offre una tecnologia di piattaforma, IntelliTrap. Sta anche valutando ACE-1332, un antagonista selettivo del TGF-beta, per il trattamento di disturbi con una componente fibrotica, e molecole aggiuntive della sua piattaforma IntelliTrap per aree terapeutiche non rivelate. Dalantercept è progettato per trattare i tumori inibendo la formazione di vasi sanguigni attraverso il recettore ALK1. ACE-083 è progettato per promuovere la crescita muscolare e la funzione in muscoli specifici e mirati.
Per l’esercizio fiscale chiuso al 31 dicembre 2019, le entrate di Acceleron Pharma Inc sono aumentate da 14 milioni di dollari a 74 milioni di dollari. La perdita netta è aumentata del 5% a 124,9 milioni di dollari. I ricavi riflettono i ricavi che rimangono stabili a 14 milioni di dollari. La perdita netta più alta riflette le spese di Ricerca e Sviluppo – Balan è aumentata da 18,5 milioni di dollari a 48,2 milioni di dollari (spese), le altre spese sono aumentate del 32% a 95,8 milioni di dollari (spese), l’aumento generale e amministrativo del 92% a 43,4 milioni di dollari (spese).
Per la crisi di Covid-19 Acceleron Pharma ha messo a disposizione Reblozyl, medicinale usato per contrastare il virus.
Da inizio anno Acceleron Pharma ha una performance del +85,36%.
Draegerwerk AG & Co KGaA (FRA:DRW3)
Draegerwerk AG & Co KGaA è un fornitore tedesco di tecnologia medica e di sicurezza. La Società opera attraverso due segmenti: Medicale e sicurezza. Il segmento Medical sviluppa, produce e commercializza soluzioni di sistema, attrezzature e servizi per l’ottimizzazione dei processi nel punto di cura acuta, come le cure di emergenza, le cure preoperatorie, le cure critiche e le cure prenatali. Il segmento Sicurezza sviluppa, produce e commercializza prodotti, soluzioni di sistema e servizi per la protezione personale, la tecnologia di rilevamento dei gas e la gestione integrata dei pericoli per i clienti di vari settori, come quello minerario, dei vigili del fuoco, della polizia e della protezione dalle calamità. L’azienda ha siti produttivi in Europa, nelle Americhe, in Africa e in Asia.
Per l’esercizio chiuso al 31 dicembre 2019, il fatturato di Draegerwerk AG & Co KGaA è aumentato del 7% a 2,78 miliardi di euro. L’utile netto applicabile agli azionisti ordinari è diminuito del 3% a 24,9 milioni di euro. I ricavi riflettono l’aumento del 5% del segmento Europa a 1,5 miliardi di euro, Africa, Asia, Australia a 729,8 milioni di euro. L’utile netto è stato compensato da un aumento del 4% delle spese di marketing e vendita – Balanci a 609,2 milioni di euro (spese).
Per l’emergenza di Covid-19 Draegerwerk ha messo a disposizione i respiratori, in particolar modo sul mercato tedesco.
Da inizio anno Draegerwerk ha una performance di +52,78%
Servizi tecnologici
Ovviamente non solo la salute beneficia di una crisi mondiale che obbliga milioni di persone a rimanere recluse in casa.
Ed ecco un altro settore che può avere vantaggi da questa situazione: la tecnologia e in particolare quella tecnologia che porta in ambiente domestico dei servizi.
Atlassian (NASDAQ:TEAM)
Atlassian Corporation Plc è una holding che offre una gamma di prodotti per la collaborazione in team. La Società offre prodotti, tra cui JIRA, Confluence, HipChat, Bitbucket e JIRA Service Desk, per sviluppatori di software, manager di tecnologie dell’informazione (IT). L’azienda offre JIRA per la pianificazione del team e la gestione dei progetti; Confluence per la creazione e la condivisione dei contenuti del team; HipChat per la messaggistica e le comunicazioni in tempo reale del team; Bitbucket per la condivisione e la gestione del codice del team e JIRA Service Desk per le applicazioni di assistenza e supporto del team.
Si tratta in sostanza di un’azienda che offre servizi per la collaborazione a distanza tra team; e quale miglior occasione per sottoscrivere contratti con questa azienda se non quando tutto il team di sviluppo di un’azienda terza è a lavorare in smartworking?
Per il semestre chiuso al 31 dicembre 2019, i ricavi di Atlassian Corporation PLC sono aumentati del 36% a 772,1 milioni di dollari. L’utile netto è stato pari a 193,4 milioni di dollari contro una perdita di 197,3 milioni di dollari. I ricavi riflettono l’aumento degli abbonamenti del 50% a 429,8 milioni di dollari, l’aumento della manutenzione del 20% a 226,9 milioni di dollari, l’aumento di Altri Rev. da parte di Biz Related Activ. del 46% a 61,6 milioni di dollari. L’utile netto riflette l’aumento delle altre entrate (spese) non operative da $204,7 milioni (spese) a $186,4 milioni (entrate).
La performance YTD di Atlassian è di +20,13%.
Netflix (NASDAQ:NFLX)
C’è bisogno di spiegare perché Netflix ha un vantaggio dal fatto che la gente è chiusa in casa, in tanti casi a far nulla?
Da inizio anno la performance di Netflix è di un bel +27,80%.
Per chi vivesse sulla luna e non conoscesse questa società, Netflix, Inc. è un provider di reti televisive su Internet. La Società opera attraverso tre segmenti: Domestic streaming, International streaming e Domestic DVD. Il segmento Domestic streaming comprende servizi che trasmettono contenuti in streaming ai propri utenti negli Stati Uniti. Il segmento streaming internazionale comprende servizi che trasmettono contenuti in streaming ai propri utenti al di fuori degli Stati Uniti. Il segmento Domestic DVD via via in disuso, ma consente di ricevere DVD direttamente a casa, solo negli Stati Uniti. Gli utenti di Netflix possono guardare serie originali, documentari, lungometraggi, nonché spettacoli televisivi e film direttamente sul loro schermo collegato a Internet, televisori, computer e dispositivi mobili. Il servizio è presente in oltre 190 nazioni.
Per l’esercizio finanziario chiuso al 31 dicembre 2019, le entrate di Netflix Inc sono aumentate del 28% a 20,16 miliardi di dollari. L’utile netto prima delle voci straordinarie è aumentato del 47% a 1,74 mld di dollari. Le entrate riflettono l’aumento del 36% del segmento internazionale a 10,62 mld di dollari, lo streaming domestico e il segmento DVD sono aumentati del 19% a 9,54 mld di dollari. L’utile netto ha beneficiato dell’aumento del reddito del segmento Internazionale da 661,9 milioni di dollari a 1,58 mdi.
Amazon.com (NASDAQ:AMZN)
Poteva mancare il Re delle consegne a domicilio di qualsiasi cosa in questa lista?
Amazon.com, Inc. offre una gamma di prodotti e servizi attraverso i suoi siti web. I prodotti della Società includono merce e contenuti che acquista per la rivendita da venditori e quelli offerti da venditori terzi. Inoltre, produce e vende anche dispositivi elettronici. Opera attraverso tre segmenti: Nord America, Internazionale e Amazon Web Services (AWS). I suoi prodotti AWS includono analytics, Amazon Athena, Amazon CloudSearch, Amazon EMR, Amazon Elasticsearch Service, Amazon Kinesis, Amazon Managed Streaming per Apache Kafka, Amazon Redshift, Amazon QuickSight, AWS Data Pipeline, AWS Glue e AWS Lake Formation. Le soluzioni AWS includono l’apprendimento automatico, l’analisi e i laghi di dati, l’Internet degli oggetti, l’informatica senza server, i contenitori, le applicazioni aziendali e lo storage.
Inoltre, l’azienda fornisce servizi, come la pubblicità. Offre anche Amazon Prime, un programma di membership che include la spedizione gratuita, l’accesso allo streaming di vari film ed episodi televisivi (TV).
Per l’anno fiscale chiuso al 31 dicembre 2019, le entrate di Amazon.com, Inc. sono aumentate del 20% a 280,52 miliardi di dollari. L’utile netto prima delle voci straordinarie è aumentato del 17% a 11,59 miliardi di dollari. I ricavi riflettono l’aumento del 15% del segmento dei negozi online a 141,25 miliardi di dollari, l’aumento del 26% del segmento dei servizi per i venditori di terze parti a 53,76 miliardi di dollari, l’aumento del 21% del segmento del Nord America a 170,77 miliardi di dollari, l’aumento del 37% del segmento dei servizi web di Amazon a 35,03 miliardi di dollari.
Da inizio anno la performance è di +23,57%.
Akamai (NASDAQ:AKAM)
Akamai Technologies, Inc. è impegnata nella fornitura di servizi cloud per la fornitura, l’ottimizzazione e la sicurezza dei contenuti e delle applicazioni aziendali su Internet. L’azienda è coinvolta nell’offerta di servizi di rete di distribuzione dei contenuti (CDN). I suoi servizi includono la fornitura di contenuti, applicazioni e software su Internet, nonché soluzioni mobili e di sicurezza. Le sue soluzioni includono Soluzioni di Performance e Sicurezza, Soluzioni di Media Delivery, e Soluzioni di Servizio e Supporto. Offre una gamma di servizi professionali e soluzioni progettate per assistere i propri clienti nell’integrazione, configurazione, ottimizzazione e gestione delle offerte principali.
Per l’anno fiscale chiuso al 31 dicembre 2019, i ricavi di Akamai Technologies, Inc. sono aumentati del 7% a 2,89 miliardi di dollari. L’utile netto prima delle voci straordinarie è aumentato del 59% a 478 milioni di dollari. I ricavi riflettono l’aumento del 16% del segmento Fuori dagli Stati Uniti a 1,2 miliardi di dollari, mentre il segmento Stati Uniti è aumentato dell’1% a 1,69 miliardi di dollari.
Da inizio anno Akamai sta performando con un bel +16,35%.
Servizi di Food Delivery
Non si può uscire per andare al ristorante o in pizzeria, ma chi di voi non ha avuto voglia di mangiare qualcosa di asporto direttamente a casa?
Ci sono delle società che dalla pandemia ne hanno beneficiato e che sono riuscite a penetrare nuovi mercati.
Dominos Pizza (NYSE:DPZ)
Non si tratta di un’azienda tecnologica a stretto senso, ma si basa fortemente sulla tecnologia per fare ciò che fa.
Domino’s Pizza, Inc. è una catena di pizzerie che attraverso la tecnologia penetra i mercati con lo strumento del delivery. Dal 1° gennaio 2017, l’azienda opera in oltre 13.800 sedi in più di 85 mercati in tutto il mondo. La Società opera attraverso tre segmenti: negozi nazionali, franchising internazionale e supply chain.
Per l’anno fiscale conclusosi il 29 dicembre 2019, le entrate di Domino’s Pizza, Inc. sono aumentate del 5% a 3,62 miliardi di dollari. L’utile netto è aumentato dell’11% a 400,7 milioni di dollari. I ricavi riflettono l’aumento del segmento Supply chain del 7% a 2,23 miliardi di dollari, mentre il segmento International Franchise è aumentato del 7% a 241 milioni di dollari. L’utile netto ha beneficiato di un aumento del 6% del reddito del segmento dei negozi negli Stati Uniti a 349,7 milioni di dollari, mentre il reddito del segmento della supply chain è aumentato del 12% a 182 milioni di dollari. Il dividendo per azione è aumentato da 2,20 a 2,60 dollari.
Da inizio anno la performance è di +21,94%.
Just Eat Takeaway (AMS:TKWY)
Just Eat Takeaway.com NV, già Takeaway.com NV, è una società con sede nei Paesi Bassi che gestisce un mercato di consegna di alimenti online. L’azienda si concentra sul collegamento tra consumatori e ristoranti, e permette agli utenti di ordinare cibo dai ristoranti vicini e farsi consegnare il cibo a casa. La Società trasmette l’ordine effettuato dai clienti e lo inoltra ai ristoranti, che preparano e consegnano il pasto. È presente in oltre 30 nazioni e gestisce i siti Web JustEat.com, JustEat.it, Lieferando.de, Lieferservice.at, Lieferservice.ch, Pizza.be, Pizza.lu, Pizza.pl, Pyszne.pl, BGmenu.com, Oliviera.ro, Takeaway.com, Thuisbezorgd.nl e Vietnammm.com, tra gli altri. Le piattaforme offrono vari tipi di ristoranti.
Per l’esercizio finanziario chiuso al 31 dicembre 2019, i ricavi di Just Eat Takeaway.com NV sono aumentati del 79% a 415,9 milioni di euro. La perdita netta è aumentata da 14 milioni di euro a 115,5 milioni di euro. I ricavi riflettono l’aumento del segmento Germania da 86 milioni di euro a 210,9 milioni di euro, mentre il segmento Altri Paesi è aumentato del 71% a 95,2 milioni di euro. La maggiore perdita netta riflette l’aumento dei costi del personale da 48,5 milioni di euro a 112,4 milioni di euro (spese), gli altri costi operativi aumentano da 33,9 milioni di euro a 85,1 milioni di euro (spese).
I brutti risultati del 2019 hanno parzialmente oscurato la crescita da inizio anno, che comunque è intorno al +10%.
Produttori di materie prime (in particolare oro)
In ogni crisi gli investitori corrono verso beni rifugio, nel caso del Corona Virus non hanno fatto eccezione, facendo la corsa all’oro.
A beneficiarne ovviamente ci sono i produttori di oro, tra questi possiamo trovare:
Kinross Gold Corporation (NYSE:KGC)
Kinross Gold Corporation è una società mineraria aurifera quotata a Wall Street. La società è impegnata nell’estrazione dell’oro e nelle attività correlate, tra cui l’esplorazione e l’acquisizione di proprietà aurifere, l’estrazione e la lavorazione di minerali contenenti oro e il recupero di proprietà aurifere.
Per l’esercizio fiscale chiuso al 31 dicembre 2019, le entrate di Kinross Gold Corporation sono aumentate del 9% a 3,5 miliardi di dollari. L’utile netto è stato pari a 718,6 milioni di dollari contro una perdita di 23,6 milioni di dollari.
Da inizio anno la performance è stata del +38%.
Gold Fields Limited (NYSE:GFI)
Gold Fields Limited (Gold Fields) è una società di estrazione dell’oro. La Società è un produttore di oro e un detentore di riserve auree. La Società è coinvolta nell’estrazione dell’oro e del rame in sotterraneo e in superficie e nelle attività correlate, tra cui l’esplorazione, lo sviluppo, l’estrazione, la lavorazione e la fusione. Ha circa otto miniere di produzione situate in Sudafrica, Ghana, Australia e Perù.
Per l’anno fiscale chiuso al 31 dicembre 2019, le entrate di Gold Fields Limited sono aumentate del 15% a 2,97 miliardi di dollari. L’utile netto è stato pari a 161,6 milioni di dollari contro una perdita di 348,2 milioni di dollari. I ricavi riflettono l’aumento del 22% del segmento Africa occidentale/Ghana a 1,16 miliardi di dollari. L’utile netto riflette la riduzione di valore degli investimenti finanziari del 98% a 9,8 milioni di dollari (spese). Il dividendo per azione è aumentato da $0,03 a $0,11.
Da inizio anno la performance delle azioni di Gold Fields sono di +34%.
I prezzi mondiali del greggio raggiungeranno una media di 33 dollari al barile nel 2020 e di 46 dollari al barile nel 2021. Questo secondo il Short-term Energy Outlook della U.S. Energy Information Administration (EIA).
La stima del prezzo è scesa dalla media del 2019 di 64 dollari al barile. La pandemia del coronavirus COVID-19 ha ridotto la domanda globale di petrolio.
La EIA prevede che i prezzi del petrolio raggiungeranno una media di 23$/b nel secondo trimestre del 2020, ma aumenteranno a 30$/b nella seconda metà dell’anno.
West Texas Intermediate proviene dagli Stati Uniti ed è il punto di riferimento per i prezzi del petrolio statunitense. Il petrolio Brent North Sea proviene dall’Europa nordoccidentale ed è il benchmark per i prezzi petroliferi mondiali.
La EIA prevede che il WTI sarà di 29,34 dollari al mb nel 2020 e di 41,12 dollari al mb nel 2021. Ciò fa sì che lo spread del Brent-WTI sia di 3,70 $/b nel 2020.
Il prezzo di un barile di petrolio WTI sarà molto più basso dei prezzi del Brent a causa dell’eccesso di offerta statunitense. Nel dicembre 2015, lo spread era di soli $2/b. Questo subito dopo che il Congresso ha eliminato il divieto quarantennale di esportazione del petrolio statunitense.
Quattro ragioni per la volatilità dei prezzi del petrolio di oggi
Un tempo i prezzi del petrolio avevano un’oscillazione stagionale prevedibile. Avevano un picco in primavera, in quanto i commercianti di petrolio anticipavano l’alta domanda per il consumo delle vacanze estive. Una volta che la domanda raggiungeva il picco, i prezzi scendevano in autunno e in inverno.
I prezzi del petrolio sono diventati volatili grazie alle oscillazioni inaspettate dei fattori che influenzano il prezzo del petrolio. La pandemia di coronavirus ha fatto precipitare la domanda di petrolio. Questo ha compensato gli altri tre fattori che influenzano i prezzi del petrolio: l’aumento della produzione petrolifera statunitense, la diminuzione del peso dell’OPEC e il rafforzamento del dollaro.
1. Rallentamento della domanda globale
EIA ha riferito che la domanda globale di petrolio nel marzo 2020 era inferiore di 11,4 milioni di b/g rispetto alla media annuale del 2019.
Essa prevedeva una domanda inferiore di 17,1 milioni di b/g in aprile. Per l’anno in corso, la EIA stima che la domanda sarà di 95,5 milioni di b/g, il 5,2% in meno rispetto al 2019. Si tratterebbe del calo maggiore da quando la EIA ha iniziato a tenere i registri.
2. Aumento della produzione di petrolio negli Stati Uniti
I produttori americani di olio di scisto e di carburanti alternativi, come l’etanolo, hanno aumentato l’offerta. Questo aumento è iniziato nel 2015 e da allora ha influenzato l’offerta.
La produzione di petrolio statunitense è aumentata fino a raggiungere il record di 12,4 milioni di barili al giorno nel settembre 2019.
È stata anche la prima volta, dal 1948, che gli Stati Uniti hanno esportato più petrolio di quanto ne abbiano importato. Nel 2018 gli Stati Uniti sono diventati il più grande produttore mondiale di petrolio.
L’industria petrolifera statunitense ha aumentato l’offerta lentamente, sostenendo prezzi abbastanza alti per pagare i costi di esplorazione. Molti produttori di olio di scisto sono diventati più efficienti nell’estrazione del petrolio. Hanno trovato il modo di tenere aperti i pozzi, risparmiando il costo della loro chiusura.
3. Diminuito il peso dell’OPEC
L’OPEC e l’OPEC+ non hanno tagliato la produzione a sufficienza per mettere un base sotto i prezzi. I produttori americani di scisto sono diventati più influenti, ma non operano come un cartello come l’OPEC.
Il leader dell’OPEC, l’Arabia Saudita, vuole prezzi del petrolio più alti perché questa è la fonte delle sue entrate governative. Ma deve bilanciare questo con la perdita di quote di mercato a favore delle compagnie statunitensi e russe.
L’Arabia Saudita, guidata dai sunniti, non vuole perdere quote di mercato a favore del suo acerrimo rivale, l’Iran guidato dagli sciiti. Il trattato di pace nucleare del 2015 ha revocato le sanzioni economiche del 2010 e ha permesso al più grande rivale dell’Arabia Saudita di esportare di nuovo petrolio nel 2016. Ma questa fonte si è prosciugata quando il presidente Donald Trump ha reintrodotto le sanzioni nel 2018.
4. Aumento del valore del dollaro
Dal 2014 i trader di valuta estera hanno aumentato il valore del dollaro. Ad esempio, il valore del dollaro rispetto all’euro è aumentato del 25% tra il 2013 e il 2016.
Tutte le transazioni petrolifere sono pagate in dollari statunitensi. La maggior parte dei Paesi esportatori di petrolio ancorano le loro valute al dollaro. Di conseguenza, un aumento del 25% del dollaro compensa un calo del 25% del prezzo del petrolio. L’incertezza economica globale mantiene forte il dollaro statunitense.
Previsione del prezzo del petrolio per il 2025 e il 2050
Questa previsione è stata fatta prima della pandemia di coronavirus.
L’EIA prevede che, entro il 2025, il prezzo medio del barile di greggio Brent salirà a 81,73 dollari al barile. Questa cifra è in dollari del 2018, il che elimina l’effetto dell’inflazione.
Entro il 2030 la domanda mondiale porterà il prezzo del petrolio a 92,98/b.
Entro il 2040, i prezzi saranno di 105,16 $/b, sempre in dollari del 2018. Per allora, le fonti di petrolio a basso costo saranno esaurite, rendendo più costoso estrarre il petrolio.
Entro il 2050, il prezzo del petrolio sarà di 107,94/b dollari. L’EIA ha abbassato le sue stime di prezzo a partire dal 2017, riflettendo la stabilità del mercato del petrolio scistoso.
L’EIA presuppone che la domanda di petrolio si appiattisca man mano che le utilities si affidano maggiormente al gas naturale e alle energie rinnovabili. Suppone inoltre che l’economia cresca in media di circa il 2% all’anno, mentre il consumo di energia aumenta dello 0,4% all’anno. L’EIA ha anche previsioni per altri possibili scenari.
Petrolio a 200 dollari al barile?
Nel 2008 il prezzo del petrolio ha raggiunto il livello record di 145 dollari al barile. Sono scesi a 35 dollari al barile prima di salire a 100 dollari al barile nel 2014. È stato allora che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha previsto che il prezzo del petrolio Brent potrebbe raggiungere i 270 dollari al barile.
La previsione si basava sulla domanda alle stelle della Cina e di altri mercati emergenti.
Ma sarebbe una cosa così negativa? Le tasse sul carbone sono state emesse come un modo per fermare il cambiamento climatico. I critici dicono che aumenterebbe troppo il prezzo del petrolio, imponendo una tassa regressiva ai poveri.
L’Ocse ha detto che gli alti prezzi del petrolio portano alla “distruzione della domanda”. Se i prezzi elevati durano abbastanza a lungo, la gente cambia le proprie abitudini di acquisto. La distruzione della domanda è avvenuta dopo lo shock petrolifero del 1979. I prezzi del petrolio sono peggiorati costantemente per circa sei anni. Alla fine sono crollati quando la domanda è diminuita, e l’offerta ha recuperato terreno.
L’idea del petrolio a 200 dollari al barile sembra catastrofica per lo stile di vita americano. Ma la gente nell’Unione Europea ha pagato per anni l’equivalente di circa 250 dollari al barile a causa delle tasse elevate. Questo non ha impedito all’Unione Europea di essere uno dei maggiori consumatori di petrolio al mondo. Finché la gente avrà il tempo di adattarsi, troverà il modo di vivere con i prezzi del petrolio più alti.
Prezzo del Petrolio a 20$ al barile
Nel mentre però l’obiettivo di 200 dollari è decisamente lontano e durante il mese di aprile 2020 un barile viene scambiato a 20 dollari.
Certamente questi prezzi non potranno durare a molto, anche perché buona parte delle aziende facenti parte della filiera, con prezzi così bassi per lungo periodo potrebbero fallire.
Ciò però non impedisce al prezzo del petrolio di fare delle cadute brusche, anche al di sotto di 10 dollari, per brevi periodi, quindi se tradate il petrolio fate molta attenzione.
La società madre di Google, Alphabet Inc. ha due tipi di azioni che si possono acquistare:
GOOG – Azioni di classe C, che hanno zero diritti di voto.
GOOGL – Azioni di Classe A, che hanno diritto di voto.
L’unica differenza è che le azioni GOOGL danno diritto di voto, cioè si ha diritto di voto nelle assemblee degli azionisti.
Invece se si possiede un’azione GOOG, allora non si ha diritto di voto.
Tuttavia, entrambe le classi di azioni danno tecnicamente diritto a una quota uguale dei guadagni della società. Quindi se Alphabet/Google dovesse mai pagare un dividendo, sia GOOG che GOOGL pagheranno un importo uguale.
Secondo la relazione annuale di Alphabet per il 2018, erano in circolazione 299 milioni di GOOGL e 349 milioni di azioni GOOG.
E le azioni di Classe B?
Il terzo tipo di azioni è costituito da azioni di classe B, di cui sono in circolazione 46,5 milioni di azioni.
Si tratta di azioni speciali che non possono essere scambiate pubblicamente. Ogni azione fornisce dieci voti, il che significa che ha dieci volte il potere di voto delle azioni GOOGL.
Oltre il 90% delle azioni di classe B sono di proprietà dei fondatori di Google Larry Page e Sergey Brin, nonché dell’ex CEO e presidente Eric Schmidt.
I fondatori hanno creato queste diverse classi di azioni nell’aprile 2014. Lo hanno fatto per non perdere il controllo della società, anche se in portafoglio hanno molto meno del 50% delle azioni della società.
Con 46,5 milioni e mezzo di azioni di classe B, che danno 465 milioni di voti, questi individui attualmente detengono circa il 61% del potere di voto della società.
GOOGL tende a costare leggermente di più di GOOG
Poiché i possessori di azioni GOOGL (classe A) hanno diritto di voto, le azioni tendono a costare leggermente di più di GOOG (classe C).
Tuttavia, la differenza di prezzo è minima (spesso inferiore a 1 dollaro, che è inferiore allo 0,1% del prezzo delle azioni). Inoltre, accade spesso che le azioni GOOG costino temporaneamente più delle azioni GOOGL.
Ciò implica che il mercato attribuisce un valore molto basso ai diritti di voto che si ottengono con le azioni di classe A.
GOOGL ha guadagnato il 152,29% negli ultimi cinque anni, mentre GOOG ha guadagnato il 150,06%.
Non c’è motivo per cui questa sovraperformance per le azioni di classe C debba continuare. Entrambe dovrebbero avere rendimenti praticamente identici in futuro.
Il potere di voto è davvero così importante?
Se acquistate azioni GOOGL, avrete la possibilità di esprimere il vostro voto nelle assemblee degli azionisti.
Tuttavia, in qualità di investitore al dettaglio, il numero relativamente basso di azioni che possiedi significa che il tuo voto non farà molta differenza.
Ciò è particolarmente rilevante, dato che i fondatori e gli amministratori della società possiedono tutte le azioni di classe B con oltre il 60% dei diritti di voto.
Quindi, anche se può farti sentire meglio sapere che hai diritto di voto, questo non ti dà molto (se ce n’è) potere reale.
Cosa si dovrebbe comprare?
L’unica differenza tra GOOGL e GOOG è che le azioni GOOGL (classe A) forniscono potere di voto.
È probabile che le azioni GOOGL e GOOG abbiano lo stesso rendimento nel tempo per quanto riguarda il prezzo delle azioni.
Se Alphabet finisce per pagare un dividendo, allora entrambi i tipi di azioni pagheranno lo stesso importo in dollari.
Quindi, se l’unica cosa che vi interessa è l’aumento del prezzo delle azioni o un (possibile) dividendo futuro, non importa quale dei due tipi di azioni acquistate.
Moet Hennessy Louis Vuitton SE (OTC: LVMUY), comunemente chiamato LVMH o Louis Vuitton, esiste come risultato di una fusione del 1987 tra la rinomata casa di moda Louis Vuitton e la società di vini e liquori Moët Hennessy. Il marchio Louis Vuitton ha una storia molto più lunga; la casa di moda è stata inizialmente lanciata dal suo omonimo fondatore nel 1854. Il conglomerato di marchi di lusso possiede circa 70 piccole aziende che chiama “case” e che producono numerosi marchi di alta gamma. Il marchio più antico dell’azienda, il marchio di vini Château d’Yquem, risale al XVI secolo.
Dal 1989, Louis Vuitton è guidata dal Presidente e CEO Bernard Arnault. Tra gli altri dirigenti dell’azienda vi sono Antonio Belloni, Amministratore Delegato del Gruppo; Delphine Arnault, Louis Vuitton Products; Nicolas Bazire, Sviluppo e Acquisizioni; e Jean-Jacques Guiony, Finanza.
La crescita dei ricavi di Louis Vuitton
In attesa dei dati del 2019, nel 2018, Louis Vuitton ha registrato un fatturato totale di 46,8 miliardi di euro. Si tratta di un aumento considerevole rispetto all’analogo dato del 2017, 42,6 miliardi di euro.
Di seguito, diamo un’occhiata più da vicino a diversi dei principali marchi, filiali e acquisizioni di Louis Vuitton.
TAG Heuer
TAG Heuer nasce da un’idea dell’innovatore svizzero Edouard Heuer. L’azienda affonda le sue radici a St-Imier, in Svizzera, dove Heuer brevettò il suo primo orologio nel 1882.
Nel 2019, numerosi orologi presentano un design a triplo cronografo, ma il design Heuer è stato il primo e unico nel suo genere nel corso del XIX secolo e per la maggior parte del XX secolo.
Nella nascita dell’industria automobilistica, i cronografi Heuer hanno avuto un ruolo di primo piano nelle automobili, ma anche negli aerei e nelle imbarcazioni.
Nel 1985 Heuer si fuse con Techniques d’Avant Garde, o TAG, e nel 1999 la LVHM acquistò quasi il 100% della proprietà di TAG Heuer per una somma non rivelata.
Nel 2018, orologi e gioielli hanno rappresentato circa l’8% delle entrate totali di LVMH. TAG Heuer rimane uno degli sponsor principali del team di Formula Uno Red Bull, una partnership portata al marchio da TAG negli anni ’80.
Veuve Clicquot
Fondata alla fine del XVIII secolo da Philippe Clicquot, l’azienda vinicola e di spedizioni Clicquot, che alla fine divenne Veuve Clicquot, era ben nota agli intenditori di Champagne di tutta Europa e degli Stati Uniti già nel 1782. All’azienda francese si deve l’invenzione dello Champagne rosato, un processo che Philippe Clicquot e le generazioni successive della famiglia Clicquot perfezionarono con l’aggiunta di vino rosso durante il processo di produzione dello Champagne.
Louis Vuitton ha acquistato Veuve Clicquot nel 1986 per una quantità non rivelata, appena un anno prima che l’azienda di moda si fondesse con Moët Hennessy. Nel 2018, Louis Vuitton ha registrato un fatturato totale di 5,1 miliardi di euro dal suo ramo vini e liquori, di cui Veuve Clicquot è un membro importante. In quell’anno, l’azienda ha venduto 64,9 milioni di bottiglie di Champagne.
Bulgari
Conosciuta per la creatività e il design di gioielli colorati, Bulgari è stata all’avanguardia nella mercificazione della “dolce vita” fin dalla sua fondazione da parte dell’immigrato greco Sotirios Voulgaris nel 1884.
Il flagship store dell’azienda italiana in Via dei Condotti è un punto di riferimento storico e una delle attrazioni turistiche più visitate di Roma.
LVMH ha acquisito una partecipazione del 50,4% in Bulgari nel 2011 in un’operazione per un valore complessivo di 4,3 miliardi di euro.
Marc Jacobs International
Il premiato designer Marc Jacobs è stato direttore creativo di Louis Vuitton per 16 anni. La partnership strategica ha fatto sì che LVMH abbia assorbito circa l’80% dell’azienda di Jacob nel 2013; questo è speculato dagli addetti ai lavori perché né l’azienda né Jacobs hanno mai rivelato date o cifre esatte.
Marc Jacobs International produce abbigliamento e accessori di alta moda con due marchi, Marc Jacobs e Marc by Marc. Al 2016, i ricavi associati hanno sfiorato il miliardo di dollari, anche se nel 2018 erano scesi a circa 300 milioni di dollari, probabilmente in parte a causa della decisione di Marc Jacobs di separarsi dal marchio LVMH.
Fresh
Cavalcando l’onda dell’interesse dei consumatori per i prodotti naturali, Lev Glazman e Alina Roytberg hanno lanciato Fresh a Boston nel 1991. I prodotti di punta dell’azienda comprendono saponi artigianali, prodotti per la cura della pelle e dei capelli con ingredienti naturali come latte, zucchero e tè. Produce anche una linea di candele firmate.
Venticinque anni dopo, nel 2016, Fresh ha lanciato il Fresh Research Lab, che si trova nel Centro di Ricerca Helios di LVMH a Saint-Jean-de-Braye, Francia.
LVMH ha acquisito la maggioranza di Fresh nel 2000 per una somma non rivelata. Dal 2018, i profumi e i cosmetici rappresentano circa il 13% dei ricavi netti di LVMH.
Guerlain
Pierre-Francois Guerlain fondò la casa di profumi Guerlain nel 1828 con l’intenzione di vendere profumi di alta gamma.
Tra i clienti di Guerlain, all’epoca del suo lancio, c’erano importanti personalità politiche e pubbliche come Napoleone III, la Regina Isabella II di Spagna e la Regina Vittoria.
La società è rimasta di proprietà e gestita dai membri della famiglia Guerlain fino alla sua acquisizione da parte di LVMH nel 1994 per una somma non rivelata. Con circa 800 prodotti offerti nel corso della sua storia, Guerlain rimane un nome familiare per fragranze memorabili come Shalimar, Champs-Élysées e Insolence.
Recenti acquisizioni di LVHM
Con quasi 70 filiali in una serie di aree di prodotti di lusso, ci sono molti altri marchi nella scuderia Louis Vuitton.
Alcuni, come Berluti e Moynat, sono più popolari in Europa e forse meno familiari ai consumatori americani.
Altri, tra cui Belvedere, Zenith, Fendi e Sephora, sono noti in tutto il mondo.
Strategia di acquisizione
Anche se LVMH ha acquisito un gran numero di aziende nel corso dei decenni, tende a farlo senza grande successo.
Piuttosto, Louis Vuitton è alla ricerca di marchi che valorizzino la sua offerta di prodotti e che le permettano di mantenere le sue associazioni di marchi di lusso ed eleganza.
Dato che molti dei marchi della famiglia LVMH hanno una storia pluridecennale, è forse meno probabile che LVMH cerchi di acquisire un gran numero di nuove aziende che si proiettino nel futuro.
Si scrive LUPA ma nulla ha a che fare con Roma e con l’animale; si tratta invece di investimenti e LUPA sta per Lyft, Uber, Pinterest e AirBnb.
Le azioni LUPA sono un soprannome per quattro aziende che sono nate nella generazione delle app mobili e sono entrate a far parte dell’economia dei consumatori del 21° secolo. Sono anche chiamate le azioni PAUL.
Sono state tutte depositate per essere rese pubbliche, o si dice che stiano considerando un’offerta pubblica iniziale nel prossimo futuro. Come già detto, la L sta per Lyft, la società di mobile ride sharing che è emersa come concorrente di Uber nel 2012. U sta per Uber, naturalmente, l’onnipresente società di ride-sharing che si è espansa in altri mercati. P sta per Pinterest, la bacheca fotografica basata sul web che è anche un social network. A sta per Airbnb, la popolare piattaforma per il noleggio a breve termine e l’esperienza che ha rivoluzionato il settore dei viaggi e dell’alloggio.
Tutte queste aziende sono emerse come parte dell’app economy e sono state finanziate con capitale di rischio e private equity.
Sono diventati marchi forti, con un’ampia adozione e la fedeltà dei consumatori, ma i profitti sono stati elusivi. Tuttavia, la loro scala e la loro popolarità hanno bagnato l’appetito dei mercati pubblici, dove molte di loro sono dirette a diventare società quotate in borsa.
Lyft
Lyft, è una popolare applicazione di condivisione delle corse con sede a San Francisco, benché poco conosciuta in Italia, è stata originariamente fondata nel 2007 come Bounder Web, Inc. Ha cambiato il suo nome in Zimride nel 2008 e poi in Lyft nel 2012.
È stata fondata dagli imprenditori Logan Green e John Zimmer, che sono CEO e Presidente della società. La sua missione dichiarata è: “Migliorare la vita delle persone con i migliori mezzi di trasporto del mondo”. L’azienda ha chiesto di essere resa pubblica il 1° marzo 2019. Nel suo prospetto, Lyft ha rivelato di aver avuto una perdita netta di 911 milioni di dollari nel 2018 su 2,2 miliardi di dollari di entrate, e che potrebbe non raggiungere la redditività.
Lyft punta a una valutazione tra 21-23 miliardi di dollari. Fidelity Capital Markets detiene oltre il 7% delle azioni non pubbliche della società.
Uber
Uber, il principale concorrente di Lyft nell’economia del ride-sharing, ha avuto un decennio intenso da quando è stato formato nel 2009 come UberCab.
Nata da un’idea degli imprenditori Travis Kalanick e Garrett Camp, l’applicazione di ride-sharing opera a livello globale e si è espansa in altre attività, tra cui la consegna di cibo, il trasporto di autocarri e il noleggio di scooter.
La sua popolarità – unita alla critica di quelle che alcuni considerano pratiche di lavoro sleali – ha causato un contraccolpo contro l’azienda. Ci sono state diverse cause legali e diverse città hanno fortemente limitato o spostato il divieto del servizio.
Nel 2017, il co-fondatore Kalanick si è dimesso in mezzo alle polemiche ed è stato sostituito dall’ex amministratore delegato di Expedia, Dara Khosrowshahi.
Prima dell’IPO, a maggio del 2019, è stata valutata a 120 miliardi di dollari, anche se continua a perdere denaro, secondo i suoi più recenti dati finanziari.
Oggi che è valutata, l’azienda ha una capitalizzazione di circa 50 miliardi di dollari.
Pinterest
La popolare bacheca di condivisione di foto online è stata la visione degli imprenditori Ben Silbermann, Paul Sciarra ed Evan Sharp, che hanno fondato l’azienda nel 2010. L’azienda sostiene che la sua piattaforma raggiunge 250 milioni di persone ogni mese. L’azienda ha sede a San Francisco, ma ha uffici in tutto il mondo. La metà dei suoi utenti sono al di fuori degli Stati Uniti.
Quotata ad aprile del 2019 oggi ha una valorizzazione di circa 10 miliardi di $.
AirBnb
La popolare piattaforma di noleggio di alloggi a breve termine peer-to-peer ha sconvolto l’industria dei viaggi in modi che i suoi fondatori non avrebbero mai immaginato quando è stata lanciata nel 2008. L’azienda si è anche espansa nei servizi turistici e in altre iniziative. Nata da un’idea degli imprenditori Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharzyk, Airbnb afferma di poter accedere a più di 5 milioni di posti unici per soggiornare in più di 81.000 città e 191 paesi. Alcune città, come New York, hanno limitato la capacità di Airbnb di operare, visti gli intensi sforzi di lobby del settore alberghiero, così come le preoccupazioni in materia di sicurezza e di tassazione. Il CEO Chesky e il suo team hanno deciso di rinunciare a un’IPO nel 2018, ma ci sono stati diversi rapporti che indicano che l’azienda testerà le acque pubbliche durante il 2020.
Altri Unicorni
Queste quattro società sono tra le più grandi della cosiddetta famiglia dei cosiddetti “unicorni”, che sono società start-up con valutazioni stimate di oltre 1 miliardo di dollari. Dati i loro valori elevatissimi e la consapevolezza del marchio, queste quattro sono tra le aziende private più attese che potrebbero testare i mercati pubblici nel prossimo futuro (o che l’hanno provato da poco).
Gli investitori hanno dimostrato di essere disposti a premiare altre aziende basate sulla tecnologia che perdono denaro, come hanno fatto con Amazon e Netflix nei loro primi tempi. Mentre le azioni LUPA o PAUL sono state in grado di far crescere le loro attività sostenute da investimenti di venture capital e private equity, i mercati pubblici potrebbero non essere così indulgenti.
Apple Inc. (AAPL), fondata nel 1976, è diventata la prima società statunitense a superare i 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato nel 2018 e fa parte dei famosi tecnologici FAANG.
La spettacolare crescita delle vendite, dei profitti e del prezzo delle azioni di Apple è stata storicamente trainata dalle solide vendite dei suoi prodotti per iPhone.
Tuttavia, con il rallentamento delle vendite dello smartphone e di altri dispositivi hardware tecnologici, l’azienda ha compiuto sforzi enormi per trasformarsi in uno dei principali fornitori di servizi digitali al mondo.
L’anno fiscale 2019 di Apple è stato caratterizzato da una serie di alti e bassi, ma nel complesso sono riusciti ad aumentare i ricavi dei servizi, mentre i guadagni dei prodotti più popolari, come gli iPhone e i portatili MacBook, sono scesi un po’ al di sotto dei livelli del 2018.
Per il primo trimestre fiscale del 2020, Apple aveva previsto entrate tra gli 85,5 e gli 89,5 miliardi di dollari. L’azienda ha annunciato un fatturato di 91,8 miliardi di dollari e un utile di 22,2 miliardi di dollari, un record assoluto sia per l’utile netto che per le entrate.
Il nuovo profilo di Apple
Il business dei servizi Apple è guidato dall’App Store e da Apple Music.
Nell’anno fiscale 2019, Apple ha registrato un fatturato di 260,17 miliardi di dollari su un utile netto di 55,25 miliardi di dollari. Nel primo trimestre del 2019, l’utile è stato di 4,18 dollari per azione; all’epoca, questo era un record per l’azienda. Ma nel primo trimestre fiscale del 2020, l’utile per azione ha raggiunto i 4,99 dollari.
Per l’anno fiscale 2019, il business dell’iPhone dell’azienda ha rappresentato circa il 54,7% delle vendite totali. Il segmento dei servizi in crescita di Apple ha rappresentato circa il 17,7% del fatturato, prima del Mac, che ha generato il 9,8% del fatturato totale. Il segmento dei beni indossabili, della casa e degli accessori ha rappresentato il 9,4% delle vendite, mentre l’iPad ha rappresentato l’8,1%.
Ecco uno sguardo più dettagliato alle cinque linee di business più redditizie di Apple.
iPhone
Il prodotto principale di Apple, l’iPhone, si è classificato tra i primi cinque fornitori di smartphone al mondo dal 2009. Per il primo trimestre fiscale del 2020, che si è concluso il 28 dicembre 2019, le vendite di iPhone sono state pari a 55,96 miliardi di dollari. Nel complesso, i profitti e le entrate di Apple per il trimestre sono stati significativamente superiori alle previsioni degli analisti di Wall Street; ciò è dovuto in parte alla popolarità dei nuovi modelli di iPhone. Il primo trimestre dell’anno fiscale è un periodo molto importante per Apple perché copre la stagione delle vacanze e i tre mesi più lucrativi dell’anno: ottobre, novembre e dicembre.
Nei trimestri precedenti, il calo delle vendite di iPhone è stato attribuito a un rallentamento in Cina, a un ciclo di sostituzione dell’iPhone più lungo e a una maggiore concorrenza nel mercato globale degli smartphone. L’iPhone 11 di Apple è diventato lo smartphone più venduto da quando è stato lanciato.
Per quanto riguarda la performance di Apple nel primo trimestre del 2020, il CEO Tim Cook ha dichiarato: “Siamo entusiasti di annunciare il più alto fatturato trimestrale mai realizzato da Apple, alimentato dalla forte domanda dei nostri modelli iPhone 11 e iPhone 11 Pro, e dai record di tutti i tempi per i Servizi e i Wearables”.
Segmento dei servizi
Il segmento Servizi di Apple ha registrato un fatturato di 46,3 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2019 e di 12,72 miliardi di dollari nel primo trimestre dell’anno fiscale 2020. Nell’anno fiscale 2019, il segmento Servizi di Apple ha registrato margini lordi del 63,7%, avvicinandosi al doppio del 32,2% del margine lordo del settore prodotti dell’azienda. Nel complesso, l’attività di abbonamenti di Apple (incluse le applicazioni in abbonamento) è cresciuta del 40% su base annua. Questo fatturato deriva dalla vendita di una serie di servizi, come i servizi di storage iCloud, gli abbonamenti Apple Music e le garanzie AppleCare. Secondo Apple, ci sono oltre 450 milioni di abbonamenti a pagamento sulla piattaforma Apple.
Nel 2010, le entrate del business dei servizi Apple hanno generato solo 5,2 miliardi di dollari di fatturato. Nei due anni successivi, è quasi raddoppiato fino a raggiungere i 10,2 miliardi di dollari. Da allora il fatturato trimestrale dei servizi è salito alle stelle, e il CEO di Apple, Tim Cook, si è posto l’obiettivo di accelerare questa crescita. Recentemente, ci sono state diverse aggiunte al business dei servizi Apple, tra cui un servizio di film e TV in streaming, un nuovo abbonamento per videogiochi e la Apple Card, che competerà con altri giganti dei pagamenti finanziari.
Le prestazioni di alcuni di questi nuovi servizi, come Apple Arcade e Apple TV+, si riflettono per la prima volta nei risultati finanziari del primo trimestre 2020.
Mac
Il business dei personal computer di Apple, costruito intorno al Mac, ha generato vendite per 25,7 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2019. Il contributo del Mac alla crescita di Apple è costantemente diminuito, poiché l’industria dei personal computer ha registrato un rallentamento della domanda in tutto il mondo. Per il quarto trimestre dell’anno fiscale 2019, i prodotti Mac hanno rappresentato solo l’11% circa del fatturato dell’azienda. Tuttavia, da un punto di vista strategico, il business dei personal computer di Apple è molto importante per l’azienda perché fa parte di un’ampia famiglia di prodotti interconnessi che funzionano sul sistema operativo iOS.
iPad
Quando Apple ha lanciato il suo iPad nel 2010, è diventato rapidamente il primo tablet computer di successo sul mercato. Nei primi tre mesi dopo il suo lancio, il dispositivo ha venduto più di tre milioni di unità. Dal quarto trimestre del 2019, l’iPad detiene una quota del 36,5% del mercato globale dei tablet. Nell’anno fiscale 2019, le vendite dell’iPad hanno raggiunto i 21,3 miliardi di dollari.
Indossabili, Casa e Accessori
Il segmento Wearables, Home and Accessories di Apple è composto da dispositivi come AirPods, Apple Watch e HomePods. Il segmento ha registrato vendite per 24,5 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2019.
Apple ha incrementato il rilascio di prodotti in questa categoria. La seconda generazione di AirPods, le popolari cuffie wireless dell’azienda, è stata lanciata nella prima metà del 2019 e le cuffie wireless AirPod Pro con cancellazione del rumore sono state lanciate nell’ottobre 2019.
Dei FAANG ne abbiamo già parlato, ma i titoli di Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google non sono le uniche nel paniere delle aziende tecnologiche quotate sul Nasdaq.
L’azienda più famosa, esclusa dai FAANG, è certamente Microsoft ma, oltre all’azienda fondata da Bill Gates, ci sono altre società profittevoli che si possono acquistare e che si prestano meglio in caso di esplosione di una eventuale bolla finanziaria.
Andiamo a vedere quali sono. Non esiste una sigla ufficiale, li definiamo qui ITEM (non risulta esista questo termine per un gruppo di azioni, magari abbiamo fondato un nuovo gruppo con una nuova definizione).
Azienda
Prezzo azione
Capitalizzazione
P/E
EPS
ROE
Intel
48,77 $
214 mld $
14,25
1,99
22,18
Take Two
135 $
15,6 mld $
76
1,54
14,86
Electrinic Arts
117 $
35,8 mld $
28,70
3,34
29,53
Microsoft
115 $
886 mld $
29,72
2,13
35,52
Come abbiamo già fatto anche per i FAANG, andiamo ad analizzare le peculiarità di ogni singola azienda, cercando di capire le potenzialità e i punti di caduta di ognuna.
Intel
Partiamo dalla società che produce processori e che negli anni ’90 si spartiva il mercato con AMD e che negli anni 2000 ha un po’ fatto monopolio.
Proprio il monopolio del primo decennio del nuovo secolo, con il diffondersi di device mobile, sta finendo. Oggi la concorrenza è agguerrita e Intel ha un po’ perso il passo. Aziende come Qualcomm, oppure le stesse aziende produttrici di hardware, come Apple, hanno tolto fette di mercato a Intel.
Per meglio intenderci: Intel è rimasta la regina dei processori e di componentistica su PC e portatili, ma sull’iPhone/iPad gira una CPU prodotto da Apple. I device Android hanno processori e schede interamente prodotte da Qualcomm (con il brand Snapdragon) e per Intel il mercato mobile è molto complesso da penetrare.
Gli investitori lo hanno ben inteso ed è per questo motivo che il P/E dell’azienda si aggira intorno ai 14, valore molto basso per un’azienda tecnologica.
Certo è che l’emorragia che ha portato gli utenti dai PC ai dispositivi mobile è quantomeno a un punto di stagnazione. Intel rimarrà comunque la regina sui dispositivi fissi e sui portatili e, benché il mobile sarà comunque il futuro, in ambienti aziendali e industriali non si potrà prescindere da Intel.
Nel mentre segnaliamo che i conti dell’azienda sono apposto, i costi sono contenuti, il reddito netto, anno dopo anno, si aggira sempre intorno ai 10 miliardi di $, il debito netto è di circa 17 miliardi che è sopra l’utile annuale ma ben distante dal fatturato. Insomma, si tratta di un’azienda solida che può tranquillamente assorbire shock e migrazione degli utenti.
Infine c’è da dire che già Intel si è saputa reinventare più volte e probabilmente stanno alacremente lavorando per recuperare il gap. Ce la faranno?
In caso di eventuale esplosione di una bolla finanziaria sul mercato dei tecnologici questa azione certamente ne risentirà poiché ha una dimensione tale per cui verrà inglobata nei cali, ma allo stesso tempo, con questi dati e con questo rapporto di P/E, dubitiamo possa scendere tantissimo.
Take Two
Ai più non dirà nulla, ma Take Two Interactive è la capogruppo di Rockstar Games e di 2K Sports. Ancora non dice nulla?
Proviamo a fare qualche altro nome: GTA, Red Dead Redemption ed NBA games. Take Two è l’azienda che produce questi giochi. Giusto per far capire la caratura dell’azienda, Grand Theft Auto V ha venduto 100 milioni di copie e non solo ha incassato una media di 35$ a gioco, ma ha creato un sistema di micro pagamenti per aggiungere funzionalità al gioco.
In questo ottobre verrà lanciato il gemello di GTA V (che oramai data 2013), quel Red Dead Redemption 2 che dovrebbe, nella strategia della società, creare una seconda gamba a sostegno del business. L’obiettivo dichiarato è di arrivare a qualche decina di milioni di copie vendute ma, soprattutto, creare un nuovo mercato di micro pagamenti per l’estensione del gioco. Con una roadmap che prevede l’uscita di un gioco nuovo ogni 4/5 anni il business è decisamente sostenibile.
Senza dimenticare NBA 2Kxx che in America è l’equivalente sul basket del gioco Fifa (dedicato al calcio).
Tra quelle prese in esame, basta guardare la capitalizzazione per capire che è la società più piccola, ma allo stesso tempo è quella che probabilmente crescerà di più. Peccato che gli investitori già lo sappiano e ciò si nota dal P/E decisamente elevato per un’azienda di questa portata.
Non è tutto oro però: con questi dati, se una bolla finanziaria dovesse esplodere domani, benché non si tratti di una azienda puramente tecnologica, il valore dell’azione potrebbe scendere tanto.
Inoltre il mercato del gaming è in fermento e la posizione dominante di Microsoft con Xbox e di Sony con Playstation potrebbe essere minata da nuovi attori che si stanno affacciando sul mercato. Per esempio, avendo dei dispositivi già connessi alla TV, cosa impedisce a Google, attraverso Android TV, di far girare gaming ad alto livello? Ecco, con queste domande bisognerà capire la capacità evolutiva di Take Two nell’adattarsi al nuovo mercato. Dal punto di vista dello store e dei micro pagamenti è già in bolla, ma per quanto riguarda la tecnologia ci sarebbe tanto da riscrivere.
Comunque, da qui a un paio d’anni queste sono solo congetture (quelle tecnologiche, non certo una bolla che potrebbe esplodere domani o mai). La società è stabile e le prospettive di crescita sono elevate. Attendiamo RDR2 per capire se saranno stati capaci di creare una seconda stampella oltre a GTA.
Electronic Arts
Rimaniamo sul campo del gaming: Take Two probabilmente è sconosciuto ai più, dovrebbe essere più comune invece il nome di Electronic Arts, se non altro poiché produce uno dei giochi più diffusi in Italia oramai da 20 anni. EA, attraverso la sezione EA Sports, è la casa di produzione di Fifa, gioco calcistico che da 20 anni domina il mercato. Inoltre la stessa casa è famosa anche per la serie Medal of Honor, Need for Speed e SimCity.
A differenza di Take Two non è mai riuscita a sviluppare un sistema di micro pagamenti, ma la stagionalità di Fifa, che esce rinnovato ogni anno, permette dei flussi costanti di cassa.
Rispetto a Take Two è decisamente più strutturata, con maggiore capitalizzazione e maggiori introiti. Si nota soprattutto dal ROI, decisamente più alto rispetto a quello della concorrente.
Il vero rischio per Electronic Arts è l’aumento dei costi per le licenze delle varie squadre e dei campionati/tornei, costi che vanno ad aumentare grazie all’asta che ogni anno viene scatenata con la rivale PES di Kon. Proprio per questo motivo Electronic Arts ha nel tempo acquisito nuove società minori con titolo interessanti, così da creare nuovi revenue stream capaci di diminuire la dipendenza da Fifa.
L’utile netto di circa 1 miliardo di $ / anno dimostra che l’azienda è comunque in salute e il P/E di 28,70 fa pensare che gli investitori considerino la software house come una garanzia, che non farà strappi in futuro, né in negativo né in positivo.
Una eventuale bolla finanziaria la colpirebbe poco (non viene comunque considerata una società tech).
Microsoft
Si tratta della regina in questo gruppo: Microsoft è la società più famosa esclusa dal gruppo dei FAANG. Un tempo dominatrice assoluta dei sistemi operativi, con l’avvento dei Mac e del mobile, sono tantissimi i device che non hanno Windows. La società di Redmond si è saputa riciclare, riuscendo a elevare l’altro prodotto di punta: Office è diventato 365 e si è trasformato in un sistema B2B molto utilizzato.
Inoltre la stessa Microsoft ha introiti anche dal mondo gaming, con la propria Xbox, Web grazie a MSN, con le chat grazie a Skype, hardware grazie soprattutto al Surface e mobile con Windows Phone e la recente acquisizione di Nokia.
Si tratta di un’azienda, insomma, che entra in vari mercati, senza eccellere veramente in nessuno al momento, ma riuscendo a raccogliere del buono da tutti.
Il ROI fa ben vedere che l’azienda comunque riesce a investire bene e avere degli introiti, valore riconosciuto dagli investitori che comunque danno fiducia alla società di Bill Gates e assegnano un P/E (quasi 30) tipico di una società in crescita.
Viene universalmente riconosciuta come un’azienda tech, anzi, prima dell’avvento dei social, era, insieme a Google, l’azienda tech per eccellenza. Ciò significa che se dovesse esplodere una bolla finanziaria sui titoli del Nasdaq, Microsoft ne sarebbe certamente investita.
Comunque, grazie a un P/E non elevatissimo (come potrebbe essere quello di Netflix o di Amazon), a dei flussi costanti e alla capacità camaleontica della struttura, la perdita in caso di bolla potrebbe non essere elevatissima.
Oltre ai titoli ITEM
Azienda
Prezzo azione
Capitalizzazione
P/E
EPS
ROE
Akamai
70 $
12 mld $
40,50
1,26
7,42
Western Digital
58 $
17 mld $
7,68
2,20
19
Esistono altre aziende, un po’ più piccole, che hanno buone prospettive o che, quantomeno, devono essere tenute in considerazione. Due di queste aziende sono Akamai e Western Digital.
Akamai
Si tratta di una società che rivende soluzioni tecnologiche a grandi aziende, il proprio mercato è al 100% B2B e Akamai ha creato un business di difficile dissoluzione.
La proposta più allettante della società è la Content Delivery Network, in pratica distribuiscono un determinato sito Web in migliaia di nodi sparsi per tutto il globo, così che un utente abbia a poche centinaia di km da casa propria una copia del sito stesso, senza dover, ogni volta, arrivare dall’altra parte del mondo.
Tra i clienti di Akamai si sono annoverate, e alcune si annoverano ancora, aziende come Facebook, Microsoft ed Apple, solo per citare le più grandi.
Purtroppo i costi per mantenere un business di questo tipo sono alti e ciò si nota nei numeri, con livelli bassi di EPS e ROE.
L’altro lato della medaglia, però, è il fatto che la società è sconosciuta ai più e certamente non viene propriamente inserita tra i tecnologici, anche se di questo si tratta, quindi non riceve gli scossoni che interessano l’intero mercato.
Il P/E di 40 dimostra come gli investitori arrivati a scoprire l’azienda la tengono ben in considerazione, e non potrebbe essere altrimenti considerando che negli ultimi 5 anni è passato da un utile netto di 200 milioni a circa 320 (con il 2017 chiuso a 218 ma con 72 milioni di spese straordinarie).
Il vero pericolo di questa società? La dimensione: si tratta di una società smart, molto attiva e dall’alto potenziale, ma allo stesso tempo è tanto piccola a cospetto di altri giganti del settore. Se Google, per esempio, volesse i clienti di Akamai ci metterebbe 30 secondi a staccare un assegno e portarsela a casa. Giusto per capirsi e per capire ciò che stiamo dicendo: l’intero fatturato del 2017 di Akamai è di 2,5 miliardi di $, Google nello stesso periodo ha fatto 12,5 miliardi di utile netto. Un anno di utile netto di Google vale quanto la capitalizzazione di Akamai. Insomma, sarebbe un boccone da mangiare in un minuto.
Inoltre i big dell’industria già sono concorrenti di Akamai: Google ha la propria soluzione cloud, così come Amazon (AWS) e Microsoft (Azure).
Ma chi dice che un’acquisizione da parte di una società enorme sia per forza un male?
Western Digital
Negli anni ’90 e nei primi 10 anni del 2000 è stata una società molto prospera, negli ultimi anni ha continuato a muoversi bene ma ha un problema di base: Western Digital produce principalmente hard disk e questi stanno lentamente scomparendo dalle nostre macchine.
Il discorso per WD segue molto quello di Intel: con l’avvento del cloud e di dispositivi mobile gli utenti possono fare a meno di avere grossi hard disk sui propri PC, oppure di avere in casa una soluzione di hard disk di rete. Si tratta di soluzioni antiquate, superate dal cloud.
Western Digital ovviamente non è arrivata impreparata a questo appuntamento, ha già negli anni evoluto il proprio business e snellito i costi: i conti della società sono in ordine e la società ha sempre chiuso con il conto in attivo, aumentando comunque negli ultimi 5 anni i costi di ricerca e Sviluppo, che sono praticamente raddoppiati rispetto a 5 anni fa.
Eppure gli investitori non credono in questa azienda e ciò si nota dal P/E di solo 7,68.
Guardando i dati nel complesso pare una bocciatura esagerata, anche perché l’evoluzione c’è già stata e l’emorragia di utenti verso soluzioni cloud dovrebbe essere oramai al limite. Inoltre in ambienti aziendali le soluzioni proposte da WD sono ancora molto apprezzate.
In caso di esplosione di una bolla finanziaria Western Digital potrebbe addirittura non accorgersene, con un moltiplicatore così basso difficilmente può andare giù di tantissimo.
In conclusione
Abbiamo visto, anche in questa seconda tornata di analisi di aziende tech, come il mercato è molto variegato. A differenza dei FAANG, universalmente riconosciute come azioni tecnologiche, qui abbiamo delle aziende che operano nello stesso settore ma sfuggono spesso dai radar. Ciò potrebbe essere un bene in caso di reale bolla finanziaria pronta a esplodere: alcune di queste aziende, oggi analizzate, potrebbero non essere toccate da variazioni brusche.
Giusto per fare un confronto, con un P/E superiore a 400 un’azienda come Amazon, se la bolla esplodesse domani, potrebbe almeno dimezzare il prezzo delle azioni; il confronto con un’azienda come Western Digital che ha un P/E di poco superiore a 7 ci si rende conto come WD al massimo potrebbe perdere un 20/30%.
Ma qualora una eventuale bolla finanziaria non dovesse esplodere, comunque queste società sono in alcuni casi ipervendute (per esempio la stessa WD), in altri casi esempi di costanza (come Akamai), in altri casi ancora pronte per la rampa di lancio (Take Two con l’uscita di RDR2 su tutte).
Acquistarle o meno? Se con l’articolo sui FAANG avevamo sconsigliato Facebook, per una serie di motivi, qui non abbiamo un’azienda che ci sentiamo di sconsigliare. Anzi, il consiglio è di aspettare dei cali del prezzo delle azioni per entrare prepotentemente in queste aziende.
I FAANG, per chi non lo sapesse, sono le azioni delle 5 maggiori aziende tecnologiche: Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google. In realtà, avendo cambiato il nome, il motore di ricerca di Mountain View dovrebbe avere una A di Alphabet (quindi dovrebbe essere FAANA) ma ciò farebbe perdere l’associazione con il termine Fang che significa dente (o zanna).
Al di là del termine con cui vengono riconosciuti, queste aziende negli ultimi mesi sono cresciute ininterrottamente e oggi hanno dei valori di capitalizzazione senza precedenti. Apple è stata la prima a superare quota 1.000 miliardi di valore, seguita dopo qualche giorno da Amazon (che poi ha ripiegato).
Questi valori sono però corretti? Per rispondere a questa domanda bisogna analizzare ogni singola azienda. Per farlo partiamo dai fondamentali:
Azienda
Prezzo azione
Capitalizzazione
P/E
EPS
ROE
Facebook
163 $
463 mld $
26,02
3,30%
27,25
Apple
218,37 $
1.054 mld $
23,70
4,21%
36,87
Amazon
1.926 $
947 mld $
427
0,32%
9,55
Netflix
368 $
159 mld $
256
0,34%
20,37
Alphabet
1.186 $
827 mld $
36,14
1,42%
15,42
Da questi pochi dati si possono già notare alcuni aspetti importanti:
Amazon è quella che rende meno sul capitale proprio (ha basso ROE e basso EPS)
Nonostante la poca resa di Amazon, comunque risulta essere quella più premiata dagli azionisti, si nota dal P/E
Google è l’azienda che riesce a far rendere meglio il proprio capitale
Netflix è la più piccola della compagnia
Questi pochi punti già dovrebbero dare un segno chiaro di cosa sta bollendo in pentola, ma per essere più chiari proviamo ad analizzare azienda per azienda.
Facebook
La stella creata da Mark Zuckerberg ha brillato fino alla fine del 2017, poi una serie di eventi l’hanno fatta opacizzare. Il proprio business è completamente basato sull’advertising e poggia le radici sui propri utenti.
Il caso di Cambridge Analytica ha messo a nudo il problema privacy nell’azienda di Menlo Park e il Social network ha iniziato a perdere investitori pubblicitari. Altro problema per l’azienda potrebbe essere la nuova legge sul Copyright appena approvata in Europa che costringerà la piattaforma a verificare il copyright di tutto ciò che viene caricato sul Social. Vorrà dire che Mark e soci dovranno fare dei grossi investimenti in soluzioni tecnologiche per arrivare a fare, almeno, quanto oggi già fa Youtube (che blocca video con copyright terzo).
Infine Facebook sta vivendo un cortocircuito non da poco: chi investe infatti su FB Adv lo fa, nella maggior parte dei casi, per aumentare la fanbase sullo stesso social network. E su questo non vengono venduti prodotti. Ecco perché Facebook si sta tanto adoperando per fare un marketplace. Altrimenti gli investitori torneranno a investire sui motori di ricerca e portare gli utenti nel proprio sito, dove i prodotti si vendono.
Se ci aggiungiamo che a livello tecnologico l’azienda ha pochi brevetti, che gli utenti più giovani stanno andando verso nuovi lidi, che WhatsApp e Instagram (che sono della stessa società) sono difficilmente monetizzabili, ecco che il quadro è completo.
In caso di esplosione di una bolla, Facebook potrebbe essere molto colpita. Ma anche qualora la bolla non esplodesse, i costi non potranno che lievitare e quindi gli utili diminuire. L’ultima trimestrale potrebbe essere stata un antipasto e, a meno che nella prossima trimestrale Facebook non faccia i miracoli, le azioni sono destinate a galleggiare su questi livelli ancora per lungo tempo.
Apple
Si tratta della prima azienda ad aver superato la soglia dei 1.000 miliardi di valorizzazione, il P/E non è elevato e gli investitori sanno che ogni volta la corporation di Cupertino si deve reinventare.
Ogni iPhone presentato deve essere migliore del precedente, ogni iPad deve cercare di dimostrare il suo valore e nuovi prodotti latitano. Da quando è morto Steve Jobs le novità sono state poche (Apple Watch, su cui Steve Jobs ha messo comunque la firma, e AirPods): un po’ poco.
In Apple lo sanno bene e infatti stanno cercando di diversificare gli introiti, puntando tantissimo sui servizi, su iCloud e sulle commissioni delle vendite inApp.
Per ora questo mercato regge e a differenza di Facebook, Apple può contare su innumerevoli brevetti che la rendono comunque inarrivabile. Inoltre finché l’iPhone sarà il telefono aziendale per eccellenza, Apple potrà dormire sonni tranquilli.
Guardando anche il P/E si nota come gli investitori gli abbiano dato già il prezzo corretto e in caso di bolla finanziaria questo titolo dovrebbe essere tra quelli che crollerà di meno. Quantomeno perché l’esplosione della bolla non porterà gli utenti finali a guardare altrove.
Il vero pericolo per Apple è la mancanza di innovazione e i concorrenti cinesi (Xiaomi su tutti) che spingono per erodere mercato. Altro pericolo potrebbe essere Donald Trump che vorrebbe obbligare l’azienda a costruire il telefono in America, con conseguenze mostruose sui costi.
Amazon
Guardando alla capitalizzazione è l’altra società che ha superato i 1.000 miliardi, anche se ha ripiegato immediatamente dopo. Il numero che salta all’occhio è il P/E elevato, troppo elevato: il mercato per ora dà fiducia all’azienda di Jeff Bezos, anche perché l’eCommerce continua a investire e tutto sommato sbaglia pochi colpi.
AWS (la piattaforma cloud di Amazon) va bene e attira clienti B2B che continuano a pagare delle commissioni fisse per poter avere i server di Amazon.
Il Prime è un’ottima soluzione che, oltre a dare le spedizioni gratuite, dà anche libri gratis, un’alternativa a Dropbox e fa concorrenza a Netflix grazie a Prime Video.
Proprio Amazon Prime è una buona revenue stream per Amazon, con utenti che ogni anno sono disposti a pagare una quota per avere il servizio; si tratta di un flusso di cassa costante che può anche aumentare visto l’aumento di servizi e quindi la rimodulazione del prezzo in atto oramai da anni.
Certo, un investimento oggi su Amazon è lungimirante, perché in divenire potrebbe essere la società, di questa allegra compagnia, che sta investendo di più e quindi che potenzialmente potrebbe portare più utili, ma attenzione, se la bolla sui tecnologici dovesse esplodere domani, con questo P/E alto, gli investitori saranno in fuga e tra tutte le società potrebbe essere proprio quella che vede il prezzo delle azioni perdere più valore.
Quindi investire su Amazon significa avere molta fiducia e sperare che la bolla, se deve esplodere, non lo faccia prima di un paio d’anni.
Netflix
Dall’EPS si nota subito come si tratti dell’azienda che rende meno agli investitori; oltre a essere la più piccola è anche quella con i costi più alti. Ancora sta facendo dumping, quindi offrendo sottocosto il proprio prodotto per creare un’utenza affezionata. Dovrà per forza di cose aumentare i prezzi, soprattutto perché è quella che paga il conto più salato sulla bolletta della banda utilizzata e, qualora il costo della banda aumentasse, sarà costretta ad aumentare il proprio di costo. A differenza delle altre, insieme ad Apple, è quella che non ha una propria soluzione Cloud e quindi presta il fianco a questi aumenti.
Inoltre Netflix sta facendo grossi investimenti in termini di produzioni, con Serie TV di primo ordine che hanno costi elevati di produzione. Vero che queste creano un valore difficilmente intaccabile, ma è anche vero che hanno un alto costo.
Gli investitori riconoscono questi investimenti e infatti in quanto a P/E è molto apprezzata; si tratta del secondo valore più alto tra le aziende FAANG. Vale lo stesso discorso di Amazon: se la bolla dovesse esplodere domani, visto il valore alto di P/E e la dimensione ridotta dell’azienda, potrebbe essere tra le aziende a perdere maggiore valore.
Condivide con Amazon e con Apple però anche un’altro aspetto: in caso di esplosione della bolla finanziaria gli utenti continueranno ad acquistare i prodotti di questa azienda, quindi potrebbe essere una delle prime a rialzarsi.
Google
L’ultima nel nome FAANG ma la prima ad apparire sul mercato. Google, ribattezzata Alphabet da qualche anno oramai, è stata la prima società di questo gruppetto a essere sbarcata in borsa, nel lontano 2004.
Oggi, guardando i numeri, pare essere l’azienda più stabile, con un EPS degno e con un ROE decisamente buono, l’azienda di Mountain View si presenta come una certezza per gli investitori.
La capitalizzazione, se rapportata ad Amazon e Apple appare leggermente bassa ma ciò è dato dal fatto che il P/E è stato minato da multe della commissione europea negli ultimi periodi.
Questo è il vero rischio per questa azienda: l’Antitrust. Oramai Google fa tutto: motore di ricerca, mail, advertising, analytics, mappe, navigazione satellitare, comparatore di prezzi, comparatore di assicurazioni, social network, video network (con Youtube), sistema operativo (Android), browser (Chrome); insomma, tanti servizi, distanti tra di loro, che interagiscono mettendosi in risalto l’un l’altro. I competitor sempre di più, però, guardano a questa interazione con sospetto e rabbia con il risultato che gli antitrust hanno iniziato ad accendere dei fari sull’azienda di Sergey Brin e Larry Page.
Inoltre bisognerà vedere come finirà la questione copyright appena approvata dalla comunità europea. Infatti, insieme a Facebook, Google potrebbe essere quello maggiormente colpito ma, a differenza del Social network, Alphabet si trova già in una posizione di vantaggio: conosce già tutte le altre risorse presenti su Web, già fa un controllo del Copyright attraverso Google Images e Youtube e, infine, il suo AMP è in posizione di vantaggio rispetto a IA di Facebook. Infatti, in caso di reale approvazione della linktax (le piattaforme dovranno pagare per poter lanciare il contenuto di un editore), Google potrebbe spingere gli stessi detentori del contenuto verso la soluzione AMP, quindi essendo il contenuto caricato direttamente su Google decadrebbe la necessità di dover pagare per portare gli utenti sui siti terzi.
Una eventuale esplosione di bolla finanziaria sui tecnologici impatterebbe poco per il motore di ricerca più famoso: gli utili arrivano da advertising, da vendite inApp su Android, da Youtube Music (concorrente di Spotify), da vendita di smartphone e device (chromecast, ecc) e da una serie di voci più piccole che comunque, tutte sommate, danno una base importante.
Una diversificazione che mette al riparo la società da scossoni in borsa. Ovviamente in caso di bolla anche le azioni Google ne risentiranno ma in misura certamente ridotta e comunque potrebbero tornare velocemente a volare.
In conclusione
Come abbiamo visto il mercato dei FAANG è molto eterogeneo, con differenze molto marcate tra singole aziende. Sono poche le similitudini e normalmente riguardano uno dei tanti aspetti della società stessa.
Non possiamo predire se e quando esploderà una bolla finanziaria sui tecnologici. C’è da dire comunque che i prezzi ad oggi, soprattutto per alcune aziende, appaiono ingiustificati.
Ci sono aziende che stanno facendo dumping (Netflix) e che stanno investendo in prospettiva per il futuro (Amazon), se la bolla dovesse esplodere tra 2/3 anni probabilmente queste aziende sarebbero fuori pericolo e si troverebbero in una situazione di vantaggio; d’altro canto, se la bolla dovesse esplodere domani, queste aziende nel breve periodo sarebbero proprio le più esposte.
C’è un’azienda che ha poca base tecnologica e di proprietà, si tratta di Facebook, che ha ancora un business troppo debole e basato esclusivamente sulla privacy degli utenti (che mette a disposizione di investitori pubblicitari). In caso di bolla finanziaria verrebbe messa a nudo e comunque, per l’aria che tira sulla privacy, è quella che comunque rischia di più.
Poi ci sono aziende con un trackrecord oramai consolidato con brevetti importanti sul software e con un hardware che deve migliorare di giorno in giorno. I numeri, sia di Apple che di Google, confermano che si tratta di un investimento certamente più sicuro nel breve/medio periodo ma, se la bolla non dovesse scoppiare, non sarebbe l’investimento più remunerativo.
Su quale investire? Dipende da te che leggi, dalla tua propensione al rischio, da quello che valuti possibile in merito alla bolla finanziaria sui tecnologici. La vedi lontana? Investi su Netflix e Amazon. Pensi che i prezzi dei tecnologici sia alti? Stai lontano da queste azioni o investi in Apple/Google.
Forse quella che ci sentiamo di sconsigliare è proprio Facebook: un’azienda debole che basa il proprio business su una property che potrebbe scomparire con la nascita di un nuovo social network. Per esempio: se Google rilanciasse G+ mettendo i risultati sulle SERP del motore di ricerca, dove andranno i brand? E gli utenti? Ecco, queste sono domande da porsi.
In questo articolo vorremmo analizzare la voce di mercato che vuole Cristiano Ronaldo alla Juventus da quest’anno. Tralasciamo l’opportunità a livello tecnico e tattico e la qualità dello stesso vs i calciatori che dovrebbero partire: non si discute che con CR7 in rosa la Juventus farebbe un salto di qualità non indifferente. Ci concentriamo invece sulla parte economica e sulla sostenibilità dell’operazione. Siamo pur sempre un magazine che tratta di economia e finanza.
Partiamo dai dati che conosciamo: Cristiano Ronaldo costerebbe 100 milioni circa di cartellino, ai quali vanno aggiunti 30 milioni di stipendio circa. Si tratta di un’operazione da portare avanti almeno in 5 anni ma, vista l’età di CR7, si può ipotizzare si scenda a 4 anni. In pratica, alla scadenza dei 4 anni, il campione portoghese sarà costato alla Juventus circa 220 milioni, per un impatto da 55 milioni l’anno.
Sono cifre mostruose ma non per una squadra come la Juventus che fattura circa 540 milioni / anno.
Se si vende, come pare, anche Higuain a una cifra di circa 60 milioni (che è il valore di bilancio del campione argentino) si ha in 4 anni (considerando anche lo stipendio da 7.5 milioni / anno) un abbattimento dell’operazione di circa 90 milioni, quindi si andrebbero a risparmiare all’anno circa 22 milioni.
CR7 arriverebbe quindi con un esborso pari a 33 milioni / anno.
Benché la Juve stia per chiudere il bilancio con un rosso da 30 milioni, queste comunque sono cifre che non spaventano.
La questione è differente: la Juve già quest’anno ha sborsato circa 111 milioni (da abbattere in 5 anni) per: Cancelo (40 milioni), il riscatto di Douglas Costa (40 milioni), 15 per Perin e 16 milioni per commissioni nell’affare Emre Can.
In pratica, ammortizzando questi in 5 anni, si ha una spesa di circa 22 milioni / anno già fissata. Se aggiungiamo anche i 33 di Ronaldo arriveremmo a 55 milioni / anno e in questa cifra stiamo escludendo gli stipendi dei nuovi arrivati.
Stipendi che avrebbero una voce significativa in caso di arrivo di Cristiano Ronaldo poiché, con il calciatore portoghese che guadagna 30 milioni, come si fa a tenere buono Dybala e Douglas Costa che ne guadagnano rispettivamente 7 e 6, appare ovvio che davanti la porta di Marotta ci sarebbe la fila per adeguare il contratto. Questo potrebbe avere un impatto di altri 10 milioni circa (+ una decina per i nuovi arrivi).
Insomma, sommando tutto l’operazione Cristiano Ronaldo porterebbe alla Juventus spese per circa 75 milioni / anno nuovi che sommati ai 30 persi quest’anno si avvicinano paurosamente a 105 milioni di rosso che la società bianconera da qualche parte dovrà recuperare.
È fattibile l’operazione di queste basi? No, appare evidente di no.
Ma cerchiamo di capire dove la Juventus potrebbe recuperare questi soldi. Partiamo dal merchandising che con Ronaldo dovrebbe senza dubbio aumentare, poi dovrebbero aumentare gli introiti da sponsor (con FCA e Adidas che potrebbero farsi capito di una parte di stipendio di Ronaldo), quindi mettiamo dentro anche maggiori introiti dallo stadium e, si spera, dalle Coppe (CR7 ha senso se si spera di vincere la Champions). Così facendo si potrebbero recuperare 30/40 milioni l’anno ma ne rimarrebbero comunque fuori circa 70.
Continuerebbe a essere un’operazione in perdita. Quindi come recuperare? Qua si arriva al taglio di qualche giocatore attualmente in rosa, per esempio con la partenza di Rugani (40 milioni verso il Chelsea) e di Pjanic (80 milioni verso il Barcellona) si avrebbe un tesoretto da 120 milioni che suddiviso in 5 anni sarebbe di 24 milioni/anno (lo stesso tesoretto si potrebbe avere salutando Dybala). Aggiungiamoci anche che verrebbe meno lo stipendio dei due, sarebbero altri 6 milioni recuperati per un risparmio di 30 milioni / anno. Già venuto meno anche lo stipendio di Buffon (7 milioni), saremmo a quasi 40 di risparmio totale.
Dai 70 rimanenti si scenderebbe ai 30 che già oggi vengono registrati come perdita, quindi rientreremo in un regime molto più tranquillo.
Perdita che si può ripianare con tagli minori come Cerri, Sturaro, Mandragora e giovani di belle speranze da sacrificare.
Così l’operazione avrebbe senso, ma si perderebbe un difensore e uno dei migliori centrocampisti in circolazione, quindi si indebolirebbe centrocampo e difesa per avere un attacco stellare. Oltre al fatto che tagliando giovani si perderebbe (potenzialmente) possibilità per il futuro.
Tecnicamente e tatticamente vale la pena? Questo è un altro argomento che non vogliamo affrontare in questa sede.
Nemmeno il tempo di smaltire l’ottima prestazione degli stress test e Intesa San Paolo si ritrova, domani, 2 agosto, alla prova dei risultati finanziari.
Risultato EBA su Intesa San Paolo
Il risultato dell’EBA, l’ente che deve controllare, sotto il cappello della BCE, la robustezza delle banche, ha confermato, ancora una volta, che Intesa è la banca più solida in Italia. In Europa si piazza solo al 18esimo posto e ciò dimostra come in Italia abbiamo realmente un problema banche. Comunque, il 12,83% in caso di scenario base al 2018 e, soprattutto, il 10,24% di Cet1 in caso di scenario avverso sono numeri che dimostrano la pulizia dei bilanci della banca torinese.
Robustezza che si nota anche sulla (relativamente) poca liquidità del prezzo dell’azione. Prezzo dell’azione che si ottiene con un P/E di 11 circa. La stessa banca, con una robustezza simile, in Germania avrebbe certamente un P/E più elevato e quindi un valore dell’azione certamente più alto. In altre parole, la stessa Intesa San Paolo, se anziché essere una banca italiana fosse una banca tedesca varrebbe almeno il doppio.
Ciò si nota anche facendo il paragone con il P/E di Deutsche Bank, che è di 20,88. Se consideriamo che i risultati dell’EBA sulla banca tedesca riportano un Cet 1 al 2018 a 12,08 in caso di avversione base e a 7,80% in caso di avversione elevata, si capisce come la nostra Intesa San Paolo sia decisamente sottovalutata.
Quindi di corsa a comprare Intesa? Certo che no…
Caratteristiche di Intesa
Intesa San Paolo ha esposizione quasi totalitaria sul mercato nostrano, inoltre nel tempo ha partecipato a tanti aumenti di capitale e quotazioni di società terze, le quali potrebbero andare in difficoltà e far retrocedere anche Intesa. Insomma, la banca di Torino è comunque in un sistema che da risultati EBA risulta debole e in caso di peggioramento di questo sistema anche la banca in oggetto ne potrebbe risentirne.
Certo è, però, che, in caso di caccia all’affare, considerando che Intesa in questo momento è sottovalutata, proprio il San Paolo potrebbe essere una buona preda e considerata la stabilità intrinseca della banca, consigliamo vivamente di acquistarla in ottica cassettista.
Risultati del secondo trimestre
Nel caso in cui si crede che Intesa sia la banca giusta per l’investimento, oggi e domani potrebbero essere i giorni giusti per investire. Infatti, domani saranno pubblicati i risultati del secondo trimestre 2016 e il Consensus prevede una leggera diminuzione sia sui risultati del primo trimestre che sui risultati del secondo trimestre 2015.
La nostra idea è che il consensus sia forse troppo basso; in considerazione dei movimenti fatti dalla banca in questi mesi, degli ottimi risultati mensili e dei risultati degli stress test, forse gli analisti stanno un po’ troppo comprimendo le loro proiezioni.
Gli analisti si aspettano un margine di intermediazione a 4.074 milioni, con un calo del 13% a/a. Un utile ante imposte di 1.008 (calo del 43% a/a) e un utile netto di 599,7 milioni (calo del 43,6% a/a).
Target price e consigli
In particolare, piuttosto che l’azione classica (ISIN IT0000072618), il consiglio è quello di acquistare l’azione risparmio (ISIN IT0000072626), studiata proprio per i cassettisti e che viene meno influenzata dalla liquidità del mercato.
Se il mercato azionario italiano, e in particolar modo il sistema bancario italiano, riuscirà a venir fuori dalle sabbie mobili in cui si è infilato, certamente questa è l’azione che potrebbe beneficiarne di più a fronte di un rischio minore.
D’altro canto, l’intero FTSE Bank si sta muovendo per scaricare gli NPL e per rendersi più stabile, a partire dal grande malato che in questo momento è Monte dei Paschi di Siena, il quale, proprio venerdì, prima della pubblicazione dei risultati ha annunciato grandi manovre su questo problema. E infatti, nonostante risultati deludenti, MPS oggi sta volando.
Tornando a Intesa San Paolo, il nostro consiglio è Buy, con prezzo obiettivo sull’azione classica a 2,15 e sull’azione risparmio a 2,02. Siamo confidenti che questo risultato arriverà prima del referendum costituzionale di ottobre.
Chi lavora sul Forex, soprattutto sul Fiber, vede la Brexit con paura poiché si potrebbe trasformare facilmente in un incubo.
Cosa è il Brexit o il referendum britannico
Innanzitutto, per chi fosse stato sulla luna negli ultimi 6 mesi, la Brexit nasce dal referendum britannico con il quale si chiede ai sudditi della Regina se vogliono rimanere nell’Europa Unita oppure no. Non si vota per l’euro, anche perché gli inglesi non l’hanno mai voluta la moneta unica, ma solo per la permanenza nell’Europa dei 28.
Qual è la fotografia a oggi
Ovviamente le aziende che hanno una qualche attività nel Regno Unito, ma anche le aziende che hanno la sede principale sotto la corona della Regina, stanno spostando liquidità fuori dall’isola. Così facendo la sterlina si sta svalutando a favore di altre monete.
Rapporto tra Euro, Sterlina e Dollaro da dicembre a oggi
Posto che la linea rossa è il Dollaro, quella blu è l’Euro e quella verde è la Sterlina, appare lampante come ci sia stato un fiume di soldi che sono andati via dalla Gran Bretagna e ovviamente la Sterlina ne risente.
La vendita di Sterline ha rafforzato sia l’Euro che il Dollaro, e questi due sono, all’incirca, al pareggio anche per altri motivi (non dimentichiamo che le politiche monetarie delle due banche centrali, FED e BCE, stanno differenziamo di molto).
In realtà, qui vanno distinti due casi: lasciando da parte per un attimo il mercato retail, che ovviamente non sposta tutto questo capitale, e chi sta facendo operazioni spregiudicate sulle monete, ci sono due tipologie di strutture/aziende che spostano i loro soldi fuori dalla City.
La prima tipologia è quella delle aziende europee che ovviamente, facendo i bilanci finali in euro, ne approfittano per far rientrare i capitali alla casa madre.
La seconda tipologia sono le aziende americane che negli anni passati hanno messo le loro sedi in Gran Bretagna e ovviamente, queste, se possono, riportano tutto in dollari.
Infine c’è un terzo gruppo che sono le banche e i sistemi finanzari, che però fanno anche giochi sulle monete e certamente non hanno problemi nello spostare capitali.
Oltre a queste aziende che spostano i soldi fuori dalla Gran Bretagna, ci sono anche aziende con il passaporto americano, che operano in Europa e che stanno vendendo euro per acquistare dollari.
E guardando ai dati e alle tendenze di movimento tra EURUSD, considerando che questo ha toccato il massimo di 1,16 ad aprile e che oggi scambia sui minimi di 1,11 si capisce bene come le aziende abbiano fatto bene a far rientrare i capitali in dollari e allo stesso tempo come, le stesse aziende, hanno contribuito a questa svalutazione dell’euro.
Impatto del referendum sull’Europa
Anche se il referendum si svolge in Gran Bretagna, comunque ci sono anche impatti sull’intera Europa; infatti gli inglesi sarebbero i primi a uscire dall’Europa e non esiste un precedente da poter analizzare. Questo crea instabilità anche nel vecchio continente poiché c’è la paura che, se il Regno Unito dovesse fare il primo passo, potrebbe essere seguito da altre nazioni.
Per esempio, il blocco più a est, come la Polonia o l’Estonia, potrebbe essere interessato a uscire dall’Europa e già sono stati dati i primi segnali negativi.
Allo stesso tempo ci sono i partiti anti Euro che stanno crescendo nelle rispettive nazioni. Un esempio a noi vicino è Beppe Grillo, ma anche Matteo Salvini.
Andando un po’ più lontano possiamo prendere il caso di Marine Le Pen con il suo Front National in Francia; oppure i socialisti di sinistra di Podemos in Spagna; ma anche lo stesso Tsipras, in caso di fuori uscita del Regno Unito potrebbe tornare alla carica.
Insomma, anche in Europa la situazione è tesa e c’è chi spinge per uscire. Con questo clima, andare al referendum, non è bello per l’economia.
Cosa succede senza Brexit
Partiamo dallo scenario “migliore”, cioè lo status quo: la Gran Bretagna rimane nell’Europa Unita.
In questo caso le rispettive banche centrali dormiranno sonni tranquilli; si allontanano gli scenari apocalittici e le varie aziende/banche riporteranno lentamente i loro capitali in UK.
In questo caso, soprattutto nei primi giorni, ci sarà molta liquidità sul fiber e su tutto il forex ma tenderà ad appiattirsi dopo pochi giorni riportando tutto nella condizione attuale.
Ovviamente i capitali dovranno rientrare, quindi la sterlina, nei prossimi 4/6 mesi, potrebbe avere un trend rialzista.
Tornando al nostro fiber, sull’EURUSD vedremo delle grosse oscillazioni al mercoledì e nel fine di questa settimana; ciò sarà dovuto ai relativi cambi cable (sterlina / dollaro) e euro/sterlina che incideranno anche sul cross tra europa e USA.
In caso di conferma del Regno Unito all’interno dei confini europei, è molto probabile che vedremo l’EURUSD schizzare in su, probabilmente al massimo della flag che si è creata sul mensile, quindi a quota 1,17.
Tendenza mensile dell’EURUSD
Come si può notare, infatti, è da novembre 2015 che è in atto una tendenza ancora non violata, con il cambio in risalita. Per questo mese il massimo è nell’intorno di 1,17 e in caso di Brexin potrebbe essere raggiunto.
Nel tempo, invece, la tendenza dovrebbe essere differente e si potrebbe rientrare nella normalità, anche perché la FED nell’intervento di giugno 2016 ha confermato che per il 2016 sono previsti 2 innalzamenti del costo del denaro; invece la BCE non ha intenzione di alzare i tassi prima del 2017 inoltrato, e comunque non prima che l’inflazione si avvicini al 2%.
Cosa succede con la Brexit
Qui, con questa ipotesi, entriamo nel reame dell’immaginazione; non perché non si sia già ipotizzato cosa potrebbe succedere ma semplicemente perché sarebbe la prima volta e nessuno veramente può dire cosa succederà.
Certamente l’Europa intera ne uscirebbe più debole; ci sarebbe una fuga di sterline ulteriore e certamente non verrebbero messe nell’euro che segnerebbe certamente delle crepe.
Il rifugio per eccellenza in questo caso sarebbe il dollaro e quindi è immaginabile che il cambio EURUSD crolli ben sotto i 1,10, probabilmente anche sotto 1,07 e potrebbe andare ad aggiornare i minimi degli ultimi anni a 1,05.
Ma al di là del movimento di breve periodo, nel medio / lungo periodo entrerebbero in funzione una serie di protezioni che dovrebbero scongiurare un collasso dell’intera economia europea.
Partiamo da oltre oceano: la FED certamente non ha intenzione di avere a che fare con un super dollaro poiché questo svantaggerebbe l’export, favorirebbe l’import (da Cina ed Europa) e quindi farebbe crollare il lavoro interno, con disastri sul PIL nel medio periodo.
Questo la Yellen e il board della FED lo sa bene ed ecco perché l’aumento dei tassi non è arrivato nei giorni scorsi; se proprio ci sarà a breve sarà nella riunione del FOMC di luglio; ma in caso di assenza di Brexit.
Proprio perché alla FED hanno già studiato l’ipotesi Brexit, e considerando che Draghi e Yellen sembrano avere un buon rapporto, anche per salvare le due economie più potenti al mondo (escludendo la Cina) è stato già anticipato che in caso di fuori uscita del Regno Unito dall’Europa (anche) dall’America arriveranno strumenti eccezionali in grado di mantenere sotto controllo il cambio.
Questi strumenti altro non sono che il calo del tasso di interesse, così da rendere meno conveniente tenere dollari contro euro e spingere consumatori e investitori verso la moneta unica europea.
Questo certamente non basterà poiché chi vorrebbe avere una moneta che rischia di “scomparire” tra qualche anno? Quindi è probabile che vedremo i fuochi d’artificio da parte di tutto il mondo per livellare i cambi.
La stessa BOE (Bank of England) potrebbe intervenire alzando i tassi di interesse per riuscire a riattirare parte di quelle sterline perse. Questo potrebbe portare ancora più svantaggio all’Euro e potremmo essere nella curiosa situazione inversa rispetto a oggi: la BCE che alza i tassi per riattirare moneta, seguita a ruota dalla banca centrale inglese, e a sua volta FED e BOJ (banca centrale giapponese) con i tassi al minimi per respingere questo fiume di moneta.
Insomma, sia nell’immediato che nei mesi successivi, potrebbe essere un bel mercato liquido con alti e bassi da montagne russe.
Ovviamente nell’immediato sarebbe solo un effetto psicologico, perché politicamente dal minuto dopo della Brexit non cambierebbe nulla; anzi, probabilmente ci vorrà un periodo di transizione di qualche anno prima che la regina sia completamente fuori dall’Europa. Inoltre, se il Regno Unito dovesse trovare un accordo sul modello Svizzero per poter collaborare con la UE, rispetto a oggi a livello economico non si avrebbe quasi nessun cambio. L’unica vera modifica, per i britannici, sarà politica.
Come detto non sarà lo stesso per gli europei che vedranno sempre più presente l’ombra del completo fallimento del progetto di unione.
Gli unici a poter disturbare gli inglesi saranno gli scozzesi poiché hanno già dichiarato che in caso di Brexit loro avrebbero un referendum per decidere se rimanere oppure no.
Chissà che anche il Galles non decida, come la Scozia, di indire un referendum per rimanere; in tal caso ci sarebbe, per la prima volta nella storia, la caduta della Gran Bretagna, con ogni nazione che decide per sé.
Probabilità di Brexit
I rapporti nelle case di affari si susseguono, a oggi il fronte del Brexit, dopo aver recuperato nei mesi scorsi, è più forte di qualche punto (si parla di 42% per il no all’uscita e il 46% per il sì, con i restanti che sono indecisi).
Qualcuno è andato anche a studiare i bookmaker che pagano la non Brexit a 1,4 contro i quasi 3 dell’uscita. Quindi per i bookmaker la Gran Bretagna non uscirà dall’Europa.
La verità è che nessuno lo può dire con certezza, poiché i due schieramenti sono combattivi e si gioca sul filo del rasoio; vincerà chi riuscirà a portare gli indecisi dalla propria parte.
Pericoli per chi opera su EURUSD
Certamente c’è da operare con la massima attenzione e se possibile è meglio prendersi qualche giorno di tranquillità a cavallo del referendum britannico per settimana prossima.
Ma se proprio volete cavalcare la Brexit (o Brexin, dipende cosa decideranno i britannici) allora questi sono gli scenari che noi immaginiamo.
Per maggiori informazioni sul voto e sul referendum, vi rimandiamo verso la BBC che ha dedicato varie pagine (oltre a questo tutorial) sulle votazioni.
Quando circa un anno e mezzo fa l’Arabia Saudita, all’interno dell’organizzazione Opec, decise di far crollare la quotazione del petrolio (forse) non si aspettava questo minimo.
Nel momento in cui scriviamo il prezzo del Greggio è a 33,62 $, in risalita dal minimo toccato qualche giorno fa a 26,25 $.
Iniziamo subito con un grafico:
La quotazione del petrolio negli ultimi 12 mesi
Come si può notare, il crollo di inizio anno ha rotto anche una resistenza presente a quota 32,5 $, aprendo la botola per un nuovo eventuale crollo.
Il minimo toccato a quota 26,25 $ è la base per nuovi calcoli e nuove tendenze.
L’aumento degli ultimi 15 giorni pare un puro rimbalzo tecnico, pronto a toccare un doppio minimo, quindi per febbraio, guardando soltanto i grafici, non ci si può che aspettare un nuovo calo che vada sotto i 28$.
Se ci fermassimo qui il target price sarebbe quello appena accennato e l’analisi sarebbe conclusa. Però, nei giorni scorsi, sia all’interno dell’Opec che all’esterno dell’organizzazione mondiale, qualcosa si sta muovendo.
Petrolio russo
La Russia, al momento l’attore più grande che sta subendo più danni collaterali dal crollo del prezzo del petrolio, ha aperto nella direzione di un taglio della produzione del 5%. Mosca, al momento fuori dall’Opec, sarebbe pronto a coordinarsi con l’organizzazione che fa cartello per una strategia di medio/lungo periodo che faccia riprendere quota al prezzo.
Ci ha pensato subito l’Opec ha smentire qualsiasi tipo di collaborazione attualmente in essere; notizia che ha fatto subito ridimensionare la quotazione dell’oro nero.
Però nel calderone qualcosa si muove e questi son segnali distensivi per una collaborazione possibile. La stessa Opec nei giorni precedenti all’annuncio della Russia aveva invitato tutti i produttori a collaborare; anche perché l’Arabia, maggiore produttore nel cartello, inizia ad avere problemi economici non indifferenti e politicamente è complesso per re Salman spiegare ai sudditi il perché di nuove tasse (o meglio, di mancanza di sgravi fiscali) introdotte solo per “guerre” politiche.
Ingresso dell’Iran sul mercato
Ma se da un lato forse la Russia e l’Arabia sono arrivati al punto di iniziare a “sentire l’odore del sangue”, comunque c’è chi di tagliare la produzione non ci pensa proprio, anzi, vuole aumentarla e anche velocemente. Si tratta dell’Iran di Hassan Rouhani, il quale, dopo l’accordo sul nucleare raggiunto con gli USA e la conseguente eliminazione dei divieti di mercato con l’estero, vuole tornare a vendere il proprio petrolio in larga scala. E il viaggio del presidente iraniano in Italia e Francia ne è la riprova, con accordi firmati con ENI, Saipem e Total.
Ciò porta sul mercato qualcosa che gli analisti hanno quantificato in 200 mila barili al giorno nel breve periodo e 500 mila barili nel lungo periodo.
Nel momento in cui questo nuovo fiume di greggio inonderà il mercato a poco servirà il taglio di qualche produttore. Ecco perché diventa sempre più necessario un accordo comune che porti al taglio della produzione sia per i Paesi Opec che per quelli non facenti parte del cartello.
I rapporti tra Iran e Arabia Saudita
La situazione però è molto complessa, poiché l’Iran, che sta per tornare sul mercato, e l’Arabia Saudita sono acerrimi nemici, sia per la rivalità antica sulla vendita del petrolio stesso che per motivi religiosi. L’Iran infatti è per il 90% abitata da sciiti, mentre l’Arabia Saudita ha una presenza dell’85% di sunniti, e tredici secoli di guerre tra le due visioni dell’Islam certamente non finiranno oggi per qualche barile di petrolio.
La situazione in medio oriente, insomma, già di suo è una bella polveriera.
Il petrolio degli Stati Uniti d’America
Iran, Russia e Arabia, però, sono solo 3 dei 4 maggiori produttori di petrolio. La voce mancante (in realtà non è così) è quella degli Stati Uniti d’America, la quale, soprattutto grazie allo Shale Oil, ha aumentato di molto la propria produzione negli ultimi anni.
Storicamente USA e Arabia Saudita non si calpestano i piedi a vicenda, nell’ultimo anno e mezzo invece sembra che qualcosa non abbia funzionato alla perfezione. Infatti il crollo dei prezzi dettato dall’Opec ha danneggiato anche le compagnie USA di estrazione di Shale Oil. Infatti il governo Obama ha spinto negli anni passati per avere nuove produzioni di questo genere e con ingenti investimenti realizzati il costo delle rate che oggi le banche fanno avere alle compagnie pesano tanto…
Tante aziende di Shale Oil non ce l’hanno fatta e hanno chiuso battenti; ma se da un lato gli Stati Uniti, con il prezzo del barile così basso, hanno degli scompensi, dall’altra, proprio grazie alla pressione esercitata dall’oro nero, riescono ad avvantaggiarsi su produttori molto vicini: non è un mistero che il Venezuela produce il petrolio a prezzi decisamente più alti rispetto agli attuali; quindi, piuttosto che produrre in perdita i sudamericani stanno preferendo tenere al minimo le vendite e tenere nel sottosuolo il greggio attendendo periodi migliori (peccato che la produzione del Venezuela cambia poco il destino del mondo).
Il petrolio e il dollaro
Inoltre, essendo la maggior parte della vendita del petrolio in dollari, il prezzo basso, in questo momento, diminuisce la pressione al rialzo del biglietto verde. Se in questo momento servissero 100 dollari per un barile di petrolio, certamente ci sarebbe molta più richiesta di dollari e questo alzerebbe il valore della moneta americana, che, in una fase di guerra monetaria, sarebbe un bel problema. Infatti, se ci fosse un pressione al rialzo del dollaro, soprattutto sul cross con l’euro, l’esportazione americana diventerebbe meno conveniente e quindi la produzione industriale a stelle e strisce avrebbe qualche noia, con ricaduta sui lavoratori e ciò aumenterebbe il tasso di disoccupazione.
Insomma, agli USA questo prezzo basso crea qualche problema ma ne risolve altri, quindi la tendenza è quella di lasciar fare agli altri poiché in qualsiasi situazione, la nazione guidata da Obama, avrebbe dei vantaggi.
La quotazione del petrolio nel 2016
Dopo aver fatto un excursus sui maggiori produttori, non ci rimane che cercare di ipotizzare il target price a medio e lungo periodo.
Guardando il grafico presente in pagina si capisce come, a meno di notizie dirompenti, la tendenza è ben impostata per ulteriore discesa. Nel brevissimo periodo, quindi, pensiamo che la quotazione del petrolio non potrà che scendere ancora, probabilmente andando ad aggiornare il minimo già realizzato.
Per febbraio 2016 crediamo che il prezzo dell’oro nero, sul mercato americano, ballerà nella fascia 22 / 32 $.
Nel momento in cui si inizierà a discutere di un taglio della produzione, che probabilmente avverrà tra aprile e giugno, il prezzo riprenderà quota. Molto probabile un rimbalzo fino a 50 / 60 $.
Attenzione però, poiché la produzione in abbondanza dell’ultimo anno ha fatto riempire i siti di stoccaggio, che oggi strasbordano di petrolio acquistato a prezzi bassi. Quindi un eventuale taglio della produzione metterebbe in gioco anche questo petrolio che deve essere rivenduto.
Per questo motivo, dopo una fiammata iniziale, molto probabilmente la seconda parte del 2016 si giocherà a prezzi più contenuti, probabilmente in un range tra 45 e 55 $ al barile.
Solo nel 2017 ci potrebbe essere una ripresa sostenuta del prezzo, in modo che finalmente possa superare i 60$.
In definitiva, noi consigliamo di aprire posizioni long da marzo in poi con prezzo minore di 28$. Consigliamo anche di approfittare e sovrappesare se il prezzo dovesse scendere sotto i 25$.
La nostra stima:
febbraio / maggio: 22 – 35$
giugno / agosto: 40 – 60 $
settembre / dicembre: 45 – 55$
2017: 50 – 70 $
Una cosa è certa: finché il petrolio sarà così basso, il prezzo della benzina alla pompa, benché non segua pedissequamente il valore, ci farà risparmiare qualche euro. Ma ciò diminuisce l’inflazione nella Comunità Europea e spinge Draghi a intervenire, facendo comunque diminuire il cross con il dollaro.
Negli ultimi 10 giorni sono arrivati importanti spunti per quanto riguarda il cambio Euro Dollaro; prima Mario Draghi, capo della BCE, poi Janet Yellen, capo della FED americana, hanno dato segnali che confermano la politica delle banche da loro guidate.
Nel dettaglio, Draghi nella conferenza del 21 gennaio ha assicurato che la Banca Centrale Europea a marzo interverrà con politiche espansive per l’euro. Aumentano quindi le pressioni verso il basso per la moneta unica.
Il 27 gennaio, invece, la Yellen è stata colomba ma non ha dato indicazioni certe. I dati americani sono contrastanti e il capo della Fed ha sottolineato che la decisione di politica monetaria che sarà presa a marzo dipenderà dal mercato del lavoro e dall’inflazione. I dati da tenere d’occhio, quindi, sono quelli relativi ai prezzi al consumo e delle richieste di disoccupazione. Se i prezzi al consumo saliranno e le richieste di disoccupazione caleranno, c’è da starne certi che la Fed aumenterà i tassi di interesse, mettendo pressione al rialzo per il dollaro.
Con il dollaro in salita e l’euro in discesa, ovviamente, il cross EUR/USD avrà una pressione ribassista.
La nostra valutazione è che da qui a marzo il cross, a meno di dati esageratamente discostanti, rimarrà in un range tra 1,078 e 1,13.
Il cambio euro dollaro fino a oggi, con proiezione da dicembre. Analisi tecnica
A marzo crediamo che la Fed rimarrà ferma ancora mentre la BCE aumenterà di 10 miliardi di euro al mese la quantità di obbligazioni da acquistare, portandolo dagli attuali 60 a 70 miliardi di euro al mese; inoltre non è da escludere anche un ulteriore abbassamento del tasso di interesse per scambi interbancari fino a -0,50% così da spingere le singole banche nella direzione del prestito verso aziende e privati piuttosto che parcheggiare la liquidità.
Il target price che diamo per il 30 marzo è di 1,068 per il cross, in attesa delle mosse Fed che probabilmente arriveranno in giugno, con un solo aumento dei tassi nel 2016. Di contro la BCE, dopo l’aumento dei tassi di marzo, probabilmente interverrà nuovamente in autunno, probabilmente allungando la durata del Quantitative Easing fino a dicembre 2017 e non più marzo 2017 come impostato oggi.
A fine anno vediamo il cross scambiare nel range 1,03 e 1,07. Il nostro consiglio è quello di vendere oggi, con posizioni short da aprire con il valore del cross superiore a 1,1250.
L’unica che può rovinare queste previsioni? La Cina, che sta vendendo dollari e acquistando yuan per evitare il deprezzamento della propria moneta…
Immagino che questa frase l’abbiate sentita tante volte:
Il petrolio è diminuito ma il prezzo della benzina non cala. Con il petrolio a 120$ pagavamo 1,8€/litro, ora è sceso il prezzo alla pompa ma non così tanto.
Sbaglio? L’avete anche pensata qualche volta? Bene, cosa c’è di vero?
Poco… o almeno, è vero che il prezzo della benzina in minima parte segue il prezzo del petrolio (l’abbiamo visto in questi mesi, con la verde scesa da 1.80 a 1.45) ma non è vero che i due prezzi si seguono pedissequamente.
Guardiamo questo grafico.
Rapporto del prezzo della Senza Piombo e del Petrolio su base 100 a gennaio 2000
Questo grafico mostra le variazioni del prezzo del senza piombo al litro (linea rossa) e del barile (linea blu). Quest’ultimo è stato calcolato in euro, convertendo la moneta con il cambio del periodo e, per i primi due anni di considerazione, convertendo da lira a euro. Per avere un grafico che abbia senso, i prezzi sono stati basati su un valore 100 sulla media del mese di gennaio 2000. I dati provengono dal Ministero dello Sviluppo Economico e quindi sono i prezzi medi rilevati in Italia, su base mensile.
Come si vede, negli ultimi 15 anni il petrolio ha avuto dei picchi niente male, eppure i prezzi della benzina non li hanno seguiti. Così come ha avuto dei picchi negativi, per esempio all’inizio del grafico, e allo stesso modo il prezzo del carburante non l’ha seguito.
Il prezzo del senza piombo ha una sua vita, slegato dal prezzo del greggio, ciò perché in gran parte tale prezzo è dovuto ad accise e tasse. Inoltre i produttori di carburanti, sapendo che il prezzo al litro ha impatti su trasporti e altri aspetti sociali, tendono a calmierare il prezzo.
Qualcuno a questo punto starà pensando che i prezzi siano aumentati (o comunque variati) in base alle tasse. Ciò è parzialmente vero, proviamo ad aggiungere una riga arancione al grafico.
Rapporto tra petrolio, senza piombo e benzina industriale
Questa riga arancione rappresenta il prezzo della benzina industriale, al netto di tasse e IVA. Come si può vedere questa segue di più il prezzo dell’oro nero, giustamente poiché le accise sono costanti (poche sono in percentuale), ma comunque la differenza si nota.
Insomma, in definitiva, il prezzo della benzina in minima parte segue il prezzo del petrolio ma viene calmierata. Se così non fosse ci saremmo ritrovati il prezzo al litro, in passato, in momenti di picco, a circa 8,25 €. Ecco il grafico che mostra il prezzo reale (blu) e quello che si avrebbe legando la variabile del combustibile alla sua materia prima:
Il prezzo della benzina senza piombo se fosse legata al prezzo del greggio
Inoltre c’è la componente del costo del personale e del trasporto, oltre al marketing e al mantenimento degli impianti che incide sul prezzo.
Chi afferma che il prezzo del petrolio è passato da 120 $ al barile a 60 $, e quindi la benzina sarebbe dovuta passare da 1,80 € a 0,90 €, deve sapere che:
120 $ al barile era nel momento in cui il cambio €/$ era a 1.30, quindi in euro un barile costava 92 €;
oggi il rapporto €/$ è a 1,08 quindi 60 $ valgono 55,55 €;
in funzione dei due punti precedenti, quindi, il prezzo del petrolio non si è dimezzato;
nel prezzo al litro la fanno da padrone le accise: oggi la benzina industriale costa 0,5 €/litro, mentre al distributore arriva a 1,48 €;
visto il punto precedente, quindi, considerando che 0,98 € sono per spese differenti rispetto al prezzo della verde, il costo di quest’ultima non può arrivare a 0,9€
secondo l’idea che il prezzo del carburante deve seguire quella del petrolio allora in passato avremmo pagato la benzina 8,25 €/litro.
Nessuno ha mai detto che entro certi limiti le compagnie non giochino, e giustamente con l’aumento della domanda si alza il prezzo dell’offerta. È il mercato…
Una nazione, qualsiasi essa sia, ha dei beni e dei servizi fondamentali che rientrano in una categoria protetta. Solitamente sono servizi primari, come la rete idrica, la rete gas, quella energia, ecc. Ci rientrano anche dentro la sanità, le scuole, i trasporti e tutto ciò che non può mancare a un cittadino.
In queste categorie, anche qualora lo Stato dovesse andare a perderci economicamente, nessun cittadino può essere lasciato senza questi servizi fondamentali. Quindi lo Stato deve farsi carico di tali perdite per offrire a ogni italiano gli stessi diritti.
Tali servizi sono strategici anche per la difesa nazionale e infatti attraverso il Golden Power vengono protetti dal Ministero della difesa. C’è un motivo pratico per cui questi servizi debbano essere protetti dal Ministero: in caso di guerra sono un punto fondamentale e non possiamo dipendere da altre nazioni.
Immaginate cosa succederebbe se gli ospedali fossero di un’azienda inglese e il Bel Paese fosse bombardato proprio dalla Gran Bretagna? Ovviamente gli inglesi, per colpirci e farci cadere prima chiuderebbero gli ospedali. Sarebbe un’arma troppo grande in mano straniera. Lo stesso dicasi per la corrente, per l’acqua e per ogni servizio principale.
Ecco, il 15 di agosto il governo ha deciso che la comunicazione in Italia non è un asset indispensabile. In caso di guerra possiamo fare a meno di usare il telefono e Internet.
Sì, infatti il 15 di agosto è entrato in vigore il nuovo decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri (Dpcm) che individua gli asset del settore Difesa coperti da Golden Power, il quale va a sostituire la lista Golden Share. La differenza tra le due liste? Solo Internet. La dorsale Internet in mano a Telecom Italia può essere venduta, non è strategica per l’Italia.
Domanda: in caso di guerra come comunichiamo? Con i segnali di fumo?
Ciò è stato fatto perché l’Italia, come purtroppo sappiamo, ha bisogno di soldi per sopravvivere e la partecipazione dello Stato in Telecom Italia, oltre alle amicizie politiche degli altri proprietari, fa gola. Telefonica, azienda spagnola al pari di Telecom, già in settembre si era interessata ad acquistare Telecom, ma la richiesta era per l’intero pacchetto, rete inclusa. Telefonica entrò in Telco, la società che controlla Telecom, ma non potè scalarla completamente proprio perché la dorsale era strategica per lo Stato e quindi doveva rimanere in mano italiana.
Mano italiana ma comunque privata, infatti la partecipazione dello Stato in Telecom è minima, la grossa fetta di Telecom è già in mano a Telco (22%), Findim Group S.A. (5%), People’s Bank of China (2%). Telco, la società con maggiore quota a sua volta è controllata da Telefonica, Generali, Mediobanca, Intesa San Paolo. Insomma, la dorsale Internet è già a rischio, anche se in mano italiana.
Da oggi non più, da oggi Telefonica può acquistare interamente Telco e quindi controllare Telecom Italia. Da oggi la proprietà della nostra rete Internet può essere interamente in mano straniera. Per fortuna ciò può avvenire solo con aziende europee, quindi, per esempio, non sarà possibile che i russi entrano in possesso della nostra rete. Ma se un domani la Spagna ci dovesse dichiarare guerra? Sì, è difficile che ciò avvenga essendo tutti europei, ma c’è un ma.
Proviamo a fare un esempio stupidissimo: Telco oggi è ancora in mano italiana, quindi anche Telecom, solo una partecipazione è spagnola ed è quella di Telefonica (oltre al 2% della Cina); se la Spagna non avesse questo limite e sulla compagnia iberica venisse fatta una scalata da parte della Russia? Ecco, mettiamo che Telefonica acquisti Telco e poi venga acquistata a sua volta dai russi, dagli Iracheni o da qualsiasi altro popolo in stato di guerra. In questo caso come la mettiamo? Tecnicamente Telco e Telecom sono in mano a un’azienda con base in Europa, ma le decisioni in quest’ultima vengono prese da persone esterne al vecchio continente.
Oppure mettiamo che Telecom venisse acquistata da una banca, qualsiasi, con base in Europa… qualsiasi banca è per definizione liquida e la proprietà distribuita in qualsiasi nazione. Unicredit, giusto per fare un esempio, ha partecipazioni da Abu Dhabi, dalla Cina, dalla Russia e da tante altre nazioni. Se fosse Unicredit ad acquistare Telecom, chi comanderebbe? Già oggi nella proprietà di Telco, come abbiamo visto, ci sono le banche…
Il problema, però, non è solo strategico militare: se la rete Internet finisse in mano agli spagnoli, Telefonica potrebbe decidere di subaffittare alle compagnie ISP italiane a prezzi altissimi, quindi Internet per le famiglie diventerebbe costosissimo, accentuando l’arretratezza tecnologica dello Stivale.
Oggi le varie ISP (Tiscali, Infostrada, Fastweb, TeleTu, ecc) subaffittano la rete da Telecom a prezzi relativamente bassi. Se Telecom in mano a Telefonica iniziasse a far pagare fatture salate a queste ISP? Quale impatti per l’utente finale?
Attenzione, prima di fare confusione, c’è da sottolineare che:
ciò che non è strategico è la dorsale che porta agli utenti finali, la rete militare è ancora sotto le mani della Difesa;
che non penso che Telecom debba essere protetta dallo Stato.
Sul punto 1 c’è da dire che anche qualora i militari tra di loro possono parlare, possono comunicare e possono sfruttare le comunicazioni su Internet, in caso di necessità il fatto che i cittadini non possano accedere a questi servizi è comunque un problema. In più mi chiedo come funzionino le varie telecamere che stanno riempiendo le nostre città; queste servono per la sicurezza di tutti e le comunicazioni viaggiano su rete Internet normale o su rete militare?
Sul punto 2 invece penso, ma questo è solo una mia idea, che Telecom vada assolutamente venduta, e pure velocemente. Ciò che va protetta è la sola rete. Lo Stato deve essere proprietario della sola rete che poi deve subaffittare a qualsiasi compagnia ISP, anche fosse straniera e volesse fare affari in Italia.
Così come sulla dorsale Internet lo stesso dovrebbe essere per qualsiasi altra rete:
rete idrica in mano allo Stato e vendita di acqua in mano a chiunque;
rete elettrica in mano allo Stato (e non in mano a ENEL) e sub affitto a chiunque;
rete stradale in mano allo Stato e sub affitto a chiunque;
frequenze radio e tv in mano allo Stato e sub affitto a chiunque (con vendita della Rai);
Insomma l’Italia dovrebbe gestire delle società B2B che rivendono la sola rete e permettano a chiunque di avere gli stessi diritti. Non deve avere in mano aziende pubbliche enormi come Telecom, Alitalia, ENEL, Poste, Anas o ENI che diventano, come ogni cosa pubblica, un ricettacolo di sfaticati che vuole uno stipendio (oggi per fortuna non è più così nella maggior parte delle aziende). Lo Stato non dovrebbe avere a che fare con l’utente finale, eccetto in quelle zone dove nessuna compagnia vuole arrivare poiché magari antieconomico; in tal caso, e solo in questo caso, lo Stato dovrebbe farsi carico del servizio. Ovviamente ci sono anche delle eccezioni che dovrebbero essere analizzate caso per caso, ma ciò non può limitare un cambio che dovrebbe essere uno shock in questo momento.
Sarò un folle ma avrei piacere nel vedere uno Stato che controlla gli asset strategici e rivende servizi a qualsiasi azienda privata che abbia voglia di andare sul mercato. Forse così facendo avremmo tutti gli stessi diritti e magari lo Stato, con la rivendita della rete (su cui ci dovrebbe essere monopolio), potrebbe anche guadagnarci qualcosa.
Come racconta il Corriere della Sera, i social network sono sempre più consultati dalle banche, perché è lì che i clienti danno loro voti e giudizi.
Ecco la classifica del nuovi media monitorati dagli istituti di credito in Italia:
“In testa, con il 92% delle preferenze, ci sono i siti online delle principali testate giornalistiche; al secondo posto c’è Facebook, tenuto sotto controllo costantemente da più di sette banche su dieci (75%); a pari merito (75% delle risposte) ci sono i commenti e i rating (le stellette) delle app sugli store (i negozi online di applicazioni, come quelli di Apple e Android); al quarto posto, con il 58% dell’attenzione, c’è la categoria «blog e forum»; e al quinto c’è Twitter, fanalino di coda, consultato da quattro banche su dieci (42%)”.
Sia su Facebook sia su Twitter, la prima attività degli istituti di credito è l’assistenza ai clienti, seguita dall’educazione finanziaria.
“Solo in terza battuta i social network vengono, per ora, utilizzati per strategie commerciali. II paradosso è che dentro le banche le iniziative di tipo social trovano ancora difficoltà a decollare, dice la ricerca. Ma si registra la volontà di una banca su tre (il 33%) di aumentare gli investimenti in progetti che vadano in questa direzione”.
Si tratta di due strumenti finanziari obbligazionari a zero coupon. Infatti, sia i BOT (Buoni Ordinari del Tesoro) che i CTZ (Certificati del Tesoro Zero coupon) pagano in base alla differenza tra prezzo di emissione e prezzo nominale.
La differenza tra i due riguarda il tempo prima che vengano rimborsati, infatti i BOT hanno scadenza a 3, 6 o 12 mesi, i CTZ hanno scadenza a 12, 18 o 24 mesi.
Entrando nel dettaglio, abbiamo già detto che il guadagno su queste obbligazioni è dato dalla differenza tra acquisto e vendita, e proviamo a fare un esempio con un BOT a 12 mesi.
Avremo, per esempio, che il valore di carico è di 96 e il valore nominale di 100, la differenza tra questi dati corrisponde al nostro guadagno, quindi il 4%. Investendo quindi 960€ per l’acquisto di 1.000 obbligazioni, a scadenza, quindi dopo un anno, avremo 1.000 €, con una resa di 40€ (ovviamente vanno calcolate anche le tasse – del 20% sul guadagno – e le commissioni delle banche).
Nel caso appena visto il guadagno annuo è del 4% poiché il BOT è a 12 mesi, naturalmente fosse a 6 mesi il guadagno andrebbe dimezzato, oppure, se si tratta di un CTZ a 24 mesi il guadagno totale va raddoppiato.
In questi giorni stiamo sentendo tanto parlare di Bond, BTP o obbligazione, uno strumento finanziario che permette agli Stati, o alle aziende, di finanziarsi con soldi derivanti da privati.
Per meglio capire, immaginiamo che lo Stato (parliamo di Nazioni ma lo stesso funzionamento si applica anche alle aziende) chieda un prestito in banca, per esempio un mutuo. Ovviamente per avere i soldi in prestito dovrà garantire la restituzione degli stessi con una maggiorazione, i classici interessi. A differenza del cittadino privato, però, lo Stato restituirà tutti i soldi avuti in un unica soluzione finale e, in intervalli prestabiliti, pagherà gli interessi.
I tassi di interesse di questo prestito non sono fissi e non sono decisi dalla banca (dal creditore), ma dal mercato: quanto più interesse c’è nel prestare soldi allo Stato, tanto meno quest’ultimo pagherà di interessi. Ecco quindi che una Nazione come la Germania, che ha un’economia solida e che beneficia della fiducia di tutti, pagherà interessi di poco superiori a quelli base stabiliti dalla BCE (Banca Centrale Europea), invece, una Nazione come la Grecia, che garantisce poche garanzie e che rischia di non riuscire a onorare i debiti dovrà pagare dei tassi di interesse molto maggiori rispetto ai cugini Tedeschi. In fondo si tratta anche di un meccanismo corretto, pensandoci: prestereste dei soldi a chi non ve li restituirà? Se lo farete cosa vorrete in cambio? Invece prestereste dei soldi se siete sicuri di riaverli indietro? E cosa vorrete in cambio? Semplice rispondere che in caso di possibilità di mancato pagamento indietro voglio una garanzia più alta che mi ripaghi il rischio; se invece presto dei soldi a un’azienda/ente forte, che sicuramente mi restituirà i soldi, è come se mi dovessi accontentare di ciò che mi darà in più.
I debitori, quindi, come abbiamo visto, possono essere gli Stati o Enti Corporate. Passiamo ai creditori: nella maggior parte dei casi si tratta comunque di grandi Fondi di investimento e di banche, le quali danno credito a stati e corporate in cambio ovviamente degli interessi; ma tra i creditori ci sono anche dei cittadini, per esempio, buona parte del debito pubblico italiano si trova nelle mani dei cittadini del Bel Paese.
I tassi di interesse variano dal 2% circa, per Nazioni più virtuose come la Germania o l’Australia, fino all’8/10% di Nazioni un po’ più critiche come per esempio Argentina, Italia, Spagna e Irlanda. Casi a parte, in questo momento, Portogallo e Grecia, sull’orlo del baratro che offrono interessi ben oltre il 10%, fino al 25, 30%, ma le quali probabilmente non riusciranno a onorare i debiti.
Conviene investire in bond, bund, obbligazioni, BTP, BOT e compagnia? Sicuramente, con le dovute precauzioni e considerando bene l’attuale stato delle cose in Europa e nel mondo, sicuramente puntando a questi strumenti per Nazioni medie, come possono essere la Spagna, la Francia, l’Italia e l’Irlanda potrebbe rivelarsi un buon guadagno, infatti questi Stati offrono tassi di interesse tra il 3 e l’8% e, considerando la grandezza dell’economia in esame e le buone fondamenta, sicuramente onoreranno gli impegni. I tassi offerti, tra il 3 e l’8%, sono sicuramente migliori rispetto ai Conti deposito che, ben che vada, non superano il 3,5%.
Bisogna prestare molta attenzione però nelle fasi di acquisto ed eventuale cessione di questi titoli poiché, data soprattutto l’attuale situazione molto volatile, si potrebbero acquistare questi strumenti sovraprezzati oppure facendo un buon affare. Bisogna sapere che in fase di emissione i bond hanno valore molto vicino al 100% (solitamente si acquistano a multipli di 1.000 con valore nominale di 1€, quindi un pacchetto da mille bond costa un prezzo molto vicino a 1.000 € in emissione) e lo stesso 100% viene restituito alla scadenza, ma durante la vita del titolo si può assistere a molte variazioni.
Facciamo un esempio con i nostri BTP. L’emissione è vicina al 100%, spesso parliamo del 99,75%, il prezzo di rimborso è del 100%, ma in questo momento, a causa delle difficoltà del Paese, si possono acquistare a prezzi vicini al 90%, ciò perché molti investitori pensano che l’Italia non riuscirà a pagare i debiti, quindi l’offerta (le obbligazioni in giro) sono maggiori rispetto alla domanda. Rimanendo sull’esempio, acquistando 1.000 obbligazioni in emissione ci sarebbe costato 997,5 € (ovviamente sono da aggiungere le spese di emissione e commissione della banca, potremmo arrivare a 1010 €, con valori medi di tassazione). In scadenza queste 1.000 obbligazioni restituiranno i nostri 1.000 €. Nel mentre, ogni anno, queste obbligazioni restituiranno un tasso di interesse (ora) di circa il 5%, quindi circa 50 € all’anno. In questo dato momento, per i motivi già detti, queste mille obbligazioni possono essere acquistate a 920 € circa, quindi nel calcolo del guadagno dovremo sommare, oltre agli interessi, anche gli 80 € di differenza tra acquisto e vendita. I vari prezzi delle obbligazioni possono essere essere consultate su vari siti, quello che linkiamo è solo uno che dà il rendimento netto, ma anche le banche offrono il medesimo servizio.
Rimane solo una questione ancora in ballo, cioè la durata delle obbligazioni. Prendendo l’esempio dei titoli italiani, le durate possono essere di 3 mesi, di un anno, di 5, 10 o 30 anni.
I BTP (Buono del Tesoro Poliennale) sono delle obbligazioni emesse dallo stato italiano. In pratica, si tratta di uno strumento con il quale lo stato italiano recupera denaro rilasciando un contratto di credito.
In gioco sono presenti tre elementi:
Lo stato che emette i BTP
L’acquirente che presta i propri soldi allo Stato
Un intermediario (solitamente la banca)
I BTP hanno durata che va oltre un anno e solitamente sono per 3, 5, 10, 15 e 30 anni. Ovviamente il prestito non è gratuito e chi acquista un’obbligazione si attende, oltre alla restituzione dei propri soldi a scadenza, anche un premio, detto cedola.
Le cedole sono dei corrispettivi percentuali sul valore del prestito che l’emittente corrisponde periodicamente. Le cedole, per i BTP, sono annuali e vengono pagate a frazioni semestrali. Quindi, facendo un esempio pratico, se prestassimo allo Stato (quindi comprando le obbligazioni) 10.000 €, con BTP quinquennali, quest’ultimo, alla scadenza del prestito, ci restituisce i nostri 10.000 €; inoltre, oltre alla somma prestata, lo Stato ci dà anche una cedola semestrale, la quale, mettiamo il caso di interessi del 5% annui, sarebbe del 2,5% sulla somma prestata; nel nostro caso quindi di 250 € (lordi) ogni sei mesi. In cinque anni il totale restituitoci sarebbe di 12.500 ai quali vanno applicati delle tasse, corrispondenti al 20% su ciò che avremo guadagnato, quindi ci rimarrebbe di netto 2.500 – 20% = 2.000 €.
In pratica, il funzionamento, è simile a quanto fa una banca quando ci concede un prestito, anche se in questo caso la banca siamo noi e il creditore diventa lo stato.
Lo stato emette nuove obbligazioni ogni mese e per acquistarle si può andare sul mercato primario (quindi direttamente dallo Stato), oppure sul mercato secondario. Infatti, dopo l’emissione, queste obbligazioni iniziano a passare di mano su un mercato secondario e quindi, una volta acquistati, si possono vendere anche prima della loro naturale scadenza. Bisogna però stare attenti in questo caso poiché sul mercato secondario potrebbero non avere il prezzo del 100% ma, in base a vari fattori, valere di meno o di più. Viene da sé che acquistare sul mercato secondario un’obbligazione a un prezzo più basso del 100% e portandola a scadenza ci restituisce maggiori guadagni.
Per meglio capire, all’esempio precedente mettiamo il caso in cui l’acquisto sia stato fatto su mercato secondario a un prezzo del 97%. In tal caso l’acquisto iniziale non avviene più a 10.000 € ma a 9.700 e la differenza di 300 € si sommano ai nostri guadagni lordi.
Allo stesso tempo, sul mercato secondario, se per l’Italia non ci sono problemi di stabilità, i prezzi dei BTP possono anche essere più alti del 100%, ciò perché, magari, acquistando le obbligazioni a 105% 6 mesi dopo l’emissione, ancora conviene. Nel nostro caso avremmo che le stesse obbligazioni ci costerebbero non più 10.000 ma 10.500 € e, avendole acquistate 6 mesi dopo avremmo perso anche la prima cedola, quindi sarebbero altri 250€ in meno. In pratica guadagneremmo 750 € in meno degli originali 2.500 lordi. Come si vede ancora si presenta una convenienza nell’acquisto.
In realtà a questi guadagni vanno anche tolte le commissioni bancarie che solitamente si aggirano tra i 5 e i 50 € per operazione, quindi da moltiplicare, nel nostro caso, per due (operazione di acquisto e operazione di vendita).
Infine, ultima nota sull’acquisto: in caso in cui acquistassimo obbligazioni sul mercato secondario dopo, ovviamente, l’emissione, nel prezzo di acquisto dovremmo anche calcolare il rateo, cioè quanto ha maturato il vecchio possessore dal pagamento dell’ultima cedola fino al momento della transazione. In pratica, andando nel nostro calcolo, se avessimo acquistato sul mercato secondario al prezzo di 100% dopo 3 mesi dall’emissione, questo periodo andrebbe ripagato al vecchio possessore che ovviamente, tendendo le obbligazioni per un tot di tempo ha diritto a un premio. In questo caso è il nuovo acquirente che rimborsa il vecchio possessore con quei tre mesi, salvo poi farseli rimborsare con la cedola che comunque paga 6 mesi.
C’è da dire che la rendita annuale dei BTP è variabile e viene decisa nel momento dell’emissione, quindi dipende tanto dal momento in cui si ritrovava lo stato nel momento dell’emissione. I tassi di rendimento attualmente sul mercato, per i BTP, variano dal 3 al 5,5%. Quindi ottimi strumenti per riuscire ad ammortizzare la naturale inflazione che vive qualsiasi paese, con un piccolissimo guadagno.
I BTP sono emessi dallo Stato italiano che negli anni ha dimostrato di pagare regolarmente le cedole, e i propri debiti, e che quindi è considerato un creditore affidabile. Comunque sia, ci sono le agenzie di rating, come per esempio Moody’s oppure Standard & Poor’s che danno un giudizio su ogni creditore; peggiore è il giudizio maggiore sarà il premio che lo Stato dovrà pagare per trovare finanziatori. Per esempio: la Germania che ha rating AAA (il migliore) si può permettere il lusso di pagare delle cedole annuali vicini al tasso di interesse imposto dalla BCE (quindi in questo momento 1,5%), peggiore sarà il rating, come in questo momento la Grecia che ha rating CC (praticamente spazzatura), più dovrà pagare lo stato per trovare finanziatori (al momento la Grecia è vicina al 10%), ma in questo caso c’è un alto rischio di non rivedere i nostri soldi perché lo stato potrebbe avere un default (un fallimento).