UniCredit Group (UCG) fornisce servizi bancari commerciali su scala mondiale.
Fondata nel 1870, la sede centrale dell’azienda si trova a Milano, in Italia, nel nuovissimo Unicredit Tower (il quale ha sostituito la storica sede in Piazza Cordusio), in Piazza Gae Aulenti.
UniCredit ha una portata internazionale e una delle quote di mercato più alte dell’area europea: si rivolge a 25 milioni di clienti in 14 mercati principali e in altri 18 paesi dell’Europa occidentale, centrale e orientale; gestisce più di 9.400 filiali e impiega oltre 159.000 dipendenti. I prodotti della banca comprendono la gestione patrimoniale, il credito commerciale, il credito al consumo, l’investment banking, le assicurazioni sulla vita, i mutui, ecc. UniCredit Group è una componente dell’indice borsistico Euro Stoxx 50. Il prezzo del titolo UniCredit Group è quotato su tre borse di Milano, Francoforte e Varsavia.
La storia del gruppo risale alla fondazione di un istituto pubblico denominato Rolo Banca a Bologna nel 1473. Il suo compito principale era quello di fornire prestiti garantiti. UniCredit Group è il risultato della fusione avvenuta nel 1998 tra gli istituti bancari italiani Credito Italiano (tra cui Rolo Banca) e Unicredito. Il 1° aprile 1991 la società è stata quotata in borsa, annunciando per la prima volta la quotazione del titolo UniCredit Group.
Acquisizione di Capitalia e storia recente (2007-)
Nel 2007 Unicredit è stata protagonista di M&A con il Gruppo Capitalia, il quarto gruppo bancario italiano; il Gruppo UniCredit ha consolidato e rafforzato la propria posizione, ma ha aumentato notevolmente i costi generali. In compenso, attraverso Capitalia, Unicredit è entrata in possesso di un gioiellino tecnologico chiamato Fineco, la quale sarebbe diventata il cuore della tecnologia di Unicredit, fino alla cessione nel 2019.
Nello stesso anno sono state effettuate altre due acquisizioni: ATF Bank, che si colloca al quinto posto tra le banche nazionali in Kazakistan con 154 filiali, e Ukrsotsbank, banca universale in Ucraina. Con queste due banche il Gruppo ha esteso la propria operatività in quest’area a 19 paesi (inclusa l’Asia Centrale). Tuttavia, nel novembre 2012, fonti governative kazake hanno dichiarato che UniCredit è in trattative con investitori kazaki per la vendita di una partecipazione di controllo in ATF Bank.
Nel 2010 UniCredit S.p.A. ha incorporato le proprie controllate bancarie italiane: UniCredit Banca, Banca di Roma e Banco di Sicilia.
Nel 2013 UniCredit Finance ha comunicato che non fornirà più servizi bancari in Lettonia.
Il 14 marzo 2014 UniCredit ha annunciato che prevede di tagliare circa 8.500 posti di lavoro in futuro, insieme all’annuncio di una perdita di 15 miliardi di dollari nel 4° trimestre 2013 dovuta a un’ampia riserva di liquidità per i crediti in sofferenza e alla svalutazione dell’avviamento da acquisizioni.
Nell’aprile 2015 UniCredit e Banco Santander hanno raggiunto un accordo preliminare per la fusione delle loro attività di asset management in un’operazione per un valore di circa 5,4 miliardi di euro. L’accordo ha creato una holding denominata Pioneer Investments, detenuta per il 50% da UniCredit e per il 50% dalle società statunitensi Warburg Pincus LLC e General Atlantic LLC. La holding è proprietaria delle attività statunitensi di Pioneer e controlla le operazioni combinate di Pioneer di UniCredit, escluse le attività statunitensi, e di Santander Asset Management. I due finanziatori detengono ciascuno un terzo delle nuove attività combinate, mentre Warburg Pincus e General Atlantic possiedono il resto. Tuttavia, l’operazione è stata conclusa il 27 luglio 2016, ciononostante, Pioneer è stata venduta nel dicembre 2016 ad Amundi per 3,545 miliardi di euro. UniCredit ha inoltre ricevuto da Pioneer un dividendo straordinario di 315 milioni di euro.
Da giugno 2015 a gennaio 2017 UniCredit ha venduto i suoi NPL di dubbia incassabilità (sofferenze) a diversi investitori, in particolare PRA Group Europe (625 milioni di euro lordi), un fondo gestito da Cerberus Capital Management (100 milioni di euro lordi), un fondo statunitense (150 milioni di euro lordi), AnaCap Financial Partners (420 milioni di euro lordi), Fortress Investment Group e PIMCO (17 milioni di euro). UniCredit ha mantenuto la partecipazione di minoranza nella società veicolo di cartolarizzazione, B2 Kapital (110 milioni di euro lordi dalla controllata slovena) e B2Holding (93 milioni di euro da UniCredit Bulbank). Nell’ottobre 2015 UniCredit ha inoltre ceduto UniCredit Credit Management Bank (ora doBank), la controllata specializzata nella gestione di NPL a Fortress Investment Group e Prelios S.p.A.. Nell’operazione è stato incluso un portafoglio di NPL pari a 2,4 miliardi di euro (in valore lordo contabile). Su base annua, il valore netto delle sofferenze è passato da 19,701 miliardi di euro al 31 dicembre 2014 a 19,924 miliardi di euro al 31 dicembre 2015 (ovvero da 52,143 miliardi di euro a 51,089 miliardi di euro lordi).
Nel dicembre 2016 UniCredit ha venduto la banca polacca Bank Pekao. UniCredit aveva già venduto parte della partecipazione in FinecoBank a metà del 2016, così come aveva venduto la banca ucraina Ukrsotsbank al Gruppo Alfa nel gennaio 2016. Nel dicembre 2016, il business delle carte in Italia, Germania e Austria è stato venduto a SIA per 500 milioni di euro.
Il 13 dicembre 2016, nonostante il processo annuale di revisione e valutazione di vigilanza della Banca Centrale Europea (BCE) abbia abbassato il requisito del CET1 ratio (base transitoria) di UniCredit dal 9,75% all’8,75%, la banca ha annunciato una massiccia ricapitalizzazione della banca per 13 miliardi di euro, oltre a 8,1 miliardi di euro di accantonamenti per perdite su crediti e oneri netti di ristrutturazione per 1,7 miliardi di euro nel quarto trimestre del 2016. Nel 2016 lo stress test delle banche dell’Unione Europea annunciato il 29 luglio, il rapporto CET1 di UniCredit (full loaded basis) era stato previsto al 31 dicembre 2018 al 7,10% nello scenario avverso, il penultimo tra le 5 grandi banche italiane che hanno partecipato allo stress test (l’ultima è stata la Banca Monte dei Paschi di Siena). Sulla base del SREP 2016, UniCredit Group ha richiesto un coefficiente CET1 full load basis del 10,5% a partire dal 1° gennaio 2019 a causa dell’aumento del Capital Conservation Buffer e del buffer bancario di importanza sistemica globale come richiesto da CRR e CRD IV. Inoltre, la guida del 2° pilastro: il capitale aggiuntivo che la BCE ha suggerito alla banca di mantenere è rimasta riservata.
Nel 2019 il gruppo è stato definito Leader nel Private Banking e nel Wealth Management da Euromoney. I vincitori, come dichiarato dalla rivista, sono le banche con il servizio più collaudato delle esigenze specifiche degli individui ad alto patrimonio, che cercano di valorizzare, preservare e trasmettere il loro patrimonio.
In precedenza UniCredit Group aveva sponsorizzato diverse attività sportive, come i tornei di tennis Vienna Open e Czech Open, nonché i tornei di golf Austrian Open e Ladies German Open. Fino al 2018, UniCredit è stato uno dei principali sponsor della UEFA Champions League.
Ieri il titolo Unicredit ha toccato ieri il minimo a 7,752 €, prezzi che le azioni della banca di Gae Aulenti non vedevano dall’insediamento di Andrea Orcel alla guida. Si tratta della banca che ha perso di più in Europa subito dopo l’austriaca Raiffesen Bank, persino la francese Société Générale, che è più esposta rispetto a Unicredit in Russia, non ha perso così tanto.
Numeri che se confrontati con i massimi di periodo (15,932 € toccato il 10 febbraio) portano la perdita al 51,34%. Oggi il titolo è in ripresa, ma il peso delle perdite è enorme. Si tratta di circa 17 miliardi di capitalizzazione bruciata e appare, realmente, molto esagerata.
Guardando le altre banche italiane si nota come Intesa Sanpaolo abbiamo lasciato sul tappeto il 35%, circa la stessa cifra persa da BPER, mentre meglio è andata a Banco BPM, che ha perso solo il 28%.
Dicevamo una cifra esagerata, anche perché la credit exposure a Mosca è di 14 miliardi, corrispondenti ad appena 2,5% dei crediti complessivi. Per Intesa l’esposizione è dell’1,1% a 5,57 miliardi.
Anche guardando l’esposizione al debito pubblico di Mosca, dove Unicredit registra appena 1,087 miliardi di euro, i numeri non tornano (Intesa è esposta per appena 50 milioni).
Allora perché un crollo del genere? A pesare non è tanto l’esposizione diretta, quando quella indiretta; infatti Unicredit ha in gioco vari crediti verso aziende che con la Russia ci lavorano e che potrebbero potenzialmente diventare sofferenze (benché sembrano esposizioni di buona qualità e entità contenuta), inoltre non aiuta l’ipotesi di allontanamento dell’aumento dei tassi da parte della BCE, proprio per far fronte ai costi delle sanzioni contro la Russia, che potrebbe mantenere sotto pressione tutte le banche e allontanare la ripresa economica.
Infine c’è l’incertezza di quello che sarà il PIL europeo e italiano, incertezza che certamente non aiuta nessuna azienda a operare sul lungo periodo né il mercato a ben posizionare i titoli.
Una guerra è un buon momento per girare i portafogli, cedendo aziende soggette a problematiche e acquistando azioni di aziende che sul medio periodo ne possono trarre vantaggio. Tra le prime società di analisi ad aver pubblicato una lista di aziende per essere resilienti alla guerra c’è Berenberg, che ha dato 36 nomi utili per difendersi e per ripartire al di là del conflitto.
Ha suddiviso la lista in aziende cicliche, azioni difensive e altre. Noi abbiamo unito le difensive e le altre, lasciando staccate solo quelle cicliche.
Aziende cicliche
Le aziende cicliche sono aziende nativamente resilienti, cioè che in caso di crisi economica tendono a non risentirne vista la loro natura e il loro business.
Ecco la lista delle aziende suggerite da Berenberg:
Azienda / Azione
Nazione
Aalberts AMS:AALB
Olanda
Arkema EPA:AKE
Francia
Astrazeneca LON:AZN
Gran Bretagna
Brenntag ETR:BNR
Germania
Daimler truck ETR:DTG
Germania
ENCE Energía y Celulosa BME:ENC
Spagna
Eurocell LON:ECEL
Gran Bretagna
Heidelberg Cement ETR:HEI
Germania
Linde ETR:LIN
Germania
Metso Outotec HEL:MOCORP
Finlandia
QinetiQ LON:QQ
Gran Bretagna
Shell AMS:SHELL
Olanda
Solvay EBR:SOLB
Belgio
Tate & Lyle LON:TATE
Gran Bretagna
UBS SWX:UBSG
Svizzera
Unicredit BIT:UCG
Italia
Wienerberger VIE:WIE
Austria
Aziende cicliche consigliate da Berenberg
Aziende difensive e altre
Le aziende difensive sono tutte quelle aziende che durante le crisi tendono a guadagnare del valore. Pensiamo per esempio all’oro, che in termini di materia prima è lo strumento difensivo per eccellenza. Se c’è tensione sui mercati si può stare certi che l’oro ne guadagnerà, ma allo stesso tempo bisogna prestare molta attenzione, perché le azioni difensive, a differenza di quelle cicliche, quando l’orizzonte si schiarisce perderanno valore, con gli investitori che lasceranno questi titoli per andare su azioni più rischiose.
Giovedì scorso, 24 febbraio 2022, Vladimir Putin ha deciso di invadere l’Ucraina, aprendo una guerra di conquista come non si vedevano da decenni in Europa. Una guerra assurda, condannata pesantemente da gran parte del globo (ma non da tutti).
Mercoledì scorso, quindi, abbiamo vissuto l’ultimo giorno da nazioni in pace, benché, come avevamo anche scritto, i venti di guerra si potevano già percepire.
In una settimana molto è successo: Putin probabilmente pensava in una guerra lampo e invece è impantanato in Ucraina; l’Europa ha scoperto che la fiducia posta nella Russia negli ultimi 20 anni probabilmente era mal riposta; sono partite le sanzioni nei confronti della Russia e della Bielorussia e ci siamo resi conto che certamente queste fanno male agli aggressori, ma anche a chi infligge queste pene; la borsa russa è chiusa da tre giorni, per evitare il degrado dell’economia russa, ma non è bastato poiché il rublo è crollato e l’inflazione prevista per la nazione dell’ex Unione Sovietica è alle stelle, a tal punto che la Banca Centrale russa ha portato il tasso di interesse al 20%.
Come si sono comportate le azioni durante la guerra
Ma tutto ciò è un riecheggiare di qualcosa che possiamo ancora percepire come lontano; benché ci sia una guerra alle porte dell’Europa, se il conflitto rimanesse circoscritto, in Europa dovremo solo comprendere come muoverci in futuro.
Invece quello che è molto più vicino sono i movimenti dei titoli azionari sui nostri mercati. Andiamo quindi a vedere, una per una, quali sono stati i migliori e i peggiori titoli azionari dall’inizio della guerra, e quindi a una settimana dall’ultimo giorno di pace.
Le peggiori azioni a Piazza Affari durante la Guerra in Ucraina
Partiamo da casa nostra, quindi dal FTSE MIB e dalle azioni a media capitalizzazione, e guardiamo quelle che sono state le peggiori azioni durante la guerra.
Azione
% 1 settimana
% inizio anno
Maire Tecnimont (BIT:MT)
-26,2%
-31,9%
Unicredit (BIT:UCG)
-24,7%
-21,8%
Banco BPM (BIT:BAMI)
-17,7%
+8,9%
BPER Banca (BIT:BPE)
-17,7%
-8,9%
Banca Popolare di Sondrio (BIT:BPSO)
-17,4%
-10%
Intesa Sanpaolo (BIT:ISP)
-14,2%
+0,86%
Iveco (BIT:IVG)
-14,1%
–
Buzzi Unicem (BIT:BZU)
-13,6%
-14,6%
Telecom Italia (BIT:TIT)
-13,3%
-20,8%
Mediobanca (BIT:MB)
-12,8%
-15%
Pirelli (BIT:PIRC)
-11,9%
-19,1%
Banca IFIS (BIT:IF)
-11,7%
+4,5%
DoValue (BIT:DOV)
-10,6%
-13,6%
BFF Bank (BIT:BFF)
-10,3%
-9%
Banca Mediolanum (BIT:BMED)
-10,3%
-15,2%
Le azioni di Piazza Affari peggiori a causa della Guerra in Ucraina
Come possiamo vedere dalla lista, Maire Tecnimont è stata l’azienda più colpita, anche perché puntava alla Russia come mercato per l’espansione.
A seguito del gruppo ingegneristico troviamo ben 5 banche, settore molto colpito a causa del blocco delle transazioni con Swift e poiché gli istituti di credito avevano molti interessi in Russia.
Le migliori azioni a Piazza Affari nonostante la guerra
Possiamo dire nonostante la guerra oppure, in qualche singolo caso, grazie alla guerra. Perché, ovviamente, all’interno di una crisi ci sarà sempre qualcuno che riuscirà a guadagnarci (e lo diciamo senza pregiudizi, è giusto così).
Ecco quindi la lista delle azioni che hanno guadagnato valore durante la settimana di guerra.
Azione
% a 1 settimana
% da inizio anno
Leonardo (BIT:LDO)
+24,7%
+27%
ERG (BIT:ERG)
+18,7%
-0,6%
Alerion Clean Power (BIT:ARN)
+17,5%
+3,2%
Fincantieri (BIT:FCT)
+16,5%
+4,8%
Terna (BIT:TRN)
+9,6%
+3,2%
Le migliori azioni a Piazza Affari durante la prima settimana di guerra
Eccole quindi le aziende che, durante la prima settimana di guerra, hanno guadagnato di più a Piazza Affari.
Potremmo dividere le aziende in due blocchi distinti: da un lato le azioni che hanno nel loro core business la difesa, ciò perché le nazioni stanno rivedendo le spese militari e quindi danno un’accelerata ai business di queste aziende; dall’altro lato la transizione energetica, infatti con il rischio di blocco del gas russo è fondamentale affrancarsi il prima possibile e, per farlo, l’unico modo è quello di investire su fonti di energia che siano il futuro, quindi l’energia green e, a tal proposito, vengono premiate le aziende più attive su questo tema nei mesi scorsi.
Le peggiori azioni in Europa durante la guerra in Ucraina
Allarghiamo quindi l’orizzonte e andiamo a guardare cosa sta succedendo nell’intera Europa. Vediamo quindi quelle che sono state le peggiori azioni nel Vecchio Continente durante questa prima settimana di guerra.
Per evitare i Penny Stock abbiamo messo un limite alla capitalizzazione delle aziende, che devono valere almeno 1 miliardo.
Azione
% a 1 settimana
Nazione
Polymetal International (LON:POLY)
-67%
Cipro
EVRAZ (LON:EVR)
-63%
UK
Ferrexpo (LON:FXPO)
-41%
Svizzera
Nokian Tyres (HEL:TYRES)
-31%
Finlandia
Technip Energies (EPA:TE)
-29%
Francia
Commerzbank (ETR:CBK)
-25%
Germania
Uniper (FRA:UN01)
-24,8%
Germania
Wizz Air Holdings (LON:WIZZ)
-24,4%
Svizzera
Casino Guichard Perrachon (EPA:CO)
-24,3%
Francia
ING Groep (AMS:INGA)
-24,2%
Olanda
Mondi (LON:MNDI)
-22,7%
UK
Valeo (EPA:FR)
-22,2%
Francia
Rolls-Royce Holdings (LON:RR)
-22%
UK
Deutsche Bank (ETR:DBK)
-21,2%
Germania
Fortum (HEL:FORTUM)
-20,8%
Finlandia
BNP Paribas (EPA:BNP)
-19,3%
Francia
Société Générale (EPA:GLE)
-19,2%
Francia
Montana Aerospace (SWX:AERO)
-19,2%
Svizzera
Unicaja Banco (BME:UNI)
-18,2%
Spagna
Renault (EPA:RNO)
-18,2%
Francia
Le azioni peggiori in Europa durante la guerra
Eccole elencate, le 20 azioni che hanno perso di più in Europa durante la prima settimana di guerra. Ci sono alcune aziende che semplicemente esportano in Russia, altre che hanno delle fabbriche e alcune che sono talmente permeate con la nazione dell’ex Unione Sovietica che si può dire quasi siano russe.
Per esempio, per la prima della lista (Polymetal International), se andiamo a leggere il profilo dell’azienda, troviamo:
gruppo minerario di metalli preziosi con sede a Cipro. Il gruppo ha un portafoglio di nove miniere di oro e argento in produzione e 3 progetti di sviluppo in Russia e Kazakistan
Descrizione di Polymetal International
Forse ancora peggio va a Ferrexpo, per la quale leggiamo nel profilo aziendale:
Gestisce circa due miniere e un impianto di lavorazione vicino a Kremenchug in Ucraina, oltre ad avere interessi in un porto a Odessa.
Descrizione di Ferrexpo
Quindi, in questo caso, non colpiscono le sanzioni russe, ma direttamente la guerra, operando direttamente in Ucraina, nonostante sia un’azienda svizzera.
Le aziende europee che hanno guadagnato durante la guerra in Ucraina
Dall’altro lato della medaglia, sempre mantenendo il limite della capitalizzazione a 1 miliardo, ecco quali sono le aziende che hanno visto il loro valore di borsa allargarsi durante la prima settimana di scontri.
Azione
% a 1 settimana
Nazione
Hensoldt (FRA:HAG)
+113%
Germania
Rheinmetall (ETR:RHM)
+42%
Germania
Oxford Instruments (LON:OXIG)
+38%
UK
Secunet Security Networks (FRA:YSN)
+36%
Germania
ITM Power (LON:ITM)
+36%
UK
Vestas Wind Systems (CPH:VWS)
+32%
Danimarca
Nordex (ETR:NDX1)
+29%
Germania
Siemens Gamesa Renewable Energy (BME:SGRE)
+28%
Spagna
Solaria Energia y Medio Ambiente (BME:SLR)
+27%
Spagna
SMA Solar Technology (ETR:S92)
+26%
Germania
BAE Systems (LON:BA)
+26%
UK
Vallourec (EPA:VK)
+25%
Francia
Voltalia (EPA:VLTSA)
+24%
Francia
Thales (EPA:HO)
+23,9%
Francia
Orsted – Dong Energy (CPH:ORSTED)
+23,3%
Danimarca
Neoen (EPA:NEOEN)
+22%
Francia
Ceres Power Holdings (LON:CWR)
+21,6%
UK
Bobst Group (SWX:BOBNN)
+21,6%
Svizzera
EDP Renovaveis (BME:EDPR)
+21,3%
Spagna
Chemring Group (LON:CHG)
+21,1%
UK
Migliori azioni in Europa durante la prima settimana di guerra
Anche qui, come successo in Italia, possiamo vedere molta presenza di azioni legate alla difesa delle nazioni, come per esempio la britannica BAE Systems, oppure la francese Thales. Dall’altro lato della medaglia, vediamo anche qui la tendenza a investire nel mercato delle energie rinnovabili, con molte aziende spagnole nella lista, oltre a ITM Power, impegnato nell’industria dell’idrogeno, che sta diventando sempre più un colosso.
Caso emblematico per la prima della lista, che ha visto, in una settimana, più che raddoppiare il proprio valore, si tratta di Hensoldt e questo il suo profilo:
Produttore con sede in Germania di sistemi e strumenti di ricerca, rilevamento, navigazione, guida, aeronautici e nautici. La società inoltre, direttamente o indirettamente, acquisisce, detiene, vende e gestisce partecipazioni in società coinvolte nello sviluppo, nella produzione, nel funzionamento e nella vendita di sistemi di ingegneria elettrica, prodotti optronici e soluzioni software per scopi militari e non
Descrizione di Hensoldt
Le peggiori azioni sul mercato americano durante la guerra in Ucraina
Facciamo quindi il salto dell’oceano e andiamo a guardare quali sono state le azioni a stelle e strisce più colpite dalla guerra in Ucraina che, per quanto lontana dalle coste americane, comunque ha avuto delle ripercussioni anche nella nazione guidata da Biden, quantomeno per le tendenze sul lungo periodo.
Essendo le capitalizzazioni del mercato azionario americano tipicamente più grandi, per evitare piccole aziende abbiamo allargato il limite a 5 miliardi di dollari per poter essere considerate.
Azione
% a 1 settimana
EPAM Systems (NYSE:EPAM)
-53%
Viatris – Mylan (NASDAQ:VTRS)
-25%
Booking Holdings (NASDAQ:BKNG)
-17%
United Therapeutics Corp (NASDAQ:UTHR)
-15,4%
Biohaven Pharmaceutical (NYSE:BHVN)
-15%
Azioni peggiori in America durante la prima settimana di guerra in Ucraina
La lista è molto corta poiché le azioni successive hanno una perdita tale che è considerabile “mercato” e non effetti esterni. Come vediamo sono poche le aziende impattate e non tutte potrebbero avere subito a causa della guerra.
Le azioni migliori in America durante la guerra in Ucraina
Andiamo a questo punto a vedere quali sono le aziende che hanno visto aumentare il loro valore di mercato durante la guerra tra Russia e Ucraina.
Azione
% a 1 settimana
CarGurus (NASDAQ:CARG)
+41%
DraftKings (NASDAQ:DKNG)
+37%
Block – Square (NYSE:SQ)
+30%
First Horizon (NYSE:FHN)
+29,7%
New Fortress Energy (NASDAQ:NFE)
+24,1%
Roku (NASDAQ:ROKU)
+24%
GlobalFoundries (NASDAQ:GFS)
+22,2%
Azioni migliori a Wall Street durante la prima settimana di guerra in Ucraina
Anche qui osserviamo nella lista delle aziende che, probabilmente, con la guerra c’entrano solo in minima parte. Per esempio, la prima della lista, CarGurus, è un rivenditore online di autovetture e potrebbe aver beneficiato più dell’annuncio di Stellantis, che prevede di vendere un terzo delle vetture online entro il 2030, che degli effetti della guerra in Ucraina.
Conclusione
In conclusione abbiamo osservato come i mercati europei sono stati realmente impattati dalla guerra tra Ucraina e Russia. I settori che stanno pagando più dazio sono quelli finanziari, a causa dell’incertezza sugli effetti delle sanzioni comminate alla Russia, e quelli che lavorano con i minerali provenienti da Russia e Ucraina.
I settori che ne hanno beneficiato sono quelli legati alle spese militari e alle energie rinnovabili, poiché la transizione ecologica, con la guerra in atto, verrà certamente accelerata.
In America gli effetti dello scontro bellico sono arrivati solo in minima parte e le aziende che stanno andando meglio/peggio in questa settimana sono legati, per lo più, ad altri fattori non strettamente connessi con la battaglia sul suolo europeo.
Per comprendere quali siano le aziende quotate in borsa più esposte tra Russia e Ucraina basta guardare le perdite oggi. Così facilmente si notano:
Buzzi Unicem
Intesa Sanpaolo
Pirelli
Unicredit
In una giornata dove tutte le aziende quotate stanno perdendo capitalizzazione, sono queste 4 quelle che in mattinata stanno facendo peggio. Il perché è presto detto, in un modo o nell’altro sono esposte nell’Est Europa e quindi una destabilizzazione non giova ai loro conti.
Se allarghiamo lo sguardo all’Europa troviamo nella lista anche:
Francia
BNP Paribas
Compagnie de Saint Gobain
Renault
Societe Generale
Germania
Delivery Hero
Deutsche Bank
HeidelbergCement
Tutte queste azioni, nel momento in cui stiamo scrivendo, perdono oltre il 7% del loro valore. Sembra “salvarsi” la Gran Bretagna che non registra cali oltre il 5%.
Passando agli indici:
€STOXX 50: -4,36%
DAX: -4,28%
CAC40: -4,21%
FTSE MIB: -4,16%
IBEX: -3,66%
MOEX (Russia): -29,57%
Le aziende italiane con affari in Russia e Ucraina
Tornando per un attimo a casa nostra, Buzzi Unicem già durante la presentazione dei risultati trimestrali aveva anticipato che il giro d’affari, sviluppato nelle due nazioni, corrispondeva a 334,4 milioni di euro, con la società che ha dato ricavi preliminari, sul 2021, di 3,45 miliardi. In pratica circa il 10% del giro d’affari è in quei due paesi, non stupisce quindi che stia perdendo il 9%.
Non va certo meglio alle banche, con Unicredit e Intesa che sono tra gli istituti finanziari europei più esposti. Il quadro emerge da una ricerca di Credit Suisse, che mette in evidenza come gli istituti italiani, al pari di quelli francesi, hanno esposizioni nelle due nazioni per circa 30 miliardi. Francia e Italia precedono l’Austria che conta circa 22-23 miliardi di esposizioni.
Unicredit è la più esposta (terza in Europa), considerando che, dalla fusione con Hvb, eredita 2 milioni di clienti retail e 30 mila corporate, con 72 sportelli e un giro di prestiti di 8 miliardi di euro.
Va leggermente meglio a Intesa, che con la Russia ha intense attività di scambio e possiede 28 filiali, in questo caso gli asset si fermano a circa 1 miliardo.
Pirelli ha dichiarato che la Russia non peserà, ma il risultato odierno è più legato alla presentazione dei conti.
Le aziende europee più esposte alla crisi ucraina
La banca più esposta in assoluto è l’austriaca Raiffeisen Bank International, che ha una quota di ricavi del 20% nella sola Russia e, se si guardano i prestiti, l’istituto austriaco ha prestiti per oltre 10 miliardi sommando le due nazioni.
Al secondo posto troviamo Societè Generale, con una quota di affari intorno al 4% e prestiti per 8,7 miliardi.
Da registrare anche le posizioni della britannica BP che possiede una partecipazione del 19,75% in Rosneft, compagnia petrolifera controllata dal Governo russo. Sempre sulla tematica energica subisce anche Shell che detiene il 27,5% in Sakhalin 2, impianto russo di GNL.
Renault è la casa automobilista più esposta, con un giro d’affari dell’8% dell’EBIT sviluppato in Russia. Continuando con la Francia, da registrare il 6% di vendite di Danone in Russia.
La tedesca Metro AG ha 93 negozi in Russia, per un giro d’affari del 10% e del 17% sul profitto. Sempre rimanendo in Germania e nel settore food, da registrare la presenza, sin dal 2012, di Delivery Hero.
Infine c’è la danese Carlsberg che possiede il 40% di Baltika, il più grande produttore di birre in Russia. Non si salva nemmeno la neutrale Svizzera, con Nestlé che possiede 6 fabbriche in Russia e ha vendite per 1,7 miliardi.
Oggi il cda di Unicredit si riunirà, ufficialmente per valutare i bilanci della banca di Piazza Gae Aulenti, ma difficilmente si taglierà fuori il discorso nato venerdì 11: l’acquisizione di Banco BPM.
Difficile che già oggi esca qualche novità importante, ma Unicredit non ha mai smentito di guardare a quel dossier. La questione di fondo è che l’aumento di valore del titolo, a seguito delle indiscrezioni di venerdì, ha complicato la vita di Andrea Orcel.
Infatti Banco BPM scambia ora a prezzi decisamente più alti rispetto a qualche tempo fa, l’aumento del 9,8% di venerdì e la performance da inizio anno (+23% circa) rende la preda particolarmente difficile da afferrare. Inoltre, considerando la politica di pulizia che Giuseppe Castagna, CEO del Banco, sta portando avanti sul bilancio, fa pensare che Unicredit dovrà superare il premio del 27% che Intesa proposte per UBI. Nei corridoi circolano voci di un premio che deve essere almeno del 40% e considerato il prezzo attuale di BPM questo appare veramente un boccone troppo grosso persino per Unicredit.
Ecco quindi che prende piede la possibilità di mettere in stand-by l’operazione, in attesa di tempi migliori, così da attendere anche gli sviluppi della crisi tra Russia e Ucraina.
Sempre che Banco BPM non si muova per difendere la propria posizione e su questo aspetto c’è da segnalare sempre Monte dei Paschi di Siena, per la quale il governo, dopo la ricapitalizzazione potrebbe decidere di venderla a pacchetti, con il Banco che potrebbe essere interessata ad alcuni asset.
Insomma, l’operazione è sui tavoli, le banche si stanno muovendo, ma il momento potrebbe non essere quello propizio e qualora si attende, l’intera architettura potrebbe completamente variare.
Quello che stiamo vivendo è certamente un momento storico di cui si leggerà sui libri di storia, al di là di come andrà a finire questa storia, quello che è già successo può essere messo, a tutti gli effetti, tra gli scaffali della memoria.
La guerra tra Russia e Ucraina non inizia certo oggi, ma è da oramai circa 8 anni che si combatte su quel confine. Donbass e Crimea sono stati solo gli antipasti, ma la guerra ora sta diventando totale e il rischio di escalation è altissimo.
Sono molti gli interessi in ballo, sia da una parte che dall’altra e se la diplomazia l’avrà vinta, questa guerra non sarà certamente terminata ma solo rimandata.
Crollo borse a causa del conflitto tra Ucraina e Russia
Ma veniamo a ciò che è certamente di nostro interesse e cioè la borsa. Stamane i mercati si sono svegliati tutti molto nervosi, ciò a causa dell’escalation registratasi nel weekend. In caso di conflitto bellico, infatti, il G7 ha già annunciato forti ritorsioni verso la Russia, la quale certamente non starà a guardare.
Verranno impattate tutte quelle aziende che scambiano con la Russia, quindi l’export europeo verso il Cremlino. I mercati più impattati potrebbero essere quelli industriali, in particolar modo quelli dell’auto.
Passando invece al tema import, l’Europa si scalda grazie al gas russo: abbiamo avuto già un antipasto di cosa significhi rallentare i gasdotti russi verso l’Europa, con il prezzo del gas che è volato alle stelle. Se si dovesse andare veramente in guerra il prezzo del gas raggiungerà prezzi mostruosamente più alti, ciò avrà un impatto su tutti e tutto, ma principalmente sulle aziende che usano il gas nelle lavorazioni.
Sarebbero fortemente colpite anche le aziende finanziarie, principalmente le banche, non perché lavorino con il gas, ma perché il sistema economico si basa anche attraverso i prestiti ad aziende. Se tra queste aziende ci sono piccoli o medie imprese che hanno nel gas il loro principale costo, quest’ultime rischierebbero guai seri, con l’impossibilità di restituire il denaro.
Inoltre il caro energia impatta direttamente sull’inflazione, l’abbiamo già visto in questi mesi, e un’inflazione che galoppa, magari a ritmi anche più alti di quanto abbiamo già visto, potrebbe mettere in difficoltà molte persone, quindi incapaci di pagare un mutuo, per esempio.
Insomma, la guerra è alle porte dell’Europa, ma benché potremmo non vederne direttamente gli sviluppi, certamente sentiremmo gli effetti.
Titoli più penalizzati
Il FTSE MIB oggi sta perdendo il 3,5%, allineato dal DAX tedesco e al CAC francese. Tra i titoli che stanno perdendo di più troviamo:
BPER Banca: -6%
EXOR: -4,4%
Intesa San Paolo: -5,4%
Interpump Group: -4,5%
Iveco: -4,3%
Stellantis: -4,6%
Unicredit: -5,4%
Pirelli: -4,8%
Unica azienda in positivo, nel momento in cui scriviamo, Snam che registra +1,27%.
Per quanto riguarda le materie prime, abbiamo il Gas Naturale in aumento del 7%, mentre le altre materie prime scambiano su territorio neutro.
Le potenze in gioco
Da una parte c’è la Russia, dall’altra la Nato a guida fortemente americana, non a caso i colloqui per evitare una guerra sono tra Biden e Putin. In mezzo c’è il campo di battaglia (l’Ucraina) e l’Europa. Osservatore speciale la Cina.
Prendiamo in ipotesi la condizione peggiore, cioè che la Russia invada l’Ucraina: a quel punto ci sarebbe una pronta risposta, in termini economici, da parte del G7, e in termini militari, se si dovesse arrivare a questo, da parte della Nato. Il campo di battaglia, come già detto, sarebbe la povera Ucraina che si ritrova in mezzo.
L’Europa, per una questione geografica, sarebbe tra i due fuochi, poiché da una parte non può fare a meno del gas russo e, in parte, dell’export verso la Russia, dall’altra non può certo abbandonare gli alleati americani (nella Nato ci sono tutte le nazioni europee). In caso di impegno militare (poco possibile al momento), le basi militari NATO si trovano sparse in tutta Europa, Italia compresa (Vicenza, Capodichino, Livorno, Gaeta, ecc).
La Cina ha scambi con tutti gli attori in campo ma, per una questione politica, sicuramente sarebbe più vicina alla Russia che alla Nato.
Nocciolo del conflitto
Tornando un attimo al nocciolo del conflitto, la questione di fondo è che l’Ucraina vuole entrare a far parte della Nato, ma la Russia non accetterà mai l’estensione del confine Nato con il proprio Paese.
A oggi il Cremlino confina con la Nato attraverso Estonia e Lettonia, due piccole nazioni. Se si aggiungesse l’Ucraina, il confine Nato sarebbe molto più ampio, quindi, secondo la Russia, con un pericolo maggiore.
Ma soprattutto, e qui è il vero nocciolo, con la Crimea che è una terra ancora ambita, l’Ucraina che si vota alla Nato significherebbe un duro colpo per i russi.
La guerra in Crimea è ancora fresca, la Russia ha sostanzialmente colonizzato quei terreni, togliendoli dal controllo dell’Ucraina. Un referendum del 2014, mai riconosciuto dall’ONU né dall’Ucraina, ha portato gli abitanti della Crimea a decidere di entrare nella Federazione russa come Repubblica autonoma. Dal 2014 in Crimea la Russia decide (quasi) tutto, ma de facto la Crimea è ancora una regione dell’Ucraina.
Se l’Ucraina entrasse nella Nato, le verrebbe immediatamente restituita la Crimea, con l’effetto per la Russia di perdere molta costa a sud, per l’accesso al Mar Nero e quindi al mediterraneo.
Sulla scia di quanto fatto da Intesa Sanpaolo, che solo un anno prima ha acquistato UBI, Unicredit, guidata da Andrea Orcel, si mette finalmente sulle tracce della preda grossa: Monte dei Paschi di Siena, banca che ha attraversato vari momenti travagliati negli ultimi 10 anni.
Il Ministero delle Economi e Finanze, che possiede il 64% della banca, ha preso precisi accordi con la Comunità Europea nel momento in cui stanziò prestiti ponte alla banca senese: entro il 2021 la banca dovrà passare dalle manu pubbliche alle mani private.
Ecco quindi che la combinata è fatta: Unicredit ha bisogno di ingrandirsi in Italia per tornare a competere con quello che è il più grande istituto di credito del Bel Paese, cioè Intesa Sanpaolo, e lo Stato si libera di un peso di non poco conto.
Dopo la due diligence, durata quasi due mesi, Unicredit ha quindi confermato il proprio interesse in MPS, a patto però che le condizioni messe sul tavolo dal MEF fossero confermate:
Deferred tax assets (DTA) di circa 2 miliardi confermato (opzione che scadrà il 31 dicembre)
Amco, la società del MEF specializzata in NPL che si farà carico di una parte importante di crediti in sofferenza
Parziale (o totale) liberazione di qualsiasi rischio legale che, in attesa delle sentenze, potrebbe arrivare a pesare fino a 6,4 miliardi di euro su chi acquisterà MPS.
Proprio quest’ultimo punto è particolarmente sentito per Unicredit, poiché la banca di Gae Aulenti non ha alcuna intenzione di imbarcarsi in un’operazione scontata sulla carta ma che arriverà a costare vari miliardi quando l’iter giudiziario sarà arrivato a capolinea.
Fusione o scorporo?
Per tutti questi motivi, all’inizio di settembre, finita la due diligence, il quotidiano La Repubblica parlava di scorporo e non di fusione.
Secondo il quotidiano (e indiscrezioni di stampa), Unicredit potrebbe farsi carico del malloppo più grosso di Siena, lasciando però allo Stato (o ad altri player) alcuni asset:
Le banche del Sud andrebbero in carico a Mediocredito Centrale (Mcc)
Esuberi (dovrebbero essere circa 6.000) su alcuni rami di azienda, come per esempio:
Consorzio Operativo: attività informatiche di MPS
Mps Capital Services
Mps Leasing e Factoring
Monte Paschi Fiduciaria
Circa 4 miliardi di crediti deteriorati e una quindicina a rischio, che dovrebbero rimanere, come già detto, in capo a Amco
I 6,4 miliardi di rischi legali
Così facendo Unicredit acquisirebbe una società quasi pulita (si calcola che in totale lo Stato potrebbe farsi carico fino a 5,7 miliardi di asset non graditi a Unicredit), con vari asset interessanti:
Circa la metà di attivi (intorno ai 45/50 miliardi) su 90 di totale
Circa 1.000 sportelli sui 1.400 totali di MPS, tutti incentrati tra il nord e il centro del Paese
Banca Widiba
In particolare con quest’ultimo asset, Unicredit tornerebbe in possesso di una banca con il cuore online, come fu Fineco, venduta dal predecessore di Orcel, Jean Pierre Mustier.
Cosa succederà agli asset che nessuno vuole?
Innanzitutto rimane da capire cosa succederà ad alcuni asset, qualcuno anche di valore, che da indiscrezioni di stampa non hanno un futuro acquirente. Tra questi certamente quelli più di rilievo sono:
MPS-AXA, cioè la joint venture tra la banca senese e l’assicurazione francese, che ha una buona cerchia di clienti ed è un’attività potenzialmente interessante; fermo restando che la controparte francese dovrà accettare un cambio così pesante del socio principale
Il marchio MPS, che pare non interessare a Unicredit, e che allo stesso tempo avrebbe poco senso sia per Amco che per MCC.
Altri rami d’azienda più piccoli che spesso sono sovrapposti in termini di funzioni rispetto a rami di Unicredit
Inoltre, con lo Stato Italiano che non vorrebbe sforare i 5,7 miliardi messi in campo per la vendita di MPS e con la banca milanese che invece spinge a cifre ben più alte, potrebbero esserci ulteriori asset che verranno lasciati sul campo.
Si è parlato di forme soft di liquidazione, soluzione che però piacerebbe poco all’esecutivo, il quale ha oramai poco tempo per trovare delle soluzioni.
I nodi della fusione
Oltre alle questioni puramente economiche, c’è da sbrogliare anche qualche altro grattacapo, infatti Unicredit ha un accordo vincolante con Amundi per la vendita di prodotti per la gestione patrimoniale, accordo che presenta una data di scadenza al 2026. Di contro MPS ha accordi con la concorrente Anima, per gli stessi prodotti. Quindi, in caso di fusione, bisognerà capire come gestire questi conflitti.
Una possibilità è quella di cedere interi rami d’azienda ad altri player che potrebbero entrare in partita, come per esempio Banco BPM, attuale terzo player in Italia, che con l’ingigantimento di Intesa prima e Unicredit poi sarebbe spiazzata. BPM che comunque potrebbe andare in nozze a BPER, con la regia di Unipol, ma questa è un’altra storia.
I tempi per la fusione
Di base tempo non ce n’è più (anche perché di risiko bancario si discute oramai da molti mesi), ecco perché la maggior parte della stampa pensa si arriverà a un’offerta dopo il cda convocato da Orcel per il 27 ottobre, anticipando quella che era la data naturale per la presentazione del bilancio al 30 settembre.
La verità è che anche il 28 ottobre potrebbe essere tardi, poiché Unicredit dovrà lanciare un’OPA su MPS che è quotata, chiarendo dove finiranno le attività in esubero e incassando il via libera da varie authority italiane (antitrust, Banca d’Italia, ecc) ed europee (BCE su tutte).
Difficilmente si arriverà a una quadra entro il 31 dicembre, quindi con l’incombenza della scadenza dei DTA. Si può ipotizzare che nella legge sulle milleproroghe, a fine anno, lo Stato allunghi questa possibilità per altri 6 mesi, ma probabilmente nessuno vorrà arrivare a questa opzione. Inoltre la Comunità Europea, a fronte di un iter avviato, potrebbe chiudere un occhio sullo sforo delle tempistiche a cui si è impegnato lo Stato Italiano, ma anche qui, non sarebbe un bel risultato per il governo Draghi, che comunque, come sappiamo, in Europa può ancora vantare qualche credito.
Visto tutto ciò potrebbe anche succedere che Unicredit acceleri e presenti un’offerta prima del 27 ottobre, ma il management si assumerebbe un rischio forse troppo grande.
Staremo a vedere, attendendo nuovi sviluppi che verranno raccontati su questa pagina.
Il confronto con l’anno scorso, considerando l’arrivo del Covid 12 mesi fa, è un po’ forzato (ma lo abbiamo comunque fatto poco tempo fa); molto più utile andare a calcolare quali siano le aziende che in questo 2021 hanno meglio (o peggio) performato. Lo facciamo oggi, al giro di boa che segna il passaggio del primo semestre del 2021.
Migliori e Peggiori azioni in Italia
Con spirito patriottico, datoci anche dalle belle prestazioni della nostra nazionale all’Europeo, partiamo dal Bel Paese, quindi guardiamo le migliori azioni sul FTSE MIB e quindi allarghiamo lo sguardo a tutto il paniere italiano.
Migliori azioni sul FTSE Mib nel primo semestre 2021
Titolo
Performance
Banco BPM
+51,38%
Tenaris
+38,50%
CNH Industrial
+35,54%
Poste Italiane
+34,07%
Banca Generali
+33,92%
A2A
+33,58%
UniCredit
+32,06%
Mediobanca
+31,86%
Interpump Group
+25,31%
Amplifon
+23,82%
Intesa San Paolo
+23,21%
BPER Banca
+23,00%
Campari
+21,79%
Buzzi Unicem
+21,14%
ENI
+20,94%
Migliori azioni del FTSE MIB
Migliori azioni italiane nel primo semestre del 2021
Come detto allarghiamo quindi lo sguardo e osserviamo cosa è successo sull’intero paniere di azioni italiane nel primo semestre del 2021.
Azione
Performance
Isagro
+146,22%
Alkemy
+114,69%
Tod’s
+103,62%
WeBuild
+84,43%
Unieuro
+77,91%
SABAF
+75,42%
BFF Bank
+72,37%
EL EN
+71,75%
IRCE
+71,60%
Maire Tecnimont
+69,26%
Banca Popolare di Sondrio
+68,18%
Piovan
+68,03%
Prima Industrie
+59,38%
EMAK
+58,65%
Orsero
+57,19%
15 migliori azioni italiane nel primo semestre del 2021
Peggiori azioni italiane nel primo semestre del 2021
Continuiamo con la carrellata delle azioni italiane ma questa volta passiamo alla poco invidiabile classifica delle peggiori performance sul listino milanese.
Azione
Performance
Giglio Group
-17,72%
Falck Renewables
-14,87%
Cellularline
-12,60%
EuroTech
-11,66%
Juventus F.C.
-11,61%
GVS
-8,92%
Ferrari
-8,03%
Saipem
-7,12%
Rai Way
-6,59%
Diasorin
-6,00%
Peggiori azioni italiane nel primo semestre del 2021
Migliori e Peggiori azioni in Europa nel primo semestre del 2021
Superiamo quindi i confini italiani e andiamo a dare uno sguardo a quanto successo in Europa, partendo dalle migliori aziende europee nel primo semestre del 2021.
Azione
Nazione
Performance
Entreparticuliers.com SA
Francia
+686%
Fast Finance 24 Holding AG
Germania
+472%
PetroNeft Resources plc
Irlanda
+431%
AssetCo plc
UK
+411%
Kodal Minerals PLC
UK
+338%
Evergreen SA
Francia
+331%
Tern Plc
UK
+296%
Itaconix plc
UK
+295%
Argo Blockchain
UK
+288%
Helium One Global Ltd
UK
+259%
Migliori azioni in Europa nel primo semestre del 2021
Peggiori azioni europee nel primo semestre 2021
Anche per l’Europa andiamo a vedere entrambe le facce della medaglia e, dopo aver visto le migliori azioni, andiamo a osservare quelle che sono state le peggiori 10 azioni in Europa nel primo semestre del 2021.
Azione
Nazione
Performance
Cybergun SA
Francia
-87%
Neovacs SA
Francia
-79%
Openlimit Holding AG
Svizzera
-79%
Archos SA
Francia
-79%
Hemogenyx Pharmaceuticals Plc
UK
-75%
Avenir Telecom SA
Francia
-74%
Europlasma SA
Francia
-74%
SIMEC Atlantis Energy Limited
UK
-73%
Iffe Futura SA
Spagna
-70%
Visiomed Group SA
Francia
-68%
Peggiori azioni in Europa nel primo semestre del 2021
Migliori e Peggiori titoli azionari in America nel primo semestre del 2021
Abbandoniamo quindi il Vecchio Continente per andare al di là dell’Oceano, in America, dove, come al solito, le prestazioni delle azioni lasciano abbastanza basiti.
Ecco quindi le performance delle azioni americane nel primo semestre del 2021.
Migliori azioni in America nel primo semestre 2021
Partiamo quindi con le migliori performance del mercato a stelle e strisce.
Azione
Performance
Vertex Energy
+1.342%
Cassava Sciences
+1.116%
Marin Software
+756%
Atossa Therapeutics
+660%
Express
+621%
Koss Corporation
+577%
PDS Biotechnology Corp
+447%
BSQUARE Corporation
+429%
Asensus Surgical
+417%
J.Jill Inc
+411%
Le migliori azioni americane nel primo semestre 2021
Peggiori azioni in America nel primo semestre del 2021
Infine chiudiamo l’articolo con la poco invidiabile classifica delle azioni americane che hanno perso di più durante il primo semestre del 2021. Anche qui ci sono numeri sensazionali e belle sorprese.
Azione
Performance
Odonate Therapeutics
-81%
Graybug Vision
-79%
Sigilon Therapeutics
-78%
ChemoCentryx
-77%
Immunovant
-77%
iRhythm Technologies
-72%
Frequency Therapeutics
-72%
NuZee
-70%
Lumos Pharma
-70%
Athira Pharma
-69%
Azioni americane peggiore durante il primo semestre del 2021
La mossa a sorpresa di Unipol che, attraverso UnipolSai, ha lanciato un reverse accelerated bookbuilding sul 6,62% del capitale di Banca Popolare di Sondrio, mette l’istituto bolognese in una posizione di vantaggio per le future aggregazioni bancarie.
Da mesi oramai assistiamo alle voci che vogliono BPER in sposa a Banco BPM, a patto che quest’ultima non finisca prima in mano a Unicredit, la mossa di pochi giorni fa però potrebbe sparigliare le carte.
A questo punto appare molto chiaro che il M&A tra BPER e Banca Popolare di Sondrio potrebbe essere una scelta automatica. Un matrimonio che però non permetterebbe di sfruttare a pieno gli incentivi fiscali messi sul tavolo dal Governo Draghi e, per questo motivo, gli analisti non hanno ancora deposto le armi.
Vediamo quindi quali potrebbero essere gli scenari.
Banca Popolare di Sondrio con BPER Banca
Come già detto, questa è la scelta più sensata a questo punto, se Unipol deciderà di far unire le due banche avrà relativamente vita semplice controllando circa il 10% di entrambi gli istituti.
Operazione che potrebbe essere semplificata dal passaggio, per la Banca di Sondrio, da popolare a SpA. Ciò significa che oggi Unipol ha in mano solo un voto nel Consiglio degli Azionisti di BP Sondrio. Se il Consiglio di Stato obbligherà la banca valtellinese al passaggio a SpA (e non può che essere così, vista la gestione di attivi per 51 miliardi con la raccolta di 43 miliardi) a quel punto UnipolSai avrà in mano il 9,8% dei voti.
Il merge tra queste due banche ha il solo scopo di risparmiare sui costi ed effettuare operazioni di scala, non certo quello di sfruttare gli incentivi fiscali dati dai dta (imposte attive differite che si trasformano in crediti di imposta) visto che nessuna delle due banche ne ha in mano.
Inoltre, lo scopo ultimo di Unipol, è quello di diventare il principale player assicurativo in una nuova banca che, per dimensioni, andrebbe a diventare terza banca in Italia, in termini di capitalizzazione, e quarta in termini di attivi.
Fusione tra BPER e Banco BPM
Rimane ovviamente sempre sul tavolo la possibilità di arrivare a nozze tra BPER e BPM, ma in tal caso, senza il supporto della Banca Popolare di Sondrio, la banca emiliana appare come la più modesta tra le due, subendo quindi un’acquisto piuttosto che guidando una fusione.
Anche per tale motivo sarebbe fondamentale puntare al merge tra BPER e Sondrio prima di presentarsi al tavolo di BPM. La somma della banca emiliana e valtellinese porta il nuovo player ad avere dimensioni pari a Banco BPM, in un matrimonio, a quel punto, paritetico.
Inoltre, BPM ha in mano dta, che diventerebbero immediatamente crediti di imposta per ripagare le operazioni di merge.
Fusione a tre tra BPER, BPM e BP Sondrio
Appare complesso immaginare direttamente un matrimonio a tre tra queste banche, per il semplice motivo che Unipol è azionista di riferimento di due di esse ma non ha abbastanza voti per poter essere tranquillo sulle decisioni dell’assemblea degli azionisti.
A meno di alleati forti accanto a Unipol, quindi, l’istituto bolognese deve prima passare dalla trasformazione da popolare a SpA per la banca valtellinese, quindi da una fusione a 2 (BPER / BP Sondrio), quindi presentarsi al tavolo di BPM. Sempre che l’incorporazione degli sportelli di Intesa, ceduti a BPER in occasione dell’OPA di ISP su UBI, sia arrivata a termine nei tempi previsti.
Certo è che la posizione degli sportelli e della presenza dei tre, distribuita in tutta Italia ma con particolare forza in Emilia Romagna, nord est e nord ovest italiano, porterebbe ad avere un’istituto particolarmente forte laddove l’Italia più produttiva sviluppa il proprio business.
Unicredit e Banco BPM
Unicredit, con il nuovo corso di Andrea Orcel, è sicuramente interessata a portare a termine un’aggregazione con una banca più locale e la miglior scelta potrebbe essere proprio Banco BPM.
Ma i tempi giocano contro Unicredit, poiché difficilmente la banca potrà muoversi prima di presentare un piano industriale, atteso nella seconda metà del 2021.
Quindi BPER (o per meglio dire Unipol) ha una finestra ben stretta per portare a termine l’intera operazione.
Da parte sua, Unicredit, con acquistando Banco BPM, andrebbe a portare a sé i dta ed estendere la propria forza al Nord Italia, inseguendo Intesa che con l’acquisto di UBI risulta essere sempre più sola.
La posizione di Monte dei Paschi di Siena
Non rimane che la posizione di Monte dei Paschi di Siena, che in questa partita pare essere l’ultima spiaggia per tutti i player.
Vero che il governo ha messo sul tavolo un sostanzioso credito di imposta per chi prenderà in sposa MPS, ma è altrettanto vero che l’istituto senese è in continua perdita e risanarla non sarà affatto semplice.
Lo Stato italiano ha tempo entro dicembre per trovare una posizione per MPS, ma al momento pare che tutti stiano guardando altrove.
Comunque non è da escludere che alla fine sia proprio Unicredit, soprattutto dovesse perdere BPM, a farsi carico di questo incombente.
La partenza di Andrea Orcel alla guida di Unicredit è iniziata sul filo del rasoio, quantomeno per lo stipendio che percepirà il nuovo CEO. Il punto focale è stato quello della trasformazione della parte variabile in fisso, che porta l’emolumento per il nuovo CEO a ben 7,5 milioni di euro.
Voto negativo da parte dei proxy advisor, Glass Lewis e ISS, mentre luce verde è arrivata da CariVerona (1,8%) e Crt (1,65%). Alla fine lo stipendio viene approvato con il 54,10% dei presenti e voto contrario del 42,66%.
Confermato nel ruolo di Presidente della banca anche Pietro Carlo Padoan, ex ministro all’economia nei Governi Renzi e Gentiloni.
Aggregazioni bancarie
Ma in assemblea degli azionisti non si è parlato solo di Orcel (o di Padoan), bensì degli obiettivi futuri della banca, con il nodo centrale legato alle aggregazioni, per provare a colmare il gap che separa la banca di Piazza Gae Aulenti da Intesa San Paolo, sempre più leader sul territorio italiano, soprattutto dopo la fusione con UBI.
Il risiko bancario è ancora là sul tavolo, in attesa di comprendere quale possa essere il partner migliore. L’ipotesi più forte è certamente quella di aggregare la banca più vecchia del mondo, quella Monte dei Paschi di Siena che porterebbe con sé una dote da 6 miliardi messa sul piatto dal Governo Conte II.
Non è stata comunque accantonata la possibilità di triangolare con Banco BPM e magari con l’unione della stessa MPS. Possibilità molto più complessa che, al momento, pare un po’ lontana.
Il terreno da recuperare
A guardare i conti chiusi del 2020, Orcel dovrà lavorare molto velocemente e portare dei risultati concreti, altrimenti il rischio reale non è quello di non recuperare la posizione da leader occupata da Intesa, ma di perdere anche quella di seconda banca, con BPER e BPM che stanno spingendo sempre di più, e su cui non si esclude un’unione.
Il dividendo
Per farlo Orcel sa benissimo di avere bisogno dell’appoggio di tutti gli azionisti e in questa ottica va la decisione di confermare il piano di distribuzione dei dividendi, già parte della strategia aziendale.
A far da volano, in questo caso, è il presidente uscente Cesare Bisoni, che afferma:
UniCredit ha confermato la sua politica dei dividendi e pianificato una distribuzione straordinaria di capitale nell’ultimo trimestre dell’anno, qualora le giuste condizioni dovessero ripresentarsi e subordinatamente all’autorizzazione dell’Autorità di Vigilanza
Cesare Bisoni sui dividendi di Unicredit
Generali e Unicredit
Un ultimo capitolo è quello di Generali, con varie voci che affermano che la volontà della banca milanese sia quella di tornare a contare nell’azionario dell’assicurazione triestina.
A far da volano è Morgan Stanley, la quale addirittura si spinge a ipotizzare una fusione tra Unicredit e Generali, la quale, secondo la banca americana, potrebbe avere razionale industriale:
I vantaggi potenziali di una tale operazione sarebbero la possibilità di far leva sui clienti della banca in Italia, Germania, Austria e Cee e il potenziale per sviluppare prodotti integrati e smantellare gli attuali accordi di distribuzione per massimizzare la redditività.
L’industria della bancassicurazione europea è una delle più grandi e più redditizie a livello globale, dal 2009 al 2018 la crescita del canale bancassicurativo ha superato gli altri canali sia nel vita che nei prodotti non vita in Europa e in Italia.
Morgan Stanley su una fusione tra Generali e Unicredit
Certo, se pensiamo a una fusione tra BPM, Unicredit ed MPS, con la possibilità poi di andare a fare un M&A con Generali, ci viene il mal di testa e forse è fantapolitica, ma potrebbe essere una strada corretta per evitare di avere una banca che continua a perdere valore.
La notizia è di quelle che fanno sobbalzare i trader dalle sedie: Amundi sarebbe pronto ad acquisire Lyxor per crescere sul mercato degli ETF.
Sul tavolo ci sarebbero 825 milioni di euro e l’operazione dovrebbe chiudersi nel giro di 10 mesi.
Amundi è leader in Europa nel mercato degli asset management, tra i primi 10 al mondo e certamente il principale nel proprio mercato domestico in Francia; il colosso francese gestisce masse per 1.700 miliardi e di questi sono ben 65 i miliardi sui fondi passivi (ETF). Con l’aggiunta di Lyxor arriverebbe a gestire nel mercato degli ETF circa 142 miliardi, entrando a pieno titolo tra i big mondiali, con una fetta del 14% del mercato europeo.
Amundi che si trova anche a un cambio di CEO, con l’ingresso, da maggio, di Valérie Baudson al posto di Yves Perrier, il quale ha guidato l’azienda negli ultimi 14 anni.
Lyxor di Société Générale
Lyxor è stato il pioniere in Europa del mercato degli ETF, fondata nel 1998 e di proprietà di Société Générale. Ha masse in gestione per 77 miliardi ed è il terzo player europeo.
La posizione di Amundi
Anche in Italia Amundi è molto attiva, con raccolta di circa 200 miliardi totali e nel 2017 acquisì Pioneer dalla nostra Unicredit. Se allarghiamo l’orizzonte vediamo come, anche con l’acquisizione di Lyxor, Amundi rimane ancora distante dal leader iShares (Gruppo BlackRock) che gestisce masse per 5.700 miliardi.
Amundi che era stata fondata proprio da Société Générale insieme a Crédit Agricole, le Société Générale poi uscirono dal capitale mentre Crédit Agricole ha ancora il 69% del capitale di Amundi.
Gli ETF
Gli exchange-traded fund sono un ottimo strumento per colori i quali hanno intenzione a esporsi verso un mercato, cercando la differenziazione ma, allo stesso tempo, senza acquistare decine di aziende.
Inoltre con i piani di accumulo, spesso proposti da promoter che guadagnano dalle commissioni, gli ETF sono lo strumento ottimale per i clienti grazie ai bassi costi.
Strumento in rampa di lancio, gli ETF non hanno conosciuto crisi e le masse che vengono gestite attraverso tali strumenti è in costante aumento.
Tra il 20 e il 21 febbraio del 2020 abbiamo registrato, a livello mondiale, l’ultimo giorni di massimi prima del crollo causato dalla pandemia da Corona Virus.
Giusto per dare un’indicazione, prendiamo in esempio l’S&P 500 che il giorno 20 febbraio 2020 toccava il massimo a 3.398,3 prima di iniziare una correzione che l’avrebbe portato a toccare, il giorno 23 marzo 2020, un minimo di 2.184,7.
A tutti gli effetti, quindi, possiamo dire che l’incubo SARS-CoV-2, per le borse mondiali, è iniziato tra il 20 e il 21 febbraio di un anno fa.
A distanza di un anno, quindi, quali azioni hanno recuperato? Quali azioni sono ancora sotto e quali hanno registrato nuovi record?
Migliori e peggiori azioni a distanza di un anno dall’inizio del Covid
Per fare questa classifica prendiamo in esame i titoli della parte occidentale del mondo, quindi registrando le performance in Europa, USA e Canada.
Per stilare questa classifica prendiamo in esame solo i titoli azionari che a oggi hanno una valutazione di capitalizzazione maggiore di 1 miliardo, così da escludere delle aziende sconosciute.
Ecco quello che esce:
Migliori azioni dall’inizio del Covid
Performance
Nazione
Argo Blockchain PLC LON:ARB
+4.330%
Regno Unito
Riot Blockchain NASDAQ:RIOT
+4.035%
USA
Marathon Patent Group NASDAQ:MARA
+3.729%
USA
Novavax NASDAQ:NVAX
+3.237%
USA
Ocugen NASDAQ:OCGN
+1.801%
USA
Blink Charging Co NASDAQ:BLNK
+1.309%
USA
NIO NYSE:NIO
+1.234%
Cina
Veritone NASDAQ:VERI
+1.204%
USA
Bionano Genomics NASDAQ:BNGO
+1.109%
USA
eXp World Holdings NASDAQ:EXPI
+1.109%
USA
Migliori azioni dall’inizio del Covid
Come possiamo vedere, nella lista, eccetto la prima posizione che va a un’azione del Regno Unito, il resto della classifica è occupata da aziende americane.
Insieme a queste mettiamo anche NIO che, benché abbia la sede centrale in Cina, è quotata al Nasdaq.
Peggiori azioni dall’inizio del Covid
Performance
Nazione
Galapagos NV AMS: GLPG
-72%
Belgio
Grenke AG FRA: GLJ
-69%
Germania
BlueBird Bio NASDAQ: BLUE
-66%
USA
International Airlines Group LON: IAG
-63%
Spagna / Regno Unito
eHealth NASDAQ:EHTH
-59%
USA
Rolls-Royce Holdings LON: RR
-59%
Regno Unito
Phillips 66 Partners NYSE: PSXP
-58%
USA
Two Harbors Investment NYSE: TWO
-58%
USA
PBF Energy NYSE: PBF
-57%
USA
Banco de Sabadell BME: SAB
-56,7%
Spagna
Peggiori azioni dall’inizio del Covid
Qui la presenza americana è molto inferiore e si può notare come molte aziende del vecchio continente abbiano subito il colpo.
Migliori azioni in Europa dall’inizio del Covid
Stringendo leggermente lo sguardo, calcolando solo le aziende con una capitalizzazione superiore al miliardo, guardiamo quali sono in Europa le aziende che hanno registrato la miglior performance.
Performance
Nazione
Argo Blockchain LON:ARB
+4.330%
Regno Unito
Fastned BV AMS:FAST
+698%
Olanda
Global Fashion Group ETR: GFG
+660%
Lussemburgo
Shop Apotheke Europe FRA: SAE
+382%
Olanda
AO World LON: AO
+299%
Regno Unito
Indivior LON: INDV
+287%
Regno Unito
Valneva EPA: VLS
+255%
Francia
ITM Power LON: ITM
+243%
Regno Unito
Northern Data ETR: NB2
+227%
Germania
Flatex AG FRA: FTK
+193%
Germania
Migliori azioni in Europa dall’inizio del Covid
Un bel mix nel vecchio continente, con azioni che arrivano da qualsiasi angolo dell’Europa, eccetto che dall’Italia.
Peggiori azioni in Europa dall’inizio del Covid
Passiamo quindi alle peggiori azioni nel vecchio continente, dove va certamente registrato il crollo di Wirecard, non qui menzionato perché il nuovo valore di capitalizzazione è inferiore al miliardo.
Inoltre, onde evitare di ripeterci, in questa classifica non inseriamo le aziende già inserite in quella globale, che sono Galapagos NV, Grenke AG, International Airlines Group, Rolls-Royce Holdings e Banco de Sabadell.
Performance
Nazione
SSP Group LON: SSPG
-56,7%
Regno Unito
Cineworld Group LON: CINE
-56,1%
Regno Unito
Unibail Rodamco AMS: URW
-55,2%
Francia
Babcock International Group LON: BAB
-53,9%
Regno Unito
Elior Group EPA: ELIOR
-52,8%
Francia
Prosegur Cash BME: CASH
-48,3%
Spagna
TechnipFMC EPA: FTI
-48,2%
Regno Unito
Autogrill SpA BIT: AGL
-48%
Italia
Deutsche Pfandbriefbank FRA: PBB
-47,6%
Germania
Micro Focus International LON: MCRO
-47,3%
Regno Unito
Easyjet LON: EZJ
-47%
Regno Unito
Leonardo SpA BIT: LDO
-46,8%
Italia
Azioni peggiori in Europa dall’inizio del Covid
A differenza delle altre classifiche, dove abbiamo preso in considerazione sempre i primi 10 posti, in questo caso facciamo una piccola eccezione e arriviamo a 12 poiché, come possiamo ben vedere, le ultime due posizioni sono occupate da aziende dal grosso calibro, come EasyJet e Leonardo.
Azioni migliori in Italia dall’inizio del Covid
Stringiamo ancora il campo geografico e andiamo ad analizzare solo le aziende italiane, ma considerando le capitalizzazioni medie di Piazza Affari abbassiamo il livello di capitalizzazione da 1 miliardo a 500 milioni di euro.
Performance
Alerion Clean Power BIT: ARN
+113%
Esprinet BIT: PRT
+105%
SeSa BIT: SES
+98,2%
De’ Longhi BIT: DLG
+84,3%
Tinexta BIT: TNXT
+60,6%
Gruppo MutuiOnline BIT: MOL
+59,7%
DiaSorin BIT: DIA
+47,6%
Biesse BIT: BSS
+44,9%
SOL BIT: SOL
+44,9%
Carel Industries BIT: CRL
+39,8%
Migliori azioni a Piazza Affari dall’inizio del Covid
Peggiori azioni a Milano dall’inizio del Covid
Ed ecco invece le peggiori azioni a Piazza Affari dall’inizio del Covid.
Performance
Autogrill BIT: AGL
-48%
Saras BIT: SRS
-47,8%
Leonardo BIT: LDO
-46,8%
Cattolica Assicurazione BIT: CASS
-43,9%
UniCredit BIT: UCG
-42,4%
Banca Monte dei Paschi di Siena BIT: BMPS
-40,6%
ENAV BIT: ENAV
-39,1%
Bper Banca BIT: BPE
-35,9%
Banca IFIS BIT: IF
-35,1%
Atlantia BIT: ATL
-33,9%
Azioni peggiori a Piazza Affari dall’inizio del Covid
Come possiamo vedere, rispetto alla classifica precedente europea, tra Autogrill e Leonardo, considerando la diminuzione sul filtro della capitalizzazione (da 1 miliardo a 500 milioni) si inserisce Saras che ha una capitalizzazione di 681 milioni.
Migliori azioni in Nord America dall’inizio del Covid
Ci spostiamo quindi dal vecchio continente all’America, prendendo in esame le azioni del Nord America, quindi con Nasdaq, NYSE e mercato del Canada.
Anche qui applichiamo dei filtri, in particolare, considerando che dall’Italia difficilmente si investe su titoli azionari piccoli americani, poniamo un limite sulla capitalizzazione a 10 miliardi di dollari e in questa classifica, considerando che 9 su 10 azioni della classifica globale arrivano dagli USA, non replichiamo i titoli già aggiunti in quella classifica. Li riportiamo solo a titolo informativo:
Riot Blockchain
Marathon Patent Group
Novavax
Ocugen
Blink Charging Co
NIO
Veritone
Bionano Genomics
eXp World Holdings
Queste le azioni che, di conseguenza, hanno guadagnato meno di quelle già in lista.
Performance
IAC/Interactivecorp NASDAQ:IAC
+965%
Plug Power NASDAQ:PLUG
+914%
Etsy NASDAQ:ETSY
+318%
Cloudflare NYSE:NET
+305%
Chewy Inc. NYSE:CHWY
+290%
CrowdStrike Holdings NASDAQ:CRWD
+277%
Roku Inc NASDAQ:ROKU
+277%
Pinterest NYSE:PINS
+265%
Wayfair Inc NYSE:W
+256%
Appian Corporation NASDAQ:APPN
+249%
Migliori azioni in Nord America dall’inizio del Covid
Dalla lista, guardando il prefisso del ticket, appare evidente come non siano presenti azioni canadesi ma solo degli States. Per questo motivo aggiungiamo un supplemento di tabella, con le migliori 3 aziende canadesi dall’inizio del Covid.
Performance
First Quantum Minerals TSE: FM
+141%
Teck Resources TSE:TECK.A
+69,7%
Constellation Software TSE: CSU
+18,3%
Migliori azioni in Canada dall’inizio del Covid
E come possiamo vedere dal terzo titolo, la crescita e modesta. Il quarto in classifica registra appena il +5% e quindi nemmeno lo menzioniamo, poiché sono andamenti che potrebbero cambiare in una singola giornata.
Peggiori azioni americane dall’inizio del Covid
Passiamo quindi alle peggiori azioni, cioè quelle che non hanno ancora recuperato il livello pre-Covid. Il ché, considerando che gli indici americani hanno già superato i record precedenti al Covid, è indicativo del come queste aziende siano state particolarmente colpite quest’anno.
Performance
Energy Transfer NYSE: ET
-44,2%
United Airlines NASDAQ: UAL
-43,4%
Carnival Corporation NYSE: CCL
-42,1%
ONEOK NYSE: OKE
-40,9%
Occidental Petroleum NYSE: OXY
-40,9%
Suncor Energy TSE: SU
-40,8%
Boston Properties NYSE:BXP
-37,2%
Pembina Pipeline TSE: PPL
-35,4%
Boeing NYSE: BA
-35,3%
FirstEnergy NYSE: FE
-34,3%
Azioni peggiori in Nord America dall’inizio del Covid
In questo caso in classifica troviamo due aziende canadesi, mentre le altre sono tutte “americane”. Mettiamo l’aggettivo americane tra virgolette poiché in mezzo c’è qualche azienda, come Carnival, che in realtà ha sedi e interessi in vari parti del mondo.
Si noti come tra le azioni peggiori ce ne siano varie del mondo del turismo e trasporti, in particolare Carnival e United Airlines e sempre in classifica troviamo Boeing.
Andamento indici da inizio Covid
Per dare un riferimento molto chiaro, quindi un benchmark, riportiamo qui gli indici principali a livello mondiale con le performance a 1 anno, quindi dall’inizio del Covid.
Indice
Performance
Area
NASDAQ 100
+43,7%
USA
S&P 500
+17%
USA
DOW Jones
+8,6%
USA
DAX
+2,19%
Germania
EURO STOXX 50
-3,18%
Europa
SMI
-4,13%
Svizzera
CAC
-5,0%
Francia
FTSE MIB
-7,5%
Italia
FTSE 100
-11,4%
Regno Unito
IBEX
-18,3%
Spagna
Andamento indici dall’inizio della pandemia da Corona Virus
Per far capire al meglio la logica alla base di quanto diciamo, prendiamo in esame un caso reale, con i dati di una delle principali banche italiane.
Gli ultimi dati di Unicredit, che chiude il 2020 con un rosso di 2,78 miliardi, portano a pensare alla banca di Gae Aulenti come un’ottima opportunità per andare short.
Al di là della convenienza nell’operazione, c’è però un aspetto da tenere in considerazione, cioè lo stacco del dividendo.
Unicredit come caso pratico
Prendiamo come semplice esempio Unicredit per far meglio comprendere cosa possa succedere alle posizioni short in caso di stacco di dividendo.
Il 2020 si chiude per la banca in modo contrastato, con una perdita importante (2,78 miliardi di euro) figlia degli accantonamenti per impatti da Covid.
In generale, lasciando stare gli ultimi dati, in considerazione di quanto avevamo detto poco tempo fa sulla stessa banca, e quindi sulla resa nel tempo dell’istituto di credito, poniamo di voler aprire una posizione short pensando che il nuovo processo, con l’eventuale integrazione di MPS (altra banca che perde denaro da anni), e al fatto che da anni si prova a risanare l’istituto con scarsi risultati.
Attenzione, non stiamo consigliando di andare short, ma ci serve un’azienda in perdita che stacchi un dividendo come caso studio. Quindi lungi da noi consigliare una posizione del genere.
Cosa succede alle posizioni short in caso di stacco del dividendo?
Fatte le dovute premesse e precisazioni, ponendo di voler aprire una posizione short su Unicredit, va considerato che questa azienda staccherà un dividendo in contanti da 300 milioni durante il 2021. Considerando che Unicredit ha 2.237,26 milioni di azioni, quindi un dividendo da 300 milioni di euro, diviso per il numero di azioni, equivale a uno stacco di 0,1341 euro per azione.
Il prezzo attuale di Unicredit si aggira intorno a 8,50 euro; poniamo il caso che la nostra valutazione dica che l’azienda è sopravvalutata e quindi ci aspettiamo un calo del valore delle azioni. Poniamo che, dopo aver analizzato i fondamentali e averla messa a paragone con la principale competitor, Intesa Sanpaolo, decidiate di andare in short perché pensate che il vero valore di Unicredit sia (per esempio) 7 euro.
Apriamo quindi, per esempio, una posizione in short da 1.000 azioni, equivalente a 8.500 euro.
Ora, per il prossimo mese, l’azione continua a girare intorno a 8,5 euro, quindi teoricamente non c’è stato nessun guadagno e nessuna perdita potenziale, però, a distanza di un mese, viene staccato il dividendo di cui sopra e quindi l’azione, da 8,5 euro, passa a 8,366 euro. A questo punto voi avreste, sulla vostra posizione, un guadagno di 134 euro.
Corriamo quindi a fare short su azioni che stanno per staccare un dividendo? No…
Voi siete in grado di fare uno short su un’azione perché quelle azioni vi sono state prestate da qualcun altro. Quindi, chi vi presta le azioni, ha il pieno diritto di ricevere il suo dividendo, e chi lo paga tale dividendo? Voi…
Quindi, ricapitolando, investitore X ha in portafoglio 1.000 azioni (non importa a quanto le ha acquistate) e ha diritto a 134 euro di dividendo (che poi verrà tassato); voi prendete in prestito tali azioni per fare lo short (i prestiti delle azioni vengono gestititi dal vostro broker) e quindi quelle azioni, teoricamente, vanno a qualcun altro (investitore Y) che nel mentre ha aperto una posizione long di 1.000 azioni (voi avete venduto a Y le 1.000 azioni).
A questo punto ci troviamo con X e Y che hanno entrambi 1.000 long su Unicredit e voi che avete -1.000 azioni nel vostro portafoglio. Ovviamente Unicredit paga il dividendo per 1.000 e non per 2.000, quindi paga il dividendo all’investitore Y, che dal suo punto di vista è l’unico ad avere le azioni. Chi paga il dividendo all’investitore X che ha prestato le azioni a voi per venderle? Voi…
Nel vostro caso è vero che la posizione passa immediatamente da 8,5 ad azione a 8,366 euro ad azione, quindi facendovi registrare un utile potenziale di 134 euro. Ma il vostro broker dovrà pagare il dividendo a colui il quale vi ha prestato le azioni, che nel registro di Unicredit non esiste più (perché le sue azioni le avete vendute voi).
I broker tipicamente hanno due tipi di comportamento:
Abbassano il vostro prezzo medio di ingresso da 8,50 a 8,366 e quindi a voi risulterà ancora 0, ma il vostro utile verrà girato a chi vi ha prestato le azioni
Mantengono i prezzi di ingresso e uscita per voi intatti ma vi prelevano dal conto 134 euro per pagare il dividendo a colui il quale vi ha prestato i titoli
In taluni casi, tipicamente con broker di basso livello, vi arriva una mail a distanza di qualche giorno, nella quale vi si chiede di chiudere la posizione.
Tutti questi movimenti per voi sono totalmente trasparenti (eccetto il caso in cui dobbiate chiudere), chi vi ha prestato le azioni non si renderà conto di nulla e il vostro broker si occuperà di mettere tutto apposto.
Chi va in short guadagna da uno stacco dividendo?
Come abbiamo visto no, perché comunque voi dovrete ripagare il dividendo a colui il quale vi ha messo a disposizione i propri titoli.
Quindi non pensate di fare i furbi perché non funziona affatto.
Come guadagnare con lo short?
Solo ed esclusivamente con il calo naturale del prezzo delle azioni.
Se avete acquistato le azioni a 8,5 e siete sicuri di venderle a 7, allora il vostro guadagno sarà nel calo del prezzo delle azioni.
Attenzione però, perché se la società dovesse decidere di pagare un dividendo da 1,5 euro, quindi portando immediatamente il prezzo da 8,5 a 7 euro, voi uscite dall’azione ma in realtà non avrete guadagnato nulla. Abbiamo già visto il perché.
Importante quindi, soprattutto se si va in short a leva, avere ben chiaro quale sarà il comportamento dell’azione per evitare di ritrovarvi fuori, senza gain e con il costo delle commissioni.
La banca di Gae Aulenti ieri ha pubblicato i dati dell’ultimo trimestre e quelli dell’intero FY20.
Luci e ombre, come al solito, per Unicredit. Partiamo dall’utile che non esiste, infatti la banca milanese ha chiuso il 2020 con una perdita di 2,78 miliardi di euro, una cifra mostruosamente alta, soprattutto se confrontata con i 3,28 miliardi di euro di utile della principale concorrente, Intesa Sanpaolo.
Una cifra che comunque racconta poco, infatti è impattata dai 5 miliardi accantonati per gli effetti del Covid sui bilanci successivi. Senza questa liquidità messa a riserva l’utile, che non a caso è stato sottolineato nella comunicazione con la voce “utile netto sottostante” sarebbe stato di 1,3 miliardi di euro.
Dati che vanno comunque confrontati con Intesa che, senza le rettifiche per il Covid, avrebbe chiuso con 4,54 miliardi di utile.
Segno meno anche sui ricavi che con 17,1 miliardi segnano un -9% rispetto a un anno prima, così come il margine di interesse a 9,4 miliardi (-6,3% YoY).
Si salvano comunque i rapporti di Cet1, che sono di 15,08%, e il rapporto tra crediti deteriorati e crediti totali, segnato al 4,5%.
Il dividendo per Unicredit
Nonostante i dati contrastanti, il management di Unicredit ha deciso di distribuire un generoso dividendo in due parti distinte.
Innanzitutto c’è un dividendo ordinario di 1,1 miliardi, con acquisto di azioi proprie per 800 milioni e distribuzione per 300 milioni.
Infine c’è un dividendo straordinario da 652 milioni, interamente sotto forma di riacquisto di azioni proprie.
I vertici di Unicredit
Ieri era anche l’ultimo giorno di Jean Pierre Mustier alla guida del colosso bancario, verrà sostituito da Andrea Orcel a partire dal 15 aprile.
Con queste parole si è congedato Mustier:
Desidero dare il benvenuto al mio successore, Andrea Orcel, che entrerà nella banca dopo l’assemblea degli azionisti di aprile. Andrea porta al gruppo un patrimonio di esperienza e una straordinaria serie di risultati nella finanza internazionale. Ha tutti i numeri per guidare UniCredit nella prossima tappa del suo percorso
L’annuncio del mandato consegnato nelle mani di Mario Draghi, da parte di Sergio Mattarella, farà certamente bene all’economia. I primi segnali si sono già visti, con lo spread tra BTP e Bund sceso immediatamente del 7%.
Ma quali azioni avranno un vantaggio dall’elezione di Mario Draghi?
Certamente il primo effetto si vedrà sul rendimento dei Titoli di Stato italiani, i quali saranno acquistati grazie alla fiducia che gli investitori ripongono nell’ex presidente della Banca Centrale Europea.
Inoltre con Draghi impegnato politicamente si può anche immaginare un’accelerazione verso la creazione di quei bond europei che Mario ha lasciato a metà a causa della fine del suo mandato di 8 anni nel palazzo principale dell’economia europea.
Quali azioni avranno un vantaggio dall’elezione di Draghi
Per rispondere a questa domanda bisogna guardare a tutti i capitoli aperti sul tavolo del governo. Giuseppe Conte, dimissionario, ha aperto una serie di capitoli che non sono arrivati a conclusione.
Lo spread e il debito
Il già citato calo dello spread, e in generale il calo degli interessi che l’Italia dovrà pagare agli investitori, porterà l’Italia un po’ più vicina ai costi sostenuti dalle altre nazioni per finanziarsi.
Difficile immaginare che i BTP decennali italiani vadano sottozero, ma allo stesso tempo è impensabile che lo Stato italiano continui a pagare o 0,5/0,7% di interessi sul decennale nel momento in cui Francia e Germania si trovano in negativo, la Spagna e il Portogallo vicino allo zero e anche la Grecia messa meglio di noi.
L’Italia andrà ad avvicinarsi a quelli che sono i rendimenti di Spagna e Portogallo, quindi vicini allo zero, con un notevole risparmio di denaro pubblico.
Ovviamente in questo caso a beneficiarne saranno gli investitori che possiedono buoni dello Stato italiano.
Il vantaggio per le banche
Evidentemente l’ex numero uno della Banca Centrale Europea avrà tutto l’interesse del mondo a far viaggiare meglio le banche italiane, le quali sono il tessuto dell’economia del Bel Paese. Già il calo dello spread, con l’innalzamento del valore dei BTP, porta un gran vantaggio alle banche tricolore, le quali vedranno rafforzarsi i valori patrimoniali.
Questo è particolarmente vero per quegli istituti che possiedono molto debito pubblico italiano, come Intesa Sanpaolo, oltre che quelle banche con un solido bilancio e con fondamentali in ordine, come per esempio Banco BPM.
Atlantia e la revoca delle concessioni autostradali
Partiamo dal tema che viene portato avanti sin dal crollo del Ponte di Genova del 2018. Atlantia sta litigando con Cassa Depositi e Prestiti e fino a ora è mancato l’assist del governo, troppo incauto nelle dichiarazioni e troppo fumoso nel concreto.
Difficile immaginare che Draghi possa fare inversione a U e abbandonare questo capitolo; ma è altrettanto vero che la lettera mandata dalla Commissione Europea, alla quale Draghi dovrà rispondere appena sarà eletto, dà un assist enorme per rivedere tutta l’impalcatura.
Draghi dovrebbe essere una figura istituzionale, attento ai diritti dei privati e agli accordi presi, quindi si può immaginare una rimodulazione delle tariffe, con un ingresso di Stato all’interno dell’azionariato di Autostrade per l’Italia ma la questione revoca potrebbe andare definitivamente in soffitta.
È immaginabile che il nuovo governo darà una spinta a CDP in modo da trovare un corretto prezzo per la rete autostradale, liquidando in toto o parzialmente la famiglia Benetton, ma allo stesso tempo dando una generosa liquidazione così che la stessa Atlantia, incassato il ristoro, possa investire in altri beni, principalmente all’estero.
Si può tranquillamente immaginare che Aspi andrà alla quotazione e solo dopo CDP entrerà nel capitale rilevando le quote in mano ai Benetton. In questo modo si salverebbero i piccoli investitori, i fondi esteri, si darebbe finalmente una parvenza di serietà a questa trattativa e si riporterà gran parte dell’asset in mano allo Stato, tranquillizzando l’Europa e facendo sì che arrivino dalle varie authority tutti i visti necessari.
Atlantia sarà quindi una delle aziende che ne trarrà beneficio.
Unicredit e Monte dei Paschi di Siena
Torniamo sulle banche e quindi sul secondo grande capitolo aperto sul tavolo del governo, cioè la cessione delle quote di MPS.
Lo Stato Italiano è il maggior azionista della banca senese, con una quota di oltre il 64%. La Comunità Europea ha già chiesto di decidere se nazionalizzare la banca o cedere le quote, per evitare di incorrere nella casistica di aiuti di Stato a enti privati.
Lo Stato Italiano non ha alcun interesse ad avere una banca nazionalizzata e quindi si sta procedendo con la cessione delle quote di MPS, che il governo Conte bis si è impegnato a portare a termine entro l’estate del 2021.
Siamo in fase di scadenza di quella promessa e il capitolo ancora è aperto e quasi tutto da costruire. Possiamo immaginare che il pragmatismo di Draghi, unito all’esperienza dell’ex ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, attuale presidente di Unicredit, porterà a una soluzione in tempi relativamente brevi.
Anche questo capitolo dovrebbe quindi chiudersi velocemente, ai lettori lasciamo il compito di comprendere se sarà un bene o un male per gli attori in gioco.
La rete unica e Telecom
Noi voliamo velocemente alla rete unica italiana, terzo grande capitolo aperto sul tavolo del governo.
Qui le parti in gioco sono tantissime e la risoluzione sarà tutt’altro che semplice. Giusto per fare un veloce riepilogo: TIM ha unito la propria rete con quella di Fastweb dando vita a FiberCop, dall’altro lato c’è Open Fiber, nata da un progetto di Enel con Cassa Depositi e Prestiti (50% ciascuno di quote).
L’idea originale era quella di unire le due reti per far nascere la rete unica italiana, come chiesto anche dall’Europa, così da avere certezza di connessione e provare ad abbattere il digital divide che oggi colpisce la nazione (due reti nelle principali città e nessuna connessione in territori complessi).
Cassa Depositi e Prestiti è la regista dell’operazione, avendo in mano il 50% di Open Fiber e il 9,89% di Telecom Italia.
La direzione in cui si stava procedendo era quella di unire le reti e dare a TIM la responsabilità della gestione, operazione non propriamente ammirata dall’Europa, la quale chiede che la gestione della rete sia in capo a un soggetto terzo rispetto ai rivenditori di connettività.
Enel è già in trattativa per la cessione della propria quota di Open Fiber al fondo Macquarie, inoltre, giusto per fare qualche nome, in FiberCop è presente anche il fondo KKR.
Interessati all’operazione sono anche tutti i rivenditori di connettività, con Vodafone, Iliad, Sky e Tiscali alla finestra per capire come e se inserirsi.
Compito di Draghi sarà quello di dare ascolto all’Europa creando o rafforzando qualcosa di esterno agli operatori, unendo la rete unica e portandola a funzionare in modo adeguato.
Borsa Italiana in mano a Euronext
Altro capitolo aperto da Conte e mai chiuso. LSE ha ceduto Borsa Italiana a Cassa Depositi e Prestiti, la quale l’ha fatto entrare nel perimetro della francese Euronext, acquisendo una quota importante della società transalpina.
Si tratta di un dossier un po’ fermo al palo, nonostante ci siano da fare delle nomine e bisogna cercare di contare qualcosa all’interno del board di Euronext.
Il compito di Draghi sarà quello di essere europeista e provare a forzare il ruolo dei francesi così da creare un mercato di scambio azioni paneuropeo. Draghi ha anche l’occasione d’oro di provare a far quadrare Deutsche Boerse intorno a Euronext, così da creare un vero grande mercato europeo che possa competere a livello mondiale con Nasdaq e NYSE.
Recovery Fund
Ovviamente il Next Generation EU è il capitolo più importante sul tavolo del governo e circa 300 miliardi in 6 anni sono un’occasione da non perdere per l’Italia, possono rappresentare un’occasione per tante aziende italiane.
Probabilmente Draghi porterà i capitoli verso la direzione degli investimenti a medio/lungo periodo, con la costruzione di meccanismi e di praticità che potranno essere un volano per l’Italia.
In particolare, avendo perso il treno dell’elettrico sui veicoli e avendo puntato invece su energie alternative, considerando che un grande capitolo di spesa dovrà essere appuntato per le politiche green, potrebbero trarne giovamento quelle aziende che hanno già orientato i loro investimenti verso energia pulita a base di Idrogeno o di fonti alternative.
Ben posizionate, in questo caso, vediamo Enel, ERG, Snam e forse anche ENI.
Allo stesso tempo il Recovery Fund ha capitoli sullo svecchiamento della mobilità, quindi grande attenzione a Stellantis e delle infrastrutture, quindi Buzzi Unicem.
MES e Sanità
Il MES nacque proprio in seno alla Commissione Europea e alla BCE nel momento in cui Mario Draghi guidava l’istituzione europea, difficile quindi immaginare che possa dire di no ai soldi del MES, anche perché non ha crediti o debiti politici da scontare o elettori da ingraziarsi.
Per questo motivo probabilmente l’Italia accetterà i soldi del MES e li metterà sul piatto della sanità. Ne gioveranno tutte quelle aziende italiane che in questo settore hanno il loro core business.
Tra le altre possiamo ricordare DiaSorin, Recordati, Health Italia, Amplifon e Garofalo Health Care.
Giustizia
Forse esageriamo un po’, anche perché Draghi avrà a disposizione appena due anni, ma sarebbe bello riuscisse a mettere mano anche alla giustizia, che è uno dei capitoli del Recovery Fund.
In particolar modo, in Italia, viviamo nel perenne ritardo e mancanza di garanzia della pena.
Le aziende internazionali tendono a stare lontane dall’Italia (anche) perché qualora avessero problemi legali (e tutte le aziende di un certo livello ne hanno) in Italia i tempi sono biblici, senza la garanzia che la giustizia sia dalla parte di chi ha ragione.
Una riforma della giustizia sarebbe perfetta da parte di un presidente del consiglio che si sta affacciando con la nomea di essere pragmatico e di saper affrontare di petto i problemi.
Non ci sono aziende specifiche che potrebbero trarne vantaggio, ma l’intero sistema Paese, con le aziende internazionali che tornerebbero a gradire la destinazione Italia per basare i loro interessi.
Per fare ciò va riformata la giustizia e la tassazione per le imprese.
Dopo le dimissioni di novembre di Jean Pierre Mustier, che ha guidato UniCredit negli ultimi 5 anni, è scattata la caccia al nuovo CEO che prenderà la poltrona a partire da aprile 2021, cioè quando il preavviso di Mustier andrà a scadere.
La lista di nomi era ben lunga ma pare che il cerchio si stia stringendo su due nomi che non facevano parte dell’iniziale rosa: Andrea Orcel e Fabio Gallia.
Andrea Orcel nel 2018 sarebbe dovuto andare a ricoprire il ruolo di CEO in Santander, peccato che la banca spagnola ritirò la candidatura dopo che questo aveva già dato dimissioni dal precedente ruolo di responsabile dell’investment bank di Ubs.
Con all’attivo esperienze anche in Bank of America, Orcel avrebbe l’appoggio di soci istituzionali di UniCredit.
Il secondo nome, Fabio Gallia, porta i colori italiani ai vertici della banca di Piazza Gae Aulenti. Attuale manager di Fincantieri, ha avuto esperienze anche in Cassa Depositi e Prestiti oltre a Bnp Paribas fino al 2015.
Una fonte a conoscenza del dossier avrebbe dichiarato:
preferire un candidato più malleabile, quindi il risultato più probabile è che vedremo un italiano relativamente sconosciuto ai vertici
Questo chiaramente tenderebbe a favorire Gallia.
Non esce dalla lista comunque Alberto Nagel, facente parte della rosa iniziale e attuale CEO di Mediobanca, peccato che sembrerebbe non si sia reso disponibile quando Spencer Stuart (head hunter incaricato di trovare il nome) l’ha contattato.
Tipicamente, quando si sente parlare di settore finanziario, la mente corre velocemente agli istituti di credito. Anche se le banche sono la fetta più grande della torta, ci sono comunque varie società che possono definirsi finanziarie anche se non sono istituti bancari.
Le categorie principali del settore delle finanze può essere racchiuso in queste poche categorie:
Banche: come detto, le azioni delle banche sono quelle con la fetta più grande, le più conosciute e le più vicine alla popolazione media. Chi non conosce, per esempio, Unicredit, una delle più grandi europee, come Intesa Sanpaolo oppure le banche più piccole o ex grandi, come MPS? Eppure in questa categoria rientrano anche banche che non si rivolgono tipicamente al mercato retail, come per esempio la merchant Mediobanca o istituti rivolte principalmente al settore commerciale.
Assicurazioni: benché in Italia il settore assicurativo è stato assediato da insurance straniere, come Admiral, DirectLine, Axa, ecc, le assicurazioni sono una parte fondamentale della nostra vita. Ovviamente anche in Italia abbiamo dei campioni, come per esempio Generali, Cattolica e sempre più spesso le banche aprono e presidiano un ramo assicurativo. Proprio questa mancata divisione netta tra banche e assicurazioni fa sì che la nostra percezione sia più ristretta, rilegando le assicurazioni soprattutto al ramo RC Auto.
Servizi finanziari: esistono quindi delle aziende che si occupano di investimenti e di servizi finanziari, senza essere banche o assicurazioni. In Italia abbiamo Azimut e qualche centinaio di grosse SGR. Inoltre esistono delle società che si occupano di servizi, come per esempio può essere Euronext francese, l’agenzia di rating S&P Global o Reuters.
Fintech: sono le ultime arrivate ma promettono di stravolgere il mercato in modo netto e definitivo. La tecnologia, applicata alla finanza, che prende appunto il nome di “fintech”, sta mettendo in campo una serie di titoli azionari che sfruttano la tecnologia per creare nuove soluzioni per il settore finanziario. Giusto per fare qualche nome: Mastercard, PayPal, Square o anche semplicemente, rimanendo sul mercato italiano, FinecoBank, che benché sia una banca a tutti gli effetti ha forti connotati tecnologici.
Blockchain: ancora molto poco usata, ma la blockchain potrebbe diventare la tecnologia del futuro per lo scambio di informazioni finanziare. Esistono già delle aziende, ma non ci sono ancora colossi mondiali.
Elenco delle aziende del settore finanziario
In questo capitolo facciamo un breve elenco (poiché parliamo di migliaia di aziende) che fanno parte del settore finanziario.
Nazione
Settore
Admiral Group LON: ADM
Regno Unito
Assicurazioni
Allianz ETR: ALV
Germania
Assicurazioni
American Express NYSE: AXP
USA
FinTech
Amundi EPA: AMUN
Francia
Servizi finanziari
Aon NYSE: AON
Regno Unito
Servizi finanziari
Assicurazioni Generali BIT: G
Italia
Assicurazioni
AXA EPA: CS
Francia
Assicurazioni
Aviva plc LON: AV
Regno Unito
Assicurazioni
Azimut Holding BIT: AZM
Italia
Servizi finanziari
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria BME: BBVA
Spagna
Banca
Barclays LON: BARC
Regno Unito
Banca
Berkshire Hathaway Inc NYSE: BRK.A
USA
Servizi finanziari
BlackRock NYSE: BLK
USA
Servizi finanziari
BNP Paribas EPA: BNP
Francia
Banca
Citigroup Inc NYSE: C
USA
Banca
CNP Assurances EPA: CNP
Francia
Assicurazioni
Crédit Agricole EPA: ACA
Francia
Banca
Credit Suisse SWX: CSGN
Svizzera
Banca
Deutsche Bank ETR: DBK
Germania
Banca
Deutsche Börse ETR: DB1
Germania
Servizi finanziari
FinecoBank BIT: FBK
Italia
Banca
Goldman Sachs Group Inc NYSE: GS
USA
Banca
Gruppo MutuiOnline BIT: MOL
Italia
FinTech
Gruppo Santander BME: SAN
Spagna
Banca
HSBC Holdings plc LON: HSBA
Regno Unito
Banca
ING Groep AMS: INGA
Olanda
Banca
Intesa Sanpaolo BIT: ISP
Italia
Banca
JPMorgan Chase & Co. NYSE: JPM
USA
Banca
Lloyds Banking Group PLC LON: LLOY
Regno Unito
Banca
London Stock Exchange Group LON: LSE
Regno Unito
Servizi finanziari
MasterCard NYSE: MA
USA
FinTech
Mediobanca BIT: MB
Italia
Banca
Morgan Stanley NYSE: MS
USA
Banca
Morningstar Inc. NASDAQ: MORN
USA
Servizi finanziari
Munich Re ETR: MUV2
Germania
Assicurazioni
Nasdaq NASDAQ: NDAQ
USA
Servizi finanziari
Nexi BIT: NEXI
Italia
FinTech
PayPal NASDAQ: PYPL
USA
FinTech
Poste italiane BIT: PST
Italia
Servizi finanziari
Royal Bank of Canada TSE: RY
Canada
Banca
Square, Inc. NYSE: SQ
USA
FinTech
Société générale EPA: GLE
Francia
Servizi finanziari
UBS SWX: UBSG
Svizzera
Banca
UniCredit BIT: UCG
Italia
Banca
UnipolSai BIT: US
Italia
Assicurazioni
Visa NYSE: V
USA
FinTech
Wells Fargo & Co NYSE: WFC
USA
Servizi finanziari
Zurich Insurance Group SWX: ZURN
Svizzera
Assicurazioni
Metriche importanti per l’analisi dei titoli finanziari
Le metriche non sono molto differenti rispetto agli investimenti in Istituti di credito; questi includono, oltre all’ovvio rapporto prezzo/utile (P/E), anche altre metriche da tenere ben in mente:
Return on Assets (ROA) e Return on Equity (ROE): si tratta delle metriche più utilizzate per valutare la redditività delle aziende del settore finanziario. Rappresentano, rispettivamente, i profitti annualizzati in rapporto alle attività e al patrimonio netto. Il benchmark del settore è per un ROA dell’1% e un ROE del 8%.
Margine di interesse netto: una metrica che si applica in particolar modo alle banche e rappresenta la differenza tra gli interessi incassati per l’attività di prestito e gli interessi pagati per l’attività di raccolta.
Rapporto di efficienza: per incassare 100 euro quanto spende l’azienda? Se spendesse 75 euro avremmo un rapporto di efficienza del 75%. Ovviamente più basso e meglio è.
Price-to-book (P/B): nella valutazione dei titoli finanziari, il rapporto prezzo/patrimonio (P/B), può essere utile quanto il rapporto P/E. Il P/B è il prezzo delle azioni di una società, diviso per il suo valore patrimoniale netto.
Rapporto combinato: più per le società assicurative che per quelle bancarie; il rapporto combinato è la somma di spesa per il pagamento dei sinistri (loss ratio) e per le spese aziendali (expense ratio). Naturalmente il combined ratio deve essere inferiore al 100% poiché, altrimenti, porterebbe la società a chiudere i conti in negativo.
Margine di investimento: Sempre di vitale importanza per le assicurazioni, le quali, oltre a trarre profitto dalle polizze di sottoscrizione, guadagnano anche investendo i premi raccolti in attesa di pagare i premi per i sinistri assicurativi. Questo è importante, poiché il reddito da investimenti è spesso la fonte primaria dei profitti di una compagnia di assicurazione.
Investire a lungo termine
Quando si valuta un’azione del settore finanziario è importante comprendere l’arco temporale nel quale tale azione potrà restituire buoni risultati.
In particolar modo, il settore in questione, ha andamenti lenti che modificano il prezzo dell’azione nell’arco di vari anni, quindi è fondamentale mettersi nell’ottica di investire per mantenere in portafoglio tale azione.
Esistono troppe variabili in grado di modificare il valore azionario nel breve periodo, comprese le crisi economiche, quindi è importante tenere ben in mente che il capitale potrebbe essere bloccato per vari mesi se non anni.
Tuttavia, se si dispone di un orizzonte temporale di investimento di cinque anni o più, potrebbe essere una mossa intelligente aggiungere al proprio portafoglio alcuni titoli finanziari. In particolar modo per le ricche cedole che questo settore è in grado di pagare.
Tempo fa abbiamo stilato la classifica delle banche europee più grandi, cioè quelle che superano almeno un miliardo di capitalizzazione.
Grande però non sempre significa sicuro e per calcolare la stabilità di una banca esiste un parametro specifico: Common Equity Tier 1.
Si tratta di un parametro (ne abbiamo già parlato) che tutti gli istituti di credito segnalano nel loro bilancio ed è richiesto dalla Banca Centrale Europea poiché, la stessa istituzione comunitaria, periodicamente fissa degli obiettivi per ognuna delle banche interessate.
La BCE sottopone gli istituti di credito agli Srep Test (Supervisor Review and Evaluation Process), cioè delle prove che rivelano la resa delle banche in situazioni di stress finanziario ed economico e sulla base dei risultati di questi Srep test la BCE fissa degli obiettivi da raggiungere, con un floor minimo dell’8% per ogni istituto.
Quindi, partendo dal Cet1, vediamo quali sono le grandi banche più solide d’Europa allo stato attuale.
Banca
CET1
Danske Bank
17,60
ABN AMRO Bank NV
17,30
Natwest Group
17,20
HSBC HoLdings
15,00
ING Groep
14,96
Intesa Sanpaolo
14,62
Lloyds Banking Group
14,60
UniCredit
14,54
Standard Chartered
14,30
Barclays
14,20
Commerzbank
13,40
UBS Group
13,32
Deutsche Bank
13,30
Socièté Gènérale
12,50
Credit Suisse Group
12,50
BNP Paribas
12,40
Caixa Bank
12,29
Credit Agricole
12,00
Banco Santander
11,84
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria
11,63
Grandi banche europee con CET 1 solido
Come si può facilmente notare la lista delle 20 banche europee è composta da nomi veramente grandi della finanza ed è una selezione realizzata da S&P Global.
Sono due le italiane in classifica, Intesa Sanpaolo e Unicredit, che hanno ottimi livelli di CET1, quindi molto solide.
CET1 delle banche italiane
Se allarghiamo leggermente l’orizzonte alle banche di tutte le dimensioni (o lo restringiamo alla sola Italia), notiamo facilmente che nel Bel Paese ci sono degli istituti di credito molto più virtuosi rispetto alle due citate in precedenza.
Ne avevamo parlato giusto venerdì, quando, in occasione del black friday, avevamo fatto un’analisi sulle azioni di Piazza Affari che sono a sconto; Unicredit negli ultimi 10 anni ha una resa veramente poco invidiabile, con una performance del -85% e a poco sono valsi gli stacchi del dividendo che non hanno certamente coperto l’enorme perdita.
Considerando split azionari, aumenti di capitale e tutto ciò che è successo, il valore attuale dell’azione (8,75 euro), se rapportato a 10 anni fa (il 30/11/2010 quotava intorno agli 80 euro facendo i calcoli degli split), fa veramente paura.
Se allarghiamo lo spettro, andando a 20 anni fa, quindi a novembre del 2000, vedremo addirittura un 285 euro di valore per singola azione, che rapportata al valore attuale porta la perdita al 97%.
Basterebbe già questo per sottolineare come bisogna stare lontani, molto lontani, da questa banca.
Unicredit in confronto con Intesa Sanpaolo
Se la rapportiamo con la principale concorrente, Intesa Sanpaolo, prendendo i medesimi riferimenti, vedremo una perdita del 23% negli ultimi 10 anni e una perdita del 57% a 20 anni; decisamente differente rispetto a Unicredit, in particolar modo se consideriamo il fatto che ISP ha staccato negli anni dei dividendi che sono nettamente superiori a quanto fatto da Unicredit.
In conclusione Intesa Sanpaolo, a 20 anni, è ancora un’azione remunerativa, mentre Unicredit decisamente no. Chi avesse investito 2.000 euro in Intesa 20 anni fa avrebbe già abbondantemente recuperato il valore grazie ai dividendi e si ritroverebbe ancora i titoli in portafoglio; parallelamente chi avesse investito la medesima cifra in Unicredit non avrebbe ancora recuperato il proprio investimento e in più si ritroverebbe quasi nulla in portafoglio.
Prossimo CEO di Unicredit
Ma anche questo non basta e quindi arriva la notizia di oggi, che vuole Jean Pierre Mustier, Amministratore delegato di UniCredit da luglio 2016 allontanato dalla banca.
Basta poco per notare come il titolo azionario oggi ha più o meno il medesimo valore che aveva nel luglio 2016, con l’aggiunta però del dividendo che porta l’investimento in attivo.
Certo, Mustier non ha fatto miracoli, ma ha arginato una situazione che era evidentemente pessima, portando il titolo UCG a galleggiare e non continuare a perdere, che per un’azione come UniCredit non è certo male.
La riunione del Comitato Nomine di Unicredit, che si terrà mercoledì prossimo, darà il via ai nominativi per il nuovo consiglio di amministrazione e parrebbe che la posizione del CEO sia fortemente in bilico.
La colpa di Mustier sarebbe quella di non vedere di buon occhio il matrimonio con MPS, di cui abbiamo più volte parlato, e una parte del consiglio di amministrazione vorrebbe invece procedere in tale direzione.
Inoltre il consiglio andrà a valutare anche la divisione di UniCredit in due aziende differenti, una dedicata all’Italia e l’altra all’estero; questo è un punto fondamentale per l’attuale amministratore delegato ma pare che in consiglio di amministrazione non tutti la pensino così.
Il Corriere della Sera ipotizza:
Se in Unicredit passasse la linea di prendere comunque Mps, Mustier finirebbe in minoranza
Corriere della Sera sulla posizione di Mustier nella trattativa con MPS
Inoltre, sempre il Corriere sottolinea come a Mustier sia imputata “la resa non ottimale del titolo e la mancanza di una strategia chiara dopo la fase delle cessioni (quote di Mediobanca, Fineco, Pioneer e il ramo polacco della banca)“.
Insomma, una parte del consiglio nota come il titolo abbia galleggiato ma solo grazie alle cessioni di assett importanti che hanno permesso di fare cassa.
Inutile dire che oggi UniCredit sta sottoperformando sulla base di questi rumor, registrando un -5% e tale entità è anche la perdita di MPS, su cui c’è molta incertezza.
Si ipotizzano anche i nomi del successore di Mustier, con la suggestione di Victor Massiah, fuoriuscito da UBI a causa dell’acquisizione da parte di Intesa, nomina che però, per La Stampa, sarebbe irrealizzabile a causa di un patto biennale di non concorrenza con Intesa Sanpaolo.
Altri nomi sul tavolo sarebbero Matteo Del Fante (AD di Poste), Marco Morelli (ex CEO di MPS) e Diego De Giorgi.
Come operare su UniCredit
Ripartiamo dall’articolo di venerdì, nel quale mettevamo in risalto la differenza tra il Patrimonio Netto e la Capitalizzazione di varie aziende, facendo la semplice somma dei valori di MPS e Unicredit, il risultato delle due aziende insieme è una capitalizzazione di 21.610 milioni di euro, contro un valore del Patrimonio Netto di 67.415 milioni di euro, con un P/BV di 0,3205.
La situazione di Monte dei Paschi di Siena
Detta così bisogna fare incetta di titoli sia di UniCredit che di MPS. Però, c’è un però… innanzitutto su Monte dei Paschi di Siena pesa un macigno dato dalle possibili cause legate agli scandali di qualche anno fa, che sono calcolati in circa 10 miliardi di possibili fuoriuscite. Quindi il patrimonio netto, teoricamente, si abbasserebbe e nemmeno di poco.
Aggiungiamoci che il Reddito Netto degli ultimi 6 anni di MPS presenta ben 4 annualità in rosso (e non di poco) e che gli unici due anni in positivo (2018 e 2016) l’attivo è stato di poche centinaia di milioni (contro i miliardi persi negli altri 4 anni); anche guardando al Margine di Interesse della banca senese si nota chiaramente come dal 2014 è in continua discesa e idem dicasi del Book Value tangibile per azione, passato da 458 euro del 2014 (con calcolo sugli split eseguiti negli anni) a 7,49 del 2019.
Insomma, MPS è la grande malata che probabilmente ha finito le cure ma confrontandola con gli anni passati, quando si poteva fregiare del titolo di terzo istituto d’Italia, oggi è una piccola banca locale.
La situazione di Unicredit
Guardando alla situazione di Unicredit, come detto, il lavoro di Mustier si è fatto sentire e dal 2015 in poi il Margine di Interesse è sostanzialmente invariato a 10 miliardi; il reddito netto degli ultimi 3 anni supera abbondantemente i 3 miliardi, negli ultimi 6 anni è sempre andata in attivo eccetto che nel 2016, quando fece quasi 12 miliardi di euro di accantonamenti per rischi sui crediti.
Gli attivi sono sostanzialmente invariati e il Book Value tangibile, dal 2016, cioè dall’arrivo di Mustier, è invariato.
Comprare o vendere?
Torniamo quindi alla domanda principale: UniCredit è da tradare a queste condizioni?
La risposta definitiva non c’è, certamente c’è una forte componente di rischio in questa azione e gli ultimi 20 anni dimostrano come sanare la situazione di UniCredit non è per nulla facile.
Mustier ha fatto certamente un buon lavoro, sacrificando però delle buone pedine (pensiamo soprattutto a Fineco, giusto per fare un esempio).
Secondo la nostra visione, se Mustier venisse confermato e l’operazione MPS non andasse in porto, probabilmente UniCredit è una discreta azione da avere, con ritorni bassi ma con un profilo medio/basso di rischio.
Qualora venisse allontanato Mustier con l’aggiunta dell’operazione MPS, allora i rischi aumenterebbero sensibilmente e, a meno di mega regali da parte dello Stato (del cui operato sta vigilando la Comunità Europea), il profilo dei fondamentali della banca andrebbero a peggiorare. Inoltre rientrerebbero a palazzo delle logiche e strategie politiche più che economiche e, tipicamente, la politica fa male agli affari.
Valutati pro e contro, considerando la poca resa in caso di conferma di Mustier e la grande perdita qualora le cose andassero nel verso sbagliato, la nostra idea è che da Unicredit bisogna stare lontani; eccezion fatta per chi volesse tradare in short, ma con una fortissima componente di rischio.
Nella giornata del Black Friday, che avvia il week end che si concluderà con il Cyber Monday, non potevamo non parlare di quelle che sembrerebbero delle azioni a sconto a Piazza Affari.
Partiamo da Banco BPM che è un ottima preda per qualsiasi acquirente principalmente per un motivo: il valore patrimoniale è molto maggiore rispetto alla capitalizzazione; quindi chi acquista l’azienda si porta in casa un valore di molto superiore rispetto a quello che paga.
Non è un caso che Banco BPM sia passato da un minimo di 1,28 di qualche settimana fa a 1,95 di questi giorni, con rumor che parlano anche di acquisizioni (Risiko bancario).
Secondo questo rapporto, quindi, Capitalizzazione / Valore Patrimononiale, denominato P/BV ratio, vediamo quali sono le occasioni che si presentano ad oggi sulla borsa milanese.
Azienda
Valore Patrimoniale
Capit.
P/BV
Banca Monte dei Paschi di Siena
6.770
1.320
0,19
BPER Banca
5.316
2.100
0,21
BANCO BPM
12.436
2.810
0,22
PanariaGroup Industrie Ceramiche
147,4
41,68
0,28
CSP International Fashion Group
48,7
14,27
0,28
Intek Group
497,8
153,47
0,29
Caltagirone
1.058
332,73
0,31
Banca IFIS
1.507
497,48
0,33
Unicredit
60.645
20.290
0,33
Banco di Desio e della Brianza
977,0
328,54
0,34
IGD SIIQ
1.167
397,78
0,34
IRCE
119,7
45
0,36
Banca Popolare di Sondrio
2.853
1.070
0,36
Banca Finnat Euramerica
219,5
85,64
0,36
OVS
653,9
241,07
0,37
Gas Plus
209,2
84,43
0,39
d’Amico International Shipping
364,1
121,25
0,39
Nova Re Siiq
63,6
24,49
0,41
Telecom Italia
20.227
8.540
0,41
Unipol Gruppo
6.673,6
2,940
0,44
Cattolica Assicurazioni
1.937
897,61
0,44
Autostrade Meridionali
178,0
80,06
0,45
Exprivia
86,0
41,71
0,45
Cellularline
192,7
94,71
0,46
Credito Valtellinese
1.727
806,58
0,47
Beghelli
86,1
41,2
0,48
COIMA RES
440,9
215,2
0,49
Credito Emiliano
3.036
1.570
0,52
Danieli & C Officine Meccaniche
1.937
951,52
0,54
Tesmec
48,5
83,09
0,54
Intesa Sanpaolo
68.364
37.490
0,55
Centrale del Latte d’Italia
60,3
33,32
0,55
IVS group
319,4
193,59
0,58
Servizi Italia
112,5
69,34
0,59
Immsi
235,6
141,66
0,6
Conafi Prestito
15,7
9,6
0,61
Saras
879,5
546,35
0,62
FNM
440,2
273,12
0,62
Brioschi Sviluppo Immobiliare
84,5
54,35
0,64
Neodecortech
58,3
37,84
0,64
Poligrafica S Faustino
8,9
6,45
0,65
Massimo Zanetti Beverage Group
283,5
188,65
0,67
Mediobanca
10.118
6,940
0,67
DeA Capital
426,0
294,34
0,68
Orsero
160,0
115,64
0,71
I Grandi Viaggi
62,3
44,71
0,72
Emak
217,0
160
0,74
Itway
8,2
6,78
0,74
Banca Sistema
190,2
143,95
0,76
Aeffe
158
128,84
0,76
Guala Closures
573,6
409,53
0,77
Monrif
21,7
16,89
0,78
Compagnia Immobiliare Azionaria
11,5
9,03
0,79
Risanamento
126,2
101,57
0,8
Aziende più svalutate a Piazza Affari considerando Capitalizzazione e Valore Patrimoniale
Come si può ben vedere, ci sono delle aziende che hanno una svalutazione importante, tra queste certamente ci sono da notare gli istituti di credito, che occupano i primi 3 posti.
Benché possa sembrare ovvio correre ad acquistare queste aziende che sono svalutate, prima di farlo considerate che se il prezzo è basso un motivo c’è: potrebbe essere semplicemente un momento dato dalla congettura economica e dalla situazione generale dell’economia, ma potrebbe anche essere che il titolo in sé stesso abbia delle criticità che con questa tabella non possono certamente essere lette.
Per esempio, il primo di questa classifica è Monte dei Paschi di Siena, tutti sappiamo perché si trova in quella posizione. Ovvio che il patrimonio netto è ben più alto del prezzo di mercato, ma ciò è dovuto al fatto che negli ultimi anni MPS ha fatto perdere soldi a molti azionisti.
Situazione simile per un altro istituto finanziario come Unicredit, che benché non possa essere paragonabile a MPS, negli ultimi 10 anni ha avuto una performance di -85%. In pratica investendo 2.000 euro il 26 novembre 2010 oggi si avrebbe poco più di 300 euro. Appare anche in questo caso evidente come questo titolo abbia negli anni respinto gli azionisti, eccetto quelli short. A poco son serviti i buoni risultati degli ultimi anni, oramai gli investitori, prima di acquistare Unicredit, se ne guardano molto bene.
Discorso invece diametralmente opposto per Intesa Sanpaolo, che è l’azienda più grande di questa lista. ISP negli ultimi dieci anni ha perso appena il 13%, cioè investendo 2.000 euro il 26 novembre del 2010 oggi si avrebbero 1.774 euro, ma essendo un’azione che negli ultimi 10 anni ha staccato varie cedole ricche, il gran totale è decisamente più alto e quindi si tratta di un’azione che non ha respinto gli azionisti. Anzi, i ricchi dividendi uniti alla performance del titolo è decisamente attraente per gli azionisti.
Allora perché ISP si trova in questa classifica? Semplice, ci si aspettano difficoltà date dalla crisi di Covid ed è ancora da capire quante aziende e famiglie non riusciranno a pagare gli impegni finanziari presi in passato. Ecco quindi perché un colosso come Intesa Sanpaolo si trova in questa classifica e perché, in generale, gli istituti di credito in questo momento hanno la capitalizzazione molto più bassa del Patrimonio Netto.
In generale, ogni azienda ha una propria storia e se il prezzo, rappresentato dalla capitalizzazione, è basso c’è certamente una spiegazione.
Quindi non bisogna investire in queste azioni? Assolutamente sì, bisogna investire nella maggior parte di queste azioni, perché sono a sconto in questo momento, e come dice Warren Buffett:
Chi non scambierebbe monete da 80 centesimi con una banconota da 1 dollaro?
Warren Baffett sul valore delle azioni
Attenzione però, perché dobbiamo essere certi di prendere in cambio banconote da 1 dollaro che siano vere, altrimenti avremmo perso solo gli 80 centesimi.
Quindi bisogna assolutamente acquistare queste azioni, ma analizzando il perché si trovano in queste condizioni. Quindi attenzione a tutti gli altri parametri dell’analisi fondamentale.
Parrebbe che la Banca Centrale Europea stia andando nella direzione di non prorogare lo stop ai dividendi per il 2021.
Una notizia molto importante per tutti quegli azionisti che in questi anni hanno fatto incetta di titoli finanziari delle banche.
Non siamo certo al ritorno della normalità e probabilmente qualche banca deciderà comunque di attendere per staccare il proprio assegno, ma nel mentre ci sono istituti finanziari che già da tempo stanno sottolineando come, con questa notizia, tornerebbero a distribuire dividendi.
Un caso nostrano è quello di Intesa Sanpaolo, la quale in occasione dell’acquisizione di UBI ha sottolineato come, appena la BCE autorizzasse la distribuzione, è nelle loro intenzioni distribuire il dividendo sull’utile del 2020 e anche su quello 2019 messo a riserva.
Attenzione, calcolando sull’ultimo dividendo che è stato distribuito non è garanzia che il dividend yield rimanga invariato anche nel 2021, per il semplice motivo che l’istituto potrebbe decidere di distribuire un ammontare più basso del dividendo 2019.
Banca
Capitalizzazione
Ultimo dividendo
Dividend Yield
1
BNP Paribas
54 mlrd
3,02
6,98%
2
Banco Santander
40,16 mlrd
0,10
4,15%
3
Intesa Sanpaolo *
37,52 mlrd
0,197
10,15%
4
ING Groep
32,91 mlrd
0,68
8,09%
5
Nordea Bank Abp
29,85 mlrd
0,40
5,47%
6
Crédit Agricole
28,31 mlrd
0,69
7,01%
7
KBC Bank
26,44 mlrd
2,50
4,17%
8
BBVA
24,70 mlrd
0,26
7,03%
9
Unicredit
20,35 mlrd
0,27
2,97%
10
Deutsche Bank
19,47 mlrd
0,11
1,17%
* Intesa Sanpaolo, come già detto, distribuirà il dividendo degli ultimi due anni; nel calcolo del dividend yield, come per tutte le altre banche, abbiamo però inserito l’ultimo stacco effettuato
Come abbiamo già detto, per alcune banche, come la nostra Intesa Sanpaolo, il dividend yield potrebbe essere sensibilmente più alto poiché distribuirà due dividendi in uno.
Ieri Goldman Sachs ha deciso di rivedere i rating delle banche italiane, promuovendo in particolare:
Intesa Sanpaolo (da 2,1 a 2,4 il target price, da neutral a buy il giudizio)
Unicredit (da 12,3 a 12,7 il tp con indicazione che rimane buy)
BancoBPM (TP da 1,85 a 1,95 e indicazione neutral)
BPER Banca (TP da 2,2 a 2,25 con indicazione buy)
Monte dei Paschi di Siena (TP abbassato da 1,5 a 1,35 con indicazione neutral)
Il caso di Intesa Sanpaolo
Noi in particolar modo ci concentriamo sul primo titolo, cioè Intesa Sanpaolo, fresca di acquisizione di UBI Banca e che GS stima in miglioramento su tutta la linea.
Al momento Intesa Sanpaolo sta scambiando intorno a 1,852 e con il target price a 2,4 significa un potenziale guadagno di quasi 0,55 euro ad azione o, in termini percentuali, di una salita del 29,6%.
Tralasciando il target price, stupisce in modo particolare il conto sul monte dividendo, vero fattore sorprendente, perché GS prevede che la banca possa tranquillamente pagare il 70% dell’utile agli azionisti e, probabilmente, ipotizza anche qualcosa in più (75%).
Significa un rendimento di 0,17 euro ad azione e considerando che l’AD Carlo Messina ha più volte sottolineato che gli introiti del 2019 sono in cassaforte, e appena la BCE darà l’autorizzazione verranno distribuiti, significa un ritorno di circa 0,34 euro sui due anni 2019 e 2020.
Ai prezzi correnti significa avere un dividend yield del 18,35%. Un numero incredibile che isserebbe, con ogni probabilità, Intesa Sanpaolo sulla cima delle aziende che staccano un dividendo più alto; anche più alto di FCA che il prossimo anno dovrebbe distribuire un dividendo extra grazie alla fusione con PSA.
Tornando a Intesa Sanpaolo, la banca americana sottolinea come l’integrazione con UBI possa portare a un miglioramento dei conti per i prossimi 4 anni, con incremento degli utili (e quindi dell’EPS) precedentemente previsti, grazie a un calo dei costi e degli accantonamenti.
Certificati e derivati
Tutti contenti? Mica tanto…
Intesa Sanpaolo è una società spesso usata come base per certificati e per derivati. Uno stacco del dividendo, significa deprimere il prezzo del titolo dal momento dello stacco in poi.
I certificati che hanno come obiettivo il prezzo dell’azione a una certa data, quindi, saranno negativamente impattati da questo stacco gigantesco.
Era il 16 marzo del 2020 e il FTSE MIB, insieme a gran parte dei mercati mondiali toccava minimi che non si vedevano da anni.
In particolar modo il FTSE MIB toccava il minimo di 14.153, numero che non vedeva da agosto 2012.
Quel giorno si veniva da quattro settimane di continue discese e con l’Italia che andava in lockdown non si vedeva una via d’uscita. Solo con il senno di poi possiamo dire che quel giorno si toccò il momento più brutto, almeno sulle borse, del 2020 nel pieno dell’emergenza Covid.
Da quel 16 marzo 2020 sembra passata una vita ma in realtà siamo a soli 8 mesi di distanza. In questi 2 quadrimestri cosa è successo?
Inoltre, al di là del punto più basso, qual è la performance delle azioni da prima che il Covid diventasse una triste realtà?
Vediamo la lista delle azioni presenti nel FTSE MIB e capiamo quali azioni hanno già recuperato, quante hanno addirittura sovraperformato e quante invece ancora devono recuperare del terreno.
Da metà marzo a metà novembre (8 mesi)
Questa che segue è la performance dei titoli azionari facenti parte del FTSE MIB tra il 16 marzo 2020 e il 16 novembre 2020.
Azioni
Ticket
Performance
Amplifon
BIT:AMP
119,00%
STMicroelectronics
BIT:STM
81,03%
Fiat Chrysler Automobiles
BIT:FCA
75,59%
Prysmian
BIT:PRY
73,82%
Davide Campari
BIT:CPR
72,49%
Interpump Group
BIT:IP
64,87%
Banca Generali
BIT:BGN
63,18%
FinecoBank Banca Fineco
BIT:FBK
61,76%
DiaSorin
BIT:DIA
60,76%
Mediobanca
BIT:MB
60,04%
Banco BPM
BIT:BAMI
55,56%
Banca Mediolanum
BIT:BMED
54,29%
Moncler
BIT:MONC
49,98%
Nexi
BIT:NEXI
48,55%
Enel
BIT:ENEL
47,36%
CNH Industrial
BIT:CNHI
46,35%
Azimut Holding
BIT:AZM
45,15%
FTSE MIB (benchmark indice)
–
44,30%
Atlantia
BIT:ATL
43,47%
Ferrari
BIT:RACE
43,44%
Recordati
BIT:REC
42,91%
Buzzi Unicem
BIT:BZU
42,38%
Tenaris
VIE:TEN
36,97%
InWIT (Infrastr. Wireless Italiane)
BIT:INW
35,24%
Unipol Gruppo
BIT:UNI
33,94%
Pirelli & C.
BIT:PIRC
32,60%
Poste Italiane
BIT:PST
32,46%
Intesa Sanpaolo
BIT:ISP
31,43%
Exor
BIT:EXO
29,93%
Terna – Rete Elettrica Nazionale
BIT:TRN
29,81%
Snam
BIT:SRG
29,63%
Italgas
BIT:IG
24,24%
Assicurazioni Generali
BIT:G
23,63%
UniCredit
BIT:UCG
23,15%
Eni
BIT:ENI
22,80%
Telecom Italia
BIT:TIT
20,69%
A2A
BIT:A2A
19,42%
Leonardo
BIT:LDO
6,18%
HERA
BIT:HER
0,97%
Saipem
BIT:SPM
-1,52%
Bper Banca
BIT:BPE
-16,46%
Componenti del FTSE MIB ordinati per performance tra il 16 marzo 2020 e il 16 novembre 2020
Come si può facilmente notare la quasi totalità delle azioni ha registrato una performance invidiabile dal momento più basso del FTSE MIB.
Circa la metà delle azioni (17) hanno sovraperformato la resa dell’indice (44,30%) mentre l’altra metà (23) hanno sottoperformato.
Però ha poco senso guardare dal minimo annuale a oggi se non consideriamo come si trovavano quei titoli prima del minimo di marzo.
In particolar modo l’ultimo giorno prima del crollo dovuto al Covid si è registrato sul FTSE MIB in data 19 febbraio 2020, quando l’indice toccò il massimo di 25.271 punti.
Questa invece la performance dei titoli del FTSE MIB dal pre-Covid a oggi, dopo circa 9 mesi (3 interi trimestri).
Aziende
Ticket
Performance
DiaSorin
BIT:DIA
43,10%
Amplifon
BIT:AMP
19,67%
Interpump Group
BIT:IP
14,71%
Recordati
BIT:REC
12,17%
Davide Campari
BIT:CPR
11,64%
FinecoBank Banca Fineco
BIT:FBK
10,01%
Prysmian
BIT:PRY
6,92%
Moncler
BIT:MONC
5,23%
Ferrari
BIT:RACE
4,67%
Fiat Chrysler Automobiles
BIT:FCA
2,61%
STMicroelectronics
BIT:STM
2,27%
CNH Industrial
BIT:CNHI
0,00%
InWIT – Infrastrutture Wireless Italiane
BIT:INW
-4,51%
Enel
BIT:ENEL
-5,60%
Terna – Rete Elettrica Nazionale
BIT:TRN
-7,66%
Buzzi Unicem
BIT:BZU
-7,78%
Nexi
BIT:NEXI
-9,64%
Snam
BIT:SRG
-10,78%
Banca Generali
BIT:BGN
-12,97%
Pirelli & C.
BIT:PIRC
-13,14%
Banca Mediolanum
BIT:BMED
-13,50%
FTSE MIB Indice (benchmark)
–
-15,15%
Italgas
BIT:IG
-15,26%
Mediobanca
BIT:MB
-24,82%
Exor
BIT:EXO
-25,01%
Poste Italiane
BIT:PST
-25,20%
Assicurazioni Generali
BIT:G
-26,01%
Banco BPM
BIT:BAMI
-26,02%
Azimut Holding
BIT:AZM
-27,70%
Intesa Sanpaolo
BIT:ISP
-29,23%
HERA
BIT:HER
-30,04%
Telecom Italia
BIT:TIT
-32,69%
Unipol Gruppo
BIT:UNI
-33,27%
Tenaris
VIE:TEN
-34,85%
A2A
BIT:A2A
-35,26%
Atlantia
BIT:ATL
-36,14%
Eni
BIT:ENI
-38,41%
UniCredit
BIT:UCG
-41,26%
Saipem
BIT:SPM
-48,81%
Leonardo
BIT:LDO
-49,64%
Bper Banca
BIT:BPE
-52,69%
Performance delle azioni sul FTSE MIB da prima del Covid a metà novembre (dopo 9 mesi)
Mentre la performance del FTSE MIB dal 19 febbraio al 17 novembre è stato del -15,15%, ci sono titoli che hanno ampiamente recuperato e sono addirittura in attivo e altre azioni che invece ancora valgono la metà di quanto valevano prima della pandemia.
Appare evidente come tra i primi 4 per performance ben 3 sono legati al farmaceutico e alla salute. Interpump e Campari, che compongono la TOP 5 hanno avuto importanti cambiamenti nel periodo, con la società di beverage che è passata da un trasferimento all’estero e la società industriale che a marzo non era nel FTSE MIB, quindi beneficia della promozione.
Non importa che stiate valutando le rate dell’auto, un nuovo mutuo, la surroga sul vecchio o il prestito per ristrutturare casa. Quasi certamente avete sentito parlare di Euribor e di Libor.
Non sono gli unici tassi usati, ma questi due sono fondamentali per la vita finanziaria di milioni di noi, quantomeno perché a questi ci è attaccato il valore e il costo del nostro mutuo (o del nostro prestito).
Capiamo quindi cosa sono l’Euribor, il Libor e le alternative attualmente sul mercato.
Cos’è l’Euro Interbank Offer Rate (Euribor)?
L’Euribor, o Euro Interbank Offer Rate, è un tasso di riferimento costruito a partire dal tasso di interesse medio al quale le banche della zona euro offrono prestiti a breve termine non garantiti sul mercato interbancario. Le scadenze dei prestiti utilizzati per calcolare l’Euribor variano spesso da una settimana a un anno.
Si tratta del tasso di riferimento con cui le banche si prestano o prendono in prestito le riserve in eccesso su brevi periodi di tempo, da una settimana a 12 mesi. Questi prestiti a breve termine sono spesso strutturati come pronti contro termine (repo) e hanno lo scopo di mantenere la liquidità bancaria e di assicurare che il contante in eccesso sia in grado di generare un rendimento di interessi piuttosto che rimanere inattivo.
Cosa dice il tasso Euribor?
L’Euro Interbank Offer Rate (Euribor) si riferisce infatti ad un insieme di otto tassi del mercato monetario corrispondenti a diverse scadenze:
i tassi a una settimana
due settimane
un mese
due mesi
tre mesi
sei mesi
nove mesi
dodici mesi
Tali tassi, aggiornati quotidianamente, rappresentano il tasso di interesse medio che le banche dell’area dell’euro si addebitano reciprocamente per i finanziamenti non garantiti.
I tassi Euribor rappresentano un importante punto di riferimento per una serie di prodotti finanziari denominati in euro, tra cui mutui ipotecari, libretti di risparmio, prestiti per auto e vari titoli derivati. Il ruolo dell’Euribor nella zona euro è analogo a quello del LIBOR in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.
Chi contribuisce al tasso Euribor?
Ci sono 20 banche del panel che contribuiscono all’Euribor. Si tratta delle istituzioni finanziarie che gestiscono il maggior volume di transazioni sul mercato monetario della zona euro. Dal 2018, queste banche del panel includono:
Belfius (Belgio)
BNP Paribas (Francia)
HSBC Francia
Natixis (Francia)
Crédit Agricole (Francia)
Société Générale (Francia)
Deutsche Bank (Germania)
DZ Bank (Germania)
Banca Nazionale di Grecia
Intesa Sanpaolo (Italia)
UniCredit (Italia)
Banque et Caisse d’Épargne de l’État (Lussemburgo)
ING Bank (Paesi Bassi)
Caixa Geral De Depósitos (Portogallo)
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria (Spagna)
Banco Santander (Spagna)
CECABANCA (Spagna)
CaixaBank (Portogallo)
Barclays (Gran Bretagna)
Cos’è il London InterBank Offered Rate (LIBOR)?
Il London Interbank Offered Rate (LIBOR) è un tasso d’interesse di riferimento al quale le principali banche mondiali si concedono reciprocamente prestiti nel mercato interbancario internazionale per prestiti a breve termine.
Il LIBOR è un tasso d’interesse di riferimento accettato a livello globale che indica i costi di prestito tra le banche. Il tasso viene calcolato e pubblicato ogni giorno dall’Intercontinental Exchange (ICE).
Cosa dice il LIBOR
Il LIBOR è il tasso d’interesse medio al quale le principali banche mondiali prendono in prestito l’una dall’altra. Si basa su cinque valute, tra cui il dollaro statunitense, l’euro, la sterlina britannica, lo yen giapponese e il franco svizzero, e serve sette diverse scadenze:
entro una settimana
una settimana
un mese
due mesi
tre mesi
sei mesi
12 mesi
La combinazione di cinque valute e sette scadenze porta a un totale di 35 diversi tassi LIBOR calcolati e riportati ogni giorno lavorativo.
Il tasso più comunemente quotato è il tasso a tre mesi del dollaro statunitense, solitamente indicato come tasso LIBOR corrente.
Ogni giorno, l’ICE chiede alle principali banche mondiali quanto chiederebbero alle altre banche per i prestiti a breve termine.
L’associazione estrae le cifre più alte e più basse, quindi calcola la media a partire dalle cifre rimanenti. Questo è noto come la media tagliata. Questo tasso viene pubblicato ogni mattina come tasso giornaliero, quindi non è una cifra statica. Una volta calcolati e finalizzati i tassi per ogni scadenza e valuta, vengono annunciati e pubblicati una volta al giorno alle 11:55 circa, ora di Londra, dall’IBA.
Il LIBOR è anche la base per i prestiti al consumo nei Paesi di tutto il mondo, quindi ha un impatto sui consumatori tanto quanto sulle istituzioni finanziarie. I tassi d’interesse su vari prodotti di credito come le carte di credito, i prestiti per auto e i mutui a tasso variabile variano in base al tasso interbancario. Questa variazione del tasso contribuisce a determinare la facilità di prestito tra banche e consumatori.
Ma c’è un lato negativo nell’utilizzo del tasso LIBOR. Anche se la riduzione dei costi di finanziamento può essere interessante per i consumatori, essa influisce anche sui rendimenti di alcuni titoli. Alcuni fondi comuni d’investimento possono essere collegati al LIBOR, per cui i loro rendimenti possono diminuire al variare del LIBOR.
Come viene calcolato il LIBOR?
L’ICE Benchmark Administration (IBA) ha costituito un panel designato di banche globali per ogni valuta. Ad esempio, 16 grandi banche, tra cui:
Bank of America
Barclays
Citibank
Deutsche Bank
JPMorgan Chase
UBS
costituiscono il panel per il LIBOR in dollari USA.
Solo le banche che hanno un ruolo significativo nel mercato di Londra sono considerate idonee a far parte del panel ICE LIBOR e il processo di selezione si svolge annualmente.
Dall’aprile 2018 l’IBA ha presentato una nuova proposta per rafforzare la metodologia di calcolo del LIBOR. Ha suggerito l’utilizzo di un metodo standardizzato, basato su transazioni, basato su dati e stratificato, chiamato Waterfall Methodology per la determinazione del LIBOR.
Il primo livello basato sulle transazioni prevede l’adozione di un prezzo medio ponderato in base al volume (VWAP) di tutte le transazioni ammissibili che una banca del panel può aver assegnato una ponderazione più elevata per le transazioni prenotate più prossime alle 11:00, ora di Londra.
Il secondo livello basato sulle transazioni prevedeva l’acquisizione di dati derivati da transazioni da parte di una banca del panel se questa non disponeva di un numero sufficiente di transazioni idonee per effettuare una richiesta di livello 1.
Il terzo livello (esperto di giudizio) entra in gioco quando una banca del panel non effettua una presentazione di livello 1 o di livello 2. Essa presenta il tasso al quale potrebbe finanziarsi alle 11:00, ora di Londra, con riferimento al mercato del finanziamento all’ingrosso non garantito.
L’IBA calcola il tasso LIBOR utilizzando un approccio di media troncata applicato a tutte le risposte ricevute. La media troncata è un metodo di calcolo della media, che elimina una piccola percentuale specifica dei valori più grandi e più piccoli prima di calcolare la media. Per il LIBOR, i valori nel quartile più alto e in quello più basso vengono eliminati e la media viene eseguita sui numeri rimanenti.
Usi del LIBOR
LIBOR è utilizzato in tutto il mondo in un’ampia varietà di prodotti finanziari. Essi includono quanto segue:
Prodotti interbancari standard come i forward rate agreement (FRA), interest rate swaps, interest rate futures, opzioni e swaptions, in cui le opzioni forniscono agli acquirenti il diritto, ma non l’obbligo, di acquistare un titolo o un prodotto di tasso d’interesse
Prodotti commerciali come certificati di deposito e notes a tasso variabile, mutui ipotecari a tasso variabile e prestiti sindacati, che sono prestiti offerti da un gruppo di finanziatori
Prodotti ibridi come i collateralized debt obligations (CDO), i collateralized mortgage obligations (CMO), e un’ampia varietà di note di rateizzazione, callable notes e perpetual notes
Prodotti legati al credito al consumo come mutui individuali e prestiti per studenti.
Il LIBOR viene utilizzato anche come indicatore standard delle aspettative del mercato per i tassi di interesse finalizzati dalle banche centrali. Esso rappresenta i premi di liquidità per vari strumenti negoziati sui mercati monetari, nonché un indicatore dello stato di salute del sistema bancario nel suo complesso. Molti prodotti derivati sono creati, lanciati e negoziati con riferimento al LIBOR, il quale viene utilizzato anche come tasso di riferimento per altri processi standard come la compensazione, il rilevamento dei prezzi e la valutazione dei prodotti.
La differenza tra Euribor e Libor
A questo punto dell’articolo dovrebbe già essere molto chiara qual è la differenza tra Euribor e Libor.
Cioè, le principali:
Euribor è solo europeo
Libor è mondiale
Euribor è legato al tasso applicato da 20 banche
Libor è legato al tasso di molte più banche
Euribor è solo il tasso in euro
Libor è in più valute, quindi viene pubblicato per valuta
Eliminazione graduale del LIBOR
Sebbene il LIBOR sia stato utilizzato fin dagli anni ’80, negli ultimi anni sono state avviate riforme normative per riformare i tassi di riferimento e, in ultima analisi, sostituire il LIBOR come tasso debitore interbancario. Si prevede che le autorità di regolamentazione del Regno Unito non richiederanno più alle banche di pubblicare i tassi LIBOR dopo il 2021.
Il nuovo sistema è stato concepito per sostituire le congetture sui tassi d’interesse predominanti nel LIBOR e per utilizzare invece i tassi di transazione effettivi.
L’alternativa a Euribor e Libor
Benché siano due tassi enormi e dagli ampi usi, Euribor e Libor non sono gli unici tassi esistenti nel mondo.
Equivalenti LIBOR
Sebbene il LIBOR sia accettato a livello globale, esistono altri tassi d’interesse regionali simili che vengono seguiti in tutto il mondo.
Ad esempio, l’Europa, come abbiamo visto, ha l’European Interbank Offered Rate (EURIBOR), il Giappone ha il Tokyo Interbank Offered Rate (TIBOR), la Cina ha lo Shanghai Interbank Offered Rate (SHIBOR) e l’India ha il Mumbai Interbank Offered Rate (MIBOR).
Cosa è il SOFR
Il tasso di finanziamento garantito overnight (SOFR) sostituirà probabilmente il LIBOR. Il SOFR è anche un tasso d’interesse di riferimento utilizzato per i prestiti denominati in dollari e i contratti derivati. Il SOFR è diverso dal LIBOR in quanto si basa su transazioni effettive osservate sul mercato del Tesoro statunitense, mentre il LIBOR utilizza stime dei tassi di finanziamento.
Tuttavia, è probabile che il SOFR venga utilizzato negli Stati Uniti, ma in altri paesi stanno valutando l’opportunità di utilizzare la propria versione di un tasso di riferimento per quando il LIBOR verrà gradualmente eliminato.
Cosa è l’EONIA
L’Eonia, o Euro Overnight Index Average, è anche un tasso di riferimento giornaliero che esprime la media ponderata dei prestiti interbancari overnight non garantiti nell’Unione Europea e nell’Associazione Europea di Libero Scambio (EFTA). Viene calcolato dalla Banca Centrale Europea (BCE) sulla base dei prestiti concessi da 28 banche del panel.
La differenza tra Euribor ed Eonia
L’Eonia è simile all’Euribor come tasso utilizzato nei prestiti interbancari europei. Entrambi i benchmark sono offerti dall’Istituto europeo dei mercati monetari (EMMI). La principale differenza tra l’Eonia e l’Euribor è la scadenza dei prestiti su cui si basano. L’Eonia è un tasso overnight, mentre l’Euribor è in realtà otto diversi tassi basati su prestiti con scadenze che variano da una settimana a 12 mesi.
Anche le banche del panel che contribuiscono ai tassi sono diverse: solo 20 banche contribuiscono all’Euribor, invece di 28. Infine, l’Euribor è calcolato dalla Global Rate Set Systems Ltd., non dalla BCE.
Ben più noto l’indice EuroStoxx 50 ma non è l’unico strumento per fare un paniere delle azioni del vecchio continente. Una valida alternativa è l’indice MSCI Europa.
Cosa è l’MSCI Europa
Si tratta di un paniere di titoli azionari gestito dall’omonima società MSCI (Morgan Stanley Capital International) che include tutte le migliori azioni del vecchio continente.
Si tratta di una raccolta dei 15 mercati azionari più grandi in Europa e copre un complessivo 85% della capitalizzazione di ognuno di questi mercati.
Ciò è possibile perché, per ognuno dei 15 mercati, nel paniere finiscono le azioni a più larga capitalizzazione.
Composizione dell’indice MSCI Europa
Come già detto sono 15 i mercati che “prestano” i titoli per la composizione di questo indice, si tratta dei mercati di:
Austria
Belgio
Danimarca
Finlandia
Francia
Germania
Irlanda
Italia
Olanda
Norvegia
Portogallo
Spagna
Svezia
Svizzera
Regno Unito
Ovviamente quando si parla di titoli azionari il Regno Unito fa da padrone e compone circa un quarto dell’intero indice, seguito da Francia, Germania e Svizzera.
Il paniere ha un consistente numero di azioni, tipicamente si sfiorano i 500 titoli differenti. Nel momento in cui scriviamo, per esempio, contiamo 424 azioni differenti all’interno del paniere.
Titoli azionari all’interno dell’indice MSCI Europa
Titolo
Nazione
Peso nel paniere
NESTLE
CH
4,17%
ROCHE HOLDING PAR
CH
3,07%
NOVARTIS
CH
2,34%
SAP
DE
1,90%
ASML HOLDING
NL
1,79%
ASTRAZENECA
GB
1,71%
LVMH
FR
1,53%
NOVO NORDISK
DK
1,40%
SANOFI
FR
1,35%
SIEMENS
DE
1,19%
GLAXOSMITHKLINE
GB
1,13%
TOTAL
FR
1,02%
UNILEVER
NL
1,01%
ALLIANZ
DE
0,98%
L’OREAL
FR
0,95%
BRITISH AMERICAN TOBACCO
GB
0,91%
AIR LIQUIDE
FR
0,89%
HSBC HOLDINGS
GB
0,89%
DIAGEO
GB
0,88%
IBERDROLA
ES
0,86%
ENEL
IT
0,82%
RIO TINTO
GB
0,82%
RECKITT BENCKISER GROUP
GB
0,79%
SCHNEIDER ELECTRIC SE
FR
0,78%
BAYER
DE
0,74%
BP
GB
0,72%
ADIDAS
DE
0,72%
DEUTSCHE TELEKOM
DE
0,67%
BASF
DE
0,65%
ZURICH INSURANCE GROUP
CH
0,64%
ROYAL DUTCH SHELL CL A
GB
0,62%
KERING
FR
0,61%
LONZA GROUP
CH
0,55%
ABB LTD
CH
0,55%
BHP GROUP ORD SHS
GB
0,55%
AIRBUS
NL
0,52%
VINCI
FR
0,52%
DEUTSCHE POST
DE
0,52%
DAIMLER
DE
0,52%
PROSUS
NL
0,51%
BNP PARIBAS ACT.A
FR
0,51%
RELX
GB
0,50%
PHILIPS
NL
0,49%
AB INBEV
BE
0,49%
UBS GROUP
CH
0,49%
GIVAUDAN
CH
0,48%
DANONE
FR
0,48%
NATIONAL GRID
GB
0,44%
MUENCHENER RUECKVER
DE
0,43%
PRUDENTIAL
GB
0,43%
AXA
FR
0,43%
ESSILORLUXOTTICA
FR
0,43%
VODAFONE GROUP
GB
0,42%
LONDON STOCK EXCHANGE GROUP
GB
0,42%
VONOVIA
DE
0,42%
RICHEMONT
CH
0,41%
EXPERIAN
GB
0,41%
PERNOD RICARD
FR
0,40%
INFINEON TECHNOLOGIES
DE
0,40%
SIKA
CH
0,40%
SAFRAN
FR
0,40%
AHOLD DEL
NL
0,39%
DEUTSCHE BOERSE
DE
0,39%
ADYEN
NL
0,38%
DSV PANALPINA
DK
0,38%
INTESA SANPAOLO
IT
0,38%
ERICSSON
SE
0,37%
INDITEX
ES
0,37%
ATLAS COPCO
SE
0,37%
BANCO SANTANDER
ES
0,37%
VESTAS WIND SYSTEMS
DK
0,35%
ANGLO AMERICAN
GB
0,35%
VOLKSWAGEN
DE
0,34%
INVESTOR
SE
0,34%
KONE
FI
0,34%
TESCO
GB
0,33%
ALCON
CH
0,33%
VOLVO
SE
0,33%
CRH
IE
0,33%
COMPASS GROUP
GB
0,33%
DSM KON
NL
0,32%
ING GROEP
NL
0,32%
HERMES INTERNATIONAL
FR
0,32%
ORSTED DONG Energy
DK
0,30%
GENMAB
DK
0,30%
AMADEUS IT GROUP
ES
0,30%
E.ON
DE
0,29%
DASSAULT SYSTEM
FR
0,29%
CREDIT SUISSE GROUP AG
CH
0,29%
ENGIE
FR
0,29%
NORDEA BANK
FI
0,28%
LAFARGEHOLCIM LTD
CH
0,28%
NESTE
FI
0,28%
ASSA ABLOY
SE
0,28%
BMW
DE
0,28%
FLUTTER ENTERTAINMENT
IE
0,28%
WOLTERS KLUWER
NL
0,27%
HEINEKEN
NL
0,27%
FERRARI
NL
0,27%
RWE
DE
0,27%
VIVENDI
FR
0,27%
SANDVIK
SE
0,27%
SWISS RE AG
CH
0,26%
NOKIA
FI
0,26%
GLENCORE
JE
0,26%
LLOYDS BANKING GROUP
GB
0,26%
CAPGEMINI
FR
0,25%
ORANGE
FR
0,25%
SAINT GOBAIN
FR
0,25%
GEBERIT
CH
0,25%
KERRY GROUP
IE
0,25%
LEGRAND
FR
0,25%
ENI
IT
0,25%
ESSITY AKTIEBOLAG (PUBL)
SE
0,24%
BAE SYSTEMS
GB
0,24%
FERGUSON
JE
0,24%
BARCLAYS
GB
0,24%
HEXAGON
SE
0,24%
CELLNEX TELECOM
ES
0,23%
STMICROELECTRONICS
NL
0,22%
MERCK
DE
0,22%
SAMPO
FI
0,22%
AKZO NOBEL
NL
0,22%
FRESENIUS
DE
0,22%
COLOPLAST
DK
0,22%
HENKEL& KGAA
DE
0,22%
MICHELIN
FR
0,21%
SYMRISE
DE
0,21%
UNICREDIT
IT
0,21%
TELEPERFORMANCE
FR
0,21%
FRESENIUS MEDICAL CARE
DE
0,21%
DEUTSCHE WOHNEN
DE
0,20%
TELEFONICA
ES
0,20%
PARTNERS GROUP HOLDING
CH
0,20%
BANCO BILBAO VIZCAYA ARGENTARIA
ES
0,20%
OCADO GROUP
GB
0,19%
UPM-KYMMENE
FI
0,19%
IMPERIAL BRANDS
GB
0,19%
SMITH AND NEPHEW
GB
0,19%
DEUTSCHE BANK
DE
0,19%
SGS
CH
0,19%
ASHTEAD GROUP
GB
0,19%
SSE
GB
0,19%
ASSICURAZIONI GENERALI
IT
0,18%
EQUINOR
NO
0,18%
UCB
BE
0,17%
SEGRO REIT
GB
0,17%
SKANDINAVISKA ENSKILDA BANKEN
SE
0,17%
AVIVA
GB
0,17%
SARTORIUS
DE
0,17%
SWISSCOM
CH
0,17%
SWEDBANK
SE
0,17%
LEGAL AND GENERAL GROUP
GB
0,16%
JUST EAT TAKEAWAY
NL
0,16%
EDP
PT
0,16%
DELIVERY HERO
DE
0,16%
CARLSBERG
DK
0,16%
HENNES & MAURITZ
SE
0,16%
ZALANDO
DE
0,16%
NOVOZYMES
DK
0,16%
KINGSPAN GROUP
IE
0,16%
SVENSKA HANDELSBANKEN
SE
0,16%
DNB
NO
0,15%
INTERTEK GROUP
GB
0,15%
SWEDISH MATCH
SE
0,15%
KBC
BE
0,15%
FIAT CHRYSLER AUTOMOBILES
NL
0,15%
RENTOKIL INITIAL
GB
0,15%
SONOVA HOLDING
CH
0,15%
SWISS LIFE HLDG
CH
0,15%
FERROVIAL
ES
0,15%
WORLDLINE
FR
0,14%
LOGITECH
CH
0,14%
BT GROUP
GB
0,14%
SIEMENS HEALTHINEERS
DE
0,14%
CHRISTIAN HANSEN HOLDING
DK
0,14%
3I GROUP
GB
0,14%
STANDARD CHARTERED
GB
0,14%
VEOLIA ENVIRONNEMENT VE
FR
0,14%
EDENRED
FR
0,14%
TELENOR
NO
0,14%
QIAGEN
NL
0,13%
SOCIETE GENERALE
FR
0,13%
BEIERSDORF
DE
0,13%
SCHINDLER P PAR
CH
0,13%
CONTINENTAL
DE
0,13%
HALMA
GB
0,13%
NN GROUP
NL
0,13%
ARGENX
NL
0,13%
REPSOL
ES
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BUNZL
GB
0,12%
CREDIT AGRICOLE
FR
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KUEHNE & NAGEL
CH
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PEUGEOT
FR
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EUROFINS
FR
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GBL
BE
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STRAUMANN HOLDING
CH
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CRODA INTERNATIONAL
GB
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ALSTOM
FR
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NEXT
GB
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LEG IMMOBILIEN
DE
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SNAM
IT
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SPIRAX-SARCO ENGINEERING
GB
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SAGE GROUP
GB
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INGENICO GROUP
FR
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BRENNTAG
DE
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TERNA RETE ELETTRICA NAZIONALE
IT
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GN STORE NORD
DK
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TELIA COMPANY
SE
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CARREFOUR
FR
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PERSIMMON
GB
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A P MOLLER MAERSK
DK
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MONDI
GB
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SCOUT24
DE
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JULIUS BAER
CH
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SARTORIUS STEDIM BIOTECH
FR
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EPIROC
SE
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TEMENOS
CH
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CHOCOLADEF. LINDT & SPRUENGLI PAR
CH
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STORA ENSO
FI
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HANNOVER RUECK
DE
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UMICORE
BE
0,11%
AENA SME
ES
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KINNEVIK
SE
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DANSKE BANK
DK
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COVESTRO AG
DE
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ARCELORMITTAL
LU
0,11%
FORTUM
FI
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MTU AERO ENGINES HOLDING
DE
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WPP
JE
0,10%
PORSCHE AUTOMOBIL HOLDING PRF
DE
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INTERCONTINENTAL HOTELS GROUP
GB
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HEIDELBERGCEMENT
DE
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KPN KON
NL
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KNORR BREMSE
DE
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SMURFIT KAPPA GROUP
IE
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ENDESA
ES
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ASSOCIATED BRITISH FOODS
GB
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GRIFOLS
ES
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ELISA
FI
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BOLIDEN
SE
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CAIXABANK
ES
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SVENSKA CELLULOSA AKTIEBOLAGET
SE
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EVOLUTION GAMING GROUP
SE
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ADECCO
CH
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FINECO BANK
IT
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RED ELECTRICA CORPORACION
ES
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ATOS
FR
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BOUYGUES
FR
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MONCLER
IT
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MOWI
NO
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SKF
SE
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THALES
FR
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DCC
IE
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UBISOFT ENTERTAIN
FR
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BURBERRY GROUP
GB
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NIBE INDUSTRIER
SE
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ATLANTIA
IT
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ARKEMA
FR
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CNH INDUSTRIAL
NL
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EMS-CHEMIE HOLDING
CH
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NEXI
IT
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AGEAS
BE
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UNITED UTILITIES GROUP
GB
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SEVERN TRENT
GB
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PANDORA
DK
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ORKLA
NO
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ALFA LAVAL
SE
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PUMA
DE
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KINGFISHER
GB
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EIFFAGE
FR
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BALOISE
CH
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INFORMA
GB
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SWISS PRIME SITE
CH
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SKANSKA
SE
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SMITHS GROUP
GB
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TELE2
SE
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VALEO
FR
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PRYSMIAN
IT
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BUREAU VERITAS
FR
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MELROSE INDUSTRIES
GB
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AUTO TRADER GROUP
GB
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ADMIRAL GROUP
GB
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HARGREAVES LANSDOWN
GB
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BERKELEY GROUP HOLDINGS THE
GB
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PUBLICIS GROUPE
FR
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SWATCH GROUP I
CH
0,08%
VIFOR PHARMA
CH
0,08%
BARRY CALLEBAUT
CH
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YARA INTERNATIONAL
NO
0,08%
SOLVAY
BE
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TEAMVIEWER
DE
0,08%
ST.JAMES’S PLACE
GB
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STANDARD LIFE ABERDEEN
GB
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BIOMERIEUX
FR
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GVC HOLDINGS
IM
0,07%
SODEXO
FR
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UNIPER
DE
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DAVIDE CAMPARI MILANO
NL
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RSA INSURANCE GROUP
GB
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SIEMENS GAMESA RENEWABLE ENERGY
ES
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EDF
FR
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RANDSTAD
NL
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ERSTE GROUP BANK
AT
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SUEZ
FR
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EXOR
NL
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GETLINK
FR
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GALAPAGOS
BE
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ORPEA
FR
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NATURGY ENERGY
ES
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JOHNSON MATTHEY
GB
0,07%
BARRATT DEVELOPMENTS
GB
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NATWEST GROUP
GB
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AROUNDTOWN
LU
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GECINA
FR
0,07%
HIKMA PHARMACEUTICALS
GB
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ACS ACTIVIDADES DE CONSTRUCCION
ES
0,07%
ENAGAS
ES
0,07%
KION GROUP
DE
0,07%
EVONIK INDUSTRIES
DE
0,06%
MORRISONWM.SUPERMARKETS
GB
0,06%
RECORDATI INDUSTRIA CHIM. FARMA.
IT
0,06%
WHITBREAD
GB
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SCHINDLER HOLDING
CH
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EPIROC
SE
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ANTOFAGASTA
GB
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GEA GROUP
DE
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DIRECT LINE INSURANCE GROUP
GB
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ICA GRUPPEN
SE
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ACCOR
FR
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DIASORIN
IT
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COMMERZBANK
DE
0,06%
GALP ENERGIA-NOM
PT
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UNIBAIL RODAMCO WE STAPLED UNT
FR
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M&G
GB
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MEDIOBANCA BANCA DI CREDITO
IT
0,06%
ELECTROLUX
SE
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LANXESS
DE
0,06%
ORION
FI
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SECURITAS
SE
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RENAULT
FR
0,06%
TAYLOR WIMPEY
GB
0,06%
PEARSON
GB
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CARL ZEISS MEDITEC
DE
0,06%
LAND SECURITIES GROUP REIT
GB
0,05%
POSTE ITALIANE
IT
0,05%
SAINSBURYJ
GB
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HUSQVARNA
SE
0,05%
A P MOLLER MAERSK
DK
0,05%
SCHRODERS
GB
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AEGON
NL
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OMV
AT
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AMUNDI
FR
0,05%
SOFINA
BE
0,05%
JD SPORTS FASHION
GB
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NEMETSCHEK
DE
0,05%
AMBU
DK
0,05%
EQT
SE
0,05%
INDUSTRIVARDEN
SE
0,05%
J.MARTINS SGPS
PT
0,05%
SCOR
FR
0,05%
VOPAK
NL
0,05%
CLARIANT
CH
0,05%
LUNDIN ENERGY
SE
0,05%
IPSEN
FR
0,05%
ROLLS-ROYCE HOLDINGS
GB
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REMY COINTREAU
FR
0,05%
AVEVA GROUP
GB
0,05%
GJENSIDIGE FORSIKRING
NO
0,05%
ADEVINTA
NO
0,05%
UNITED INTERNET
DE
0,05%
NORSK HYDRO
NO
0,04%
BRITISH LAND REIT
GB
0,04%
LUNDBERGFORETAGEN
SE
0,04%
TRYG
DK
0,04%
SCHIBSTED
NO
0,04%
SEB
FR
0,04%
VERBUND
AT
0,04%
COLRUYT (D)
BE
0,04%
COVIVIO
FR
0,04%
ABN AMRO BANK
NL
0,04%
WARTSILA
FI
0,04%
LATOUR INVESTMENT
SE
0,04%
TELECOM ITALIA
IT
0,04%
FUCHS PETROLUB PRF
DE
0,04%
AERCAP HOLDINGS
NL
0,04%
BANKINTER
ES
0,04%
BOLLORE
FR
0,04%
BANQUE CANTONALE VAUDOISE
CH
0,04%
DEMANT
DK
0,04%
FDJ
FR
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ELIA GROUP
BE
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FAURECIA
FR
0,04%
ALTICE EUROPE
NL
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VOESTALPINE
AT
0,04%
PROXIMUS
BE
0,03%
AEROPORTS DE PARIS
FR
0,03%
ILIAD
FR
0,03%
TELEFONICA DEUTSCHLAND HOLDING
DE
0,03%
DEUTSCHE LUFTHANSA
DE
0,03%
SES FDR
LU
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INWIT
IT
0,03%
KLEPIERRE REIT
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0,03%
LEONARDO
IT
0,03%
WENDEL
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TENARIS
LU
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THYSSENKRUPP
DE
0,03%
RAIFFEISEN BANK INTERNATIONAL
AT
0,03%
SWATCH GROUP
CH
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H.LUNDBECK
DK
0,03%
ANDRITZ
AT
0,03%
NATIXIS
FR
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DASSAULT AVIAT
FR
0,03%
EVRAZ
GB
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EURAZEO
FR
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CNP ASSURANCES
FR
0,02%
HOCHTIEF
DE
0,02%
METRO
DE
0,02%
PIRELLI & C
IT
0,02%
MAPFRE
ES
0,02%
FRAPORT
DE
0,02%
TELENET GROUP
BE
0,02%
ICADE REIT
FR
0,02%
JCDECAUX
FR
0,02%
Componenti dell’MSCI Europa
Confronto tra MSCI Europa ed EuroStoxx 50
Vista la natura e la grandezza dell’indice MSCI Europa, possiamo tranquillamente affermare che è questo la vera cartina tornasole del mercato europeo, ben più dell’EuroStoxx.
Infatti il paniere di 50 titoli ha al suo interno le più grandi aziende, senza fare reale distinzione tra mercati, succede così che mercati più piccoli, come possono essere quelli scandinavi o dell’Est Europa abbiano uno o nessun titolo dentro l’EuroStoxx 50.
Inoltre abbiamo accennato alla grandezza dell’indice, infatti lo Stoxx 50 ha, appunto, 50 titoli, mentre l’MSCI ha all’interno oltre 400 titoli (424 a ottobre del 2020).
Diverso invece il discorso per l’MSCI Europa che coprendo le aziende a più grande capitalizzazione di 15 mercati differenti ha all’interno varie aziende che sfuggono completamente all’indice di Stoxx (il quale si ferma 12).
Inoltre MSCI Europa ha all’interno anche mercati che non fanno parte dello Stoxx perché non nella comunità europea (Svizzera e presto UK).
Sembra una di quelle storie d’amore dove lui vuole lei, ma lei vuole un altro, ne avevamo già parlato non molto tempo fa. Potremmo sintetizzare così i rumor che stanno uscendo su possibili M&A tra Unicredit, MPS e BPM.
Andiamo però in ordine e cerchiamo di mettere chiarezza alle decine di notizie uscite negli ultimissimi giorni. Sottolineando che si tratta di rumor, quindi nessuna notizia ufficiale, iniziamo dall’azionista principale che ha la necessità di vendere: lo Stato.
Monte dei Paschi di Siena è oramai una banca nazionale da un po’ di anni, infatti l’azionista di riferimento è il Ministero dell’Economia e Finanza (MEF) che possiede il 68,25%. Quota che lo Stato deve cedere entro fine del 2021, causa accordi presi con la commissione europea nel lontano 2017, quando il Tesoro ha dovuto farsi carico della banca senese che presentava dei conti veramente poco rosei.
Ma anche se fine 2021 è ancora lontana come data, soprattutto alla luce della possibile richiesta di slittamento causa emergenza Covid, il MEF vorrebbe chiudere questa partita e consegnare nelle mani stabili di una grande banca le proprie quote.
Merge tra Unicredit e Monte dei Paschi di Siena
Proprio in questa direzione vanno i rumor pubblicati nel weekend da vari quotidiani, che parlano del Tesoro pronto a portare in dote circa 5 miliardi per chi deciderà di prendersi MPS.
Lo stesso Ministero ha anche scelto la sposa ideale per la propria banca, ed è ovviamente Unicredit. Diciamo ovviamente perché è interesse dello Stato consegnare le quote di quella che fu la terza banca italiana, nelle mani più stabili possibili e, eliminata Intesa Sanpaolo, fresca acquisitrice di UBI e che quindi avrebbe problemi con l’antitrust nell’integrare MPS, rimane la seconda scelta, cioè quella Unicredit che negli ultimi anni ha visto crollare la propria capitalizzazione e che non avrebbe problemi particolari nell’acquisizione di una grande banca come MPS.
5 miliardi di dote per la sposa di MPS
I 5 miliardi messi sul piatto da parte dello Stato sono suddivisi attraverso un aumento di capitale di circa 2 miliardi e con bonus fiscali differiti per circa 3 miliardi.
In particolare, i 2 miliardi servono per coprire i rischi dovuti alla causa, appena giunta in primo grado, che ha visto condannati gli ex amministratori delegati Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. Causa dalla quale potrebbero scaturire richieste di risarcimento di cui MPS potrebbe farsi carico. Lo stesso Monte, vista la sentenza, ha deciso di portare la voce degli accantonamenti per rischi legali, da possibile a probabile.
Coperti quindi i rischi legali e considerando il bonus fiscale, diventa quindi molto conveniente, per la banca che acquisirà MPS, portarsi in casa gli attivi di MPS. Ciò soprattutto considerando il badwill proveniente dalla differenza tra il Patrimonio netto e il prezzo di acquisto del Monte (stiamo parlando di circa 6 miliardi ad oggi), lo stesso strumento che ha permesso a Intesa di azzerare i costi di acquisizione di UBI.
La reazione e i piani di Unicredit
Da parte sua Unicredit continua ad affermare di non essere minimamente interessata a operazioni di M&A in Italia e all’estero. In particolare questo è un mantra del proprio Amministratore delegato, Jean Pierre Mustier, che più volte ha espresso la propria idea di crescita bancaria senza necessariamente far riferimento a operazioni di merge con altre banche.
C’è però da dire che la stessa Unicredit, sempre secondo rumor, starebbe lavorando per staccare le proprie operazioni italiane da quelle estere. Nascerebbero quindi due Unicredit parallele, una italiana e una straniera, la quale verrebbe addirittura quotata sulla borsa di Francoforte. Questo parallelismo permetterebbe di portare a termine operazioni di sistema in Italia e anche potenzialmente all’estero.
In Italia abbiamo già visto la questione MPS, mentre all’estero ci sono due voci parallele che vorrebbe aggregazioni transfrontalieri. Due voci che portano in Germania e in Francia.
In terra teutonica si parla di un’acquisizione di Commerzbank, finita in pessime acque negli ultimi anni e spesso affiancata ad altri player tedeschi (in particolare a Deutsche Bank) e stranieri.
Nell’oltralpe francese, invece, ci sono voci di merge tra Unicredit e BNP Paribas, ma solo dopo lo scorporo delle attività italiane.
Appare evidente come nel caso di Commerzbank, che capitalizza solo 5 miliardi di euro, sarebbe Unicredit il predatore e la banca tedesca la preda; al contrario, nel caso di BNP Paribas, che capitalizza 38 miliardi, contro i 14 dell’intera Unicredit (Italia ed Estero), sarebbero i galletti a fare da predatore e gli italiani a fare da preda. Ma nel secondo caso potrebbe nascere un gruppo bancario da circa 50 miliardi di euro di capitalizzazione e con risparmi sistemici che potrebbero sfiorare i 2 miliardi annui, mentre l’acquisizione dei tedeschi non sposterebbe gli equilibri europei delle banche, ma darebbe solo un po’ di sostanza a Unicredit.
Banco BPM è il terzo incomodo
Però, come abbiamo detto in apertura di articolo, lo Stato vorrebbe Unicredit, per sposare MPS, ma da Gae Aulenti guardano verso un’altra preda, che è quel Banco BPM che ha un ottimo Badwill (circa 10 miliardi), che non presenta un nocciolo duro di azionisti (anche se presto questa situazione potrebbe cambiare ed è già in evoluzione), e ha le sedi in luoghi deboli per la stessa Unicredit.
Infatti l’istituto guidato da Giuseppe Castagna registra una forte presenza al nord, in particolare in Lombardia e Veneto, mercati che, con l’esclusione di Milano, sono deboli per la banca di Gae Aulenti.
Aggregazione tra BPER e BPM
A gettare benzina sul fuoco, il 20 novembre 2020, ci pensa l’AD di Unipol, Carlo Cimbri, che parla di un’aggregazione tra BPER e BPM per la creazione del terzo polo bancario italiano.
Definendo affascinante questa possibilità sottolinea come:
verrebbe a consolidarsi il settore bancario con un gruppo da 300 miliardi di attivi, prevalentemente nel nord Italia, con quote di mercato importanti nelle regioni più produttive del paese ed economie di scala estremamente rilevanti
Carlo Cimbri sul valore di un’aggregazione tra BPM e BPER
ltre aggiunge:
I media riportano che in questo periodo Banco Bpm sta definendo le proprie strategie. Qualora dimostrasse prioritario interesse verso questa ipotesi penso che Bper non potrebbe che approfondirla con grande attenzione […] un progetto, che creasse valore e fosse coerente con gli interessi degli azionisti, raccoglierebbe il consenso degli stessi e del mercato
L’AD di Unipol sull’aggregazione BPM / BPER
Crédit Agricole lancia OPA su Credito Valtellinese
A sorpresa nel weekend tra il 20 e il 22 novembre 2020 Crédit Agricole lancia un’OPA su Credito Valtellinese.
Le modalità sono simili a quanto già visto da Intesa su UBI, quindi con condizioni poste su:
Approvazione da parte degli organi di controllo (antritrust e BCE)
Raggiungimento del 66,7% di quote
Su quest’ultimo punto Crédit Agricole lascia la porta aperta, con un merge che potrebbe essere portato a termine anche con il raggiungimento del 50% + 1 azione.
Pronta la risposta di Algebris di Davide Serra, socia con il 5,29% di quote del CreVal che ha subito dato il suo consenso.
La nuova realtà nascente sarebbe molto forte in Lombardia, dove andrebbe a raddoppiarsi la quota dei francesi, che passerebbero da 3 al 6% di quote di mercato.
Mediobanca potrebbe andare in sposa a Unicredit
Mentre si discute sui numeri dell’integrazione tra BPM e BPER, appare un nuovo matrimonio in vista, il quale ha un carattere storico non indifferente.
Si tratta del merge tra Mediobanca e Unicredit, la quale tralasciata l’idea MPS, a marzo del 2021 potrebbe lasciare il segno con un’operazione di alto livello.
In particolare è il Sole 24 Ore a lanciare l’ipotesi, sottolineando un report di Equita SIM:
Secondo l’articolo ci sono due elementi di novità che rendono lo scenario più favorevole: l’arrivo di Orcel in UniCredit, e il cambio di assetti di Mediobanca intorno alla posizione più influente di Delfin arrivato al 13% ma proiettato al 20%, più i recenti acquisti di Caltagirone.
Dal punto di vista industriale riteniamo che l`integrazione tra Unicredit e Mediobanca possa essere sensata, in quanto darebbe forte impulso alla crescita della divisione CIB di UniCredit, oltre a permettere di acquisire quote di mercato rilevanti nel consumer banking attraverso Compass e maggiore esposizione all’asset/wealth management, riducendo la volatilità dei risultati di UniCredit.
Sulla base delle nostre simulazioni, l’acquisizione di Mediobanca da parte di UniCredit sarebbe ipotizzabile dal punto di vista finanziario attraverso un pagamento “per carta” o con l’aggiunta di una limitata componente cash, in modo da non diluire la posizione di capitale di una Global-Sifi come UniCredit post combinazione
Equita SIM sulle indiscrezioni del Sole24Ore
Unipol aumenta peso in Popolare di Sondrio
Un po’ a sorpresa, a fine maggio del 2021 Unipol, per il mezzo di UnipolSai, ha aumentato il proprio peso in Banca Popolare di Sondrio, salendo dal 2,9% già in suo possesso fino al 9,8%.
Un’operazione fatta per mezzo di un reverse accelerated bookbuilding sul 6,62% delle quote di Sondrio.
Unipol, attraverso questa operazione, diventa il principale azionista di Banca Popolare di Sondrio e, considerando la quota in mano di BPER (10,74%), detenute direttamente e con UnipolSai, si appresta ad avere il controllo di ben due tra le 5 banche più grandi in Italia.
Risiko bancario in conclusione
Unicredit, quindi, se dovesse decidere di fare un’operazione in Italia molto probabilmente metterebbe nel mirino BMP prima di MPS. Ma la situazione è liquida e i vantaggi garantiti dallo Stato sulla banca senese potrebbero cambiare le carte in tavola.
Alla data di scrittura di questo articolo (02/11/2020) però ci si basa solo su rumor, senza alcuna notizia certa e senza conferme. Sono quindi tutte ipotesi su notizie di corridoio date dalla stampa. Per investire su queste azioni serve consapevolezza e un po’ di propensione al rischio, poiché con il mutare di notizie così velocemente gli scossoni potrebbero essere violenti (come nel momento in cui scriviamo, con MPS che registra +12%).
L’operazione portata a termine da Intesa Sanpaolo, che nei mesi scorsi ha assorbito il 100% di UBI Banca, ha certamente fatto partire un possibile risiko bancario, il quale non si è fermato solo nel Belpaese.
Infatti, se è vero che l’operazione Caixa Bank – Bankia è quasi alle battute finali, è anche vero che addirittura in Svizzera si vocifera la fusione tra due colossi della portata di UBS-Credit Suisse, con stop e ripartenze.
Appare evidente come in Europa si sta andando verso la direzione “più grande è migliore”. Tornando a casa nostra, quindi, appare altrettanto evidente come c’è una big che negli ultimi anni non ha guadagnato in grandezza ma addirittura ha perso valore. Porta il nome di Unicredit ed è al centro di rumor su possibili operazioni con altre banche.
Quali sono queste altre banche? Presto detto: sono due le prede possibili, per motivi differenti.
Monte dei Paschi di Siena: la banca toscana è in mano dello Stato in questo momento e l’Europa ha chiesto di decidere se nazionalizzarla, facendola diventare a tutti gli effetti una banca pubblica, oppure cederla.
Banco BPM: situazione molto differente per BPM, la quale ha conti in ordine, fin troppo in ordine, un valore basso di capitalizzazione e un azionariato troppo diffuso. Per certi versi ricorda proprio il profilo di UBI Banca prima dell’arrivo di Intesa.
Le voci di fusione tra MPS e Unicredit
Fermo restando che se ne parla da prima dell’estate, ma in questi giorni sono tornati alla ribalta i rumor.
Il primo chiacchiericcio, di qualche giorno fa, voleva MPS data in dote a Unicredit. Addirittura c’era chi sosteneva che Unicredit avesse chiesto di poter fare un’operazione copia di quanto fatto da Intesa con le banche venete in difficoltà (Banca Veneta e Banca Popolare di Vicenza), cioè la cessione a una cifra simbolica (1 euro nel caso delle venete) con l’accollo da parte dell’acquirente dell’onere delle pulizie, a fronte di un grosso sconto sulle imposte fiscali per gli anni a venire.
Tale rumor è girato un paio di giorni e poi si è spento da solo.
Unicredit acquisisce Banco BPM?
Ieri però è stato il turno di Banco BPM, la quale sarebbe entrata nell’orbita della stessa Unicredit, secondo un rumor lanciato da Milano Finanza.
Un’operazione che avrebbe molto senso per svariate ragioni:
Unicredit acquisendo Banco BPM si riavvicinerebbe alla quota di mercato di Intesa (circa 20%)
Unicredit, per la storia che ha avuto, è molto forte al centro e al sud Italia (eredità di Banco di Roma, Capitalia, Banco di Sicilia), BPM è forte al nord Italia e quindi darebbe uno slancio a un mercato che per Unicredit latita
BPM capitalizza meno del proprio valore di patrimonio netto, il che significherebbe avere del badwill positivo con il quale finanziare l’operazione (come fatto da ISP con UBI)
L’azionariato di BPM è molto frazionato: basti pensare che solo due azionisti superano il 2% di quota:
4,99% per Capital Research and Management Company
2,57% per Invesco Ltd
Appare evidente quindi che con zero azionisti con la forza di opporsi e di ostacolare l’operazione, con un goodwill niente male e con una posizione di mercato allettante, sarebbe l’operazione perfetta.
Cosa c’è di vero?
Difficile dirlo, però c’è da dire che il mercato crede più all’operazione BMP/Unicredit che a quella che includerebbe MPS. Almeno guardando le reazioni di BPM e di MPS nel giorno dell’uscita dei rumor, con BPM in gran spolvero ed MPS che quasi non ha avuto scossoni.
C’è da dire che l’operazione con BPM ha un senso economico, invece l’operazione con MPS, a meno di regalo enorme da parte dello Stato (e questo governo non pare intenzionato a fare regali), è veramente insensata, sia per una questione puramente economica, sia per la sovrapposizione in molti mercati.
In tutto ciò, il CEO di Unicredit, Jean Pierre Mustier, pare riluttante a qualsiasi operazione di questa portata. Inoltre già in mattinata BPM ha smentito che ci siano operazioni del genere sul tavolo.
Siamo finalmente al giro di boa di questo 2020 che ha regalato, fino a qui, più delusioni che successi.
Anno bisesto anno funesto dice un antico adagio e mai come questo 2020 questo detto è realistico.
Nella speranza, quindi, che gli ultimi 6 mesi dell’anno ci regalino gain consistenti e nessuna sorpresa dal punto di vista della pandemia, vediamo quali titoli azionari se ne sono infischiati del Covid e quali invece hanno subito pesanti perdite.
Quelli che seguono sono le performance YTD (Year to Date) registrati all’apertura dei mercati di stamane 1 luglio; quindi con il taglio perfetto dei 6 mesi.
Andamento Indici finanziari nel primo semestre del 2020
Per avere un riferimento benchmark partiamo dall’andamento degli indici finanziari nel primo semestre del 2020.
Andamento degli indici finanziari principali nel primo semestre del 2020
Migliori azioni FTSE MIB nei primi 6 mesi del 2020
Partiamo con i migliori titoli sul FTSE Mib, indice di riferimento per la Borsa Italiana.
In cima troviamo DiaSorin che, non a caso, è attiva nella filiera dei test per il Covid-19.
In seconda posizione Nexi, attiva nella filiera dei pagamenti con carta di credito e al centro di movimenti azionari consistenti.
Al terzo ancora un’azienda pharma, cioè Recordati.
Azione
Performance
DiaSorin
47,66%
Nexi
24,39%
Recordati
18,31%
Fineco Bank
12,39%
Enel
8,57%
InWit
8,53%
Terna
2,75%
Ferrari
2,67%
Performance azionarie migliori nel primo semestre del 2020 sul FTSE MIB
Peggiori titoli del FTSE Mib nel primo semestre del 2020
Quando passiamo ai titoli peggiori notiamo che nelle prime 5 posizioni ci sono ben 3 titoli energetici, i quali sono stati colpiti dal crollo del prezzo del petrolio.
Tra le altre 2 aziende Tenaris e Leonardo, Tenaris particolarmente colpita poiché produce tubi che servono anche nelle pipeline del trasporto del greggio.
Azione
Performance
Saipem
-49,06%
Leonardo
-43,54%
Tenaris
-42,81%
ENI
-38,68%
Telecom Italia
-37,15%
Unicredit
-37,11%
CNH Industrial
-36,38%
Mediobanca
-34,89%
Banco BPM
-34,52%
Unipol
-32,28
I peggiori titoli del FTSE MIB nei primi 6 mesi del 2020
Migliori azioni italiani nei primi 6 mesi del 2020
Proviamo ad allargare lo sguardo a tutti i titoli italiani, e non solo a quelli che fanno parte del FTSE MIB, e notiamo subito come i primi due titoli per performance non fanno parte dell’indice principale di Piazza Affari.
Titolo
Performance
Digital Bros
71,88%
Innovatec
50,33%
Diasorin
47,66%
WIIT
41,61%
ItalMobiliare
25,73%
Nexi
24,39%
De Longhi
23,71%
La Doria
21,54%
Recordati
18,31%
Carel Industries
17,89%
Falck Renewables
14,29%
Banca MPS
12,80%
SeSa
12,49%
Fineco Bank
12,39%
Avio
10,65%
Le azioni italiane migliori da gennaio a giugno del 2020
Peggiori azioni italiane nei primi 6 mesi del 2020
Anche tra i peggiori titoli, nelle prime 5 posizioni non ci sono azioni che fanno parte del paniere principale (BPER ne ha fatto parte fino a un mese fa, poi è stata esclusa).
Azioni
Performance
Mondadori Editore
-53,4%
Aeffe
-51,55%
Saras
-51,19%
BPER Banca
-50,66%
Autogrill
-49,86%
Saipem
-49,06%
Cairo Communication
-46%
Sogefi
-45,24%
Fiera Milano
-44,71%
Unieuro
-44,25%
Leonardo
-43,54%
IGD Siiq
-43,47%
Tenaris
-42,81%
Mediaset
-40,49%
Banca Ifis
-38,93%
Le peggiori azioni italiane nei primi 6 mesi del 2020
Migliori azioni europee nei primi 6 mesi del 2020
Allarghiamo ancora lo sguardo e proviamo a dare un’occhiata alle azioni dell’Europa; quindi guardiamo a Euronext, Equiduct, IBEX e tutte le borse comunicatarie.
Sì, avete letto bene, non è una virgola ma un punto. L’azienda che ha avuto il miglior incremento è francese, si chiama Novacyt e ha avuto un aumento del 1.568 %.
Azione
Performance
Nazione
Novacyt
1.568%
Francia
Deoleo
545%
Spagna
Amoeba
428%
Francia
Naga Group
332%
Germania
Groupe Actiplay
277%
Francia
Neovacs
271%
Francia
Intrasense
267%
Francia
McPhy Energy
266%
Francia
Northern Data
263%
Germania
Lleida Networks Serveis
262%
Spagna
Theranexus
250%
Francia
Biophytis
235%
Francia
NEXR Technologies
227%
Germania
Biosynex
222%
Francia
Inventiva
209%
Francia
I migliori titoli europei nel primo semestre del 2020
Peggiori azioni europee nei primi 6 mesi del 2020
Nella classifica delle peggiori azioni a livello europeo si nota subito che la prima in classifica non è sorprendentemente Wirecard, al centro di uno scandalo senza limiti, ma un’azienda francese che porta il nome di Cybergun.
Azioni
Performance
Nazione
Cybergun
-96%
Francia
Wirecard
-95%
Germania
Vapiano
-92%
Germania
Curasan
-90%
Germania
Technicolor
-85%
Francia
TOM TAILOR Holding
-83%
Germania
Nanogate
-81%
Germania
Europlasma
-77%
Francia
Genfit
-71%
Francia
Banco de Sabadell
-70%
Spagna
Le aziende peggiori in borsa nei primi sei mesi del 2020
Migliori azioni britanniche nei primi 6 mesi del 2020
La Gran Bretagna è stata nella Comunità Europea fino al primo febbraio del 2020, quindi in modo parziale dovrebbe entrare nella precedente lista; ma considerando che la Brexit ha essa stessa un effetto sull’economia e quindi sul valore delle azioni, abbiamo deciso di fare due liste a parte.
Azioni
Performance
All Asia Asset Capital Limited
625%
PowerHouse Energy Group
586%
Greatland Gold
567%
EQTEC
548%
Dev Clever Holdings
412%
Genedrive
353%
Best of the Best
342%
Altyn
294%
Velocys
277%
ITM Power
271%
Le aziende del Regno Unito che hanno meglio performato in borsa durante il primo semestre del 2020
Peggiori azioni britanniche nei primi 6 mesi del 2020
La peggior azienda britannica non arriva al livello delle europee ma poco ci manca. Se infatti Wirecard e Cybergun si fermano nell’intorno del -95%, Amigo Holdings arriva al -91%.
Azione
Performance
Amigo Holdings
-91%
Coro Energy
-83%
Hyve Group
-83%
Hurricane Energy
-83%
Attis Oil & Gas
-82%
French Connection Group
-81%
Iconic Labs
-81%
Petra Diamonds
-79%
N Brown Group
-78%
Mercantile Ports and Logistics
-77%
I peggiori titoli dell’LSE nei primi 6 mesi del 2020
Migliori titoli degli Stati Uniti nel primo semestre 2020
Anziché allargare lo sguardo proviamo ad andare al di là dell’oceano, passando dall’altra parte dell’Atlantico.
Anche qui cifre da capogiro, con la migliore azienda che supera i 2.000%.
Azione
Performance
Vaxart
2.037%
Novavax
2.001%
Co-Diagnostics
1.848%
Genprex
884%
Inovio Pharmaceuticals
860%
Allied Healthcare Products
773%
Genius Brands International
758%
Waitr Holdings
742%
Adaptimmune Therapeutics
674%
Veritone
580%
I migliori titoli di NYSE e NASDAQ durante i primi 6 mesi del 2020
Peggiori azioni Stati Uniti nel primo semestre del 2020
In cima alla classifica delle peggiori azioni americane troviamo Hertz che pochi giorni fa ha alzato bandiera bianca facendo appello alle regole del fallimento per la controllata americana.
Azioni
Performance
Hertz Global Holdings
-91%
Valaris
-89%
Pacific Drilling
-88%
California Resources Corporation
-86%
Borr Drilling
-86%
Sundance Energy
-85%
Novan
-84%
Tellurian
-84%
Whiting Petroleum Corporation
-84%
Second Sight Medical Products
-83%
Le peggiori aziende americane in borsa durante il periodo di Covid-19 (primi 6 mesi del 2020)
Pochi giorni fa abbiamo parlato del settore finanziario e di cosa valutare per investire negli istituti di credito.
Abbiamo anche inserito in quell’articolo una lista delle migliori banche italiane, americane ed europee; su quest’ultime però abbiamo considerato l’Europa continentale, quindi includendo anche banche inglesi e svizzere.
Il problema con la Svizzera e con il Regno Unito nasce quando si decide di acquistare degli asset, ciò poiché bisogna considerare, al di là del rischio insito nello strumento, anche il rischio cambio.
Per questo motivo, in questo articolo vogliamo fare una lista delle migliori banche europee, concentrandoci in modo particolare su quegli istituti di credito che hanno una capitalizzazione che supera 1 miliardo di euro e che possono essere acquistate in euro.
Le banche più grandi in Europa
Pos.
Banca (ticket)
Nazione
Capitalizzazione (in miliardi di €)
1
BNP Paribas (EPA:BNP)
Francia
43,87
2
Banco Santander (BME:SAN)
Spagna
35,39
3
Intesa Sanpaolo (BIT:ISP)
Italia
29,46
4
Nordea Bank Abp (HEL:NDA-FI)
Finlandia
25,18
5
ING Groep (AMS:INGA)
Olanda
24,42
6
Crédit Agricole (EPA:ACA)
Francia
23,31
7
KBC Bank (EBR:KBC)
Belgio
22,01
8
BBVA (BME:BBVA)
Spagna
21,02
9
Unicredit (BIT:UCG)
Italia
18,44
10
Deutsche Bank (ETR:DBK)
Germania
17,16
11
Société Générale (EPA:GLE)
Francia
12,22
12
Caixa Bank (BMW:CABK)
Spagna
11,32
13
Poste Italiane (BIT:PST)
Italia
10,55
14
Erste Bank (VIE:EBS)
Austria
9,28
15
Natixis (EPA:KN)
Francia
7,01
16
Mediobanca (BIT:MB)
Italia
6,05
17
Raiffeisen Bank (VIE:RBI)
Austria
5,50
18
Commerzbank (ETR:CBK)
Germania
4,83
19
Banca Mediolanum (BIT:BMED)
Italia
4,80
20
Bankinter (BME:BKT)
Spagna
3,82
21
ABN Amro Bank (AMS:ABN)
Olanda
3,61
22
UBI Banca (BIT:UBI)
Italia
3,24
23
Banca Generali (BIT:BGN)
Italia
3,10
24
Allied Irish Banks (LON:AIBG)
Irlanda
3,03
25
Bankia (BMW:BKIA)
Spagna
2,96
26
Banco BPM (BIT:BAMI)
Italia
2,03
27
Bank of Ireland Group (LON:BIRG)
Irlanda
1,96
28
Comdirect Bank (ETR:COM)
Germania
1,92
29
Banco Sabadell (BME:SAB)
Spagna
1,80
30
Banco Comercial Portugues (ELI:BCP)
Portogallo
1,69
31
Alpha Bank (FRA:ACBB)
Grecia
1,32
32
Aareal Bank (ETR:ARL)
Germania
1,04
Banche della Comunità Europea con capitalizzazione maggiore a 1 miliardo al 24/06/2020
Da questa lista si può notare subito una serie di cose.
Innanzitutto la prima banca tedesca che si ritrova solo alla decima posizione; può far strano considerando che la Germania è unanimemente considerata la locomotiva economica d’Europa. Eppure, se analizziamo il mercato finanziario tedesco, ci accorgiamo subito della presenza delle Landers Bank, cioè istituti di credito molto piccoli che lavorano in un solo (o in pochi) lander (regioni) e che quindi non hanno una grande capitalizzazione.
Esisterebbe in realtà Deutsche Post, che fa anche servizio bancario, un po’ come la nostra Poste Italiane; ma a differenza del servizio italiano, Deutsche Post è ancora molto legata al business della corrispondenza, soprattutto attraverso DHL, ha quindi poco senso inserirla in questa lista.
Si denota dalla lista anche la forte presenza di banche francesi tra quelle più grandi. Se prendiamo la lista delle banche con più di 10 miliardi di capitalizzazione troviamo.
Nazione
Num. Banche
Totale Capit.
Francia
3
79,40
Spagna
3
67,73
Italia
3
58,45
Banche con più di 10 miliardi di capitalizzazione suddivise per nazione
Insomma, la Francia concentra poche banche ad alta capitalizzazione; la Germania ha tantissime banche a bassissima capitalizzazione (e ciò le permette di sfuggire spesso ai radar della BCE), posizionando solo Deutsche Bank tra le più grandi; l’Italia ha due grosse banche che hanno condensato capitalizzazione e sulla parte bassa della lista ha una grande presenza con banche di media grandezza; ignoriamo volontariamente la capitalizzazione di Poste Italiane, che supera i 10 miliardi ma che come ben sappiamo non è formata solo dal servizio bancario.
In Olanda ING vede molto distanziata ABN Amro mentre in tutte le altre nazioni difficilmente si supera una banca con capitalizzazione significativa.
Non c’è da meravigliarsi che Warren Buffett ami le azioni delle banche. Il leggendario investitore miliardario ha più del 30% del suo portafoglio al Berkshire Hathaway dedicato a questo unico settore.
Il motivo è semplice: i titoli bancari possiedono molti dei must da considerare per Buffett. In primo luogo, gli istituti bancari sono al servizio di un importante bisogno della società che non andrà mai via. In secondo luogo, i modelli di business bancari sono relativamente semplici da comprendere, un requisito chiave della filosofia di investimento di Buffett. Terzo, nonostante la salute di molte banche sia migliorata drasticamente dalla crisi finanziaria del 2008, alcuni titoli bancari sono ancora negoziati a prezzi stracciati (un indicatore chiave che è il momento migliore per investire).
Esaminiamo le basi dell’investimento in azioni bancarie, la storia delle azioni bancarie e come sapere quando ne è stata trovata una in cui vale la pena investire.
Come fanno soldi le banche
Le banche guadagnano denaro prestando denaro a un tasso superiore a quello che pagano ai depositanti. Semplice no?
Le banche raccolgono gli interessi (il denaro che un mutuatario paga per la possibilità di utilizzare il denaro della banca) sui prestiti e pagano gli interessi (il denaro che una banca paga ai depositanti per consentire la detenzione del loro denaro). La differenza tra questi due tassi è nota come margine di interesse netto (o “spread”) ed è il modo in cui le banche tradizionali guadagnano denaro.
Ma come vengono fissati esattamente i tassi di interesse? Una chiave sono le banche centrali, infatti sia la Federal Reserve che la BCE stabiliscono i tassi che le banche usano per prestarsi a vicenda denaro, questo tasso è noto come LIBOR o tasso interbancario.
Utilizzando il LIBOR come parametro di riferimento, le banche adeguano poi i tassi dei prestiti al consumo verso l’alto o verso il basso. Generalmente, quando la BCE aumenta i tassi di interesse, i tassi che le banche applicano sui prestiti crescono più velocemente del tasso pagato sui depositi. Di conseguenza, un ambiente di tassi d’interesse in aumento rende più facile per le banche trarre profitto.
La maggior parte delle banche tradizionali ora guadagnano anche da redditi non derivanti da interessi, un modo per diversificare il loro flusso di entrate anche quando i tassi d’interesse sono bassi. Tra questi vi sono spese come le commissioni di transazione, le spese di scoperto, le spese di mutuo, le commissioni di negoziazione e una lista di altre fonti che possono costituire una quantità significativa di entrate per alcune banche.
Altra entrata consistente per le banche sono i rami vita, cioè tutto quel mondo delle assicurazioni e dei piani pensionistici che permettono di raccogliere denaro da investire e restituire un domani.
Comprendere come una banca guadagna denaro aiuta a prevedere come gli eventi di mercato, come le flessioni del ciclo del credito o gli aumenti dei tassi di interesse, avranno probabilmente un impatto su una banca piuttosto che su un’altra.
Storia delle azioni delle banche
Nei più di 200 anni di storia dell’industria finanziaria, gli Stati Uniti hanno sperimentato quasi 14 grandi default bancari, o circa uno ogni 16 anni.
Anche in Italia, come ci dimostrano le cronache degli ultimi anni, ci sono sempre più banche che vanno in difficoltà ma, a differenza degli USA, in Italia esiste una rete di salvataggio che attira verso di sé gli asset migliori e fa cadere nell’oblio solo alcuni debiti.
La Grande Depressione
Il disastro finanziario più notevole fu la Grande Depressione del 1934. Il crollo del mercato azionario del 1929 portò al panico diffuso, inducendo gli investitori a vendere 12,9 milioni di azioni in un giorno, più del triplo del volume medio giornaliero. I timori per l’economia portarono i consumatori a ritirare a frotte il denaro dalle istituzioni finanziarie, causando il fallimento delle banche. L’aumento dei tassi di interesse non è stato sufficiente a convincere i depositanti a tornare alle banche. Piuttosto, hanno scambiato i loro dollari con l’oro, il che ha creato un’offerta di denaro in calo che la Federal Reserve non è riuscita a reintegrare. Questo svalutava enormemente il dollaro. Il prodotto interno lordo è stato dimezzato da 103 a 55 miliardi di dollari. La disoccupazione è salita a quasi il 25% costringendo molti americani alla povertà. Senza dubbio, questo è stato il peggior disastro economico della storia americana.
Crisi S&L degli anni ’80
Sebbene la crisi del credito del 2008 sia fresca nella mente della maggior parte degli investitori, un’altra crisi bancaria degli anni ’80 è stata altrettanto paralizzante.
Non c’è stato un vero unico motivo che ha portato all’esplosione dei fallimenti bancari negli anni ’80. La crisi bancaria degli anni ’80, o crisi del Savings & Loan (S&L), è stata una perfetta tempesta di diverse forze: l’aumento dei tassi di interesse ha spinto i depositanti a prelevare denaro dalle piccole S&L e a investire in conti del mercato monetario a più alto rendimento. Per compensare le perdite derivanti dalla fuga dei depositanti, il governo federale ha allentato le restrizioni normative delle banche, consentendo in ultima analisi alle S&L di finanziare prestiti ad alto rischio e speculativi in immobili e obbligazioni spazzatura.
Il risultato finale è stato un’insolvenza massiccia. Oltre 700 tra S&L e banche commerciali con un patrimonio di oltre 407 miliardi di dollari sono state chiuse alla fine degli anni Ottanta. Il Financial Institutions Reform, Recovery, and Enforcement Act del 1989 (FIRREA) è stato approvato e ha portato con sé, tra le altre cose, la supervisione della Federal Depositors and Insurance Corporation (FDIC) volta a prevenire futuri disastri finanziari. E, a detta di tutti i conti, l’aumento dei regolamenti ha avuto successo. Beh, almeno fino al 2008.
Crisi finanziaria del 2008
Simile alla crisi S&L, la crisi finanziaria del 2008 è stata una perfetta tempesta di deregolamentazione, tassi di interesse in aumento e speculazioni ad alto rischio da parte delle banche. Per poter competere con le banche estere, le banche statunitensi hanno esercitato pressioni per la possibilità di investire i depositi in derivati. Le banche hanno ottenuto il loro desiderio quando il Gramm-Leach-Bliley Act del 1999 ha abrogato il Glass-Stegall Act del 1933. Quest’ultimo regolamento proteggeva i fondi dei depositanti dall’essere utilizzati per investimenti rischiosi, mentre il primo regolamento spalancava le porte alle banche per investire in prestiti subprime e tossici. Ciò ha portato a quasi 22 trilioni di dollari in perdite e anni di recupero.
Il Dodd-Frank Act, firmato nel 2010, è stato una risposta diretta alla crisi finanziaria del 2008. Una delle disposizioni chiave è nota come la Volker Rule (Titolo VI della legge), che limita le modalità di investimento dei depositi da parte delle banche, limita il trading speculativo e regola i derivati, come i credit default swap. Inoltre, le banche con più di 50 miliardi di dollari di attività sono ora tenute a sottoporsi a regolari stress test per vedere come una banca potrebbe sopravvivere a ipotetiche crisi economiche.
La crisi del 2008 è arrivata anche in Europa, dove, come già detto, le banche sono piuttosto tutelate perché considerate sistemiche; nonostante ciò, però, negli ultimi 12 anni la lista degli istituti bancari “assorbiti” o per i quali è servito un paracadute è lunga.
Quali sono i diversi tipi di azioni bancarie?
In generale, ci sono tre diversi tipi di banche: banche commerciali, banche d’investimento e banche universali.
Le banche commerciali sono ciò a cui la maggior parte delle persone pensa quando sente la parola “banca”. Il loro pane e burro è costruito intorno al core business di una banca: raccogliere depositi dai clienti, concedere prestiti ad altri clienti e trarre profitto dalla differenza tra loro. Banche come la Wells Fargo e la U.S. Bancorp costituiscono questa classe di banche commerciali.
In Italia di banche commerciali pure praticamente non ne abbiamo.
A differenza delle banche commerciali, le banche d’investimento, come Morgan Stanley e Goldman Sachs, concentrano il loro core business sulla fornitura di servizi finanziari ad altre società, aziende e governi. Inoltre, forniscono anche servizi come la facilitazione di complesse transazioni finanziarie, la fornitura di servizi di consulenza, le operazioni di negoziazione di titoli e la gestione patrimoniale. Quando una società annuncia un’offerta pubblica iniziale (IPO), quando inizia a vendere azioni ai mercati pubblici, queste banche sono quelle dietro le transazioni.
In Italia la più grande banca, storicamente parlando, che fa questo lavoro è Mediobanca.
Le banche più grandi negli Stati Uniti sono le banche universali e comprendono società come Bank of America, Citigroup e JPMorgan Chase. Queste banche offrono le tradizionali offerte di depositi e prestiti insieme a servizi di investment banking, gestione patrimoniale e consulenza. Offrono il vantaggio di un flusso di ricavi diversificato in diversi segmenti di business.
Questa tipologia è la più diffusa in Italia, con banche, anche medio/piccole, che oltre a fare il mero servizio commerciale, propongono ai loro clienti investimenti, consulenza, assicurazioni, ecc.
Alcune di queste banche hanno un respiro internazionale, in Italia per esempio abbiamo Unicredit e Intesa Sanpaolo.
Le banche più grandi in Italia
Di seguito una lista delle 5 banche più grandi in Italia in termini di capitalizzazione.
Banca
Capitalizzazione (in miliardi di €)
Intesa Sanpaolo
29,52
Unicredit
18,44
Poste Italiane
10,96
Mediobanca
6,37
Banca Mediolanum
4,76
Le 5 banche italiane più grandi in termini di capitalizzazione
Top 10 banche in Europa
Dopo aver visto l’Italia allarghiamo lo sguardo e proviamo a dare un’occhiata all’Europa.
Banca
Capitalizzazione (in miliardi di €)
Nazione
HSBC
87,22
Gran Bretagna
BNP Paribas
44,76
Francia
Banco Santander
36,33
Spagna
Lloyds Banking
25,49
Gran Bretagna
ING Groep
25,05
Olanda
Credit Agricole
23,76
Francia
Credit Suisse Group
23,43
Svizzera
Barclays
22,85
Gran Bretagna
Deutsche Bank
17,08
Germania
The Royal Bank of Scotland Group
16,5
Gran Bretagna
Le 10 banche più grandi dell’Europa continentale
Le grandi banche americane
Queste invece sono le maggiori banche d’America, sempre in termini di capitalizzazione.
Banca
Capitalizzazione (in miliardi di $)
JP Morgan
268,64
Bank of America
193,58
Wells Fargo
100,65
Citigroup
98,4
Morgan Stanley
66,81
The Goldman Sachs Group
62,46
U.S. Bancorp
51,77
The Bank of New York Mellon
30,48
Le maggiori banche americane in termini di capitalizzazione
Come calcolare i rapporti di redditività per una banca
Poiché molte banche generano profitti principalmente dalle attività di prestito, è importante sapere quali sono le metriche finanziarie che danno il miglior quadro di quanto sia realmente redditizia una banca.
Qui ci sono 4 metriche chiave di redditività per analizzare i titoli bancari tradizionali:
Return on Equity (ROE)
Return on Assets (ROA)
Margine di interesse netto (NIM)
Rapporto di efficienza
Metrica
Benckmark
Return on Equity (ROE)
Almeno 6%
Return on Assets (ROA)
Almeno 0,5%
Margine di interesse netto (NIM)
Almeno 1%
Rapporto di efficienza
Al massimo 60%
Parametri per la valutazione di una banca
Rendimento del capitale proprio
Il ROE è l’utile che una società genera come percentuale del patrimonio netto o l’importo che verrebbe restituito agli azionisti se tutte le attività fossero vendute e i debiti fossero rimborsati. Quanto più alto è il ROE, tanto più efficiente è il capitale azionario che un’azienda mette al lavoro.
Il calcolo del ROE richiede semplicemente di dividere l’utile netto per il patrimonio netto totale e di moltiplicarlo per 100.
ROE = Utile netto / Totale del patrimonio netto x 100
Prendendo come esempio Intesa Sanpaolo, per l’esercizio 2019 ha un utile netto di 4.182 milioni di € mentre il patrimonio netto è di 31.313 milioni di €, il ché significa che il ROE è di 7,49.
In generale, un ROE di almeno il 6% è considerato abbastanza buono. Il confronto tra il ROE di Intesa e la media del settore dell’6,4% suggerisce che Intesa Sanpaolo sta generando profitti in modo più efficiente rispetto ai suoi omologhi.
Return on Assets (ROA)
Un’altra misura di redditività è il rendimento delle attività ROA. Il ROA è una percentuale dell’utile complessivo, o reddito netto, che una società realizza rispetto al totale delle sue attività (che include i prestiti con interessi, titoli, liquidità, ecc.)
Rendimento delle attività = Utile netto / Totale attività x 100
Nel 2019, Intesa Sanpaolo ha generato un utile netto di 4.182 milioni di euro con un patrimonio attivo di 816.102 milioni di euro. Dividendo queste due cifre e moltiplicandole per 100 si ottiene un ROA dello 0,5125%.
Un buon benchmark per le azioni bancarie è un ROA di almeno lo 0,50%. Anche se questo può sembrare basso rispetto ad altri settori industriali (come le azioni di software che possono avere un ROA medio verso l’alto del 13%) è importante esaminare il ROA in relazione alle altre azioni bancarie, che alla fine del 2019 avevano un ROA medio dello 0,48%.
Un ROE elevato segnala che il management sta effettivamente generando dei ritorni dagli investimenti degli azionisti in modo specifico. Ma il ROA misura quanto bene le banche utilizzano tutte le loro risorse finanziarie (sia il debito che il capitale proprio) per generare profitti. Un ROA leggermente inferiore alla media indica che il management potrebbe non utilizzare le proprie risorse in modo così efficace come un ROE elevato potrebbe indicare. Quindi assicuratevi di esaminare sia il ROA che il ROE insieme.
Margine di interesse netto
Una misura chiave della redditività di una banca è il margine di interesse netto (NIM). In parole povere, il margine di interesse netto è la differenza tra l’interesse che una banca riceve e l’interesse che una banca paga in relazione al totale degli attivi generatori di interessi.
Margine netto d’interesse = (Interessi attivi da prestiti – interessi passivi ai depositanti) / Totale degli attivi generatori di interessi x 100
Il NIM tende a muoversi in tandem con i tassi di interesse. Con l’aumento dei tassi di interesse, aumentano anche i margini di interesse bancari.
In generale, un NIM di almeno il 3% (e in costante aumento) è un buon segno che un’azienda sta gestendo con profitto il proprio patrimonio.
Le banche possono migliorare il NIM aumentando il numero di mutuatari disposti a pagare tassi di interesse più alti (crescita dei prestiti) o aumentando il numero di depositanti disposti ad accettare tassi di interesse più bassi (crescita dei depositi). Per gli investitori, un margine di interesse netto positivo e in miglioramento è un buon segno. Ma attenzione dell’acquirente (un rapido fluttuare o un forte aumento del NIM potrebbe essere un segno che una banca potrebbe inseguire i profitti a scapito della qualità).
Rapporto di efficienza
Quando si valuta la redditività di una banca, è importante considerarla nel contesto di quanto una banca sia efficiente nel generare i propri ricavi. Un indice metrico chiamato indice di efficienza fa proprio questo. Si calcola prendendo i costi operativi della banca, noti come costi non legati agli interessi, e dividendoli per i ricavi netti che essa genera.
Rapporto di efficienza = Spese infruttifere / Ricavi netti x 100
Le banche meglio gestite tendono a mantenere l’efficienza al di sotto del 60%, poiché un indice di efficienza inferiore indica che una banca è abilmente in grado di trasformare le risorse in ricavi. Inoltre, le banche più efficienti tendono ad avere meno inadempienze sui prestiti.
Come valutare il rischio di una banca
Una banca è buona solo quanto la qualità dei suoi prestiti. Più è rischioso il portafoglio prestiti, maggiore è il rischio di insolvenza che mette a repentaglio i profitti a lungo termine di una banca.
Qui ci sono 3 metriche chiave per il rischio bancario da usare quando si analizzano i titoli bancari:
Rapporto di non-performing loan (NPL)
Copertura dei crediti inesigibili
Oneri netti (Sottufficiali)
Tasso non-performing loan (NPL)
Per ovvie ragioni, una percentuale crescente di crediti in sofferenza (NPL), o di crediti scaduti da almeno 90 giorni e prossimi all’insolvenza, non è mai segno di un portafoglio crediti sano.
Il calcolo del rapporto di NPL è relativamente semplice. È sufficiente dividere il totale delle sofferenze per l’importo totale dei crediti in essere nel portafoglio della banca.
Rapporto NPL = Totale crediti in sofferenza/totale crediti in essere x 100
Idealmente, più bassa è la percentuale di prestiti in sofferenza, meglio è. Un rapporto di NPL superiore al 5% dovrebbe essere motivo di preoccupazione per l’investitore.
Copertura dei crediti in sofferenza
Non tutti i prestiti concessi da una banca vengono rimborsati. Le banche fanno un accantonamento nel loro bilancio per queste inadempienze, chiamato copertura dei crediti inesigibili o fondo svalutazione crediti.
Copertura dei crediti in sofferenza = Fondo svalutazione crediti/Totale Crediti in sofferenza
Idealmente, il buffer stabilito per tenere conto delle inevitabili inadempienze sui prestiti dovrebbe essere almeno del 50% per garantire che la banca sia adeguatamente preparata ad affrontare le crisi economiche. Più copertura c’è, meglio è.
Oneri netti
Un charge-off è una dichiarazione della banca secondo la quale è improbabile che il denaro prestato venga riscosso. In generale, si tratta di un debito inadempiente che ha superato i 6 mesi senza pagamento. Il tasso netto di charge-off, che è un charge-off netto diviso per il totale dei prestiti, rappresenta la percentuale del totale dei prestiti che difficilmente saranno rimborsati.
Tasso di addebito netto = Totale addebito netto/totale dei prestiti x 100
Ovviamente, più basso è il tasso netto di charge-off, meglio è. Ma è importante considerare questo numero nel contesto dell’attuale ciclo del credito (il numero di prestiti che non vengono rimborsati tende ad aumentare quando l’economia è in difficoltà, quindi si vogliono vedere i tassi netti di charge-off in tutte le banche per vedere dove una banca cade rispetto ai suoi pari).
Valorizzare le azioni di una banca
Il rapporto prezzo/utili è un utile parametro per capire quanto un titolo sia economico o costoso rispetto ai suoi guadagni. Ma per le azioni bancarie, una migliore metrica da utilizzare è il rapporto prezzo-valore contabile (P/TBV).
Il P/TBV misura a quanto una banca sta negoziando rispetto alle sue attività effettive. Ciò è in contrasto con il rapporto prezzo/valore contabile (P/B) che tiene conto delle attività immateriali, o di quelle prive di sostanza fisica come brevetti, marchi e avviamento. Il sistema metrico decimale P/TBV elimina tali attività a favore di quelle che potrebbero essere ragionevolmente vendute se la società chiudesse i battenti e vendesse le sue attività.
Le banche generalmente scambiano tra la metà del valore contabile e il doppio del valore contabile. Come regola generale, le banche che negoziano oltre 2,0 volte il valore contabile possono avere un potenziale di rialzo limitato e un elevato rischio di ribasso.
Valutare se si è disposti o meno a pagare di più per una banca rispetto a un’altra si riduce al fatto che si ritiene che la banca abbia buoni guadagni, buone opportunità di crescita, e che sia meno rischiosa nella sua ricerca di crescere rispetto ai suoi concorrenti. Tenete a mente, però, che alla fine si ottiene ciò per cui si paga. Alcune banche sono a buon mercato perché cercano di far crescere il loro portafoglio prestiti a scapito della qualità, il che significa che il rischio di inadempienza aumenta e mette a repentaglio i profitti futuri. Altre sono a buon mercato a causa di pratiche di gestione discutibili. Fate i vostri compiti e considerate se un titolo bancario a basso costo vale davvero un investimento a lungo termine.
L’ascesa di fintech
Le banche non sono note come innovative. I loro processi lenti, le commissioni elevate e le pratiche di prestito talvolta discutibili hanno creato un settore maturo per essere interrotto. Fintech, acronimo di tecnologie finanziarie, potrebbe essere il perturbatore che fa proprio questo.
Fintech comprende un’ampia gamma di applicazioni, molte delle quali le banche hanno già iniziato ad adottare sistemi di carte abilitate ai chip e applicazioni di mobile banking. Ma la vera pressione viene da approcci più innovativi al modo in cui le banche si rapportano con i consumatori: prestiti e pagamenti peer-to-peer (P2P), robo-advisor e broker che offrono scambi azionari a basso costo.
Start-ups dallo stile innovativo stanno nascendo e sfruttando molte di queste aree come The Lending Club, Square, e Robinhood, per citarne alcune.
È difficile per le banche adattare i vecchi sistemi a questi nuovi e più agili attori tecnologici, ma questo non significa che le banche se ne stiano in disparte. Ad esempio, Bank of America e altre grandi banche hanno recentemente iniziato a integrare il provider di telefonia mobile peer-to-peer, Zelle, nella loro piattaforma di banking online, consentendo ai clienti di inviare pagamenti ad amici e familiari direttamente tramite l’applicazione mobile.
È in discussione la possibilità che fintech riveda completamente il modello di business bancario. Quello che sappiamo è che le aziende fintech stanno costringendo le banche a intensificare il loro gioco o a rischiare di diventare obsolete.
Dividendi
I titoli bancari sono un ottimo investimento per gli investitori in cerca di reddito. Sebbene molte banche abbiano tagliato i dividendi quasi a zero in seguito alla crisi finanziaria del 2008 (e per il 2020 non ne vedremo a causa del Covid e dell’indicazione della BCE di non distribuirli), i dividendi sono in costante aumento con il miglioramento dell’economia. Attualmente, il rendimento medio dei dividendi per il settore dei servizi finanziari è dell’1,87% rispetto all’1,89% dell’S&P 500.
È un buon momento per acquistare azioni bancarie?
Le azioni bancarie sono state tra le più performanti negli ultimi anni.
Le banche sono ora più snelle, più efficienti e meglio attrezzate per gestire il rischio di insolvenza che deriva dai grandi portafogli di prestiti. Con il potenziale di un ambiente normativo e di tassi d’interesse più favorevole, ora potrebbe essere il momento migliore per investire in azioni bancarie.
A maggior ragione se pensiamo che il lockdown e il Corona Virus hanno messo sotto pressione i titoli bancari, senza un reale giustificato motivo al momento. Gli effetti del Covid saranno ancora tutti da vedere.
Forbes Global 2000 è una classifica annuale delle più grandi aziende pubbliche; viene stilata considerando 4 pilastri:
vendite
profitti
attività
valore di mercato
La classifica di Forbes è considerata una delle classifiche aziendali più popolari e i risultati della sua analisi annuale sono largamente accettati “hook, line and sinker” senza comprendere o mettere in discussione i suoi metodi.
Metodologia
Nello svolgere questo lavoro, Forbes stabilisce dei punti di cut-off per ciascuna delle quattro metriche; in ognuna delle metriche le aziende devono soddisfarne almeno uno.
Così facendo, Forbes crea quattro liste separate: Vendite 2000, Profitti 2000, Attività 2000, Valore di mercato 2000.
Quindi, è possibile che un’azienda soddisfi il cut-off per le vendite e non soddisfi il cut-off per gli utili, ma faccia comunque parte della lista finale perché ha soddisfatto uno dei cut-off delle metriche.
I valori di cut-off per ogni metrica sono fissati annualmente (cioè vengono adeguati di anno in anno). Ad esempio, il cut-off per la metrica delle vendite del 2017 era di 3,95 miliardi di dollari contro i 4,9 miliardi di dollari del 2016. Mentre per gli utili il cut-off del 2017 era di 257,0 milioni di dollari, che è più alto di 10 milioni di dollari rispetto all’anno precedente.
Questi aggiustamenti potrebbero rivelare la performance sistemica del settore per un determinato periodo (in questo caso, annuale).
Raccolta dei dati
I loro dati provengono da FactSet Research systems (FRS), una società multinazionale di dati finanziari e software con sede a Norwalk, Connecticut (CT), negli Stati Uniti, che fornisce informazioni finanziarie e software analitico per i professionisti degli investimenti.
La qualità dei dati della FRS viene controllata con altre fonti, come Bloomberg e il bilancio della società.
Analisi dei dati
Dopo che le aziende sono state aggiunte alla lista finale di Forbes 2000, che è un consolidamento delle quattro liste generate da ciascuna delle metriche delineate, Forbes aggiunge tutti i valori insieme e classifica le aziende in base al valore totale che chiamano “punteggio composito”.
Critiche/Limitazioni
Tuttavia, ci sono diverse limitazioni (conosciute e spesso accettate) a questo approccio. Ad esempio, la sua limitazione alle sole società pubbliche.
Tuttavia, ve ne sono alcune di cui non si parla molto, come ad esempio:
la selezione delle metriche
il metodo di aggregazione dei dati alla fonte
l’uso di un punteggio composito che non tiene conto della possibilità di una differenza di intensità delle diverse metriche.
Aziende italiane nella classifica Forbes Global 2000
Queste le posizioni delle aziende italiane nell’ultima classifica Forbes 2000.
Pos.
Azienda
Ticket
97
Enel
ENEL
125
Intesa San Paolo
ISP
140
Generali
G
202
Unicredit
UCG
315
Poste Italiane
PST
468
ENI
ENI
520
Atlantia
ATL
546
Telecom Italia
TIT
683
Unipol
UNI
861
Leonardo
LDO
880
Snam
SRG
941
Banco BPM
BAMI
1075
Mediobanca
MB
1080
Terna
TRN
1149
Ferrari
RACE
1275
Banca Mediolanum
BMED
1445
BPER Banca
BPE
1474
Cattolica Assicurazioni
CASS
1493
UBI Banca
UBI
1569
Banca MPS
BMPS
1800
Fineco Bank
FBK
1813
Credito Emiliano
CE
1891
Pirelli
PIRC
1895
Banca Popolare di Sondrio
BPSO
1933
Saipem
SPM
1963
Prysmian
Aziende italiane nella classifica Forbes Global 2020
Ovviamente ci sono anche altre aziende italiane di matrice che non hanno più sede in Italia. Come per esempio:
Pos.
Azienda
Ticket
Sede
223
Fiat Chrysler Automobiles
FCA
Gran Bretagna
304
EssilorLuxottica
EL
Francia
528
CNH Industrial
CNHI
Gran Bretagna
558
Exor
EXO
Olanda
1810
Tenaris
TEN
Lussemburgo
Aziende italiane con sede all’estero
Top Ten Forbes Global 2000 del 2020
Pos.
Azienda
Nazione
1
ICBC
Cina
2
China Construction Bank
Cina
3
JPMorgan Chase
USA
4
Berkshire Hathaway
USA
5
Agricultural Bank of China
Cina
6
Saudi Oil Company (Saudi Aramco)
Arabia Saudita
7
Ping An Insurance Group
Cina
8
Bank of America
USA
9
Apple
USA
10
Bank of China
Cina
Top ten nella classifica Forbes Global 2000
Top 10 aziende tedesche nella classifica Forbes 2000 del 2020
Pos.
Azienda
23
Volkswagen
25
Allianz
62
Siemens
69
Deutsche Telekom
75
BMW Group
102
Bayer
107
BASF
150
SAP
185
Deutsche Post
206
Munich Re
Top 10 aziende della Germania su Forbes Global 2000 del 2020
Top 10 aziende francesi nella classifica Forbes 2000 del 2020
Pos.
Azienda
29
Total
42
BNP Paribas
64
Axa Group
73
LVMH Moet Hennessy Louis Vuitton
112
EDF
117
Sanofi
118
Crédit Agricole
137
Vinci
156
Orange
176
L’Oréal
Top 10 aziende dalla Francia nella classifica Forbes Global 2000 del 2020
Top 10 aziende americane nella classifica Forbes 2000 del 2020
Ne abbiamo già viste 4 nella top ten, ecco le prime 10 aziende a stelle e strisce.
Pos
Azienda
3
JPMorgan Chase
4
Berkshire Hathaway
8
Bank of America
9
Apple
11
AT&T
13
Alphabet (Google)
14
ExxonMobile
15
Microsoft
17
Wells Fargo
18
Citigroup
Top 10 aziende americane nella classifica Forbes Global 2000 del 2020
Abbiamo già parlato del FSTE MIB e abbiamo dedicato ampio spazio ai principali indici azionari in tutto il mondo.
In Italia però ci siamo concentrati poco, questo per due ragioni:
Le grandi aziende italiane sono tutte sul FTSE MIB
L’Italia, nello scacchiere delle borse mondiali, non occupa precisamente una posizione dominante.
Questo secondo punto è dovuto in parte al primo e in parte al fatto che la finanza in Italia è stata sempre un po’ bistrattata. Inoltre, se guardiamo alla classifica delle aziende nel FTSE MIB per capitalizzazione ci rendiamo conto come la prima in classifica, ENEL, è una delle poche aziende che realmente può competere con i giganti presenti all’estero. Grandi nomi italiani, quando paragonati con i big dell’estero, spesso impallidiscono.
Ecco perché reputiamo che la finanza, quella seria, tocchi solo relativamente l’Italia e abbia il suo capoluogo altrove (in particolare in USA, UK e Germania).
Ma qui siamo a parlare degli indici italiani e quindi bando alle ciance.
Quali sono gli indici azionari più importanti di Borsa Italiana?
La lista degli indici principali è relativamente breve e include:
FTSE MIB
FTSE Italia Mid Cap
FTSE Italia STAR
FTSE Italia Small Cap
FTSE Italia All-Share
FTSE AIM Italia
FTSE MIB
Passiamo quindi alla rassegna degli indici azionari principali di Borsa Italiana.
Del FTSE MIB ne abbiamo già parlato: è l’indice che copre le 40 maggiori aziende quotate a Piazza Affari.
La lista delle aziende viene rivista trimestralmente e al momento queste sono le aziende incluse.
Pos.
Azienda
Capitaliz. (miliardi di €)
1
Enel
67
2
ENI
30,7
3
Ferrari
28,6
4
Intesa San Paolo
27
5
Generali
20
6
STMicroElectronics
19,7
7
Unicredit
16,6
8
Snam
13,7
9
Fiat Chrysler Auto
12,6
10
Atlantia
12,4
11
Terna
12
12
Exor
11,9
13
Poste Italiane
10,3
14
Diasorin
10,2
15
Nexi
8,8
16
Recordati
8,6
17
Moncler
8,5
18
Davide Campari
8,1
19
CNH Industrial
7,7
20
Telecom Italia
7,1
21
Tenaris
6,7
22
Fineco Bank
6,1
23
InWit
5,5
24
Amplifon
5,28
25
Prysmian
5,1
26
Mediobanca
5,1
27
HERA
5
28
Banca Mediolanum
4,4
29
A2A
3,9
30
ItalGas
3,88
31
Pirelli
3,82
32
Buzzi Unicem
3,33
33
Leonardo
3,3
34
Interpump Group
3,0
35
UBI Banca
2,9
36
Banca Generali
2,7
37
Unipol
2,3
38
Saipem
2,1
39
Azimut
2,1
40
Banco BPM
1,7
Elenco componenti FTSE MIB con data capitalizzazione 04/06/2020
Come si può notare le capitalizzazioni vanno giù molto velocemente e, giusto per fare un confronto, Deutsche Telekom, l’azienda numero 17 per capitalizzazione in Germania, ha lo stesso valore di Enel.
ENI, la nostra seconda azienda per capitalizzazione, ha lo stesso valore di Deutsche Boerse, la numero 42 in Germania.
Il confronto con la Francia ci va un po’ meglio, Christian Dior (numero 7 in Francia) ha lo stesso valore di Enel. Orange (numero 22) equivale a ENI.
Con gli USA non c’è rapporto, ma se proprio vogliamo sforzarci, Enel equivale a Morgan Stanley che occupa la posizione numero 120 in America. Onestamente non cerchiamo nemmeno quale posizione occupa la nostra numero 2 negli Stati Uniti, potremmo non venirne a capo.
Questo è il motivo per cui il nostro FTSE MIB vale meno, molto meno, del DAX, del CAC, dell’S&P, del DOW Jones e anche dell’IBEX Spagnolo. Questo è anche il motivo per cui sulle nostre pagine si legge molto di più su aziende straniere che nostrane.
FTSE Italia Mid Cap
Dopo aver riportato la lista completa delle aziende che compongono il FTSE MIB alla data odierna e, soprattutto, dopo aver capito quanto valiamo a livello finanziario, passiamo al secondo indice in termini di importanza in Italia, cioè il FTSE Italia Mid Cap.
Come dice il nome stesso ci sono le aziende che, in Italia, vengono considerate a media capitalizzazione, anche se le prime della lista superano tante ultime del FTSE MIB. Questo è dovuto al fatto che per essere nell’indice principale non basta solo la capitalizzazione ma bisogna avere determinati volumi giornalieri di scambio, sia di numero di azioni che di liquidità.
Ecco quindi una breve lista dei titoli con maggiore capitalizzazione.
Pos.
Azienda
Capitaliz. (miliardi di €)
1
UnipolSai
5,8
2
Acea
3,7
3
Iren
2,9
4
Reply
2,9
5
Brembo
2,9
6
ERG
2,8
7
De Longhi
2,8
8
ASTM
2,7
9
Salvatore Ferragamo
2,4
10
IMA
2,3
11
ENAV
2,2
12
Brunello Cucinelli
1,9
13
Mediaset
1,8
14
TechnoGym
1,5
15
BPER Banca
1,3
I primi 15 componenti per capitalizzazione dell’indice FTSE Italia Mid Cap
FTSE Italia Small Cap
Anche qui il nome è abbastanza parlante: si tratta dell’indice che include l’ultima fascia, cioè le matricole, le aziende con una capitalizzazione bassa.
Spesso ci si può imbattere in qualche stella che presto sarà nel FTSE MIB, molto più spesso le aziende in questo indice non hanno avuto la forza di fare il grande salto.
Non mancano comunque nomi importanti anche nelle Small Cap, con capitalizzazioni anche importanti ma che non sono abbastanza liquidi, non hanno abbastanza quote pubbliche o non fanno abbastanza volumi per stare negli indici maggiori.
Ecco qualche brand molto conosciuto:
Astaldi
Beghelli
Bialetti
Brioschi
ePrice
Gabetti
Geox
il Sole 24 Ore
Lazio calcio
Pininfarina
Piquadro
AS Roma
Tiscali
Unieuro
Zucchi
Una selezione di aziende dell’indice FTSE Italia Small Cap
FTSE Italia All-Share
Questo è l’index gran totale, infatti tutte le aziende che si trovano negli indici FTSE MIB, FTSE Italia Mid Cap e FTSE Italia Small Cap poi fanno la somma in questo indice.
Quindi, se voleste vedere la lista dei titoli ordinati per capitalizzazione, anziché guardare i singoli indici, bisognerebbe guardare l’All-Share.
FTSE Italia STAR
STAR sta per Segmento Titoli con Alti Requisiti. I requisiti di cui si parla sono trasparenza, liquidità del titolo e, in ultimo, corporate governance.
Alcuni titoli presenti in questo segmento sono anche negli altri già visti, come per esempio Amplifon, che svetta per maggior capitalizzazione e che è già incluso nel FTSE MIB.
FTSE AIM Italia
Si tratta di uno degli ultimi arrivati nella famiglia degli indici italiani e contiene tutte le aziende del mid e dello small cap con un forte potenziale di crescita.
Quindi, se amate cercare la futura Netflix è in questo indice che bisognerà guardare.
FTSE Italia Brands
Il FTSE Italia Brands è proprio il più giovane essendo stato creato nel 2017.
Contiene tutti i titoli che hanno un brand appetibile e globalmente riconosciuto. Degli esempi?
Ferrari
Juventus
Brembo
Brunello Cuccinelli
Campari
Moncler
Piaggio
Autogrill
Tod’s
ecc
Indici Settoriali di Borsa Italiana
Inoltre, per chi volesse concentrarsi solo in determinati settori, ci sono degli indici settoriali che coprono praticamente tutte le azioni presenti a Piazza Affari.
Questa la lista degli indici settoriali italiani:
Ftse Italia Oil & Gas Producers
Ftse Italia Oil Equipment, Services & Distribution
Ftse Italia Chemicals
Ftse Italia Industrial Metals & Mining
Ftse Italia Construction & Materials
Ftse Italia Aerospace & Defense
Ftse Italia General Industrials
Ftse Italia Electronic & Electrical Equipment
Ftse Italia Industrial Engineering
Ftse Italia Industrial Transportation
Ftse Italia Support Services
Ftse Italia Automobiles & Parts
Ftse Italia Beverages
Ftse Italia Food Producers
Ftse Italia Household Goods & Home Construction
Ftse Italia Leisure Goods
Ftse Italia Personal Goods
Ftse Italia Health Care Equipment & Services
Ftse Italia Pharmaceuticals & Biotechnology
Ftse Italia Food & Drug Retailers
Ftse Italia General Retailers
Ftse Italia Media
Ftse Italia Travel & Leisure
Ftse Italia Fixed Line Telecommunications
Ftse Italia Mobile Telecommunications
Ftse Italia Electricity
Ftse Italia Gas, Water & Multiutilities
Ftse Italia Banks
Ftse Italia Nonlife Insurance
Ftse Italia Life Insurance
Ftse Italia Real Estate Investment & Services
Ftse Italia Real Estate Investment Trusts
Ftse Italia Financial Services
Ftse Italia Software & Computer Services
Ftse Italia Technology Hardware & Equipment
Come potete vedere gli indici settoriali sono veramente tanti e coprono veramente di tutto.
Come investire sugli indici italiani
Prima di passare all’analisi degli indici principali (in questa fase non analizzeremo gli indici settoriali, sia per una questione di numerosità, sia perché già il nome è auto esplicativo), capiamo come fare trading sugli indici di Borsa Italiana.
Lo strumento migliore è certamente l’ETF e ce ne sono vari che replicano l’andamento di ognuno degli indici.
Per esempio:
FTSE Italia Mid Cap:
iShares FTSE Italia Mid-Small Cap
Lyxor FTSE Italia Mid Cap TRN-ucits
FTSE Italia Small Cap:
Lyxor MSCI EMU Small Cap DR UCITS
MSCI EMU Small Cap TRN-ucits -IS
In alternativa si può investire sugli indici anche attraverso i CFD, per esempio, sul FTSE MIB c’è ITALY FTSEMIB – XFTSEMIBCFD.
Un certificato d’investimento è un prodotto offerto da una società d’investimento o da una società di brokeraggio, progettato per offrire un rendimento competitivo ad un investitore.
Un certificato permette all’investitore di effettuare un investimento e di guadagnare un tasso d’interesse garantito per un periodo di tempo predeterminato. Le regole e le specifiche del prodotto possono variare a seconda della società che vende i certificati.
Storia dei certificati
Il certificato d’investimento fu introdotto per la prima volta al pubblico nel 1894 da John Tappan, il fondatore dell’allora Investor’s Syndicate, oggi noto come Ameriprise Financial.
Il sindacato degli investitori commercializzava il prodotto come certificato di importo nominale. Esso consentiva all’investitore di depositare una somma di denaro selezionata nel certificato e a sua volta l’investitore avrebbe ricevuto un tasso di interesse garantito dopo un periodo di tempo prestabilito. Dopo che il periodo di tempo selezionato era trascorso, o alla scadenza, il capitale e gli interessi venivano restituiti all’investitore.
Condizioni dei certificati
A seconda dell’istituto finanziario, i certificati possono offrire diverse opzioni di durata. Consentendo all’investitore di scegliere una durata (tipicamente tra 3 mesi e 3 anni) e di guadagnare un tasso d’interesse garantito in determinate condizioni.
Esistono tante tipologie di certificati, tipicamente sono tutti legati a un sottostante con un tasso d’interesse legato al mercato azionario, oppure all’indice S&P 500, ad altri indici e persino a valori di Forex.
In pratica si tratta di strumenti derivati cartolarizzati emessi da banche di investimento o da emettenti autorizzati.
L’emittente crea un basket di opzioni sottostanti, attraverso operazioni effettuate OTC (Over The Counter). Questo in realtà a voi interessa relativamente, poiché ciò che dovrete sapere è come si comporta ogni singolo certificato e quali rischi si corrono.
I certificati vengono quotati e tradati sul SeDex.
Cosa guardare quando si acquista un certificato d’investimento
Ci sono una serie di parametri che vengono indicati nelle condizioni dei certificati, questi parametri, che a breve andremo a vedere, sono la base del certificato stesso e faranno scaturire un guadagno o una perdita per l’investitore.
Il mix dei seguenti parametri permette di creare dei prodotti molto differenti tra di loro, quindi è bene che l’investitore prenda subito coscienza e sia confident con i seguenti termini:
Emittente si tratta della società che emette il certificato e che a sua volta opera nel basket delle opzioni. Attenzione, quello che è da sapere è che i certificati sono emessi e garantiti dall’emittente, significa che se l’emittente fallisce lo strumento si azzera e quindi avrete perso i vostri soldi. Per questo motivo è importante controllare il rating dell’emittente (A, A+, BBB, ecc) prima di investire.
Valore nominale Si tratta del valore di emissione o del valore a scadenza dello strumento, tipicamente parliamo di 100 euro oppure di 1.000 euro, dipende dalla tipologia di strumento.
Prezzo di emissione Non tutti i certificati sono emessi al valore nominale, in alcuni casi, proprio per dare sin da subito un bonus all’investitore, questi vengono emessi a prezzo leggermente più basso. Per esempio, prezzo nominale di 100 euro e prezzo di emissione di 98,50 euro; ciò implica già un guadagno di circa 1,5% per chi acquista lo strumento all’emissione.
Prezzo di acquisto Se non acquistate lo strumento all’emissione il prezzo potrebbe essere ben diverso da quello nominale. Diffidate da prezzi troppo bassi perché c’è sempre un motivo, nessuno regala nulla e se il prezzo dello strumento è basso c’è un motivo.
Durata Ovviamente lo strumento ha una scadenza alla quale si valuta la performance del sottostante e viene condizionalmente restituito il valore nominale. La durata tipica va dai 3 mesi ai 4 anni. Complesso trovarne di 3 mesi e di 4 anni, più tipici da 6 mesi a 3 anni.
Strike price Si tratta del valore iniziale dello strumento sottostante, per esempio, se venisse emesso oggi un nuovo certificato con sottostante Unicredit, questa avrebbe uno Strike Price di 6,50 circa.
Sottostante I sottostanti possono essere tanti, quindi un paniere, oppure solo 1. Ovviamente, essendo il certificato legato alle performance del sottostante, bisogna fare molta attenzione cosa si sta comprando e quanto determinati eventi possono accadere.
Frequenza cedola La frequenza di stacco delle cedole, che può andare dal mese ai sei mesi, o a scadenza del certificato. In alcuni casi potrebbe esserci il caso di prima cedola pagata a distanza di più mesi per poi continuare con cedola mensile.
Cedola mensile Si tratta del valore della cedola, cioè ciò che riceverete mensilmente con quello strumento. Spesso questa cedola è condizionata a un prezzo del sottostante.
Barriera Questo è il dato più importante perché rappresenta il livello di prezzo sotto il quale lo strumento non paga la cedola, durante il corso della vita, oppure vi fa perdere soldi al momento della scadenza. Tipicamente la barriera viene posta a una distanza di 60/70% dal prezzo iniziale, quindi, nell’esempio di prima di Unicredit, la barriera (poniamo al 60%) verrebbe fissata a 3,9 euro. Se Unicredit scende sotto questa barriera ci sono delle complicazioni. In alcuni casi la discesa sotto la barriera fa rimborsare in anticipo lo strumento, registrando una perdita che replica il sottostante; nell’esempio, in questi casi, avreste perso il 40% del valore nominale.
Multiplo Si applica solo ad alcune tipologie di certificato e rappresenta il numero di azioni del sottostante che sono quotate all’interno di una unità del certificato. Nell’esempio di prima, di Unicredit, quante azioni a 6,50 euro entrano in 100 euro? Ecco il multiplo.
Fiscalità dei certificati
Un punto fortemente a favore dei certificati è la loro fiscalità. Infatti, non essendo uno strumento a rendimento certo, ma essendo basato sulla performance del sottostante e quindi pagando importi aleatori, rientrano nei “Redditi diversi”, ciò permette, attraverso le plusvalenze da certificati, di recuperare minusvalenze fatte su ETF o su fondi.
L’aliquota di interesse dello stato è comunque del 26%, come delle semplici azioni o altri strumenti.
Altro punto a vantaggio è la mancanza (o parte di essa) della Tobin Tax. Infatti la tassa deve essere pagata solo se i sottostanti superano per peso almeno il 50% del paniere, inoltre l’emittente permetterà sempre una Tobin Tax leggera poiché è applicata sul controvalore delle transazioni e comunque alleggerita del 20%.
L’indice Fortune Global 500, noto anche come Global 500, è una classifica annuale delle prime 500 aziende del mondo, misurata in base ai ricavi. La lista viene compilata e pubblicata annualmente dalla rivista Fortune.
Metodologia
Fino al 1989, elencava solo le società industriali non statunitensi sotto il titolo “International 500”, mentre la Fortune 500 conteneva e contiene ancora esclusivamente società statunitensi. Nel 1990, le società statunitensi sono state aggiunte per compilare una lista veramente globale di società industriali di primo piano in base alle vendite. Dal 1995, l’elenco ha avuto la sua forma attuale, elencando anche le principali società finanziarie e fornitori di servizi in base alle entrate.
Distribuzione geografica
Dal 2001 si è verificato un significativo cambiamento nella distribuzione geografica delle aziende nella classifica Global 500. Il numero di società con sede nel Nord America è diminuito da 215 nel 2001 a 143 nel 2017 e il contributo delle società con sede in Asia è aumentato rapidamente da 116 nel 2001 a 197 nel 2017. La maggior parte di questa crescita è dovuta al rapido aumento del numero di società cinesi Global 500, di cui 109 nel 2017, in aumento rispetto alle sole 10 del 2001. Nello stesso periodo è diminuita anche la quota delle società con sede in Europa, passata da 158 a 143.
Top 10 aziende Fortune Global 500
Di seguito è riportato l’elenco delle prime 10 aziende
Pos.
2019
2018
2017
2016
1
WalMart
WalMart
WalMart
WalMart
2
Sinopec Group
State Grid
State Grid
State Grid
3
Royal Dutch Shell
Sinopec Group
Sinopec Group
China National Petroleum
4
China National Petroleum
China National Petroleum
China National Petroleum
Sinopec Group
5
State Grid
Royal Dutch Shell
Toyota Motor
Royal Dutch Shell
6
Saudi Aramco
Toyota Motor
Volskwagen
Exxon Mobil
7
BP
Volkswagen
Royal Dutch Shell
Volskwagen
8
Exxon Mobil
BP
Berkshire Hathaway
Toyota Motor
9
Volkswagen
Exxon Mobil
Apple
Apple
10
Toyota Motor
Berkshire Hathaway
Exxon Mobil
BP
Top ten delle aziende secondo la classifica Fortune Global 500
Aziende italiane presenti nel Global 500
Se alle europee toccano appena 143 posti le aziende italiane certo non brillano.
Nel 2019 le aziende italiane erano solo 6, in netto calo rispetto al 1999 quando erano ben 11.
Pos.
2019
2018
2017
2016
1
ENI (83)
Assicurazioni Generali (59)
Assicurazioni Generali (57)
Exor Group (19)
2
Enel (89)
Enel (83)
Enel (84)
Assicurazioni Generali (49)
3
Assicurazioni Generali (92)
ENI (89)
ENI (132)
ENI (65)
4
Intesa San Paolo (315)
Poste Italiane (304)
Poste Italiane (285)
Enel (78)
5
Poste Italiane (355)
Intesa San Paolo (324)
Intesa San Paolo (292)
Intesa San Paolo (224)
6
Unicredit Group (435)
Unicredit Group (402)
Unicredit Group (328)
Unicredit Group (300)
7
Telecom Italia (493)
Poste Italiane (305)
8
Telecom Italia (404)
9
Unipol Group (491)
La classifica delle aziende italiane presenti sulla lista Fortune Global 500
Nell’ultimo articolo, nel quale parlavamo dei guadagni della BCE, segnalavamo come la composizione della Banca d’Italia fosse fatta da aziende private.
Questa la lista completa della composizione alla Banca d’Italia in questo momento:
Banca
Quote
% Quote
Voti
Intesa Sanpaolo S.p.A.
91035
30,3450%
50
UniCredit S.p.A.
66342
22,1140%
50
Assicurazioni Generali S.p.A.
19000
6,3333%
42
Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A.
18602
6,2007%
41
INPS
15000
5,0000%
34
Banca Carige S.p.A. – Cassa di Risparmio di Genova e Imperia
11869
3,9563%
27
Banca Nazionale del Lavoro S.p.A.
8500
2,8333%
21
Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A.
7500
2,5000%
19
Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A.
6300
2,1000%
16
Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A.
6094
2,0313%
16
Cassa di Risparmio di Firenze S.p.A.
5656
1,8853%
15
Fondiaria – SAI S.p.A.
4000
1,3333%
12
Allianz Società per Azioni
4000
1,3333%
12
Banco Popolare s.c.
3668
1,2227%
11
Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A.
3610
1,2033%
11
Cassa di Risparmio di Asti S.p.A.
2800
0,9333%
9
Cassa di Risparmio di Venezia S.p.A.
2626
0,8753%
9
Banca delle Marche S.p.A.
2459
0,8197%
8
INAIL
2000
0,6667%
8
Milano Assicurazioni
2000
0,6667%
8
Cassa di Risparmio del Friuli Venezia Giulia S.p.A. (CARIFVG S.P.A.)
1869
0,6230%
7
Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia S.p.A.
1126
0,3753%
6
Casse di Risparmio dell’Umbria S.p.A.
1106
0,3687%
6
Cassa di Risparmio di Ferrara S.p.A.
949
0,3163%
5
Banca di Legnano S.p.A.
873
0,2910%
5
Cassa di Risparmio di Ravenna S.p.A.
769
0,2563%
5
Banca Regionale Europea S.p.A.
759
0,2530%
5
Cassa di Risparmio di Fossano S.p.A.
750
0,2500%
5
Banca Popolare di Vicenza S.c.p.A.
687
0,2290%
5
Cassa di Risparmio di Cesena S.p.A.
675
0,2250%
5
Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno S.p.A.
653
0,2177%
5
Cassa di Risparmio di S. Miniato S.p.A.
652
0,2173%
5
Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna S.p.A.
605
0,2017%
5
Banca Carime S.p.A.
500
0,1667%
5
Società Reale Mutua Assicurazioni
500
0,1667%
5
Cassa di Risparmio di Fabriano e Cupramontana S.p.A.
480
0,1600%
4
Banca CARIM – Cassa di Risparmio di Rimini S.p.A.
393
0,1310%
3
Cassa di Risparmio di Bolzano S.p.A.
377
0,1257%
3
Cassa di Risparmio di Bra S.p.A.
329
0,1097%
3
Cassa di Risparmio di Cento S.p.A.
311
0,1037%
3
CARISPAQ – Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila S.p.A.
300
0,1000%
3
Cassa di Risparmio della Spezia S.p.A.
266
0,0887%
2
Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo S.p.A.
251
0,0837%
2
Cassa di Risparmio di Orvieto S.p.A.
237
0,0790%
2
Banca Cassa di Risparmio di Savigliano S.p.A.
200
0,0667%
2
Cassa di Risparmio di Volterra S.p.A.
194
0,0647%
1
Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti S.p.A.
151
0,0503%
1
Banca Popolare dell’Emilia Romagna S.c.
130
0,0433%
1
Cassa di Risparmio di Fermo S.p.A.
130
0,0433%
1
Cassa di Risparmio di Savona S.p.A.
123
0,0410%
1
TERCAS – Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo S.p.A.
115
0,0383%
1
Cassa di Risparmio di Civitavecchia S.p.A.
111
0,0370%
1
Credito Valtellinese S.c.
101
0,0337%
1
Cassa di Risparmio di Carrara S.p.A.
101
0,0337%
1
CARILO – Cassa di Risparmio di Loreto S.p.A.
100
0,0333%
1
Cassa di Risparmio della Repubblica di S. Marino S.p.A.
36
0,0120%
–
Banca CARIPE S.p.A.
8
0,0027%
–
Banca Monte Parma S.p.A.
8
0,0027%
–
Cassa di Risparmio di Rieti S.p.A.
8
0,0027%
–
Cassa di Risparmio di Saluzzo S.p.A.
4
0,0013%
–
Banca del Monte di Lucca S.p.A.
2
0,0007%
–
Faccio questo articolo perché mi è stato chiesto che senso ha avere delle aziende private nella composizione della Banca Centrale Nazionale se poi queste non prendono parte ai guadagni in pari parte in base alla quota. E qualcuno mi ha segnalato un post di Grillo che nel 2005 parlava di Bankitalia SpA.
Innanzitutto va detto che tutte le banche e i gruppi bancari prendono parte a questa composizione, nessuna esclusa, come si vede dalla lista stessa.
Nonostante prendano parte alla composizione, queste banche:
Non prendono parte al profitto se non in piccolissima parte, come visto nell’altro articolo lo 0,0013%, corrispondente a 15.600 €
Non decidono il direttivo della Banca di Via Nazionale che è a nomina pubblica
Non possono scambiare quote se non su indicazione del direttivo della Banca centrale (che come abbiamo visto è a nomina pubblica) per modifiche della composizione delle banche stesse, come fusioni, fallimenti, ecc
Che guadagno hanno le banche? Nessuno, infatti gli AD di vari istituti hanno più volte espresso il desiderio di uscire da questa composizione e poter riavere i propri soldi in base alla percentuale, come chiesto da Passera (Intesa San Paolo) qualche anno fa, prima di diventare ministro:
La quota Bankitalia? La venderemmo… Abbiamo fatto di tutto per venderla. Non ci possono dire che ce la teniamo stretta.
Le banche sono obbligate a essere presenti nella composizione. Inoltre c’è anche una questione storica che risale all’unione dell’Italia. Infatti, prima di riunificare la Nazione, ogni Stato aveva una propria banca che emetteva moneta; questi enti erano:
Banca Nazionale di Torino (la banca del Regno Sabaudo)
Due banche in Toscana
Banca di Napoli
Banca Romana
Banco di Sicilia
Nel 1870, dopo la breccia di Porta Pia e la presa di Roma, queste erano le banche in grado di emettere moneta. Non venne creata immediatamente l’attuale Zecca d’Oro anche per una questione logistica, appunto per non spostare soldi dal nord al sud Italia.
Oltre a tali banche c’erano anche altri istituti privati e con lo spostamento della capitale d’Italia a Roma furono fatti molti investimenti nella città, creando una bolla speculativa che trascinò nel baratro la finanza del Bel Paese; molti istituti ebbero problemi e tra queste ci fu la Banca Romana la quale, per uscire dalla crisi, decise autonomamente, senza comunicarlo al governo, di stampare nuovo conio. Addirittura, l’ex Banca Vaticana fece due filiere stampando due serie di monete con lo stesso numero, a tutti gli effetti emise soldi falsi. Questo creò uno scandalo che costrinse alle dimissioni di Giolitti, allora capo del governo.
Per ovviare a questi problemi furono riuniti gli istituti e nacque la Banca d’Italia. Appunto, una banca pubblica che era composta da privati. Con il tempo, man mano, entrarono all’interno della composizione di Bankitalia tutte le banche italiane.
Sull’argomento se ne sono occupati in tanti, ma quello che voglio segnalare è questo video di LeFouReloaded, molto esplicativo.
Beppe Grillo ha fatto una campagna elettorale basato sui guadagni delle banche e dei banchieri. Non voglio entrare sul merito dei banchieri ma su quello delle banche. La tesi più volte proposta è quella del signoraggio bancario, basato sulla stampa della moneta e della banconota, fatta dalla BCE.
Il comico ha chiesto più volte che fosse lo Stato a poter emettere moneta (sovranità monetaria), e non una Banca centrale.
Prima di iniziare, però, bisogna fare delle doverose premesse:
La BCE si occupa della stampa delle banconote
La moneta viene stampata dalla zecca dei vari Stati
Bisogna sottolineare cosa è il signoraggio
Grazie ai primi due punti già si può notare come ciò che viene detto da Grillo, e sostenuto da qualche ignorante, viene smentito. Infatti non è la sola BCE a stampare soldi, anche le Nazioni hanno un ruolo attivo, anche se minoritario. La zecca dello Stato, per esempio, produce le monetine che abbiamo nei nostri portafogli, ovviamente non può produrne a proprio piacimento, essendo in un sistema monetario condiviso, ma deve seguire delle indicazioni date dall’Europa.
Sul terzo punto, cioè quello del cosa è il signoraggio monetario, facciamo un paragrafetto, prendo in esame solo la BCE, ma è lo stesso anche per le banche centrali nazionali (BCN). Quando la Banca Centrale Europea crea banconote, questa ha un costo di produzione: facciamo per esempio che per stampare una singola banconota da 5€ la BCE paghi 0,1€, ovviamente il prodotto di questo lavoro ha valore nominale di 5€, quindi un guadagno di 4,9€ e questo è un reddito dato dal signoraggio, in pratica un guadagno per chi stampa. La banca poi presta questi soldi alle banche private (o agli enti che ne avessero bisogno) che corrispondono, per questo prestito, un interesse dello 0,75% (in questo momento questo è il tasso dei prestiti BCE). Quindi, la banca centrale, a fronte di un costo (per esempio) di 0,1 € ha un guadagno di 4,9€ + 0,75% annuo sul valore nominale, quindi dopo il primo anno ha un guadagno di 4,9 + 0,0375 = 4,9375€ per ogni banconota da 5€ emessa.
La tesi dei complottisti è che questo è un chiaro vantaggio per la BCE e che i soldi sono dello Stato, quindi dei cittadini che compongono questo Stato. In questo caso, la tesi è che questo guadagno è dell’Europa e quindi andrebbe distribuito agli Europei.
Qui veniamo alla domanda principale di questo articolo, cioè: i guadagni della BCE a chi vanno a finire? Chi beneficia dell’attività della BCE? In questa domanda non ci mettiamo solo i guadagni da signoraggio, ma anche quelli dati dalle varie attività. Cioè, sono i banchieri e i proprietari della BCE a guadagnarci? E noi stiamo assistendo in silenzio a tutto questo?
La BCE è di proprietà, al 100%, delle BCN, quindi ogni banca centrale ha un pezzetto di BCE. La BCE è come se fosse una società per azioni, ma queste azioni sono in mano delle varie banche centrali nazionali. Quindi i guadagni della BCE vanno ai propri azionisti, agli istituti centrali che in Italia si chiama Banca d’Italia.
Precisamente, queste sono le 5 BCN più pesanti all’interno del board della BCE:
Deutsche Bundesbank con 18,94%
Bank of England con 14,52%
Banque de France con 14,22%
Banca d’Italia con 12,5%
Banco de España con 8,30%
In pratica i primi 5 paesi d’Europa possiedono il 68,5% della BCE. Ovviamente queste percentuali non sono messe lì a caso, ma è quanto ogni Stato ha versato nel momento della formazione della Banca Centrale Europea o quando gli è stato richiesto, ne consegue che se l’Italia ha il 12,5% della proprietà della BCE avrà diritto alla stessa percentuale sugli utili della banca.
Quindi, ricapitolando, il signoraggio, così come tutte le altre attività della BCE producono un “fatturato”, a questo bisogna togliere le spese sostenute (219 milioni di euro nel 2012), come i funzionari (sul peso di queste spese ne parleremo in altro articolo) e la gestione delle strutture, rimane quindi un utile che viene spartito tra gli “azionisti” in base al peso di ognuno all’interno del board.
In realtà solo il 46% dell’utile viene suddiviso, poiché il restante rimane a disposizione di una riserva della BCE, in pratica viene riutilizzato per continuare le attività della banca, o viene utilizzato per le spese. Il bilancio 2012 della BCE parla di utile di 2.164 milioni di euro (1.894 milioni nel 2011), di questi:
219 milioni sono state spese attive
947 milioni sono rimasti nelle riserve e saranno utilizzati come prestiti (un caso è per esempio quello di Cipro)
998 milioni sono stati invece distribuiti. All’Italia, di questi soldi son toccati quasi 125 milioni di euro.
I malpensanti, però, staranno già pensando che la Banca d’Italia è una SpA di proprietà delle varie banche private. E questo è anche vero, ma gli utili della BCN, almeno qui nel Bel Paese, sono versati in gran parte nelle casse dello Stato. Per esempio, come si evince dal bilancio 2011 dell’istituto (uso il 2011 poiché il bilancio 2012 sarà presentato a fine maggio 2013), il malloppo recuperato dalla banca (1.129.175.577 di euro) è stato così suddiviso:
alle riserve ordinarie e straordinarie (quindi rimasti all’interno della Banca d’Italia): 39,999% – 451.670.230
alle banche private, azioniste della BCN: 0,0013% – 15.600
allo Stato il restante 59,999% – 677.489.747
Sì, avete letto bene, i privati hanno percepito 15.600 euro. In pratica tutte insieme potrebbero acquistare una Fiat Grande Punto (e nemmeno full optional).
Insomma, il reddito utile della BCE passa, in parte, alla banca centrale italiana la quale distribuisce una minima parte, rafforza le riserve e poi versa il resto allo Stato. Quest’ultimo, con quei soldi in ingresso, ci paga normali attività (pensioni, stipendi, interessi sul debito pubblico, ecc), quindi sostanzialmente, accorciando il giro, la ricchezza creata (anche) grazie al signoraggio viene ridistribuita tra la popolazione, o va a pagare servizi utili per i cittadini.
Le riserve che rimangono in pancia servono per poter finanziare regioni (nel caso di Bankitalia) o Stati (nel caso della BCE) in dissesto e per garantire i cittadini (come i depositi sotto i 100 mila euro che in Italia sono garantiti anche in caso di fallimento dello Stato o di una banca). Tra le altre cose le varie BCN devono anche fare i conti con dei debiti nascosti, dei quali abbiamo già parlato e i quali producono fuoriuscita di interessi annualmente.
In tutto ciò, le banche private sbandierate da alcuni politici e da complottisti, sono proprietarie della Banca d’Italia con queste percentuali:
Intesa Sanpaolo S.p.A. – 30,3%
UniCredito Italiano S.p.A. – 22,1%
Assicurazioni Generali S.p.A. – 6,3%
Cassa di Risparmio in Bologna S.p.A. – 6,2%
INPS – 5,0%
Banca Carige S.p.A. – 4,0%
Banca Nazionale del Lavoro S.p.A. – 2,8%
Banca Monte dei Paschi di Siena S.p.A. – 2,5%
Cassa di Risparmio di Biella e Vercelli S.p.A. – 2,1%
Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza S.p.A. – 2,0%
Ma, come abbiamo visto, non hanno alcun diritto a eventuali dividendi e in compenso, nel malaugurato caso di bilancio negativo della Banca d’Italia, potrebbero essere costrette a finanziare il debito.